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23 gennaio 2018


L’allegria di un compleanno “social”

A cura di Alberto&Alberto

I social sono molto discussi per l’utilizzo talvolta improprio che se ne fa, come quello di diffondere le famigerate “fake news” o di denigrare e diffamare le persone.

Personalmente, come pure ho avuto modo di scrivere in passato, ritengo di fare un uso equilibrato del social che frequento - ovvero Facebook - attraverso il quale riesco ad avere notizie dei miei amici e conoscenti, rallegrarmi per i loro successi o anche partecipare ai loro stati d’animo, quali che siano.

Ieri, giorno del mio compleanno, ho avuto una nuova prova di quanto Facebook possa apportare qualcosa di buono nelle nostre vite: ho ricevuto una tale quantità di auguri, molti più che in passato (chissà perché…), da rallegrarmi l’intera giornata. Tanto più che tanti, ulteriori messaggi di auguri mi sono giunti via Messenger, Sms, Whats’Up e, naturalmente, qualche telefonata diretta sul mio cellulare. Auguri ne ho ricevuti anche via mail dalla compagnia di assicurazione e sul bancomat della mia banca, ma questa è un’altra storia…

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Prima dell’avvento dei social, gli auguri arrivavano certo ma con telefonate che non tutti avevano modo o tempo di fare. Tantomeno da quelle persone con le quali non c’era regolare frequentazione. Per non parlare dell’epoca in cui non c’erano anche i telefoni portatili e l’unico modo per ricevere una telefonata era quello di non muoversi da casa.

Questo per dire che i social possono far parte della nostra vita regalandoci anche qualche momento di benessere, come quello di essere connessi a persone che non si vedono abitualmente (e che magari vivono a grandi distanze, ho ricevuto auguri anche dal Kenya!) e che con un messaggio, seppure laconico, ti manifestano il loro affetto o comunque ti rivolgono un pensiero.

Mi ha strappato un sorriso, ancora stamattina, un breve video confezionato automaticamente da Facebook contenente alcuni dei messaggi di auguri che ho ricevuto, integrati in una simpatica animazione. E ogni polemica sull’invasività del mezzo, delle pubblicità martellanti e di intrusioni nelle nostre abitudini e nostri gusti beh… per una volta ho scelto di non pensarci e godermi il “mio momento”!


16 gennaio 2018


Altrimenti ci divertiamo

A cura di Alberto&Alberto

Ha regalato tanta allegria a diverse generazioni di spettatori, la coppia formata da Terence Hill e Bud Spencer. Interprete di film che ebbero anche un notevole successo all'estero perché permeati di un umorismo che non conosceva frontiere. Ma proprio perché rivolti al mercato internazionale, erano film realizzati con grande cura e budget di tutto rispetto. E fecero dei due interpreti delle vere e proprie star la cui popolarità giunge fino ai giorni nostri, ove Terence Hill segue a mietere record di ascolti televisivi con il suo "Don Matteo".

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La coppia più amata (e divertente) del cinema italiano, nacque in modo casuale, alla fine degli anni '60. Dei due, solo Terence Hill - al secolo Mario Girotti - era un vero attore, attivo fin dagli inizi degli anni '50 mentre Bud Spencer, già Carlo Pedersoli, era un ex campione di nuoto che usava apparire talvolta al cinema come comparsa. Galeotto fu il film "Dio perdona… io no!" (1967) di Giuseppe Colizzi, uno "spaghetti western": Girotti venne chiamato a sostituire il protagonista infortunato Peter Martell (alias Pietro Martellanza) e Pedersoli lo affiancò così per la prima volta. A lavorazione ultimata, intuendo il potenziale appeal internazionale del film, i produttori chiesero ai due attori di cambiare nome: Pedersoli scelse Bud Spencer in onore di Spencer Tracy e di una marca di birra, mentre Girotti optò per Terence Hill pensando al commediografo Terenzio.

Colizzi tornò a dirigere la coppia in altri due western, "I quattro dell'Ave Maria" e "La collina degli stivali", confermando il successo della coppia che divenne molto popolare in diversi paesi del mondo. Ma il bello doveva ancora venire: un regista, Enzo Barboni (meglio conosciuto come E.B. Clucher, lo pseudonimo anglosassone era all'epoca irrinunciabile) ebbe l'intuizione di inserire una variante comica all'interno dei meccanismi degli spaghetti western. E di mitigarne, in larga misura, la componente violenta: niente più sparatorie ma "scazzottate", niente più sangue ma solo qualche livido. La formula fu applicata per la prima volta in Lo chiamavano Trinità... (1970) e il successo fu ancora più eclatante di quanto non lo sia stato quello dei tre film precedenti interpretati dalla coppia. E che quest'ultima fosse entrata prepotentemente nel cuore degli spettatori di tutte le età, fu dimostrato dal successo ancora più travolgente che ottenne il seguito del film, "… continuavano a chiamarlo Trinità".

