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25 April 2017


E c'è anche la Teatroterapia

A cura di Alberto&Alberto

Scrivevo, tempo fa, del teatro leggero e del divertimento che esso riesce ad offrire praticamente da secoli, grazie all'arguzia e alla perizia di tanti commediografi.

Da qui, mi sono incuriosito su un altro aspetto del teatro, ovvero la possibilità di utilizzare la rappresentazione e la recitazione come mezzi per raggiungere l'equilibrio interiore, e quindi il benessere.

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L'insieme degli interventi che partono dal teatro per costruire un percorso di prevenzione del benessere, educazione, integrazione e cambiamento si chiama Teatroterapia, una delle discipline della più ampia Arteterapia.

Ne ha scritto su benessere.com, in modo chiaro ed esaustivo, la psicologa Monica Monaco ed è dal suo testo che attingo per entrare un po' nello specifico della disciplina.

La Teatroterapia, secondo la definizione che ne offrì Walter Orioli, pioniere della disciplina e autore di alcuni volumi sull'argomento è "la messa in scena dei propri vissuti, nel contesto di un gruppo, con il supporto di alcuni principi di presenza scenica che derivano dall’arte dell’attore."

Si tratta, in pratica, di un uso terapeutico della recitazione per cui l'"attore", nel momento in cui recita, riesce ad esprimere delle parti di se stesso che tende normalmente a rifiutare o nascondere nella vita reale fino a "gettare via la maschera", ovvero accedere alla propria, vera identità.

Fondamentale, nella Teatroterapia, è la modalità di gruppo per cui ciascuno è lasciato libero di esprimersi, senza essere giudicato sia verbalmente che non, in modo tale da attivare una comunicazione interiore e nello stesso tempo relazionarsi con gli altri.

Il percorso è strutturato in tre tappe: la prima, chiamata "processo primario pre-espressivo" è costituito da esercizi di movimento, contatto, vocalizzazione, senza un vero testo da interpretare ma immergendosi già in un contesto che permette di prendere coscienza di sè. Si passa poi al "processo secondario espressivo" per cui si costruisce un personaggio a partire da alcune sperimentazioni che comprendono anche la simulazione di oggetti o animali. Infine vi è il "processo terziario post-espressivo" che prevede un vero e proprio allestimento scenico in cui prendono forma compiuta quelle che fino a quel momento erano state solo improvvisazioni.

I contesti di applicazione della Teatroterapia, conclude la Dott.ssa Monaco, possono essere i più diversi: da quello a scopo preventivo ed educativo finalizzato a sostenere la crescita personale, la conoscenza e il potenziamento di parti di sé e della propria personalità; a scopo riabilitativo, indirizzato a tipologie di persone come i detenuti, gli ex carcerati, i tossicodipendenti così come anche coloro che hanno avuto seri problemi di ordine medico o psicologico fino agli anziani che, attraverso la Teatroterapia, hanno la possibilità di mantenere attiva la memoria verbale e motoria e infine c'è l'ambito più specificatamente terapeutico ove si offrono la possibilità di integrazione tra parti sane e parti malate, alla scoperta della propria autenticità che non è stata intaccata dalle nevrosi, dai disturbi borderline o da forme di autismo.

Per citare il titolo del testo della Dott.ssa Monaco, la Teatroterapia è "il benessere in scena", un modo anche divertente e stimolante di prendersi cura di se stessi.


18 April 2017


Via ai picnic, con allegria e benessere

A cura di Alberto&Alberto

Tempo un po' incerto, in questa primavera, ma spero proprio di non dover rinunciare ad almeno un picnic.

Non sarò certo il solo: tra "Pasquetta" (che era ieri, vabbè) e le altre festività di questi giorni, c'è da scommettere che saranno davvero in tanti a riversarsi su prati e ville urbane armati di panini, plaid, palloni e thermos. Alcuni si attrezzeranno meglio, con tavolini e seggiolini da campeggio, la pasta cucinata la sera prima (e quindi adeguatamente servita con piatti e posate, di plastica ma non necessariamente), bevande per tutti i gusti e radio al seguito, più o meno come si fa anche in spiaggia (ma senza l'anguria!). Altri ancora si vorranno aggiudicare di buon'ora uno spazio in quelle aree attrezzate come ce ne sono tante fuori città, in cui poter grigliare bistecche, salsicce ed altre prelibatezze.

