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07 marzo 2017


L’allegria senza tempo dei Beach Boys

A cura di Alberto&Alberto

Leggo stamattina che a giugno suoneranno in Italia, più precisamente all’Auditorium di Roma, i Beach Boys. I meno informati possono trasecolare: ma chi? Il gruppo americano che conquistò il mondo ancor prima dei Beatles, agli inizi degli anni ’60? Quelli di “Surfin Safari”, “Barbara Ann” e “Good Vibrations”? Proprio loro. Certo non nella formazione originale (che però si era esibita, anche in Italia, non molti anni fa!) ma comunque ancora capitanati da quel Mike Love cui si devono le performance vocali più rappresentative della loro produzione. Altri due elementi originali, Brian Wilson e Al Jardine, anch’essi portano in giro il grande e corposo repertorio del gruppo, così che la musica dei Beach Boys resta ancora viva e vegeta, all’insegna di una longevità che mi sembra non abbia paragoni nel panorama del pop internazionale.

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Se si dovesse condensare in una parola la musica dei Beach Boys, non ne troverei un’altra che non ‘allegria’. E infatti i loro concerti si caratterizzano per essere delle vere e proprie feste durante le quali è davvero difficile restare fermi e seduti (e quindi mi chiedo cosa potrà accadere in una sala austera come quella dell’Auditorium intitolata a Santa Cecilia, dove si esibiranno) e dove si mescola allegramente un pubblico di tutte le età.

Agli inizi degli anni ’60, quando esordirono, i Beach Boys improntarono le loro canzoni alla spensieratezza e alla celebrazione dell’estate e del surf, lo sport praticato da tanti giovani sulle spiagge della California. Più in là nel decennio, testimoniarono le “buone vibrazioni” che emanava la “summer of love”, opponendo alla musica di protesta in voga, una attitudine alla sperimentazione che riuscì anch’essa a fare breccia, seppur disprezzata dai colleghi più “impegnati”. Poi negli anni ’70 e nei decenni seguenti, proseguirono tra alti e bassi ma sempre omaggiando lo stile degli inizi e dunque seminando allegria anche in epoche in cui l’allegria sembrava bandita.

C’è, nell’immagine dei Beach Boys e nella loro musica, l’allegria della gioventù a dispetto dell’implacabilità del tempo. Le camicie hawaiane, i volti sempre sorridenti, i testi che evocano gioia di vivere e pomeriggi assolati, i cori armoniosi sono testimonianze di una sorta di responsabilità che il gruppo sente dentro di sè, quella di mantenere vivo lo spirito dell’innocenza e del puro divertimento. Per il benessere collettivo. Non c’è che ringraziarli.


28 febbraio 2017


Allegria e benessere sulla neve

A cura di Alberto&Alberto

Nelle tante sfumature insite nel concetto di allegria, una dovrò fare senz'altro riguardare l'indicibile emozione che si prova al cospetto della prima neve. Tanto più in una città o in un territorio dove non è usuale vederla, e dove spesso la prima neve rimane tale, destinata a sciogliersi nel giro di poche ore.

Basta la visione, tuttavia, di una coltre bianca per suscitare lo stupore e poi l'allegria di un bambino. Figuriamoci, poi, se la neve è scesa più copiosa tanto da poterla toccare, lanciarsela tra fratelli o compagni, allestire un pupazzo di neve!

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La stagione delle neve è poi salutata con entusiasmo dalle tante persone che amano sciare o comunque prodigarsi in una delle tante attività sportive che vi si possono praticare. Che sono sempre di più, alcune delle quali davvero fantasiose.

Alcune di queste sono illustrate su benessere.com cui attingiamo e rimandiamo per eventuali approfondimenti. Iniziando con lo Snowkite, sport invernale che nasce dall'unione tra il cosiddetto kitesurf, cioè il surf in acqua con una vela e lo snowboard o lo sci. In pratica, si tratta di scivolare sulla neve con gli sci o su una tavola trascinati dal vento . Pare che sia sufficiente anche solo un po' di brezza per assicurarsi il divertimento!

Un'altra novità, di origine tedesca, è lo Yeski, che è il nome di un attrezzo che si pone a metà tra lo sci, la tavola da snowboard e lo slittino: il risultato è essenzialmente un mono sci di lunghezza variabile tra i 90 e i 150cm che è ancorato ad un sellino cui il praticante può stendersi per affrontare meglio la discesa.

