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13 marzo 2018

Cacini, allegria al tempo del fascismo

A cura di Alberto&Alberto

"E chi ti credi de esse, Cacini?", si dice ancora a Roma. Il detto lo conoscevo, il personaggio in questione no. Eppure, a suo tempo, era popolarissimo; il tempo era quello tra le due guerre, l'epoca del fascismo ma anche del varietà e dell'avanspettacolo, forme teatrali che si svilupparono per offrire un po' di sana allegria nei tempi bui.

Trovo il nome di Gustavo Cacini in un libro appena letto, "A spasso nella Storia" di Max e Francesco Morini (Albeggi Edizioni, €12), una guida sui generis della Capitale, meglio dire una raccolta di storie e personaggi legati alla Città Eterna. E tra le varie storie e personaggi c'è anche quella di Gustavo Cacini, appunto, cui a Roma è intitolata anche una via nel quartiere periferico di Malafede.

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A Roma, Cacini c'era nato, il 31 dicembre 1890. E a Roma, egli legò tutta la sua carriera di attore comico. "Strabico, piccolo e un po' gobbo, con un fisico mingherlino su cui per contrasto aveva costruito un personaggio di bullo smargiasso che si vantava di imprese incredibili" scrivono i Morini. Viene da qui il modo di dire "E chi ti credi de esse, Cacini?". Lo si dice a chi millanta gesta fuori dalla sua portata, a chi "la spara grossa”, insomma.

Su Wikipedia leggo che Cacini usava presentarsi in scena indossando un frac lunghissimo su pantaloni che invece non arrivavano alle caviglie, sfoggiando così delle enormi scarpe. Ma aldilà della tenuta di scena, Cacini si caratterizzò per l'umorismo greve, pieno di doppi sensi, sempre pronto all'interazione con il pubblico. Quel pubblico che lo applaudiva e lo fischiava in egual misura e al quale è legato un episodio leggendario; non si sa quanto realmente accaduto, ma affascinò tanto Federico Fellini che lo ricostruì nel suo "Roma".

Sembra, cioè, che al termine di un’esibizione non particolarmente felice di Gustavo Cacini, l'attore venne bersagliato da uno spettatore nientemeno che con un gatto morto. E che il comico reagì pronto: "Pòra bestia… Ma nun era mejio che de sotto te ce buttavi te? E dopo va' a dar torto ar vicinato, che fa tutte quelle chiacchiere su tu' madre". Il tipico cinismo romano (sia nel gatto lanciato che nella risposta a tono), talmente spiccato che la popolarità di Cacini, come detto, non oltrepassò i confini dell'Urbe, segnando però la storia di teatri come l’Ambra Jovinelli e il Volturno.

Eppure c'è un altro celebre episodio legato a Cacini e stavolta di portata nazionale. L'attore usava aprire i suoi spettacoli con un’allegra canzoncina  che recitava: “La vita è comica presa sul serio, perciò prendiamola come la va…” su una musica da lui composta. Sennonché quella stessa musica fu ripresa pari pari dal musicista Mario Ruccione cui Renato Micheli aggiunse dei versi per la celebre marcetta fascista "Faccetta nera". Cacini non la prese bene, intentò una causa a Ruccione e incredibilmente vinse, con annesso risarcimento economico che gli consentì di vivere dignitosamente anche dopo il suo ritiro dalle scene, avvenuto nel 1945. Solo il cinema, poi, si ricordò di lui in un paio di occasioni: dopo essere già apparso in "L'ultima carrozzella" (1943) accanto al grande Aldo Fabrizi (ma, per ironia della sorte, nel cast c'era anche Mario Ruccione!) recitò anche in "Se fossi deputato" (1949) e in "Porca miseria" (1951).

Le suddette sono le uniche testimonianze di Cacini. Vana la mia ricerca di una sua qualsiasi immagine in Rete così come su YouTube di qualche documento filmato della sua arte comica; digitando il suo nome, appare solo la riproposizione da parte di Pippo Franco di una canzoncina, "Sanzionami questo" che di Cacini non era ma che ben rappresenta lo spirito della comicità da avanspettacolo dell'epoca, di cui Cacini fu Maestro e che oggi sono rimasti davvero in pochi a perpetuare.


  • Tema: Allegria e benessere
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