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Il mio sarà un picnic meno "professionale" ma non per questo meno soddisfacente (almeno lo spero). Si va a trascorrere una giornata all'aria aperta, in pace ed allegria, e il pensiero su cosa portare con me non è mai stato prioritario ma non nego che, all'ora di pranzo, è bene non trovarsi impreparati. E di fare in modo che le bevande restino moderatamente fresche (e dunque non dimenticare la borsa termica e il relativo ghiaccio).

Il vero augurio che mi faccio e che faccio a tutti, a parte il bel tempo, è quello di trovare vicini di picnic rispettosi delle regole di buona convivenza e dell'ambiente che ci ospita. Spero di non essere costretto ad ascoltare le telefonate altrui, di non essere infastidito dalle suonerie dei cellulari, di non essere colpito da un pallone proprio mentre mi sono sdraiato e aver socchiuso gli occhi, che i proprietari dei cani siano attenti ai loro animali perché non si avventino sul mio pranzo e che tutti abbiano portato con sé delle buste ove gettare i rifiuti (da non dimenticare sul prato a fine giornata, please).

Il "galateo" del picnic comprende tutto questo e poco più. Si raccomanda il fair play con le persone che ci sono accanto, offrendo anche loro disponibilità in caso di bisogno (il caso del cavatappi dimenticato a casa è un 'classico'). Si raccomanda di vestirsi in modo comodo, di non accendere fuochi, di rispettare la natura, di non gettare a terra i mozziconi delle sigarette (e - aggiungo io - se proprio si deve fumare accertarsi che il vento non soffi nella direzione delle persone che ci sono vicine).

Se poi si è particolarmente esigenti in termini di alimentazione, si potranno cercare ricette e suggerimenti sul web riguardo alle pietanze più adeguate alla circostanza. Piatti freddi, dolci (che siano comodi da trasportare) ma anche piatti elaborati che rispondano però alla specificità dell'evento: ho fatto anch'io una rapida ricerca e c'è davvero di che sbizzarrirsi.

Ah, dimenticavo, ma questa è una considerazione personale: se si vuole leggere, meglio un buon libro che un quotidiano; è quasi matematico che una folata di vento, anche piccola, ne sparlargli le pagine per ogni dove, costringendoci a fatocose gimkane. E poi il picnic è un momento prezioso di socialità: non mi negherò quindi a qualche gioco campestre (se vi serve, le regole del rubabandiera le ho riassunte proprio in questo blog lo scorso anno le ritrovate qui, darò qualche calcio al pallone (facendo molta attenzione, vedi sopra) e soprattutto lascerò che lo sguardo si perda tra il verde e l'orizzonte, pensando a quale bene prezioso ancora ci appartiene!

Il tutto, se possibile, a debita distanza dalle formiche. Guardate sotto:


11 April 2017


Que viva il rugby!

A cura di Alberto&Alberto

Non sono mai stato ad una partita di rugby. Me ne è mancata l'occasione ma non appena capiterà non mi tirerò indietro. Magari ci capirò poco o nulla (le regole non sembrano molto facili, specialmente per un neofita come me) ma mi sento ben disposto nei confronti di una disciplina che unisce agonismo, fisicità e spettacolo a lealtà, rispetto e correttezza (sia da parte dei giocatori che del pubblico), qualità che scarseggiano da diversi anni nel nostro sport più seguito, il calcio.

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Le cronache del lunedì, relativamente al gioco nazionale del pallone, ci raccontano regolarmente di beghe di varia natura, di contestazioni da parte dei tifosi, di stilettate tra un giocatore e l'altro, tra allenatori, giornalisti e "opinionisti" più o meno esperti della materia. Vi è poi un contesto più sotterraneo, ma a mio avviso ancora più preoccupante, costituito dal calcio giovanile o dilettantistico dove capita di assistere a conflitti tra giocatori, allenatori, genitori e spettatori, con degenerazioni che riflettono gli aspetti peggiori della natura umana, tanto più se rapportati ad una disciplina sportiva, nel senso nobile del termine.

Mio figlio maggiore gioca a calcio, ormai da diversi anni. E negli anni, assistendo alle sue partite, ne ho viste di tutte: genitori che inveiscono contro i figli, figli che inveiscono contro gli arbitri o contro i loro stessi compagni, allenatori che inveiscono contro giocatori, contro gli altri allenatori e contro gli arbitri, e così via, in un turbinio di male parole, di gesti offensivi, giù giù fino allo scontro fisico e talvolta davvero violento.

