Sarà anche vero, come diceva De Gaulle, che governare un popolo che vanta oltre
350 tipi diversi di formaggi è praticamente impossibile (e il generale oltretutto
approssimava per difetto, perché oggi se ne stimano circa 500); ma bisogna dare
atto ai francesi che, quantomeno, si tratta davvero di grandi formaggi.
Il maiale, dal lardo alle salsicce al piatto chiamato Choucroute, nelle regioni
orientali che risentono dell’influenza tedesca; i volatili e il pollame nella
parte meridionale e occidentale della nazione, dal Cassoulet al foie gras; i salumi,
splendidi, della Corsica; il bollito delle province settentrionali, chiamato Pot-au-feu.
Soupe à l’oignon, ovvero, come rendere un piatto semplicissimo, principalmente
a base di brodo e cipolle, un grande classico internazionale. I francesi amano
molto sia le zuppe sia le verdure, e la loro gastronomia ha sviluppato nel corso
dei secoli la capacità di declinare i più semplici degli ingredienti in composizioni
di gusto e aspetto sublimi,
Hors d'œuvre: come iniziare un pasto in Francia, tra paté e tortini, lumache
e soufflé. Qualcosa di più di un antipasto, qualcosa di meno di un piatto principale,
con una varietà di proposte che illustra bene la creatività della cucina francese
e la ricchezza delle risorse a sua disposizione.
Cipolle, zucchine, pomodori, peperoni, aglio. Ovvero, Ratatouille. Ovvero, uno
dei film di animazione di maggior successo degli ultimi anni, un capolavoro dedicato
alla gastronomia; che, benché americano, è ambientato in Francia e ha per titolo
il nome di uno dei piatti più amati della Provenza: lo stufato di verdure conosciuto
nel mondo come, appunto, Ratatouille.
Non è proprio il primo prodotto che viene in mente, quando si pensa alla cucina
irlandese. Forse, non è neanche nella top five delle specialità dell’isola di
San Patrizio più conosciute all’estero. Ed è un peccato, perché, oltre alla Guinness
e al whiskey, alle patate e alle ostriche, al pane fritto e al burro salato, un
protagonista indiscusso e addirittura imponente nella sua bontà, sulle tavole
locali, è il formaggio.
Ogni anno a Galway, sulla costa occidentale dell’Irlanda, a fine settembre, si
svolge un festival molto particolare. La manifestazione inizia con una parata,
il cui momento culminante è quello in cui il sindaco della cittadina prende un’ostrica,
la apre, la mangia. E dà così ufficialmente il via a tre giorni in cui scorreranno
fiumi di Guinness...
Il nome originale, in gaelico, è càl ceannann; altrimenti noto come Colcannon,
vale a dire, uno dei piatti più caratteristici e noti della gastronomia irlandese;
e in fondo anche un perfetto riassunto della tradizione, dei metodi di cottura,
degli alimenti più amati dell’isola.
Gli amanti della carne, coloro che preferiscono il pesce, gli appassionati di
pasticci e focacce: i pasti, e ovviamente gli antipasti, dell’isola di San Patrizio
sono in grado di accontentare davvero tutti i palati. In netto contrasto con gli
stereotipi, che li dipingono come un popolo sulle cui tavole trionfano quasi solo
birra scura e patate...
Patate e birra scura. Il popolo del trifoglio e di San Patrizio, di Joyce e dei
lepricauni, da un punto di vista gastronomico viene descritto tradizionalmente
così: patate declinate in tutte le forme e grandi boccali di Guinness.
È il paese degli ortaggi, delle zuppe, delle aringhe, delle cotture lente sul
focolare; ma la Russia è soprattutto il paese dei cereali. Cereali che vengono
coltivati su vasta parte dell’ex territorio sovietico, che spaziano dal frumento
alla segale all’avena, e che in cucina si declinano in pasticci, torte, paste
ripiene e, naturalmente, pane.