All'apice della popolarità corrispose anche l'apice dell'affiatamento della coppia, apparentemente male assortita e proprio per questo irresistibile: di bell'aspetto, sempre sorridente e scaltro Terence Hill; grosso, rissoso e burbero Bud Spencer. Le sequenze più esilaranti, e che da Trinità in poi caratterizzeranno tutta la loro produzione, sono quelle delle "scazzottate": molto ben coreografate, interpretate da alcuni dei più bravi "stuntmen" dell'epoca, richiamavano i cartoni animati (e come in quelli, vedevano i malcapitati rialzarsi in piedi dopo aver incassato ogni genere di colpi).

Desiderosi di esplorare nuove strade ma anche assistendo al declino dello spaghetti western che rischiava di riflettersi anche sulla sua variante comica, il duo volle cimentarsi con altri generi pur mantenendo intatte le dinamiche della coppia sullo schermo (improntate ad amore/odio) e i 'topos' che ormai erano diventati marchi di fabbrica, come appunto le "scazzottate".

Grande successo, quindi, anche per i seguenti "Più forte, ragazzi!" (1972), "…altrimenti ci arrabbiamo!" (1974), "Porgi l'altra guancia" (1974), "I due superpiedi quasi piatti" (1977), "Pari e dispari" (1978) e "Io sto con gli ippopotami (1979)". Complessivamente Terence Hill e Bud Spencer hanno girato insieme ben 18 film, la maggior parte dei quali divenuti "classici" e per questo riproposti regolarmente nei palinsesti televisivi.

Sono diventati un'icona di allegria condivisa a livello mondiale, celebrando l'estro, la fantasia e la perizia di cui è capace il cinema italiano.


09 gennaio 2018


Allegri con David Byrne

A cura di Alberto&Alberto

David Byrne è un artista statunitense. Nella metà degli anni ’70 ha dato vita ad uno dei gruppi più importanti della scena musicale cosiddetta “new wave”, i Talking Heads. Il gruppo è stato citato come una delle sue principali influenze da Paolo Sorrentino durante il suo discorso di ringraziamento per l’Oscar ottenuto con “La grande bellezza”. In precedenza, lo stesso Sorrentino aveva titolato un suo film come una canzone dei Talking Heads e vi aveva voluto David Byrne come attore.

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Dopo lo scioglimento dei Talking Heads, all’inizio degli anni ’90, David Byrne ha iniziato una brillante carriera solista. Nel frattempo aveva già vinto un Oscar per il suo contributo alla colonna sonora di “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci e aveva diretto un film, “True Stories” molto bene accolto sia dalla critica che da pubblico. Ne trasse anche un libro, il primo di una decina pubblicati ad oggi, tra cui un bellissimo e corposo saggio sulla nascita e lo sviluppo della musica, “Come funziona la musica”. Nella sua carriera ha fatto molto altro e in diversi campi: riassumerla tutta porterebbe via lo spazio che ci serve invece per segnalare la sua ultima iniziativa.

Da qualche tempo, David Byrne gira scuole ed istituti per una serie di incontri che ha voluto chiamare “Reasons To Be Cheerful”, ovvero “Motivi per essere allegri”, che in italiano suona anche un po’ ambigua visto il mestiere di compositore di Byrne. “Ho cominciato a guardarmi attorno” - ha dichiarato l’artista - “alla ricerca di cose incoraggianti, ovunque esse fossero. Se queste cose hanno dimostrato di funzionare, mi sono chiesto se potessero essere trasferite e adottate altrove, se potessero essere potenziate”. (…) “Ci sono tante cose incoraggianti che accadono nel mondo, cose che mi danno speranza e che mi piacerebbe condividere”.

Detta così, non si comprende un granché, ma presto ne sapremo di più. Perché “Motivi per essere allegri” è un progetto molto articolato, che prevede una piattaforma che incrocia i social media, un sito Internet, alcune canzoni dello stesso Byrne, suoi concerti e quelli di altri artisti.

Comunque si articoli il progetto, piace il concetto di base: scoprire e promuovere l’allegria, i modelli positivi, le buone notizie. Proprio come facciamo noi! Per comunione di intenti, quindi, mi impegno a monitorare lo sviluppo dell’iniziativa e darvene presto altre notizie in merito.

Intanto, posto qui uno “speech” dello stesso Byrne che illustra il suo progetto ad una platea di studenti.


02 gennaio 2018


Un nuovo anno di allegria e benessere

A cura di Alberto&Alberto

Il mio fioretto per il nuovo anno è regalarmi almeno un momento di allegria ogni giorno. Non è poi così difficile: l’allegria o il buonumore albergano in così tante cose (diverse, per ciascuno di noi ma c’è anche tanta allegria da condividere) che solo una ferrea volontà di sottrarvisi, li possono allontanare.