Tutto questo nel rugby non accade, anzi. I bambini crescono praticando questo sport in allegria, nonostante i contatti fisici talvolta anche duri che devono affrontare. Principi e regole del rugby sono note per la loro rigidità ma vengono rigorosamente osservate dai giocatori ad ogni età. E il pubblico non è da meno: le contestazioni sono rarissime, la regola è divertirsi, accogliere l'avversario e seguire attentamente il gioco, osservando il silenzio quando richiesto per la concentrazione del giocatore.

E poi c'è il famoso Terzo Tempo, il dopo partita che le due squadre trascorrono insieme, tra giocatori, allenatori, staff (talvolta anche le loro famiglie), in un'atmosfera di grande allegria e socializzazione. Un'antica consuetudine del rugby (così come l'immancabile presenza di grandi quantità di birra) che qualcuno ha cercato di introdurre - invano! - anche nel calcio.

Non c'è da stupirsi, quindi, che il rugby stia conoscendo una fortuna sempre crescente, cui corrispondono anche i buoni risultati della nostra squadra nazionale. Anche i genitori hanno saputo vincere la resistenza verso un sport che anni è stato associato al rude combattimento e che invece, come si può leggere su benessere.com insegna a "correre, saltare, lanciare, afferrare, cadere, rotolarsi, coordinarsi con compagni, avversari ed oggetti che si trovano a 360° attorno a noi, ma anche sopra di noi. In ogni momento il praticante deve sapere dove si trova rispetto agli altri e rispetto al campo di gioco. Grinta, spirito di squadra, lavoro di gruppo ma anche esaltazione dell’individualità e necessità di assumersi le proprie responsabilità." Un vero vademecum per una vita di benessere, si direbbe.

Nel video che posto qui sotto due campioni di rugby, Salvatore Perugini Aironi e Fabio Ongaro, raccontano in modo simpatico e divertito la tradizione del Terzo Tempo (occhio - anzi orecchio! - alla fantastica battuta finale!).


04 April 2017


benessere a sette note e quattro zampe

A cura di Alberto&Alberto

Trovo, con una certa regolarità, articoli o notizie sul rapporto tra la musica e gli animali. Segno che c’è sempre qualcuno che ha tempo, conoscenza e spiccato interesse a studiare una relazione in vista di possibili utilizzi non bene specificati. Ricordo che molti anni fa già si parlava di come, diffondendo la musica classica negli allevamenti, le galline producessero più uova, le mucche più latte e i polli ingrassassero di più. Ma scoprire che un cane predilige la musica reggae al rock’n’roll quali benefici apporta? L’unica risposta possibile è: giova al benessere dell’animale.

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Deve essere con questo spirito, quindi, che un ente scozzese a difesa degli animali, unitamente ad alcuni studiosi dell’Università di Glasgow, hanno intrapreso una ricerca per scoprire quali generi musicali siano più amati dai cani. Gli ospiti a quattro zampe di una struttura sono stati sottoposti all’ascolto di brani di diverse generi e sono state osservate le loro reazioni. Il Prof. Neil Evans, docente di fisiologia all'istituto di biodiversità, benessere degli animali e medicina comparata dell'Università di Glasgow (ebbene sì, esiste una facoltà siffatta) ha quindi reso noto che i cani hanno avuto comportamenti particolarmente positivi in concomitanza con l’ascolto di musica reggae e soft rock. A partire da queste conclusioni, sono state approntate compilation ‘ad hoc’ da diffondere in alcuni canili scozzesi.

Su un sito specializzato in cani, trovo i risultati di un’altra ricerca, stavolta condotta da una comportamentista animale, Deborah Wells. Secondo la studiosa, la musica classica ha il potere di calmare e rilassare i cuccioli che invece sembrano respingere la musica pop e, più in generale, la musica emessa dalla radio. L’effetto rilassante sembrerebbe inoltre amplificato dall’abbinamento con i suoni della natura, tipo cinguettio di uccelli o il suono dell’acqua che scorre in un fiume.

Il tema è stato affrontato anche da una musicista statunitense, Alianna Boone, che ha scoperto come l’ascolto del suono dell’arpa provocasse nei cani un abbassamento della frequenza cardiaca e quindi stimolasse una condizione di rilassamento. L’esperimento è stato condotto in una struttura di ospedalizzazione di cani ed ha avuto come risultato anche una evidente accelerazione nella ripresa dello stato di salute dei cani ammalati.

Altri studi hanno evidenziato come i cani siano infastiditi dal suono degli strumenti a percussione e che non amino ascoltare la parola “No” nei testi delle canzoni. I nessi sono chiari: tamburi e piatti possono ricordare altri suoni invisi ai cani come lo sparo di una pistola o i fuochi d’artificio, il “No” viene associato al rimprovero umano.