Caviale. Se il termine “oro nero” non si usasse già per il petrolio, non stonerebbe
affatto nel definire quelle piccolissime uova di storione che possono raggiungere
costi non solo inaffrontabili, ma anche incomprensibili per i comuni mortali.
Basti pensare che la varietà più pregiata, l’Almas Beluga, viene venduta in scatolette
d’oro a 24 carati.
Il Generale Inverno. La Siberia. I colbacchi, le slitte, le distese innevate.
Quando si dice Russia il primo pensiero ad affiorare non è proprio quello di un
paese caldo o dal clima mite: la storia, la letteratura, il cinema hanno sempre
affrescato paesaggi e città dominati dal ghiaccio, tra le truppe decimate di Napoleone
e i Gulag, la neve che incornicia Anna Karenina e quella che accompagna la separazione
tra Lara e il dottor Zivago.
Si scrive zakuski, si legge shuba, aringhe, insalata olivier, basturma, salo
e tutto ciò che la creatività russa, che anche in cucina è tanta, riesce a mettere
in tavola. Sono gli antipasti, vale a dire un campo della gastronomia in cui tutti,
dagli chef alle casalinghe, amano sperimentare, rielaborando le tradizioni e accostando
sapori diversi.
È una delle preparazioni al cucchiaio più famose, e forse in assoluto il dolce
spagnolo più diffuso oltreconfine: la crema catalana (intuitivamente, originaria
della Catalogna) si è ormai conquistata il diritto di occupare uno dei posti d’onore
tra i piatti nazionali, insieme a tapas e paella. La particolarità della ricetta
è che la crema (realizzata con uova, zucchero, latte, senza farina) è ricoperta
da uno strato di zucchero che viene scaldato e fuso con appositi ferri o con la
fiamma ad hoc, fino a creare una copertura scura e croccante, da infrangere col
cucchiaino.
Ad est, la costa atlantica, con la ricchezza ittica che offre l’oceano. Ad ovest,
il Mediterraneo, culla della civiltà, anche gastronomica. Centinaia di chilometri
al confine tra terra e acqua, le isole, la varietà della fauna acquatica di un
mare e di un oceano: non c’è di che stupirsi se, nella cucina spagnola, pesce,
crostacei e molluschi occupano un posto di notevole rilevanza, dalle tapas alle
zuppe, dagli antipasti alla paella.
In Spagna è la zuppa per antonomasia, e ormai raccoglie estimatori in tantissimi
paesi, Italia compresa; nulla di sorprendente, se si considera l’oggettiva bontà
del piatto e degli ingredienti che lo compongono.
Ir de tapas. Ovvero, andare di bar in bar, di locale in locale, spiluccando ogni
volta qualche stuzzichino che accompagni l’aperitivo, per poi spostarsi altrove.
Non saranno proprio il piatto nazionale spagnolo; non avranno nemmeno una definizione
comune da nord a sud, ma le tapas vantano una fama indiscussa a livello internazionale
e un amore spassionato in patria, tanto da ispirare modi di dire appositi, come
tapeo o ir de tapas, appunto.
Un grande passato di tradizione e cultura gastronomica, uno sfavillante presente
di innovazione e proiezione nel futuro. Tra tapas e texturas, tra le influenze
straniere che hanno contribuito a gettare le fondamenta della cucina tradizionale
e la nuova cucina di Ferran Adria, non c’è dubbio che uno dei paesi europei più
interessanti, dal punto di vista dell’evoluzione a tavola, sia la Spagna.
Oltre sessanta diversi tipi di pane, di frumento o d’orzo, con semi di sesamo
o di cumino, a forma di fiore o di sfilatino, profumati di olio, miele o erbe,
dedicati agli dei o pensati per essere assaporati con un vino dolce: nell’antichità,
in Grecia, il pane non mancava di certo.
Una regione montagnosa, che si affaccia sul mare. Dove i pastori e le loro greggi
di pecore e capre sono figure fondamentali sin dai tempi della mitologia ellenica
(basti pensare a Pan, divinità di forma per metà caprina), esattamente come i
pescatori e il rapporto col mare e i suoi abitanti.
