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08 novembre 2016


Cacini, allegria al tempo del fascismo

A cura di Alberto&Alberto

"E chi ti credi de esse, Cacini?", si dice ancora a Roma. Il detto lo conoscevo, il personaggio in questione no. Eppure, a suo tempo, era popolarissimo; il tempo era quello tra le due guerre, l'epoca del fascismo ma anche del varietà e dell'avanspettacolo, forme teatrali che si svilupparono per offrire un po' di sana allegria nei tempi bui.

Trovo il nome di Gustavo Cacini in un libro appena letto, "A spasso nella Storia" di Max e Francesco Morini (Albeggi Edizioni, €12), una guida sui generis della Capitale, meglio dire una raccolta di storie e personaggi legati alla Città Eterna. E tra le varie storie e personaggi c'è anche quella di Gustavo Cacini, appunto, cui a Roma è intitolata anche una via nel quartiere periferico di Malafede.

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A Roma, Cacini c'era nato, il 31 dicembre 1890. E a Roma, egli legò tutta la sua carriera di attore comico. "Strabico, piccolo e un po' gobbo, con un fisico mingherlino su cui per contrasto aveva costruito un personaggio di bullo smargiasso che si vantava di imprese incredibili" scrivono i Morini. Viene da qui il modo di dire "E chi ti credi de esse, Cacini?". Lo si dice a chi millanta gesta fuori dalla sua portata, a chi "la spara grossa”, insomma.

Su Wikipedia leggo che Cacini usava presentarsi in scena indossando un frac lunghissimo su pantaloni che invece non arrivavano alle caviglie, sfoggiando così delle enormi scarpe. Ma aldilà della tenuta di scena, Cacini si caratterizzò per l'umorismo greve, pieno di doppi sensi, sempre pronto all'interazione con il pubblico. Quel pubblico che lo applaudiva e lo fischiava in egual misura e al quale è legato un episodio leggendario; non si sa quanto realmente accaduto, ma affascinò tanto Federico Fellini che lo ricostruì nel suo "Roma".

Sembra, cioè, che al termine di un’esibizione non particolarmente felice di Gustavo Cacini, l'attore venne bersagliato da uno spettatore nientemeno che con un gatto morto. E che il comico reagì pronto: "Pòra bestia… Ma nun era mejio che de sotto te ce buttavi te? E dopo va' a dar torto ar vicinato, che fa tutte quelle chiacchiere su tu' madre". Il tipico cinismo romano (sia nel gatto lanciato che nella risposta a tono), talmente spiccato che la popolarità di Cacini, come detto, non oltrepassò i confini dell'Urbe, segnando però la storia di teatri come l’Ambra Jovinelli e il Volturno.

Eppure c'è un altro celebre episodio legato a Cacini e stavolta di portata nazionale. L'attore usava aprire i suoi spettacoli con un’allegra canzoncina  che recitava: “La vita è comica presa sul serio, perciò prendiamola come la va…” su una musica da lui composta. Sennonché quella stessa musica fu ripresa pari pari dal musicista Mario Ruccione cui Renato Micheli aggiunse dei versi per la celebre marcetta fascista "Faccetta nera". Cacini non la prese bene, intentò una causa a Ruccione e incredibilmente vinse, con annesso risarcimento economico che gli consentì di vivere dignitosamente anche dopo il suo ritiro dalle scene, avvenuto nel 1945. Solo il cinema, poi, si ricordò di lui in un paio di occasioni: dopo essere già apparso in "L'ultima carrozzella" (1943) accanto al grande Aldo Fabrizi (ma, per ironia della sorte, nel cast c'era anche Mario Ruccione!) recitò anche in "Se fossi deputato" (1949) e in "Porca miseria" (1951).

Le suddette sono le uniche testimonianze di Cacini. Vana la mia ricerca di una sua qualsiasi immagine in Rete così come su YouTube di qualche documento filmato della sua arte comica; digitando il suo nome, appare solo la riproposizione da parte di Pippo Franco di una canzoncina, "Sanzionami questo" che di Cacini non era ma che ben rappresenta lo spirito della comicità da avanspettacolo dell'epoca, di cui Cacini fu Maestro e che oggi sono rimasti davvero in pochi a perpetuare.


