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07 February 2017


Audrey, l’allegria nella semplicità

A cura di Alberto&Alberto

La sua figura campeggia nei manifesti incorniciati in tante case, così come in tanti locali e luoghi pubblici. Una icona come ce ne sono poche: se la batte solo con Marylin, Elvis e James Dean. Che sono, però, tutti sex symbol mentre lei è qualcosa di più e di diverso. È Audrey Hepburn.

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Non aspetto che un suo film ripassi in Tv: tengo da anni a portata di mano un cofanetto di Dvd di alcuni dei suoi film più celebri e li riguardo quando ho bisogno di fare un ‘pieno’ di allegria. Una passione, quella per la Hepburn, che si è sviluppata relativamente tardi, quando meglio potevo apprezzare la sua leggerezza, la sua grazia, la sua semplicità.

Vederla apparire sullo schermo mi mette ancora, a distanza di anni dalla sua “scoperta”, di buonumore. Approfondire la sua vita, personale e professionale, ha aggiunto qualcosa di più e di prezioso: l’ammirazione.

L’attrice di “Vacanze romane”, di Colazione da Tiffany” e di “Cenerentola a Parigi” era, tra le stelle di Hollywood, la meno chiacchierata. Coscienziosa sul lavoro (si alzava sempre alle 4 del mattino per ripassare la parte prima di recarsi sul set), era raramente oggetto di pettegolezzi e forse incuteva anche un po’ di soggezione a registi, produttori e colleghi, per l’atteggiamento distaccato ma cordiale, mai bizzoso ed anzi altamente professionale.

Ma proprio quando il mondo era praticamente caduto ai suoi piedi, Audrey Hepburn si ritirò gradualmente dal cinema per dedicarsi, per quasi un ventennio, alla sua famiglia. Tra gli anni ’70 e ’80 si contano appena 4 film interpretati, tra cui il meraviglioso “Robin e Marian” di Richard Lester (lei Lady Marian, lui Sean Connery, entrambi meravigliosamente malinconici). Ma nel frattempo era sopraggiunta un’altra passione che ha segnato l’ultima arte della sua vita. Occuparsi dei bambini nei paesi poveri del mondo.

Era il 1988 quando aveva appena interpretato il suo ultimo film, “Always - Per sempre” diretta da Steven Spielberg che la volle nel ruolo - difficile pensare ad un’altra attrice altrettanto perfetta - di un angelo. E angelo lo divenne davvero quando in quell’anno fu nominata Ambasciatrice speciale dell’Unicef ed iniziò a viaggiare tra Etiopia, Sudan, Bangladesh, Vietnam, Somalia. Ovunque portava il suo sorriso e il desiderio di offrire un po’ di conforto, ma tornava con un peso sul cuore, dopo aver toccato con mano tante realtà difficili e così lontane dal mondo nel quale era cresciuta professionalmente (ma nell’infanzia aveva vissuto gli stenti della guerra: era nata a Bruxelles ma cresciuta anche tra il Regno Unito e i Paesi Bassi sotto il dominio nazista).

Ha lasciato, oltre ai suoi film e alla sua icona immortale, anche pensieri e aforismi rivelatrici della sua personalità: scrisse, ad esempio, “Ricordati, se mai dovessi aver bisogno di una mano che ti aiuti, che ne troverai una alla fine del tuo braccio... Nel diventare più maturo scoprirai che hai due mani. Una per aiutare te stesso, l’altra per aiutare gli altri.” O anche: “Per avere degli occhi belli, cerca la bontà negli altri; per delle labbra belle, pronuncia solo parole gentili; per una figura snella, dividi il tuo cibo con le persone affamate; per dei capelli belli lascia che un bambino vi passi le sue dita una volta al giorno; e per l'atteggiamento, cammina con la consapevolezza che non sei mai sola.”

Amava l’Italia e soprattutto Roma dove visse per alcuni anni anche qui rifuggendo dal divismo e dal presenzialismo, a dispetto delle abitudini del marito di allora che invece amava le feste e il jet set. Come ha raccontato il figlio Luca in un libro uscito un paio di anni fa, la Hepburn era contenta di stare a casa, cucinare per la famiglia (era bravissima anche tra i fornelli), vedere le amiche più care e con loro divorare gelati o i prodotti dell’orto che curava con grande dedizione.

