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06 maggio 2013

El(i)ogio degli Elii

A cura di Alberto&Alberto

Domani, 7 maggio, esce il nuovo album di Elio e le Storie Tese. Lo so: da anni il termine 'album' è diventato una prerogativa solo dei puristi e dei collezionisti, ma a me piace ancora chiamarli cosi. Tanto più che il nuovo lavoro del gruppo milanese si intitola, facendo il verso ad un celebre disco dei Beatles, "Album Biango". Ne ho già ascoltato alcune tracce in anteprima, oltre ai due brani che hanno presentato a Sanremo qualche mese fa, e posso garantire che è all'altezza delle aspettative. Le mie, quanto meno.

La prima volta che ho ascoltato gli Elii dal vivo (noi fans li chiamiamo così) fu a Roma, credo fosse il 1990, in una tendostruttura che si trovava nel quartiere dell'Eur. Fino ad allora li avevo intravisti solo in televisione, nella trasmissione "Lupo Solitario" andata in onda un paio di anni prima. Non mi avevano impressionato. Non sembravano più che dei cabarettisti e alla loro musica non avevo neppure fatto molto caso. Ma quel concerto fu una folgorazione: grazie anche all'abilità del cantante nello scandire bene tutte le parole dei testi e renderli quindi comprensibili, mi sono sorpreso a ridere a crepapelle per l'intera durata del concerto. Una cosa che non mi era mai capitata. Ma mi sarebbe capitata ancora, tornando più e più volte ai loro concerti, anche con i miei figli che li adorano.

Ricordo che nei giorni successivi a quella prima volta mi sono procurato il loro primo Lp appena uscito e che, in barba alle leggi del mercato, aveva un titolo che immaginate di averlo dovuto chiedere al negoziante: "Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu"!
Testi alla mano e con ascolti ripetuti, ancora tante risate e la conferma di un'ironia capace di non risparmiare niente e nessuno pur senza mai essere offensiva. Giochi di parole abilissimi: in "John Holmes", dedicato al celebre porno attore (!) Elio canta: 30 centimetri di dimensione artistica/su di ciò la critica è concorde/nel ritenermi sudicio". In un altro brano affrontavano un tema che non avresti mai pensato potesse ispirare una canzone ("Cassonetto differenziato per il frutto di peccato", un titolo che è tutto un programma) o in un altro ancora elencavano diligentemente tutti i rifiuti corporali ("Silos").

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Il secondo album - uscito due anni dopo - era se possibile anche migliore del primo (e il titolo ancora più impronunciabile: "Italyan, rum casusu çikti"). Mi apparve definitivamente chiaro che gi Elii, oltre a scrivere testi che rasentavano la genialità, erano dei musicisti estremamente dotati tecnicamente e ispirati dal punto di vista compositivo, capaci di destreggiarsi tra i generi più diversi e di fare un uso creativo e a tratti sorprendente della tecnologia. In quell'album c'era la loro prima canzone di successo, "Pipppero" per la quale avevano registrato e poi 'campionato' nientemeno che il coro femminile della tv di stato bulgara, già protagonista di un paio di album che circolavano da qualche tempo tra i musicofoli più raffinati ("Le Mystère des Voix Bulgares").

Anche con i testi si stavano superando, moltiplicando i riferimenti alla cultura popolare degli anni '70, qualche anno prima della catalogazione revival decisamente più 'mainstream' di Fabio Fazio e Claudio Baglioni e della loro "Anima mia". Mi sono davvero divertito (e mi diverto ancora) a riconoscere quei segni della mia adolescenza: i borselli da uomo ("Uomini col borsello", guest star un insospettabilmente ironico Riccardo Fogli, antica voce dei Pooh), il comico del cinema muto Ben Turpin (riscoperto proprio da una trasmissione tv degli anni '70, come ho già ricordato in un precedente post), e tanto lessico dell'epoca, da 'cingomma' al posto di chewing gum, a 'matusa' (con cui peraltro, faccio ancora personalmente e quotidianamente i conti), limonare. Fino ai miei prediletti artifizi per evitare le 'parolacce' nei momenti d'ira ('vaffancuore').