01 novembre 2016


Allegria nei luna park

A cura di Alberto&Alberto

A Roma, dopo otto anni di abbandono, ha riaperto lo storico Lunapark del Quartiere Eur. È il più antico d'Italia, avendo inaugurato nel 1953, e si è ripresentato al pubblico con una veste rinnovata e caratterizzata per un pubblico che ora comprende esclusivamente bambini, da 0 e fino all'età di 12 anni.

Me lo ricordo bene, il Luneur degli anni d'oro: la grande ruota panoramica (che c'è ancora), le montagne russe, le macchine a scontro, le attrazioni a tema, pubblico molto variegato. Era tutto sommato una versione più "povera" dei grandi parchi tematici come Gardaland o Mirabilandia (o anche i più vicini Rainbow o Cinecittà World), con i quali ad un certo punto non poteva certo competere. Bene, quindi, l'idea di conferirgli connotati diversi, qualificandosi come uno spazio ad uso esclusivo dei bambini, con gli adulti "relegati" al ruolo di spettatori (spesso impegnati a riprendere con lo smartphone le innocenti imprese dei pargoli, neanche fossero exploit sportivi!).

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Sono stato all'inaugurazione del nuovo Luneur, accompagnando il mio figlio più piccolo, e debbo ammettere che la nuova formula conferisce più allegria al luogo rispetto al passato: i bambini sono chiaramente entusiasti di poter avere a disposizione tanti giochi adatti a loro, superando così la frustrazione delle tante attività a loro negate nei parchi tradizionali. Il loro divertimento è una festa per chi occhi e per il cuore.

Con la riapertura del Luneur, la Capitale ha di nuovo un luna park e si colma un’annosa lacuna. A ben vedere, però, non sono molti i luna park che in Italia possono fregiarsi del nome: su Wikipedia ne sono indicati solo cinque, oltre al Luneur quello di Milano (Europark Idroscalo), di Napoli (Edenlandia), Catania (Etnaland Themepark) e Messina (Baby Park Vanfiori). Sempre da Wikipedia leggo che il primo ad essere intitolato "luna park" è quello di Coney Island a New York, costruito nel 1903 mentre il più antico del mondo è quello del Prater di Vienna, dove campeggia una ruota panoramica ottocentesca che è diventata uno dei simboli della città.

La scorsa estate ho visitato quello di Barcellona, il Tibidabo, davvero bello: è il più antico di Spagna e in Europa è secondo solo al Prater. Altri famosi luna park europei sono il Tivoli di Copenhagen (con il nome che proviene dai Jardin de Tivoli di Parigi, concepito come una ricostruzione dei giardini di Villa d'Este a Tivoli, appunto), il Theresienwiese di Monaco di Baviera e l'Hamburger Dom ad Amburgo.

La storia dei Luna Park tra documenti e oggetti d'epoca, modellini di giostre antiche e moderne, immagini e filmati, la si può ripercorrere in un Museo unico in Italia nel suo genere, il Museo Storico della Giostra e dello Spettacolo Itinerante che è anche un Centro nazionale di ricerca e documentazione ed ha luogo nel Palazzo Strozzi di Bergantino, in provincia di Rovigo.


25 ottobre 2016


Bebe Vio, allegria alla Casa Bianca

A cura di Alberto&Alberto

Sempre poco attento alle cronache sportive, come nel caso di Alex Zanardi di cui dicevo la scorsa settimana, anche la figura di Bebe Vio mi si è palesata in colpevole ritardo, non avendo seguito prima la sua straordinaria ascesa sportiva.

Ma mi ha colpito subito il suo sorriso e non sono stato certo l'unico: i successi alle paraolimpiadi di Rio hanno moltiplicato la sua popolarità e oggi è una presenza ricorrente sui media e sui social, anche in virtù della positività che trasmette la sua immagine.

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Mi sono documentato sulla sua storia: si era accostata alla scherma all'età di 5 anni e mezzo; ancora bambina nel 2008, ad 11 anni, fu colpita da una meningite fulminante ed è iniziato il suo calvario che avrebbe avuto il suo apice con l'amputazione di avambracci e gambe.

