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IL FOTODANNEGGIAMENTO

I PERICOLI DELL'ABBRONZATURA

A cura di Leandro Carollo


L’apparato cutaneo rappresenta il tramite di correlazione dell’organismo con l’ambiente esterno. Oltre a rivestire il corpo, la cute ha un’ampia gamma di funzioni: dalla protezione dei traumi alla termoregolazione, alla impermeabilizzazione e conservazione dei fluidi corporei. Svolge un ruolo determinante nell’assorbimento dei raggi ultravioletti e nella produzione di vitamina D. Costituisce una barriera verso i batteri patogeni ed adempie la funzione di raccogliere gli stimoli sensoriali.

La pelle si divide in due strati: l’epidermide ed i suoi annessi ed il derma con il sottostante pannicolo adiposo (ipoderma ).

Diversi sono i fattori che interessano il colore della nostra pelle: i carotenoidi , l’emoglobina e la melanina.

  • I carotenoidi hanno colorazione variabile tra il giallo e il rosso; tra questi vi sono il carotene, il retinolo, la vitamina A, e la zeaxantina. Li possiamo trovare nel derma e nel sottocute.
  • L’emoglobina contenuta in piccoli vasi del derma.
  • La melanina è il pigmento responsabile dell’abbronzatura , la sua formazione sotto lo stimolo dei raggi ultravioletti, è condizionata dalla presenza di altri aminoacidi come la tirosina, il triptofano e la fenilalanina che sono abbondanti nel latte, nella farina di frumento, di mais e girasole. Essa viene prodotta dal melanocito.


Quindi il normale colore della pelle dipende in gran parte dal tipo di pigmenti melaninici ed in particolare dalla quantità, dimensione, distribuzione e degradazione dei melanosomi.
Esistono due gruppi di melanine: le eumelanine (nere e brune) e le feomelanine (gialle e rosso-brune); in base alle quali si determinano i 5 colori di cute e capelli umani: nero, bruno, rosso, giallo e bianco (in assenza di melanina). Particolare attenzione merita quindi la melanina, infatti, ad essa è affidata la funzione di proteggere la cute dall’aggressione delle radiazioni solari, agendo come filtro nei confronti di tutte le lunghezze d’onda della luce. E’ forse il più importante meccanismo di difesa dell’organo pelle nei confronti del cosiddetto invecchiamento fotoindotto o photoaging.

A richiamare l’attenzione sul fotodanneggiamento è proprio la comparsa di macchie o discromie cutanee . Si tratta di disturbi della pigmentazione generale o locale. Distinte in due gruppi:


  1. Le macchie scure cioè le ipercromie o ipermelanosi, caratterizzate da incremento di melanina;
  2. Le macchie chiare cioè le ipocromie, ipomelanosi o leucodermie, contraddistinte da assenza di pigmento nella cute che appare bianca o più chiara del normale colorito.

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Le discromie (sia iper che ipo) possono essere la conseguenza di diverse patologie di origine genetica o ambientale. Esempi di ipercromie genetiche sono le lentiggini, le efelidi, alcune sindromi o ipermelanosi ereditarie di tipo nevico. Esempi di forme acquisite sono le macchie indotte da alcuni farmaci, da processi infiammatori, malattie sistemiche, endocrine, o situazioni ormonali anche fisiologiche (gravidanza, ciclo mestruale o assunzione di contraccettivi orali). Il cosiddetto melasma (o cloasma), tipica ipercromia a carico di guance, labbro superiore, fronte e mento, spesso bilaterale, si osserva appunto soprattutto nelle donne, ed addirittura può essere ritenute fisiologica in gravidanza. La causa più comune di fotodanneggiamento è tuttavia l’esposizione solare, specie se prolungata, incauta e priva di protezione, alla luce solare e/o a varie fonti di radiazioni UV (per esempio le docce solari) . Anche la vitiligine rappresenta un disordine della pigmentazione acquisita ma non del tutto ancora ben conosciuta. Le possibilità terapeutiche oggi sono numerose: dal visagismo e cosmetic-camouflage al drenaggio linfatico, dai soft peeling alla biostimolazione intradermica, dall’impianto di fillers (collagene, acido jaluronico)alla diatermochirurgia programmata ai laser, ecc.

Per il fotodanneggiamento, soprattutto nelle ipercoromie legate alla fotoesposizione e nei fototipi a rischio, è fondamentale la prevenzione , ovvero la fotoprotezione continuativa. Inoltre è importante prima di effettuare qualsiasi termoterapia effettuare un esame con la luce wood per determinare la profondità di localizzazione (dermica o epidermica) del deposito anomalo di pigmento. Infatti, più profonde sono le macchie più difficilmente scompariranno e sono solite ripresentarsi. Fra le terapie tuttora più usate vi è il ricorso a cosmetici depigmentanti (per esempio idrochinone, acido azelaico, acido kojico e acido ascorbico), ovvero molecole chimiche, applicate localmente, capaci d’interferire nei diversi stadi della sintesi biologica della melanina. Sono molto utilizzati i peeling chimici, soprattutto i soft peeling ovvero metodiche di esfoliazione accelerata a differenti profondità mediante applicazione di agenti chimici caustici sulla superficie cutanea: in particolare acido glicolico ( a differenti concentrazioni 30%, 50%, 70%) e TCA (acido tricloroacetico al 10% e 30%); efficace è anche l’acido retinoico, derivato dal metabolismo della vitamina A, un vero e proprio ri-programmatore cellulare in grado di schiarire l’epidermide e migliorare i segni clinici del fotodanneggiamento. La dermoabrasione meccanica, la diatermochirurgia o il laser-resurfacing possono rappresentare a volte soluzioni necessarie in caso di danni profondi o particolarmente resistenti alle terapie fin qui elencate.

I PERICOLI DELL'ABBRONZATURA


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