Leggo da qualche parte in Rete che i giovani (soprattutto le ragazze) la stanno riscoprendo come esempio impareggiabile di stile. L’augurio è anche loro si accostino alla sua figura nella sua interezza, conoscendo ed apprezzando il coraggio delle sue scelte, la sua sensibilità, la sua umanità. Unica.


31 January 2017


Il (ri)lancio del disco

A cura di Alberto&Alberto

Il disco, nel senso del vinile, è tornato di moda. Acquistarli e (soprattutto) ascoltarli non più un fenomeno di "nicchia", com'era diventato subito dopo l'avvento del CD, ma una specie di atto di "rivolta" più diffuso di quanto non si credi, di fronte allo stradominio degli MP3 e del cosiddetto "downloading" per cui ci siamo tutti trovati a "possedere" molta più musica di quanta non ne avessimo prima, ma di qualità sonora decisamente inferiore.

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La rivalutazione del vinile è dunque un'esigenza, e non una manifestazione di snobismo della modernità. Un'esigenza, sempre più avvertita, di "audiofilia", ovvero della possibilità di godere di un ascolto "puro", per cui l'ascoltatore riesce a distinguere ogni suono, ogni sfumatura, ogni raffinatezza che il musicista ha introdotto nella fase di registrazione. Ciò che diventa più evidente, rispetto ai CD e soprattutto agli MP3, nel caso della musica classica.

Per esaltare maggiormente questa "purezza", i produttori di dischi hanno iniziato da tempo a stampare o ristampare alcuni titoli su supporti di vinile più spessi e quindi di maggiore resa sonora (ciò che ha costretto i collezionisti più accaniti a ricomprare alcuni LP che avevano già!). Nel frattempo, ovviamente, sono tornati sugli scaffali dei negozi di elettrodomestici, i "piatti" o, se preferite, i "giradischi", ora forniti di presa USB per poterli collegare al computer e consentire, così, di poter "trasferire" i vecchi vinili nel computer. Ma questa opportunità, ovviamente, non interessa coloro che il giradischi lo utilizzano soprattutto per ascoltare bene la musica.

È un mercato in continua crescita, quello che riguarda la vendita dei vinili, e questo mi mette allegria: pur "piegato", più che altro per pigrizia e praticità, al CD e agli MP3 guardo, però, con grande favore al ritorno in auge di un oggetto che tanto ho amato e che ha segnato così profondamente la mia infanzia e la mia adolescenza (e parte della mia vita adulta).

E il pensiero va a quei pomeriggi interi passati nei negozi di dischi a curiosare tra gli scaffali, magari uscendone alla fine senza avere acquistato neppure un disco. Perché a me, i negozi di dischi sono sempre piaciuti "a prescindere". Sono ambienti che considero familiari, dove mi sento bene, a mio perfetto agio.

Dovrei dire "consideravo", perché quei negozi non esistono pressoché più. E nonostante il buon momento che sta attraversando il mercato del vinile, dubito che torneranno ad esistere. Non nella quantità di prima, quantomeno.

Per gli acquirenti non c'è problema: la compravendita dei vinili avviene in gran parte su Internet, dove alcuni produttori possono anche ridurre i prezzi (oggi più elevati, visto che le tirature non possono più essere quelle del passato) rispetto a quei pochi, pochissimi negozi dove sono reperibili i dischi.

Questo per quanto riguarda i titoli nuovi o ristampati. Per i vinili d'epoca, invece, è ancora possibile reperirli in qualche negozio che sopravvive coraggiosamente e i cui proprietari oggi, dopo anni passati a vendere perlopiù CD, assistono quasi increduli all'inversione di tendenza e si affrettano a modificare gli assetti dei loro esercizi, anche ritoccando leggermente al rialzo i prezzi di quei loro "usati" che giacevano da anni nei loro scaffali e che quindi si erano più volte deprezzati.