Un anno dopo essere stata dimessa dall'ospedale, dove aveva trascorso tre mesi e mezzo, Beatrice (questo il suo vero nome) riprendeva l'attività sportiva grazie ad una speciale protesi che le consentiva di poter impugnare e muovere il fioretto. In breve, è diventata una delle più credibili e ricercate testimonial dello sport paraolimpico; solo cinque anni dopo il suo debutto in una gara ufficiale, Bebe nel 2014 conquistava il titolo mondiale paralimpico per la categoria under-17 (aveva appunto 17 anni), nel 2015 era  campionessa mondiale paralimpica del fioretto individuale e nel 2016, a Rio, ha vinto la medaglia d'oro nella prova individuale.

Appena 8 anni dopo quei tragici giorni di indicibile sofferenza, Bebe Vio sorrideva insieme al Presidente degli Stati Uniti Barak Obama in un selfie che ha fatto rapidamente il giro del mondo. Il retroscena, molto divertente, lo ha raccontato la stessa Vio in un articolo scritto qualche giorno fa sulla Gazzetta dello Sport. Farsi un selfie con Obama era per la giovanissima e molto social una specie di missione da portare a termine ad ogni costo. Durante la cena di gala alla Casa Bianca, un rigidissimo protocollo impediva addirittura di alzarsi da tavola per andare al bagno, figuriamoci raggiungere il posto del Presidente e fotografarsi con lui. Come ci è riuscita, scopritelo leggendo l'articolo in questione.

Tanto sport, ma anche tanto impegno su altri fronti: Bebe Vio ha anche sostenuto una campagna per le vaccinazioni contro la meningite facendosi ritrarre dalla famosa fotografa Anne Geddes, sostiene la causa della Onlus creata dalla sua famiglia per l'integrazione e l'attività sportiva dei bambini che hanno subito amputazioni come lei, ha rappresentato tra l'altro la sua regione, il Veneto, all'Expo di Milano.

Un gran bell'esempio, il suo, che non dovrebbe dare adito a nessuna discussione. Ed invece, specie dopo la famosa cena alla Casa Bianca, sono stati in diversi a criticarla sui social accusandola di fanatismo ed esibizionismo. C'è persino chi la sospetta al soldo delle industrie farmaceutiche. La stupidità, si sa, non ha limiti. Ma per fortuna anche l'allegria non ne ha, e allora Bebe: non ti curar di loro, ma sorridi e passa!


18 ottobre 2016


Alex Zanardi, l'allegria nel coraggio

A cura di Alberto&Alberto

Seguo poco le vicende sportive - appena un po' il calcio - e dunque la carriera di Alex Zanardi nell'automobilismo mi era pressoché ignota fino a quel terribile incidente del 15 settembre 2001 quando, durante una gara in Germania, la sua auto fu violentemente colpita da un'altra e lui perse entrambe le gambe. Le cronache ci raccontano che Zanardi ricevette poco dopo l'estrema unzione da parte di un cappellano, che fu poi caricato su un elicottero e condotto in un ospedale di Berlino dove rimase in coma per tre giorni e sottoposto a ben 15 operazioni in 6 settimane.

Francamente, penso che pochi sportivi avrebbero avuto il coraggio che ha avuto lui di ricominciare a correre (con una macchina opportunamente modificata) e di affrontare la vita con fiducia e persino con allegria, sovente scherzando sulla sua menomazione. Men che mai raggiungendo poi gli straordinari risultati in ambito paraolimpico, più precisamente con il paraciclismo.

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Scrivo di lui oggi, a qualche settimana di distanza dai suoi trionfi ai giochi paraolimpici di Rio de Janeiro - aveva vinto già due gare a quelli di Londra del 2012, solo che ora lo ha fatto a 50 anni! - perché la sua storia rappresenta un esempio davvero straordinario di come si possano affrontare le avversità della vita mantenendo sempre un atteggiamento positivo.

Sono poche le fotografie di Alex Zanardi che non lo ritraggono sorridente, contento certo dei suoi exploit sportivi ma anche riconoscente per la stima, l'ammirazione e l'affetto che ormai gli riservano tutti gli sportivi (e non solo) del mondo.

Un sorriso che ritrovo tutte le mattine, quando vado in edicola a comprare il quotidiano e il mio sguardo si sofferma sulla copertina della sua autobiografia da poco pubblicata: "Volevo solo pedalare" (sottotitolo: ma sono inciampato in una seconda vita). La foto che campeggia in copertina è davvero emblematica: Zanardi sorride, come fa sempre, ma guarda anche verso l'alto: verso chi gli ha concesso il miracolo di una rinascita o verso il futuro? Comunque sia, si scorge nella sua espressione un che di ironico e di ironia lo sportivo ne ha notoriamente da vendere.