Il pesce, sì, soprattutto lungo la costa; la carne, certo, prevalentemente ovina,
fondamentale nell’entroterra; ma lo straordinario mix di colori e sapori che domina
sulle tavole greche si deve in larga parte alle verdure.
Chiamarli solo antipasti è riduttivo. I mezedes o orektika, nella cucina greca,
hanno un ruolo fondamentale; non servono soltanto a stuzzicare l’appetito prima
delle portate principali, o ad accompagnare l’ouzo, ma sono dei veri capolavori
di arte culinaria...
Opa! Chi ha visto uno dei film più divertenti degli ultimi anni, “Il mio grosso
grasso matrimonio greco” (2002) ricorderà certamente il brindisi gioioso con cui
veniva accompagnato ogni bicchierino di ouzo.
Pho e Nuoc Mam: i due piatti vietnamiti per eccellenza, quelli che rappresentano
e sintetizzano un’intera cultura gastronomica, sono, rispettivamente, una zuppa
di manzo e noodles, e una salsa a base di pesce.
Clima subtropicale e disponibilità pressoché illimitata d’acqua dolce: con queste
caratteristiche naturali non stupisce che la prima risorsa del Vietnam sia l’agricoltura.
Sebbene solo il venti per cento della superficie del paese sia pianeggiante...
Incenso, fiori, ceri, legno di sandalo e riso. Apparentemente non hanno nulla
in comune; ma sono le cinque offerte che i vietnamiti presentano ai templi e agli
altari degli antenati, i cinque elementi più preziosi da offrire al Buddha e agli
avi.
Per la maggior parte degli occidentali, Vietnam è sinonimo di guerra, e il solo
nome evoca fucili, vietcong, sangue, napalm, stragi. In realtà il Vietnam è un
paese antico dalla storia complessa e affascinante. La fondazione del primo stato
vietnamita sembra risalga tra il IV e il II secolo avanti Cristo;
Se la cucina messicana è già di suo una mirabile fusione tra ingredienti e tradizioni
dell’Europa e delle civiltà precolombiane, col tex-mex si fa un ulteriore passo
avanti, creando una metaforica tavola imbandita in un saloon, con commensali del
vecchio e del nuovo continente, bandidos, pistoleri, aztechi e cowboy. Una compagine
a dir poco folkloristica, non c’è dubbio.
Il Messico, terra e mare, carne e pesce, frutta e tequila, ma soprattutto, peperoncini.
Chi parla di cucina messicana parla di piccantezza, fin dalla prima colazione,
bevande comprese. I peperoncini sono componente essenziale non solo dei piatti
ma anche, in sovrappiù, di quasi tutte le salse che vengono preparate per accompagnarli.
La peculiarità della cucina messicana è che rappresenta una meravigliosa sintesi
di civiltà che, impegnate a combattersi e distruggersi fra loro per anni, senza
riuscire a trovare nessun punto di contatto, proprio sulla tavola invece sono
state capaci di fondersi per dare vita a una cultura gastronomica straordinaria.
Si scrive sopa, si legge carne, pesce, verdure, salse, lime, chili a volontà:
ogni vero pasto che si rispetti, in Messico, non può prescindere da una calda,
abbondante e saporitissima zuppa, in cui è possibile trovare davvero qualsiasi
ingrediente.
Più del pane, più della pasta, più di un simbolo della cucina nazionale: le tortillas
sono, per i messicani, un elemento indispensabile per ogni pasto. Sia che siano
ripiene.sia che vengano servite da sole, sia che, tagliate a pezzi e fritte, si
presentino sotto forma di nachos.
Prendere qualche ingrediente azteco e qualche condimento maya; mischiare con
prodotti tipici spagnoli, aggiungere un tocco di caraibi e una spruzzata di francese.
Il risultato, colorato, piccante e imperdibile, è la cucina messicana.
