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CIBO E RELIGIONE

A cura di Raffaella di Marzio

Il modo di mangiare e ciò che si mangia non sono elementi casuali o marginali nella vita, ma rivestono una grande importanza anche per il benessere. Il rapporto che le persone instaurano col cibo è complesso e legato a fattori diversi: è senza dubbio un fatto culturale poiché il modo di pensare il cibo è mediato culturalmente dall’ambiente e dalla società in cui si vive.

Tra gli elementi culturali che influenzano il modo di alimentarsi c’è anche la religione. Solo per fare un esempio, nel Medioevo l’atto del mangiare era impregnato di contenuti religiosi: i cristiani, quando bevevano, lo facevano assumendo cinque sorsi, uno per ogni piaga di Gesù, ogni boccone era diviso in quattro parti di cui tre per la S.S. Trinità e uno per Maria, la Madre di Gesù, ecc. (Cfr. L’Ombra di Argo di Antonio d’Itollo).

In tutte le religioni il cibo non è solo un elemento naturale e materiale ma è considerato un dono di Dio o degli Dei, e l’atto di alimentarsi diventa, per questo motivo, un atto sacro, anche di ringraziamento all’Entità superiore che l’ha donato all’uomo per assicurarne la sopravvivenza. Come atto sacro l’assunzione di cibo deve anche rispondere all’esigenza spirituale di moderazione e virtù propria di ciascuna religione.

I divieti alimentari e le regole per consumare certi prodotti o uccidere gli animali nascono da questa prospettiva di purificazione e redenzione, strettamente legati al concetto di tabù, utile sia per creare nei credenti una forte identità di gruppo sia per evitare di contaminarsi con i non-credenti, i non-eletti.

Per quanto riguarda la religione ebraica, per esempio, nel libro del Levitico (Antico Testamento) c’è una lunga disamina dei cibi vietati perché ”empi”. Nel sito della Scuola Ebraica di Torino vengono indicati i cibi permessi (kashèr) e il modo di prepararli, seguendo gli insegnamenti della Torah (Legge). Secondo l’ebraismo queste norme, che limitano la libertà dell'uomo nella scelta fra animali puri (kashèr) e impuri (tarèf) sono importanti perché ricordano che il Signore è il padrone dell'universo e che bisogna avere pietà anche verso gli animali. Solo per fare qualche esempio di norme: vengono considerati animali puri i quadrupedi ruminanti, con l'unghia spaccata (bovini, ovini, caprini) e sono kashèr anche molti gallinacei, oche, anatre. Sono proibiti i volatili rapaci e notturni. Un'altra norma importante è quella di non cibarsi del sangue degli animali, in quanto esso è il simbolo della vita. Ecco perché, per prima cosa, l'animale deve essere ucciso con un sistema speciale (shechità) atto non solo a non farlo soffrire, ma anche a eliminare più sangue possibile. Vietato è anche cibarsi di carne e latte (o latticini) insieme. Dopo la carne, devono passare almeno sei ore prima di mangiare dei latticini; dopo i latticini prima di mangiare la carne bisogna lavarsi bene la bocca. Bisogna avere recipienti e stoviglie separate per cibi di carne e di latte.

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Nel mondo islamico esistono Centri di Certificazione di Qualità Halāl, che hanno il compito di garantire l’osservanza delle norme alimentari. Halāl è una parola araba che significa "lecito" e, in Occidente, si riferisce principalmente al cibo preparato in modo accettabile per la legge islamica. Questa parola include tutto ciò che è permesso secondo l'Islam, la condotta e le norme in materia di alimentazione, in contrasto a ciò che è harām, “proibito”. Secondo coloro che aderiscono a questa visione, perché il cibo possa essere considerato ḥalāl non deve essere una sostanza proibita e la carne deve essere stata macellata secondo le linee guida tradizionali indicate nella Sunna (gli animali devono essere coscienti al momento dell'uccisione che deve essere procurata recidendo la trachea e l'esofago e sopravvenire per il dissanguamento completo dell'animale).

