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12 dicembre 2017


Ci piace ‘o presepio

A cura di Alberto&Alberto

Te piace 'o presepio?” ripeteva Luca Cupiello al figlio Nennillo nella più famosa delle commedie del grande Eduardo De Filippo. Insieme all’albero addobbato, di cui ci occupammo due anni fa (ritrovate il post qui), l’allestimento del presepe è una tradizione cui pochi rinunciano, se non per motivi di spazio. Anche quest’ultimo problema, però, può essere superato: in commercio vi sono presepi di tutte le dimensioni, anche piccoli e compatti e con minime dotazioni. Un incoraggiamento, quindi, a non privarsi del buonumore che evoca una tradizione che data dal Medioevo e che è intimamente legata al nostro Paese.

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Come tutti sappiamo, il presepe tradizionale riproduce plasticamente la nascita di Gesù, così come viene raccontata dai Vangeli. I suoi elementi irrinunciabili sono il richiamo alla grotta o alla capanna di Betlemme, il bue, l’asinello, Giuseppe, Maria e la mangiatoia dove la notte del 24 dicembre andrà posto Gesù Bambino. Presenze importanti ma non indispensabili sono i re Magi, i pastori, le pecore, gli angeli e altri personaggi secondo le tradizioni locali.

Sulle origini del nome, non tutti gli studiosi sono d’accordo. La tesi più accreditata è che derivi dal latino “praesaepe”, che vuol dire mangiatoia. Sulla prima rappresentazione della natività, invece, sembra che tutto ebbe origine quando San Francesco d’Assisi chiese ed ottenne da Papa Onorio III il permesso di rievocare la nascita di Gesù a Greccio, un borgo della provincia di Rieti, nel Lazio.

A partire da allora la consuetudine di rievocare la natività prese piede dapprima delle Chiese e solo dal XVII secolo il presepe entrò nelle case, inizialmente dei nobili. In seguito nacquero vare scuole di presepio e la tradizione casalinga prese definitivamente piede tra l’800 e il ‘900, affiancandosi, senza mai sostituirsi, all’albero.

Mantenendo gli elementi fondamentali di cui si diceva, oggi allestire un presepio è anche una sfida alla fantasia che può toccare alte vette di originalità. Non c’è praticamente limite ai materiali che possono essere utilizzati, così come alle decorazioni e ai personaggi supplementari da inserire in “scena”.

Cercando su You Tube un video che potesse illustrare la realizzazione di un presepe tradizionale, mi sono imbattuto in un canale chiamato arte allegra, un nome che è tutto un programma….


05 dicembre 2017


L'allegria nei videogiochi (d'epoca)

A cura di Alberto&Alberto

Il progresso della tecnologia ha portato con sé, oltre che sicuri e notevoli vantaggi nella vita di tutti i giorni, anche alcuni aspetti deleteri quali generare dipendenze dai dispositivi mobili, complici le opportunità che essi offrono, come quello di poter giocare a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Eppure il "gioco elettronico" in sé non ha nulla di negativo. Alla sua apparizione massiva alla fine degli anni '70, fu subito evidenziato come i videogiochi aiutassero a mantenere la prontezza di riflessi, la capacità di reazione e la concentrazione. Concetti ribaditi negli anni successivi e dimostrati anche a seguito di vari studi scientifici; mi permetto di aggiungere che giocare è divertente e che l'allegria porta benessere. Purtroppo altri argomenti hanno sopraffatto le qualità del videogioco in ambito psicologico.

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Personalmente ho avuto la fortuna di avere, da adolescente, un ottimo rapporto con i videogiochi. Giocavo qualche minuto al giorno per rilassarmi un po' dallo studio e ne traevo solo benefici. Per giocare, all'epoca, bisognava uscire di casa e recarsi in un esercizio pubblico; praticare il videogioco in casa era una condizione assai rara all'epoca e comunque quelli disponibili nei bar o nelle sale giochi erano di qualità decisamente superiori.