Qualcuno potrà rubricare tutto questo (e altro) come 'cazzeggio' (mi si passi il termine a smentita di quanto prima). Non è assolutamente così. Ci sono sapienza e intelligenza in buona parte del repertorio - oggi assai congruo - di Elio e le Storie Tese - tanto sul piano dei testi che della musica. E anche del lodevole rigore, tanto che quando furono definitivamente consacrati al successo popolare con il trionfo del secondo posto al Festival di Sanremo (ma dovevano essere i vincitori) lo furono non perché avevano snaturato la loro proposta in nome del consenso ma perché il grande pubblico li aveva semplicemente - e direi anche miracolosamente - capiti. Ciò che è accaduto a distanza di 17 anni, quando hanno portato a Sanremo la loro geniale "Canzone mononota" e in tempi (ahinoi perduranti) di banalità musicale hanno nuovamente conquistato pubblico e critica (e un ulteriore secondo posto) senza abdicare alla loro originalità, anzi, con una canzone più ardita di quella precedente.

Nel frattempo, gli Elii non hanno mai riposato sugli allori di un meritato successo ma hanno proseguito a mantenere sempre alta la qualità della loro musica e dei loro testi.

Ricordo l'emozione che mi colpì la prima volta che ascoltai una delle loro canzoni che sarebbe poi diventata uno dei loro cavalli di battaglia nelle esibizioni dal vivo, "Tapparella", contenuta dell'album "Eat the Phikis" del 1996 (quello che in copertina raffigura uno squalo con l'apparecchio odontoiatrico!). Qui il divertimento provocato dal testo interlocutorio  - un adolescente dialoga con un gruppo di compagni di scuola che lo respingono ad una festa -, si sposa con una base musicale che inizia con un giro di chitarra nello stile di Jimi Hendrix e termina con una citazione di "Impressioni di settembre" della Premiata Forneria Marconi. Ebbene, questa canzone mi ha tanto divertito quanto commosso perché, pur nell'ironia e nell'iperbole, riusciva superbamente ad evocare la mia adolescenza che evidentemente è stata anche la loro: vi si parla delle feste del sabato nel periodo della scuola media, tra tapparelle abbassate per ballare i lenti, il rito del gioco della bottiglia, le aranciate amare e la spuma come massime trasgressioni bevitorie. Una canzone, "Tapparella" che mi commuove, mi diverte ma che mi fa anche sentire bene, perché la percepisco come una condivisione con persone (gli Elii) che non conosco di persona ma che hanno vissuto le mie stesse esperienze e che sanno restituirmele come io meglio non saprei fare, seppure filtrate dall'ironia. Più recentemente ho provato la stessa sensazione con una canzone meno 'struggente', "Gargaroz" (dal cd "Studentessi" del 2008) ove si racconta di una madre che convince il figlio a sottoporsi all'asportazione delle tonsille nella prospettiva di mangiare tanti gelati (al limone!).

Sulla base di una bella versione 'live' di "Tapparella' (con qualche variazione rispetto al testo originale) gli Elii ne hanno tratto un video davvero spassoso.



Potrei scrivere ancora a lungo di Elio e le Storie Tese, magari sottolineando ancora la loro perizia di musicisti che ti rifanno alla perfezione un'aria di Rossini sul palco dell'Ariston o l'intricatissimo Frank Zappa in qualche locale underground o suonano con un mito come Carlos Santana uscendone a testa alta. Chissà, magari un giorno ci tornerò su. Concludo con dire che domani. 7 maggio, io acquisterò il Cd (quello vero, non quello 'impalbabile" in formato MP3) degli Elii e per un'oretta mi estranierò dal mondo, con in mano il libretto per seguire in religiosa attenzione i testi. Per dirla con un altro glorioso e talentuoso gruppo questo sì degli anni '70, il Banco del Mutuo Soccorso: Non mi rompete!


  • Tema: Allegria e benessere
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