Nella religione cristiana, a differenza di quella ebraica e islamica, non esistono regole o tabù alimentari se non quelli legati alla moderazione e a evitare gli eccessi e i peccati di gola. Questo perché l’insegnamento di Gesù Cristo, per quanto riguarda i divieti alimentari, si discosta da quello ebraico: ”Non è ciò che entra nella bocca che contamina l'uomo; ma è quel che esce dalla bocca che contamina l'uomo […] Non capite che tutto ciò che entra nella bocca se ne va nel ventre, e viene espulso nella fogna? Ma le cose che escono dalla bocca procedono dal cuore; sono esse che contaminano l'uomo. Poiché dal cuore provengono pensieri malvagi, omicidi, adulteri, fornicazione, furti, false testimonianze, maldicenze. Queste sono le cose che contaminano l'uomo; ma il mangiare senza lavarsi le mani non contamina l'uomo” (Mt 15,11; Mt 15,17-20).

Nella Chiesa cattolica fa eccezione a questa regola generale il divieto di consumare carne nel venerdì santo insieme all’obbligo del digiuno in alcune circostanze particolari come il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo. Nel medioevo, e in qualche misura ancora oggi, tra i cristiani, la passione per il cibo (gola) rappresenta uno dei sette vizi capitali, perché può essere occasione di cedimento al piacere. Per i monaci, per esempio, se la gola era di ostacolo alla salvezza il digiuno era la regola per rinforzare la virtù e redimersi. Un valore, questo, ancora in uso in alcune forme di ascetismo cristiano. Tuttavia, è importante notare che, nella religione cristiana, l’evento culmine della salvezza, cioè l’istituzione dell’Eucarestia, si svolge intorno al tavolo dell’ultima cena, durante la celebrazione della Pasqua ebraica, mentre gli apostoli e Gesù mangiano l’agnello, il pane azzimo, le erbe amare e bevono il vino rosso: un evento che i cattolici ricordano e rivivono ogni giorno nella Santa Messa.

Nel buddhismo è raccomandata l’astinenza dalle carni per rispetto alla vita degli animali. Anche se non direttamente prescritta, comunque, l'astensione dalla carne è considerata nel buddhismo come un valore finalizzato a salvare la vita a un essere senziente: è chiaro, infatti, che, se una persona si astiene dal mangiar carne per tutta una vita, un certo numero di animali non verranno uccisi per lei. Una frase del XIV Dalai Lama sintetizza efficacemente questo principio: "Gli animali uccidono solo quando hanno fame, e questo è un atteggiamento assai diverso da quello degli uomini, che sopprimono milioni di animali solo in nome del profitto".

Nel contesto multiculturale e multireligioso attuale ci sono conflitti che insorgono nelle società anche a causa di convinzioni religiose che riguardano il cibo, il modo di macellare gli animali, ecc. Garantire ai fedeli la possibilità di esercitare la loro religione, senza generare conflitti o forme di discriminazione, è una delle sfide che la nostra società è chiamata ad affrontare. Nel testo a cura di A.G. Chizzoniti e M. Tallacchini Cibo e religione: diritto e diritti, gli studiosi sottolineano, a questo proposito: “La religione ebraica e quella musulmana prevedono che la carne, per potere essere lecitamente consumata dai propri fedeli, debba provenire da un animale macellato secondo alcune regole precise: esse sono volte a sottolineare il significato sacro che accompagna l'uccisione di ogni essere vivente e, almeno in passato, servivano ad assicurare il rispetto di alcune essenziali condizioni igieniche e sanitarie.” […] Il rispetto delle regole religiose implica un incremento della sofferenza dell'animale: questi infatti viene immobilizzato secondo tecniche particolari e viene ucciso senza essere previamente stordito. Il problema è acuito dall'immigrazione in Europa occidentale di un largo numero di musulmani, che ha conferito alla macellazione rituale un rilievo quantitativo sconosciuto fino a pochi anni or sono. In alcuni paesi (per esempio la Francia) i mattatoi non sono in grado di far fronte alla domanda di macellazioni rituali in occasione di alcune festività musulmane: queste macellazioni vengono quindi compiute in maniera incontrollata, suscitando comprensibili reazioni”.

Aldilà di questi aspetti giuridici, che pure hanno una grande importanza, è da segnalare la possibilità, fortunatamente rara, che, in gruppi religiosi fortemente deviati e guidati da leader squilibrati, le regole e i divieti estremi possano condurre a conseguenze drammatiche per la vita degli adepti. Un caso eclatante, di cui si sono occupati i media una decina di anni fa, è quello della cosiddetta “setta di Attleboro”.