In questi negozi (concentrati perlopiù nelle grandi città, almeno in Italia) è ancora possibile chiacchierare liberamente di musica, tanto con i proprietari quanto con i commessi (ma quasi sempre le figure coincidono) o con gli altri acquirenti. Vi si trova una dimensione umana assente altrove, nel settore commerciale, se non nelle piccole librerie, o nelle botteghe artigianali.

Provate a recarvi in una libreria della grande distribuzione e chiedere di un libro o di un CD. La prima cosa che farà il commesso, nove volte su dieci, è quello di rivolgersi al computer, magari sbagliando anche a digitare la vostra richiesta. Nel negozietto di dischi o nella libreria di quartiere o anche nella videoteca (tutti esercizi in via di estinzione) questo non accade: chiunque vi lavori, sa perfettamente cosa possiede e dove si trova. E sa anche consigliare, guidare, informare. E, soprattutto se non ha molti clienti da servire in quel momento (ciò che non accade quasi mai) si sofferma con piacere a conversare con te, perché quel lavoro per lui è davvero una passione.

Al vinile e ai suoi vecchi e nuovi cultori, un regista italiano Paolo Campana ha dedicato un bel documentario che ha avuto una vasta eco (e visibilità) internazionale. Si chiama "Vinylmania". Eccone il trailer:




24 January 2017


L’ombra dietro l’allegria

A cura di Alberto&Alberto

Lo confesso: ogni qual volta mi imbatto in Tv in una replica di uno qualsiasi dei film di Checco Zalone (4 al momento), non posso fare a meno di soffermarmi e farmi almeno una risata (ebbene sì, rido a battute già sentite mille volte) .

Di lui scrissi tre anni fa, ai tempi del trionfo al botteghino di “Sole a catinelle”, il cui primato sarebbe stato poi surclassato dal suo film successivo, ad oggi l’ultimo, “Quo vado” (il prossimo è atteso per Natale 2017). In quel post, osservavo come la comicità di Zalone (o di Luca Medici, se preferite) riesce ad essere compresa da tutti, indipendentemente dall’età, provenienza geografica, cultura. Una dote senza dubbio rara, da vero Maestro. Rileggendo il post in questione, però, mi rendo oggi conto che non ho neppure nominato colui che da anni affianca il comico nella scrittura e che è anche il regista di tutti i suoi film: Gennaro Nunziante.

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Si tratta di una figura sicuramente fondamentale per Zalone, con il quale deve avere stabilito una speciale armonia e comunità di intenti. Eppure egli resta dietro le quinte, presente solo nelle conferenze stampa di presentazione dei film, ove però l’attenzione è sempre e comunque per il suo più popolare sodale.

Di lui, dunque, si sa poco e io oggi ho navigato un po’ in Rete per riuscire a saperne un po’ di più. Su Wikipedia appena 4 righe: scopro che Gennaro Nunziante è nato a Bari (conterraneo di Zalone dunque, ma questo lo sapevo), che ha 53 anni e dunque ben 14 anni in più del comico, e che è attivo dal 1985, quando ha iniziato a “mettersi in evidenza come ideatore, autore dei testi e talvolta regista dei programmi televisivi del duo comico Toti e Tata: Filomena Coza Depurada (1992), Il Polpo (1993), Teledurazzo (1993), Melensa (1995), Televiscion (1997).”.

Nuova confessione: non ho la più pallida idea di chi siano Toti e Tata e non ho mai sentito parlare delle suddette trasmissioni. Per il primo interrogativo, ricorro nuovamente a Wiki per scoprire che si tratta di un duo comico formato da Emilio Solfrizzi (oggi volto noto della Tv) e da Antonio Stornaiolo, duo che ha debuttato in teatro per trasferire i loro sketches in televisione nelle suddette trasmissioni. Ecco quindi la risposta al secondo interrogativo. Solo che andavano in onda su emittenti locali (seppure oggi ovunque a portata di telecomando) come Telebari, Antenna Sud e sopratutto Telenorba.

A quest’ultima, sono legate anche le prime apparizioni televisive di Checco Zalone, proprio insieme a Nunziante e dunque qui si deve essere consolidato il sodalizio.