Ripenso a quei giochi con una certa nostalgia e non devo essere il solo, visto il grande successo che un paio di anni fa ha riscosso il film "Pixel", i cui protagonisti erano ex campioni di videogiochi agli inizi degli anni '80 che si trovavano ora a contrastare un tentativo di invasione aliena sotto forma, appunto, dei vecchi videogames 'pixellati', quelli della tecnologia a 8bit.

Il mio tuffo nel passato è stato ancora più vertiginoso quando, casualmente, ho scoperto che qui a Roma esiste un Museo dei Videogiochi e vi ho effettuato una visita. L'iniziativa è di un gruppo di appassionati e studiosi del fenomeno che non solo hanno messo in mostra le prime consolle casalinghe e i relativi accessori ma hanno recuperato alcuni videogiochi d'antan perfettamente funzionanti mettendoli a disposizione dei visitatori. Il Museo si chiama Vigamus (Videogame Museum), è parte di un network che comprendere le maggiori realtà affini in tutto il mondo e, oltre a guardare al passato dei videogames, guarda anche al futuro con l'allestimento e la fruzione degli apparecchi più all'avanguardia, oggi legati alla realtà virtuale.

Sui miei giochi preferiti: PacMan era divertente a vedersi ma per me difficile da giocare, almeno a livello di riflessi. Gli preferivo i cosiddetti "marzianetti" - come li chiamavo - ovvero il gioco Space Invaders, nel quale riuscivo ad avanzare di vari livelli. Avevo acquisito, al tempo, anche una certa dimestichezza con i primi videogiochi con personaggi a tema, come Braccio di Ferro o Donkey Kong. Roba oggi da museo, appunto, ma che ha conosciuto in temi recenti un significativo revival grazie ai cosiddetti 'emulatori', dei software che hanno consentito di poter trasferire sui computer di ultima generazione la grafica e la dinamica dei videogiochi dei primi anni '80. Per non parlare di quei piccoli congegni dotati di joystick cui è possibile applicare lo smartphone per emulare, anche in questo caso, le modalità di gioco delle consolle d'epoca. Ho potuto così cimentarmi di nuovo con un altro videogioco storico e amatissimo come "Pong", quel gioco che consisteva nel rilanciare una pallina (su fa per dire) da una parte all'altra dello schermo, come nel ping pong. Quel gioco, uno dei primi commercializzati della storia, data addirittura 1966 nella sua prima versione, giusto mezzo secolo fa. Ma confrontato con i videogiochi di oggi sembrano passati due secoli



28 novembre 2017


Sulla bilancia con le castagne

A cura di Alberto&Alberto

Le castagne sono buone, recitava il titolo di un vecchio film di Pietro Germi. Figuriamoci se non lo sappiamo: più che mai in questi giorni in cui si riaffacciano nei centri delle nostre città i mitici “caldarrostari”, da rintracciare seguendo quel profumo invitante (e - ahinoi - quei prezzi da anni saliti alle stelle!) che si avverte anche ad una certa distanza.

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Non solo caldarroste, certo. Le castagne sono anche alla base di tanti dolci, come i marron glaces o la torta Montblanc. Tutte cose non troppo digeribili, certo, come pure le caldarroste che la brace cuoce soprattutto all’esterno, lasciando molto amido nella parte interna. Però fanno bene, si sa: le castagne sono ricche di sali minerali, vitamina B, fibre. Certo hanno anche un alto contenuto calorico, e ciò non le rende particolarmente utili a chi sta affrontando una dieta. Sicuri?

Un articolo apparso qualche giorno fa su la Repubblica sostiene il contrario. “Una castagna per dimagrire in allegria” titolava una pagina intera del quotidiano, che ha interpellato sull’argomento il Presidente emerito della Società Italiana di Scienza dell’alimentazione, Pietro Migliaccio. Il quale spiega nell’articolo che le castagne possono essere effettivamente essere impiegate per rendere una dieta più varia, gustosa e in fondo anche divertente. A certe condizioni, però.

