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LA BELLEZZA TRA ARTE, GUSTO, UTOPIA E PERFEZIONE.

Moltissimi oggi si interrogano sulla avvenenza del loro volto e del loro corpo, affollano palestre, comprano cosmetici, intraprendono ferree diete e ricorrono addirittura alla chirurgia plastica. Al culto della bellezza personale però spesso non corrisponde un interrogativo, una curiosità intorno a cosa è il bello e a cosa sia il concetto di bellezza. Le moltitudini estetizzanti ritengono di saper benissimo come devono fare per diventare più belle e di non avere nulla da imparare di utile dai filosofi su questo argomento. In questo articolo si cerca di riportare la curiosità sul concetto di bellezza e sulle relazioni che intercorrono con l'arte, il gusto, la politica ed in genere la società .

Botticelli, particolare tratto da Nascita di Venere, 1484 c.

L'arte, nel significato oggi dominante, che veniva in passato indicato con l'espressione arti belle, spesso si identifica ancora con la bellezza. E quindi l'arte (bellezza) in che modo si pone rispetto alla società? E' indubbio lo stretto rapporto tra arte e società: un semplice sguardo sulla storia delle arti fa vedere come esse siano, in ogni fase, strettamente connesse con gli eventi della vita umana.

L'arte celebra, ricorda, esalta, anticipa, spiega, idealizza, tutto ciò che gli uomini credono o fanno

Il carattere umano e sociale dell'arte si può riconoscere soprattutto considerandola come comunicazione e analizzando sotto questo aspetto le sue manifestazioni specifiche. Le possibilità di vedere, di contemplare, di godere, che l'arte realizza, le nuove aperture sul mondo che essa dischiude, quando sono espresse nell'opera darte, rimangono sempre a disposizione di chiunque sia in condizione di intendere l'opera stessa. La capacità di intendere le opere d'arte di un certo stile si chiama gusto che tende a diffondersi e a divenire uniforme in periodi di tempo determinato o in determinati gruppi di persone. Ma indubbiamente le possibilità comunicative di un'opera darte sono praticamente illimitate e sono anche relativamente indipendenti dal gusto dominante. Questo significa che non tutti devono necessariamente vedere in un'opera darte la stessa cosa o goderla allo stesso modo: le risposte individuali di fronte ad essa possono essere innumerevoli e presentare o meno tra loro uniformità di gusti. L'importante, comunque, non è questa uniformità, bensì la possibilità lasciata aperta a nuove interpretazioni, a nuovi modi di usufruire dell'opera stessa.

La bellezza non è altro che una promessa di felicità (Stendhal, Lamore)

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Una delle critiche che sono state rivolte alla bellezza è quella secondo cui, catturando la nostra attenzione, essa ci distoglie dalle ingiustizie sociali e dall'impegno di costruire una società più giusta. Per contrastare questa idea, Elaine Scarry, insegnante di estetica a Harvard, ha scritto un pamhplet in cui cerca di dimostrare quanto invece l'abitudine alla contemplazione della bellezza - in senso lato, in un fiore, un quadro, un tramonto, una persona, un oggetto, un film - ci induca a un atteggiamento socialmente più aperto e più equo, laddove l'equità (e analogamente la bellezza) è definita come simmetria nella relazione tra ciascuno e tutti gli altri. Il libro, che si intitola appunto Sulla bellezza e sull'essere giusti, collega argomentazioni di carattere cognitivo, percettivo ed etico. Ma Elaine Scarry non ha considerato uno dei motivi più profondi che hanno indotto molti filosofi della politica a non fidarsi della bellezza: il suo naturale collegamento con le utopie, da Platone a Marx, insomma con le molteplici promesse di felicità non mantenute nella storia. Com'è noto sono stati Karl Popper e Isaiah Berlin a denunciare, nel 1900, le utopie come principali nemici della libertà e della società aperta.

Più il fine è allettante, nobile, bello più si sarà spinti a pensare che qualsiasi mezzo sia adeguato per raggiungerlo: creare un'umanità giusta, felice, creativa e armoniosa per sempre: quale costo potrebbe essere troppo alto di fronte a questo traguardo?.

Il prezzo è infatti stato pagato da milioni di vittime innocenti, proprio a partire da quando, nel XVII secolo, si è cominciato a pensare, da un lato, che l'ordine sociale non garantisce necessariamente la felicità degli individui e, dall'altro, che per raggiungere la felicità è possibile, anzi bisogna, modificare la struttura sociale esistente allo scopo di ottenerne una migliore. Nasceva quello che oggi si chiama costruttivismo . Secondo l'economista e storico Albert Hirschman, questa era un'idea del tutto nuova per l'umanità, al pari di quella, opposta, che negli stessi anni stavano elaborando gli illuministi, secondo la quale invece la maggior parte delle istituzioni che definiscono il nostro ordine sociale sono il frutto di una serie di conseguenze non volute, provocate da individui che agiscono per raggiungere scopi diversi da quelli che di fatto si realizzano.