Sempre su Wiki, scopro che Gennaro Nunziante ha firmato, o meglio co-firmato, le sceneggiature di diversi film per bravi registi come Cristina Comencini, Leone Pompucci, Alessandro D’Alatri e Luca Lucini e che in un paio di pellicole è apparso anche come attore.

In una intervista che trovo in Rete, scopro che Zalone è stato letteralmente scoperto da Nunziante ad un provino per una sua trasmissione nel quale il comico gli sottopose uno dei suoi personaggi che lo hanno poi portato alla ribalta di “Zelig”, il cantante (finto) neo-melodico. Il talento di Zalone era già tutto lì ma onore a Nunziante per la sua lungimiranza e grazie per l’allegria che mi e ci ha regalato, pur dal ruolo defilato che è scelto, lasciando generosamente tutti i meriti a quello che ormai possiamo definire il “Checco nazionale”.

N.B.: Da amante e buon conoscitore del cinema, osservo che Nunziante possiede buone doti di regista che non si limita ad assecondare il suo pupillo con costanti e poco fantasiosi primi piani ma tiene sempre d’occhio il risultato complessivo, con soluzioni che rivelano anche sane ambizioni!


17 January 2017


Allegria e benessere con lo Zumba Fitness

A cura di Alberto&Alberto

Forse non supererà mai la popolarità del Pilates o dello Spinning nelle palestre, ma è certo che quello della Zumba Fitness è più che una moda. Non c'è praticamente palestra che oggi non lo annoveri tra le discipline, un'offerta che insegue una richiesta in continuo aumento.

Le ragioni del successo sono ben chiare: con lo Zumba Fitness ci si diverte e ci si mantiene in forma. L'allegria ha origine dalla musica che accompagna l'allenamento: gli irresistibili ritmi sudamericani che personalmente trovo assai più gradevoli che non la musica da discoteca che ritma i movimenti di altre discipline (come l'hydrobike, che ho personalmente praticato). Facendo attività fisica con lo Zumba Fitness, anche ad alta intensità, proprio la musica e l'allegria rendono tutto piacevole e divertente (specie se in gruppo) e intanto si bruciano i grassi in eccesso.

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Da benessere.com apprendo che lo Zumba Fitness è stato inventato da un trainer colombiano, tal Beto Perez, che un giorno doveva condurre la sua consueta lezione di aerobica in palestra ma si è accorto di aver dimenticato a casa le musiche che aveva preparato (siamo nella metà degli anni '90). Volendo comunque recuperare la lezione, pensò di utilizzare le audiocassette che portava con sé per il suo piacere personale e che contenevano brani di salsa e merengue. La lezione fu esaltante per chi vi partecipò e ciò indusse Perez a regolare l'attività fisica, cercando di replicare l'atmosfera e il coinvolgimento di quella prima lezione in una disciplina codificata.

Lo Zumba Fitness nasce quindi in Colombia e da lì si diffonde dapprima in molti paesi dell'America Latina, poi negli Stati Uniti e poi ancora nel resto del mondo.
I vantaggi che apporta sul piano del benessere fisico sono svariati e vanno dalla elasticità dei muscoli al rassodamento del corpo, dal dispendio di calorie ai benefici sul sistema respiratorio e cardiovascolare.
Il tutto, muovendosi al tempo di ritmi che non sono soltanto quelli della Salsa e Merengue ma anche della Cumbia, del Mambo, del Flamenco, del Cha cha cha, del Reggaeton, della Samba, del Belly Dancing, del Bhangra, dell'Hip-Hop, dell'Axé e del Tango. E non vale sollevare l'obiezione che non si sa ballare e quindi non si può praticare lo Zumba Fitness perché le palestre organizzano le classi in base alle diverse abilità di movimento degli allievi e una classe che fa al proprio caso la si trova sempre (così mi dicono).

Con i suoi 40 milioni di visitatori, il video che segue è sicuramente il più visto tra quelli che descrivono una lezione di Zumba Fitness (veramente questa è, più che altro, una esibizione…). Il suo realizzatore, che lo girò nel 2006, ammette che non avrebbe mai pensato che da lì a breve lo Zumba Fitness avrebbe conquistato le palestre di tutto il mondo.