Dice il medico nutrizionista che impiegare le castagne in un regime dietetico richiede che esse vangano consumate durante i pasti, sostituendo il pane: fino a 10 frutti, ovvero 80 grammi di prodotto, corrispondono a 40-50 grammi di pane ma saziano di più. E per quanto riguarda la loro digeribilità, attenzione a come vengono cotte. Delle caldarroste si è già detto, sono le meno digeribili. Ma si digeriscono bene quelle castagne che invece vengono bollite in acqua salata.

L’articolo di Repubblica ci avverte anche sull’importanza della provenienza del prodotto. Perché la maggior parte delle castagne che vengono importate dall’estero sono trattate con i fitofarmaci, ciò che non accade con le castagne nostrane. Capita, però, che le castagne straniere vengano spacciate per italiane. Così che per essere sicuri che si tratti veramente di castagne italiane, è bene affidarsi a coltivatori locali e con vendita diretta.

Allegria e Buona dieta!


14 novembre 2017


Scende la pioggia ma che fa…

A cura di Alberto&Alberto

Ti alzi al mattino, guardi fuori dalla finestra e scopri che piove. Il che significa che non potrai uscire in moto o in bicicletta (a meno che non sia strettamente necessario), che se esci in macchina troverai più traffico del solito, e poi ricordati l'ombrello, l'impermeabile, un paio di scarpe adeguate.  Il malumore monta e rischia di rovinarti la giornata.

Ma prova ad accogliere la pioggia con uno spirito diverso. Pensa a quante canzoni hanno celebrato la pioggia con allegria, positività o persino entusiasmo. E scopri che ne ricordi più di quanto avresti creduto. E che evocarle, anche solo mentalmente, può trasformare quella che è una avversità in una opportunità di buonumore e dunque di benessere.

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Senza ricorrere ad una ricerca dedicata (almeno non subito) posso citarne a memoria almeno sette.

Cominciando con un celebre motivetto di cui però non ricordo il titolo e che recita: "Le gocce cadono ma che fa/se ci bagniamo un po'/domani il sole ci potrà asciugar./Non ti rovini il frack,/le scarpe fan cic ciac,/seguiam la strada del destin.". Mi aiuto con Google e scopro che la canzone in questione si intitola "Camminando sotto la pioggia" e che è stata portata al successo dal Trio Lescano dopo essere stata scritta nel 1941, tra gli altri, dal comico piemontese Erminio Macario che ne ha offerto anch'egli una versione mentre tra le più recenti (si fa per dire) si annoverano quelle di Gigliola Cinquetti (1972) e di Raffaella Carrà che la eseguì nel programma Milleluci nel 1974.

Da "Camminando sotto la pioggia" si passa facilmente all'ancora più celebre (almeno a livello internazionale) "Singin' in the Rain" che Gene Kelly rese immortale nell'omonimo film ("Cantando sotto la pioggia" nell'edizione italiana). Ma che prima di lui furono in molti ad eseguire fin dal 1929, l'anno nel quale fu cantata per la prima volta da Cliff Edwards nel film musicale "Hollywood che canta". Scritta in quello stesso anno da Arthur Freed (testo) e Nacio Herb Brown (musica), è forse l'inno alla pioggia più allegro che ci sia. Il testo recita infatti: "Sto cantando nella pioggia,/soltanto cantando sotto la pioggia…/che magnifica sensazione/sono di nuovo felice/Sorrido alle nuvole/che sono così scure sopra di me/Il sole è nel mio cuore/e sono pronto per l'amore."

"Scende la pioggia ma che fa/Amo la vita più che mai" cantava invece Gianni Morandi in uno dei suoi più grandi successi, che gli meritò la vittoria a Canzonissima nel 1968 e cinque settimane ai vertici della classifica dei dischi più venduti. Ma che in realtà era la versione in italiano di una canzone anglosassone, "Elenore" degli americani The Turtles nel cui testo la pioggia non è mai citata.