Parlare di antipasti, nella cucina cinese, è fuorviante, perché in Cina, così
come in molti altri paesi asiatici, non esiste un ordine preciso nel servire le
portate a tavola. Con questo termine, quindi, si indicano piatti che solo in occidente
si è abituati a consumare a inizio pasto, frequentando i ristoranti cinesi, come
ad esempio gli involtini primavera; o che addirittura si tendono a considerare
quasi degli snack, come le nuvole di gamberi
Fiumi lunghissimi, coste che si affacciano su tre mari, un territorio immenso
che si estende per quasi dieci milioni di chilometri quadrati: quanto a varietà
di risorse alimentari, la Cina non ha che l’imbarazzo della scelta.
Le verdure sono parte integrante della gastronomia cinese, forse quanto quella
italiana, ma in modo assai diverso: come in molti altri paesi asiatici, la composizione
del singolo piatto segue una filosofia differente, quella che si potrebbe definire
del “piatto unico.
Lo stereotipo che vede i cinesi grandi consumatori di riso non è affatto errato,
soprattutto considerato il fatto che la Cina è il maggior produttore mondiale
di questo cereale. Il riso resta, per diffusione e tradizione, un alimento cardine
di molte diete orientali.
C'è soprattutto un ingrediente che ha reso la cucina cinese così appetibile ai
palati occidentali, e cioè la sua adattabilità: come capita anche, almeno in parte,
per altri tipi di ristorazione etnica, le ricette sono state lievemente modificate
per andare incontro ai gusti locali.
Come accade in quasi tutte le cucine asiatiche, anche in India non c’è una rigida
separazione delle portate: a differenza dell’uso occidentale, che prevede antipasti,
primi, secondi, etc, sulla tavola indiana tutto viene servito contemporaneamente,
dolci compresi.
La gastronomia indiana è ricca di piatti a base di carne; non solo, ma proprio
per via della quantità di regole da non infrangere, gli indiani hanno sviluppato
una certa fantasia nel cucinare carni che in Occidente sono molto meno diffuse
e presentano una minore varietà di ricette. Anche il pesce è un alimento abbastanza
diffuso e apprezzato, soprattutto, ovviamente, nelle zone costiere.
Buona parte della popolazione indiana, a causa di precetti religiosi, è vegetariana,
e questo ha fatto sì che riso e verdure, zuppe e quelli che noi chiameremmo “contorni”,
hanno assunto una significativa rilevanza nella gastronomia locale.
Per quanto i ristoranti indiani siano ormai diffusi da tempo in occidente e siano
tra i più amati tra i vari locali etnici, parlare di cucina indiana tout court
rischia di risultare improprio: il subcontinente indiano presenta una tale varietà
di usanze, religioni e tradizioni, che hanno influenzato ogni forma della vita
quotidiana, compreso il rapporto col cibo, che in effetti sarebbe più corretto
parlare di “cucine”.
La cucina giapponese non è particolarmente rinomata per la pasticceria. Solo
recentemente è invalsa l’abitudine di mangiare i dolci a fine pasto. Il sakè (in
giapponese, nihonshu), è invece senz’altro la bevanda più famosa dell’arcipelago,
che peraltro non si distingue per un’ampia scelta di alcolici.
La cucina giapponese non è particolarmente rinomata per la pasticceria. Solo
recentemente è invalsa l’abitudine di mangiare i dolci a fine pasto. Il sakè (in
giapponese, nihonshu), è invece senz’altro la bevanda più famosa dell’arcipelago,
che peraltro non si distingue per un’ampia scelta di alcolici.
Nonostante il pesce faccia da indiscusso protagonista della gastronomia dell’arcipelago,
è errato pensare che la carne non abbia il suo peso. Per quanto poco diffusa,
per ragioni culturali, religiose e di struttura del territorio, è comunque presente
nell’arte culinaria giapponese, con piatti di notevole gusto e complessità.
La cucina giapponese è, prima di tutto, creata per essere vista; poi, per essere
assaggiata. Soddisfatta la vista, ovviamente anche per i giapponesi è importante
il gusto. Ma è un gusto molto differente da quello occidentale.
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