Alla fruizione individuale del bello, e alle utopie della bella politica, si deve poi aggiungere l'uso retorico, monumentale, del bello da parte del potere: tanto le democrazie quanto i totalitarismi, in modi e con fini diversi, hanno cercato attraverso il bello (l'architettura, i manifesti, le cerimonie collettive, il cinema) di ottenere consenso, di cementare il patriottismo dei cittadini, o di escludere il nemico interno (brutto e cattivo come gli ebrei della propaganda nazista o i capitalisti raffigurati dai bolscevichi). Si tratta di un uso strumentale e distorto, spesso goffo, che tuttavia testimonia il valore socializzante della bellezza, la sua capacità di far stare insieme l'individuale e il collettivo, il soggetto e l'oggetto, l'uomo e la natura.

MONUMENTO AI CADUTI DI COMO



Oggi, nel tempo in cui la civiltà è per tanti segni in crisi, avanza da più parti l'esigenza di pensare la politica anche in termini di concretezza e di bellezza.
Piuttosto che essere un tema politico all'ordine del giorno, la bellezza esprime ancora la speranza, e l'esigenza, che il singolo, la società e la natura possano veramente riconciliarsi.
Tra i pensatori contemporanei, Mario Perniola, professore di Estetica presso lUniversità di Roma Tor Vergata, afferma, con un pizzico di polemica: La bellezza sembra più popolare, più connessa con il sentire delle masse di quanto non sia la verità o la virtù. Ben pochi si curano della coerenza dei propri pensieri e ancor meno della purezza delle loro azioni, ma tantissimi si interrogano sulla avvenenza del loro volto e del loro corpo, affollano palestre, comprano cosmetici, intraprendono ferree diete, ricorrono addirittura alla chirurgia plastica per diventare più belli ed attraenti. La bellezza sembra in grado di fornire, per così dire, un aggancio tra le masse e il sapere.
Al culto della bellezza personale non corrisponde affatto non dico un interrogativo, ma nemmeno una curiosità intorno a cosa è il bello: le moltitudini estetizzanti ritengono di saper benissimo come devono fare per diventare più belle e di non avere nulla da imparare di utile dai filosofi su questo argomento. Dal loro punto di vista, non si può dire che abbiano torto.
Il rapporto tra nozione di bellezza e le moltitudini estetizzanti passa attraverso una patologia sociale, ben nota e studiata da decenni, che si chiama narcisismo. Il suo aspetto caratteristico è il primato dell'immagine sulla realtà: dal momento in cui l'elaborazione dell'immagine e il suo controllo diventa preoccupazione fondamentale, cade ogni possibilità di astrazione e di pensiero critico. Infatti il narcisismo non è affatto amore di sé: lo spostamento verso la propria immagine si effettua al prezzo di un totale annullamento della vita individuale e della sua realtà.

Quindi come definire il concetto di bellezza?

Dato che sulla bellezza si pensa e si scrive da duemila e cinquecento anni - continua Perniola - solo un ingenuo può credere che alla domanda sulla sua essenza si possa rispondere con una definizione o con una formula. Occorre invece adottare un approccio connessionistico, cioè porre la questione della bellezza all'interno dell'orizzonte estetico . L'esistenza di questo dipende dall'esistenza simultanea di quattro elementi: il bello, l'arte, la filosofia e lo stile di vita esemplare. Innanzi tutto non mi sembra si possa parlare di orizzonte estetico se manca l'idea di uno degli elementi indicati. Un mondo in cui si è completamente ignari delle coppie antinomiche bello-brutto e arte-non arte, è estraneo all'orizzonte estetico.
Parimenti un mondo in cui il posto della filosofia è stato preso interamente dalla tecnica ha soppresso l'orizzonte estetico. Infine la mancanza di modelli di vita esemplare impedisce il sorgere dell'ammirazione, la quale costituisce la più potente leva del coinvolgimento estetico. Solo nel Settecento, con il movimento neoclassico, i quattro elementi sono andati d'accordo tra loro. Ritengo quindi più proficuo considerare l'orizzonte estetico come un campo in cui quattro contendenti (il bello, l'arte, la filosofia e lo stile di vita esemplare) si fronteggiano, confrontano e si affrontano tra loro. L'orizzonte estetico non è quindi un luogo di pace ed armonia; esso è invece caratterizzato da un dinamismo permanente che di tanto in tanto si manifesta in aperti conflitti, ma che è sempre attraversato da tensioni ed attriti.

Antonio Canova, Paolina Borghese, 1804-1808.

Massimo Cacciari , noto professore di Estetica allUniversità di Venezia, ha rinominato, in via del tutto personale, l'orizzonte estetico come Isola della Bellezza. E così la definisce: Eunisola tremenda che cerca di separarci, che ci inquieta, è quindi un luogo che non ha niente a che fare con la felicità perché è pieno di contrasti. Si cerca di evadere ma non si trovano risposte e la bellezza diventa un elemento difficile da comprendere. E' assurdo parlare di bellezza come perfezione in senso generale. Le rivoluzioni che si sono succedute nella storia ci hanno allontanato dall'idea di ordine, proporzione e armonia. Il bello è all'interno del contesto, bellezza è individualità e indistinguibilità . L'Isola della Bellezza di Cacciari è ben confinata e, grazie all'estetica, ha dato grandissimi risultati soprattutto nelle opere d'arte e nei capolavori classici, gli unici capaci di dialogare con il proprio tempo.

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