A lamentarsi della pioggia non ci pensa nemmeno Burt Bacharach che insieme a Hal David (testo) scrisse la bellissima "Raindrops Keep Fallin on My Head" per il film "Butch Cassidy" aggiudicandosi un Oscar nel 1970 per la migliore canzone. Che recitava: "Continuano a cadere gocce di pioggia sulla mia testa/ma questo non vuol dire che i miei occhi diverranno rossi presto/piangere non fa per me/perché non fermerò mai la pioggia lamentandomi/perché sono libero/niente mi sta preoccupando". Si preoccupava invece Patty Pravo nell'edizione italiana della canzone: "Gocce di pioggia su di me/mentre cammino sono triste senza te oggi che farò".

Non smentisce la sua positività Jovanotti, invece, quando canta il suo fortunato e trascinante elogio della pioggia: "Piove senti come piove/madonna come piove/senti come viene giù/senti le gocce che battono sul tetto/senti il rumore girandoti nel letto/rinascerà sta già nascendo ora/senti che piove e il grano si matura/e tu diventi grande e ti fai forte/e quelle foglie che ti sembravan morte/ripopolano i rami un'altra volta."

Per non parlare del grande Pino Daniele, che ci ha consegnato un testo che sfiora la poesia: "E aspiette che chiove/l’acqua te ‘nfonne e va/tanto l’aria s’adda cagna" (per chi non "mastica" il napoletano: e aspetti che piove/l’acqua ti inzuppa e se ne va/tanto l’aria dovrà cambiare)

Insomma, c'è del buono (e non solo per gli agricoltori) anche nella pioggia. Tanto più che, come cantavano i Rokes: "È la pioggia che va/ e ritorna il sereno".


07 novembre 2017


Tanti amici, tanta memoria e benessere!

A cura di Alberto&Alberto

Ci vorrebbe un amico… anzi tanti amici per favorirsi una lunga e sana vita. Ho scritto tante volte qui dell’importanza dell’amicizia e del piacere e l’allegria di tanti momenti passati in compagnia. Ci fa stare bene, è fuori di dubbio. Ce lo dice anche la scienza.

“L’amicizia è un antidoto contro le malattie”, titolava un articolo uscito nel luglio scorso sul sito del quotidiano La Repubblica. Vi si illustravano i risultati di uno studio realizzato da un ricercatore della University State of Michigan, per cui avere buoni amici in età avanzata può essere fonte di felicità e benessere persino più di quanto non possa essere la propria famiglia. Più in generale, la vita sociale (come spiega nello stesso articolo una geriatra del Policlinico Gemelli di Roma) agisce da elemento preventivo contro la depressione, la quale a sua volta può incidere anche su diverse malattie.

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Ma oggi vorrei scrivere di un altro studio, stavolta condotto dalla Northwestern University di Evanston, Illinois. Per cui l’amicizia in età avanzata favorisce il mantenimento della memoria, come pure delle abilità cognitive. Il risultato lo si è ottenuto mettendo a confronto un gruppo di ultraottantenni la cui salute mentale è paragonabile a quella dei 50-60enni con un altro gruppo che non ha le stesse relazioni di amicizia, in termini di qualità. Entrambi hanno compilato un lungo questionario che affrontava i vari aspetti del benessere e il risultato ha visto primeggiare il primo gruppo, rivelando la migliore qualità della loro memoria.

Tra le responsabili dell’indagine Emily Rogalski, professoressa associata al Cognitive Neurology and Alzheimer's Disease Center della Scuola di medicina Feinberg della Northwestern, ha spiegato: “Socializzare è un processo dinamico e ci rende più veloci. Ecco perché una ricca rete di contatti e amicizie può aiutare le persone a mantenere una mente attiva, abbassando il rischio di declino cognitivo. Non significa ovviamente che dobbiamo ubriacarci di feste e uscite con gli amici. Alcune persone, poi, preferiscono mantenere rapporti molto forti con pochi individui mentre altri preferiscono interagire con gruppi più ampi: la socialità può assumere forme differenti.”

L’importanza di questo tipo di studi risiede nel quadro delle ricerche su come poter rallentare o meglio ancora prevenire i vari tipi di demenza senile, compreso l’Alzheimer, un tema sul quale la comunità scientifica si interroga da tempo senza avere risposte significative.


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