A chi è a corto di fantasia al riguardo, consiglio di trovare spunti su questo blog dove abbiamo evocato o raccontato personaggi, situazioni e suggestioni legate all’allegria e al benessere. Una risata ogni giorno o comunque un momento di buonumore non potranno che farci bene. Torniamo a vedere perché.

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Gli studi e le ricerche sulle correlazioni tra allegria e benessere sono tanti. Ce ne siamo già occupati nel maggio scorso ma oggi ne cito altri, nell’ordine in cui le trovo sul Web. Cominciamo da uno studio di un gruppo di ricercatori della Penn State University che dopo aver esaminato le reazioni a situazioni stressanti di 872 adulti sono giunti alla conclusione che sorridere, anche di fronte alle difficoltà, induce a una riduzione dei livelli di infiammazione presenti nell’organismo.

Al Center for Primary Care and Prevention del Memorial Hospital di Rhode Island, hanno studiato invece il nesso tra l’ottimismo e le malattie cardiovascolari. Chi affronta più positivamente le difficoltà della vita quotidiana, ovvero gli ottimisti, rispondono più facilmente, conclude lo studio, alla cura e alla prevenzione. Indagini analoghe sono state condotte dalla John Hopkins University. Il Direttore dello studio, Lisa R. Yanek: “Abbiamo dimostrato che un temperamento più felice esercita concretamente un effetto positivo sulla salute cardiaca con una riduzione di un terzo del rischio di eventi coronarici. Calo che per gli ottimisti a più alto rischio di patologie cardiache arriva al cinquanta per cento“.

Il buonumore è un toccasana per le più svariate situazioni di salute. Uno studio apparso sulla rivista scientifica Brain, Behavoir and Immunity ha dimostrato come il benessere psicologico sia un elemento molto utile a favorire la risposta ottimale al vaccino antiinfluenzale!

Infine: sapevate che l’allegria è contagiosa, molto più di quanto non lo sia la depressione? A dare fondamento scientifico all’assunto, una ricerca condotta dalla Manchester University and Warwick University, il cui obiettivo era capire come gli stati d’animo possano influenzare gli altri. Sono così giunti al risultato che avere molti amici con stato d’animo sano può dimezzare le probabilità di cadere in uno stato depressivo.


27 dicembre 2017


L’allegria nelle bollicine

A cura di Alberto&Alberto

Spumante o champagne? La preferenza degli italiani, portafogli permettendo, è sempre per il primo, un prodotto nostrano che può raggiungere vette di assoluta eccellenza. E che - con le sue bollicine - è da sempre sinonimo di festa e allegria, presenza immancabile sulle nostre tavole nelle festività (prima e dopo i pasti).

Il nome “spumante” proviene dalla spuma che si forma all’apertura della bottiglia, grazie all’anidride carbonica che non è stata aggiunta (anche se talvolta lo è) ma si è prodotta a seguito di un processo di fermentazione. Tecnicamente, è solo una categoria di vino, che può essere prodotto ovunque e con qualsiasi vitigno, a differenza del prosecco che può essere prodotto solo in certe zone e da certi vitigni.

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Il vino si ottiene con la fermentazione che trasforma gli zuccheri presenti nell’uva in alcool e anidride carbonica.  Spumante, prosecco e champagne, per diventare tali, vengono sottoposti ad una seconda fermentazione, utile a produrre la spuma.

I metodi sono due. Il metodo classico (o champenoise) consiste nell’introduzione, all’interno di un vino già in bottiglia, di zuccheri e lieviti per ottenere la rifermentazione. Il metodo Charmat (o Martinotti) è un procedimento per cui la rifermentazione del vino avviene all’interno di grandi recipienti chiusi, ovvero le autoclavi, in tempi più rapidi (e a minor costo) rispetto al metodo champenoise.

Secondo il grado di dolcezza dello spumante (in virtù della presenza di zuccheri) si avranno le qualità dry, extra dry, brut e extrabrut; le stesse varietà caratterizzano anche i prosecchi.

Lo champagne è più antico del prosecco, almeno nella forma con cui oggi lo conosciamo. La paternità del primo è attribuita a Dom Pierre Pérignon, un abate benedettino che nella metà del XVII secolo scoprì casualmente la rifermentazione con vino prodotto nella regione della Champagne, principalmente Pinot Nero. Ad inventare lo spumante (o “champagne italiano”, come fu chiamato in un primo tempo) furono invece i Fratelli Gancia e il Conte Augusto di Vistarino che nel 1865 importarono dalla Francia il Pinot Nero e da qui, con un procedimento diverso rispetto a quello francese, vi ottennero il prodotto.

Che preferiate l’uno o l’altro, auguri e… cin cin!


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