10 January 2017


L'enigmistica tra benessere e allegria

A cura di Alberto&Alberto

Benessere non è solo un fisico ben mantenuto o un regime alimentare equilibrato. Benessere può essere anche - anzi, è - una buona memoria, un buon spirito di osservazione, insomma un cervello ben allenato e reattivo. Come fare a mantenerlo tale? Con l'enigmistica, ad esempio.

Non solo un passatempo: l'enigmistica è certamente qualcosa di più e le ricerche scientifiche lo attestano. Fare le parole crociate, ad esempio, è una pratica molto consigliata per il buon funzionamento del sistema nervoso. Non da meno sono gli altri giochi che richiedono l'applicazione della logica matematica, come il sudoku, ad esempio, o quelli che mettono a dura prova la nostra logica stessa, come i rebus o gli intramontabili indovinelli.

La domanda di enigmistica è cresciuta esponenzialmente negli anni, come si può verificare dal fatto che le edicole sono oggi più che mai massicciamente fornite di riviste specializzate, per ogni gusto ed età, per non parlare degli spazi dedicati nelle riviste e quotidiani di ogni genere. La rivista preferita dagli italiani, tuttavia, resta la prima (il 1° numero risale al gennaio del 1932) ovvero "La Settimana Enigmistica", un caso assai particolare nel panorama editoriale italiano, poiché ha subito pochissimi cambiamenti nel corso dei decenni, presentandosi ancora oggi con una grafica e un'impostazione non molto dissimile da quella del primo numero con costanti inamovibili, come la posizione di alcune rubriche in numeri di pagina che sono sempre gli stessi da tempo immemore.

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D'altronde la rivista che, per antonomasia, "vanta innumerevoli tentativi di imitazione", ha mantenuto sempre alta la qualità dei giochi, alcuni dei quali restano prerogativa solo di lettori esperti delle varie formule che esulano dai classici cruciverba, anagrammi o rebus (anche questi, però, quasi mai risolvibili con grande facilità!).

Per tutti, ma proprio per tutti, restano invece perfettamente comprensibili e godibili quei momenti di allegria rappresentati dalle barzellette e dalle vignette che anch'esse contraddistinguono da sempre la rivista (e anche moltissimi dei suoi "tentativi di imitazione").

In questo caso, i cambiamenti sono stati però obbligati e molti personaggi che pure hanno segnato la storia della rivista purtroppo non appaiono più. Il mio pensiero va soprattutto ad un personaggio a me molto caro, perché quando ero bambino e mi capitava tra le mani "La Settimana Enigmistica" (praticamente ogni settimana, vista la sua larga diffusione tanto in casa mia quanto nelle case altrui), andavo subito a cercare il suo spazio nella rivista. Uno spazio doppio e chi, come me, ha qualche 'annetto' sulle spalle avrà subito indovinato: sto parlando del tenero Giacomo! Quello che, sempre a voler essere precisi, appariva una prima volta a pagina 12 in una vignetta che poi rinviava, per la piena comprensione della situazione che lo vedeva coinvolto, all'ultima pagina, ovvero la 48!

Sono certo che in moltissimi lo ricordano e che altrettanti non sanno che il suo autore era uno scrittore e fumettista tedesco, tal Hans Jürgen Press, che in patria era famoso anche e soprattutto per la sua produzione dei libri per ragazzi. Ma che era anche una delle firme di punta, fin dagli inizi degli anni '50, di un supplemento per ragazzi della rivista Stern, dove nacque per l'appunto il tenero Giacomo, poi scomparso insieme al suo autore nel 2002.

Pur se tra le più amate, egli non era comunque l'unica "star", passata e presente, di una rivista che ad oltre 80 anni dalla sua uscita, prosegue ad entrare settimanalmente nelle case di tanti italiani, portando benessere ed allegria ad un prezzo rimasto miracolosamente modico!

Sulla Rete, ci sono tantissimi video che aiutano a comprendere i meccanismi che regolano i giochi enigmistici. Ne ho scelto uno che invita a rivolvere un rebus




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