Per gli amanti delle esperienze più inconsuete si consiglia di trovare un impianto dove venga praticato lo Sleddog, disciplina nordica che altro non è che lasciarsi trascinare da una slitta tirata da una muta di cani.

Ai più esperti sciatori, infine, si consiglia l’Heli-Skiing (o Eliski) e il Cat-Skiing, attività di discesa da cime di alta quota e su piste prevalentemente inesplorate di neve fresca, da raggiungere per mezzo di un elicottero o di un gatto delle nevi, gli unici mezzi che consentono di arrivare a posizioni altrimenti irraggiungibili. Attività sicuramente entusiasmante ma onerosa: le località meglio attrezzate per lo sci fuori pista (e dunque dotate di confort e servizi in alta quota) sono infatti situate perlopiù  in Canada, negli Stati Uniti, in Russia e Siberia!




21 febbraio 2017


Sanremo, l’altra allegria

A cura di Alberto&Alberto

L’effetto contagio di “Occidentali’s Karma”, l’allegro motivo di Francesco Gabbani che ha vinto l’ultimo Festival di Sanremo del quale mi sono occupato la settimana scorsa, sembra sopravvivere ai tempi dell’effimero. Leggo oggi di una sorta di “Gabbani Mania” che ha avuto una delle sue manifestazioni più eclatanti nella città dell’artista, Carrara, dove qualche giorno fa si sono ritrovati in 500 per un riuscito “flashmob” all’insegna del ballo, sulle note di “Occidentali’s Karma”, ovviamente. Il video lo posto sotto, mette allegria.

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Torno sul tema, perché questa settimana ho proseguito a riflettere sul fatto che la canzone di Gabbani abbia interrotto una tradizione che sembrava inattaccabile, per cui a Sanremo le canzoni allegre possono sì partecipare ma non aspirare a vincere. E se effettivamente Gabbani è riuscito nell’impresa che era riuscita solo a Domenico Modugno nel lontano 1958, è anche vero che di canzoni allegre, nella storia dei Festival, se ne sono sentite.

Voglio quindi ancora rendere giustizia all’allegria di passaggio sul palco dell’Ariston, rievocandone alcune. Iniziamo dal riscontrare che esattamente 50 anni fa, nel 1967, a Sanremo (proprio nell’anno della tragica morte di Luigi Tenco) sfilarono tante canzoni allegre quanto mai più sarebbe accaduto: c’erano “Quando dico che ti amo” di Tony Renis (ma cantata da Annarita Spinaci), “Proposta” dei Giganti ma soprattutto “Le pietre” di Antoine, “E allora dai” di Giorgio Gaber e “Bisogna saper perdere” dei Rokes

Sicuramente, in questi ultimi anni, una ventata d’allegria l’hanno portata il gruppo di Elio & le Storie Tese con le loro tre apparizioni al Festival, due delle quali li hanno visti mancare la vittoria per un soffio (anzi, si è detto che nel 1996 “La terra dei cachi” avrebbe vinto se i voti non fossero stati manipolati ad arte).

Divertì molto, all’epoca, l’esibizione di Rino Gaetano con la sua “Gianna” (3° posto nel 1978) così come, in tempi più recenti, Daniele Silvestri con “Salirò” (14° posto nel 2002), esaltata da un divertente balletto che richiamava le atmosfere ‘disco’ degli anni ’70 e del quale si deve esser ricordato anche il vincitore di quest’anno. Silvestri tornò poi a Sanremo con l’altrettanto allegraLa paranza” (4° posto nel 2007).

Alcuni, come Jovanotti, si esibirono con allegro e giovanile vigore ottenendo anche un buon successo di vendite: la sua “Vasco”, nel 1989, si classificò al 5° posto nella stessa edizione del Festival nella quale il comico Francesco Salvi si scatenava con alcune comparse travestite da animali (già allora!) conquistando il settimo posto. La canzone, che ebbe anche un buon successo di vendite, si chiamava “Esatto!” Vasco Rossi, invece, con la sua sfrontatezza si fece più inquietante che allegro con la pur sostenuta “Vado al massimo” (1982).

Renzo Arbore, artista in grado di evocare allegria con la sua sola presenza, manifestò amabilmente il suo amore per la goliardia nel 1986 con “Il clarinetto” (2° posto) poi diventato un classico del suo repertorio.