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Il fatto si verificò ad Attleboro negli Stati Uniti nell’ottobre del 2000. Il leader, Jacques Robidoux, 27 anni, fu accusato da uno dei suoi seguaci, David Corneau, di aver causato la morte del figlio Samuel. Robidoux guidava una setta cristiana fondamentalista che rifiutava di riconoscere la moderna medicina e l’autorità del governo e, insieme ai suoi seguaci, aveva taciuto per oltre un anno mentre le autorità indagavano sulla morte di due bambini: il figlio di Robidoux, Samuel, di 11 mesi e Jeremiah, il figlio appena nato di David e Rebecca Corneau.
Secondo quanto riferito dai testimoni Samuel morì di fame quando gli fu negato il cibo solido dopo il periodo di allattamento al seno. In quanto a Jeremiah i membri della setta avevano detto che era nato morto dopo il parto in casa. Nel mese di Ottobre del 2000 David Corneau, 33 anni, uno degli 8 membri della setta imprigionati per aver rifiutato di rispondere alle domande, aveva rotto il muro di silenzio durato mesi e aveva condotto gli inquirenti nel luogo dove i due bambini erano stati sepolti all’interno di casse di legno improvvisate. I capi d’accusa erano: omicidio di primo grado per Jacques Robidoux, per aver presumibilmente "diretto il sistematico rifiuto di dare cibo al figlio Samuel di 10 mesi", omicidio di secondo grado per la moglie Karen, 24 anni, madre del bambino, e complicità per la sorella di Jacques, Michelle Mingo, accusata, prima del fatto, di violenza e percosse su un bambino.
Pare che la Mingo avesse avuto l’idea di non nutrire il bambino in seguito a una presunta "visione" alla quale i Robidoux hanno creduto. Nella "visione" Dio le aveva detto che Karen Robidoux doveva vincere la sua vanità e le veniva ordinato di ricominciare a nutrire Samuel con il solo latte materno. Un diario, trovato da un ex membro e consegnato alle autorità, descriveva in modo in cui Samuel era morto. Il padre del bambino era riuscito a persuadere i suoi seguaci a ignorare il fatto che suo figlio stesse morendo di fame. La madre era così angosciata dal corpo smunto del bambino che aveva smesso perfino di fargli il bagno. Jacques passava ogni momento di veglia insieme al suo bambino che moriva di fame e raccomandava a tutti gli altri di ignorare la sua sofferenza e il fatto che stava morendo. La madre era così ossessionata dalle costole che uscivano fuori dalla pelle del bambino e dai suoi occhi fuori dalle orbite, che si era rinchiusa in una stanza per non sentire le sue urla disperate. Samuel gridò e pianse incessantemente per giorni: un bambino sano e robusto stava morendo di fame e veniva ucciso in una casa piena di cibo. La morte si era verificata tre giorni prima del suo compleanno, il 26 Aprile 1999, dopo che gli era stato negato il cibo solido per circa due mesi.

Nell’ambito religioso è importante, per quanto possibile, prevenire e riconoscere in tempo quelle deviazioni settarie a causa delle quali pratiche come il digiuno o norme alimentari fondate su prescrizioni religiose, del tutto lecite e innocue, possano trasformarsi in azioni distruttive che, portate alle estreme conseguenze, arrivano addirittura a provocare la morte degli adepti, tra i quali purtroppo un gran numero di minori, vittime della “fede” dei loro stessi genitori.

Bibliografia

  • Chizzoniti A.G., Tallacchini M. (a cura di), Cibo e religione: diritto e diritti, Libellula Edizioni, Tricase (Le), 2010.
  • D’Itollo A., L’Ombra di Argo, Lattes, Torino, 2010.
  • Introvigne M., Zoccatelli P.L., (sotto la direzione di), Le religioni in Italia, Elledici - Velar, Leumann (Torino) - Gorle (Bergamo), 2006.
  • Cipriani A.,Tradizioni alimentari e cultura, Gli Ori, 2002.
  • Douglas M., Antropologia e simbolismo. Religione, cibo e denaro nella vita sociale, Il Mulino, Bologna, 1985.
  • Cipriani A., Mangiare per vivere. Breve storia sociale dell'alimentazione, Gli Ori, 2005.
  • Marchisio O. (a cura di), Religione come cibo e cibo come religione, Franco Angeli, Milano, 2004.

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