Particolari fenomeni che sono stati osservati nei cani è la loro tendenza ad ululare quando ascoltano della musica prodotta da strumenti a fiato (in particolare sassofoni e clarinetti), o un coro umano o, ancora, una nota prolungata di violino.

Lo studio più accreditato sulla relazione tra cani e musica lo si deve ad un’altra musicista statunitense, Lisa Spector, autrice del libro “Through a Dog's Ear (“Attraverso le orecchie di un cane”) così come di una serie di CD destinati proprio all’utenza canina. La Spector ha concepito le sue composizioni partendo dagli studi di psicoacustica dell’otorinolaringoiatra francese Alfred Tomatis (autore a sua volta di un metodo che benessere.com ha descritto in un articolo dedicato), per ottenere brani che avessero effetti positivi sugli animali, tenendo anche conto della loro particolare sensibilità acustica.

La Spector non è stata la sola a produrre musica ‘ad hoc’ per i cani, ai quali (insieme ai gatti) sono state addirittura dedicate delle stazioni radio. Ed esistono anche ‘App” che offrono musica specifica non solo per cani e gatti ma anche per cavalli e uccelli.

Vi è infine la possibilità che sia il cane stesso a produrre musica. In Rete vi sono decine di esempi. Posto qui il primo che ho trovato.


28 March 2017


La musica più allegra? Quella triste!

A cura di Alberto&Alberto

No, il post di oggi non si vuole contrapporre ai diversi miei interventi del passato su quale possa essere la musica più allegra da ascoltare. Perché, come leggerete, tra musica allegra e triste non esiste vera contrapposizione. Non in termini di emozioni.

Leggo stamattina di una ricerca pubblicata sulla rivista Plus One e che ha come oggetto la musica triste e le reazioni che essa può suscitare. Condotta su un campione multietnico di intervistati, la ricerca ha dato risultati che qualcuno potrebbe trovare sorprendenti: solo il 44% delle persone associa l’emozione della tristezza alla musica triste. Viceversa, il 76% evoca l’emozione della nostalgia e il 57,5% la tranquillità. Seguono la tenerezza (il 51,6%), la meraviglia (38,3%) e persino la gioia (6,1%).

Certo che allegria o tristezza hanno degli ampi margini di discrezionalità, tanto più se legati a diversi gusti rispetto alle espressioni artistiche. Ovvio che una musica non può suscitare le stesse emozioni in tutti, ma è emblematico che il concetto di tristezza, associato alla musica, acquisisca significati diversi da quello che gli viene imputato tradizionalmente.

La suddetta ricerca viene citata in un blog nel quale si osserva come la tristezza sia dolore psicologico, depressione, stanchezza, frustrazione, senso di isolamento, perdita di qualcuno o qualcosa. La musica triste, invece, può essere piacevole, può trasmettere sollievo, pace, benessere e farci percepire uno stato di profonda bellezza.

Prima della ricerca citata, il fenomeno era stato già oggetto di uno studio pubblicato lo scorso anno sulla rivista Frontiers in Psychology e condotto da un team della Durham University capitanato da Tuomas Eerola. Lo studio si concentrava soprattutto su quelle risposte che testimoniavano il valore positivo della commozione all’ascolto di una musica triste, poiché liberatoria e dunque piacevole.

Altro aspetto ricorrente in coloro che reagiscono positivamente all’ascolto di una musica triste, è quello di essere più empatici degli altri. E l’empatia, ha osservato Tuomas Eerola, è un sentimento appagante, anche se si può trattare semplicemente di “biochimica”. “Triste ma piacevole” è stata la risposta della maggior parte delle persone chiamate a indicare il loro stato emotivo e fisico dopo aver ascoltato il brano strumentale “Discovery of the Camp” di Michael Kamen, dalla colonna sonora del serial tv “Band of Brothers”. E coloro che invece lo hanno trovato veramente triste, sono le stesse che nella vita provano difficoltà ad entrare in sintonia con gli altri.

Mi chiedo se un risultato così a favore della musica triste, sarebbe stato lo stesso se agli intervistati fosse stato sottoposto il brano che, secondo un sondaggio realizzato dalla BBC, è considerato il più triste di tutti i tempi: si tratta di “Dido’s Lament” (“When I am laid in earth”) del compositore inglese del ’600 Henry Purcell. Tanto triste, sì, ma quanto amato e quante diverse esecuzioni ha conosciuto. Anche in questo caso, si può davvero parlare di tristezza?


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