Allegria, semplicità, ironia, umanità sono doti che appaiono ancora più esemplari in un uomo che sfida quotidianamente i suoi limiti fisici e che ci restituisce il senso più autentico dello sport, competizione ma anche scuola di vita.

In una intervista pubblicata qualche giorno fa, Zanardi diceva: "Se conosci l’inferno, quando ti svegli sei felice di essere vivo. Io l’inferno neanche me lo ricordo, ero in coma, ma al risveglio ero messo così male che non ho potuto far altro che apprezzare quello che era rimasto di me. È in quel letto che ho vinto le medaglie olimpiche. (…) L’incidente è stato il mio Cepu, un corso accelerato di vita: oggi conosco le priorità e so affrontare tutto, anche se disabile". Se non è una lezione questa...




11 ottobre 2016


Che allegria con il piccoletto Rascel!

A cura di Alberto&Alberto

Inizia l'autunno, in Tv non trasmettono più "Techetechetè" e la migliore memoria televisiva viene nuovamente accantonata fino alla prossima estate. Accade, ad esempio, che difficilmente da qui a giugno rivedremo una figura che personalmente trovo tra le più allegre che la televisione ci abbia mai mostrato, ovvero Renato Rascel.

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Che non fece solo televisione ma anche molto teatro e molto cinema. Una cinquantina di film per il grande schermo che la Tv ripropone anch’essi raramente, considerando evidentemente Rascel fuori moda o comunque poco gradito al pubblico del piccolo schermo. Sarà proprio così?

Chi Rascel lo ha amato, come lo ho amato io, non lo dimentica mai. E talvolta sente risuonare nella testa le allegre note di "È arrivata la bufera" o di "Attanasio cavallo vanesio" (o anche della più malinconica "Arrivederci Roma", la cui musica era aveva composto egli stesso, grande genio delle sette note oltre che talento comico e drammatico.

Romano che di più non si può (il padre lo era da sette generazioni), Rascel era nato in realtà a Torino durante una tournee teatrale dei suoi genitori. E proprio accanto al padre debuttò poco più che bambino; assunto a 13 anni come musicista in un locale romano, in breve iniziò ad intrattenere il pubblico anche con numeri di danza e cabaret che il pubblico dimostrava di gradire. Il suo cognome d'arte (quello vero era Ranucci) corrispondeva ad una famosa cipria francese che però si chiamava Rachel; durante il fascismo cercarono di imporgli di italianizzare il cognome in Rascele ma lui tenne duro e non lo cambiò.

Piccolo di statura, autore e interprete di monologhi strampalati e infarciti di giochi di parole, si impose ben presto come una figura comica diversa da tutte quelle che imperavano ai tempi. Leggo che alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale il pubblico si lasciava andare a sonore risate, ascoltandolo cantare "È arrivata la bufera / è arrivato il temporale / chi sta bene e chi sta male / e chi sta come gli par". Maestro di allegria liberatoria, tanto più utile in un contesto così drammatico.

Dopo la Guerra dette sfogo al suo eclettismo: attore, autore, ballerino, cantante, comico per il teatro, il cinema e la televisione (ma ha inciso anche diversi dischi), Rascel è stato anche giornalista, commentatore sportivo ed ha persino scritto tre libri di favole per bambini. Ai bambini, in effetti, piaceva molto: ricordo di avere letteralmente consumato un suo 45 giri - "Renatino e la coscienza" - in cui si limitava a recitare, interpretando lui stesso e la sua… coscienza. Più tardi, non persi neppure una puntata dello sceneggiato "I racconti di padre Brown" (era il 1970) in cui vestiva amabilmente (e perfettamente) i panni di un prete con il pallino delle investigazioni.

La sua stella ha brillato forte fino alla fine: ancora nel 1986, cinque anni prima della sua scomparsa, la Rai gli dedicò un programma in 12 puntate in cui raccontava la sua vita e i suoi successi. Aveva quasi 80 anni ma trasmetteva ancora allegria da tutti i pori.


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