Ma l’allegria può emergere anche ad altre latitudini. Abbiamo visto i rigidi russi manifestare un inedito entusiasmo sia al cospetto di "Felicità” e “Ci sarà” di Al Bano e Romina (con le quale, per inciso, si classificarono a Sanremo secondi e primi rispettivamente nel 1982 e nel 1984) che con “Sarà perché ti amo” con cui i Ricchi e Poveri si piazzarono quindi nel 1981. Beati loro.


14 febbraio 2017


Da Sanremo, una voglia di allegria

A cura di Alberto&Alberto

Si può amare o detestare, seguirlo distrattamente o non perdersi nemmeno una serata, può monopolizzare la vita sociale (quantomeno per una settimana) ma non si può completamente ignorare: il Festival di Sanremo, ad alcuni giorni dalla sua conclusione, è ancora al centro di discussioni e tutto sommato, almeno quest’anno, pare che i suoi estimatori siano stati più dei suoi detrattori.

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Non sono mancate le sorprese, almeno se si vanno a rivedere le previsioni della vigilia. Ci sono state esclusioni eccellenti, c’è stato un vincitore decretato al termine di un’altalena di certezze e incertezze. La favorita era Fiorella Mannoia con la sua bella “Che benedetta”; è arrivata infine seconda perché il “televoto”, ovvero il giudizio del pubblico, ha premiato invece il vincitore di Sanremo Giovani dello scorso anno, Francesco Gabbani con “Occidentali’s Karma”. Una canzone allegra, resa ancora più frizzante dall’esibizione dell’interprete in coppia con un gorilla (finto, ovviamente).

A dispetto di un testo che allegro non è poi tanto, ed anzi parecchio criptico e critico, “Occidentali’s Karma” si è affermata per il suo ritmo sostenuto, più di quanto non lo fossero tutte le altre canzoni di questo Festival. Un Festival che tradizionalmente premia la melodia, meglio se stucchevole e che stavolta - grazie al pubblico - premia il ritmo. Rivelando evidentemente una voglia di allegria.

Da quanto tempo, al Festival di Sanremo, non vinceva l’allegria? A memoria non ricordo. Mi lancio quindi in una ricerca che spero non mi riporti indietro fino a “Volare” (edizione 1958), che pure non aveva certo un ritmo sostenuto, non per quanto siamo abituati oggi, ma per quell’epoca sì. E infatti dispensò allegria in tutto il mondo.

Accidenti, ma è proprio così: ripercorrendo a ritroso la lista dei vincitori, e riascoltando alcuni brani che proprio non ricordavo, riscontro che l’allegria è tornata a vincere dopo oltre mezzo secolo. Direi anche la leggerezza, che latita generalmente non solo tra i vincitori ma tra quasi tutti i partecipanti del Festival, che tendono generalmente a prenderlo un po’ troppo sul serio.

Personalmente “Occidentali’s Karma” non è che mi faccia impazzire, ma accolgo questa ventata di allegria come un buon augurio. Sappiamo tutti quanto ce ne sia bisogno.


07 febbraio 2017


Audrey, l’allegria nella semplicità

A cura di Alberto&Alberto

La sua figura campeggia nei manifesti incorniciati in tante case, così come in tanti locali e luoghi pubblici. Una icona come ce ne sono poche: se la batte solo con Marylin, Elvis e James Dean. Che sono, però, tutti sex symbol mentre lei è qualcosa di più e di diverso. È Audrey Hepburn.

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Non aspetto che un suo film ripassi in Tv: tengo da anni a portata di mano un cofanetto di Dvd di alcuni dei suoi film più celebri e li riguardo quando ho bisogno di fare un ‘pieno’ di allegria. Una passione, quella per la Hepburn, che si è sviluppata relativamente tardi, quando meglio potevo apprezzare la sua leggerezza, la sua grazia, la sua semplicità.

Vederla apparire sullo schermo mi mette ancora, a distanza di anni dalla sua “scoperta”, di buonumore. Approfondire la sua vita, personale e professionale, ha aggiunto qualcosa di più e di prezioso: l’ammirazione.

L’attrice di “Vacanze romane”, di Colazione da Tiffany” e di “Cenerentola a Parigi” era, tra le stelle di Hollywood, la meno chiacchierata. Coscienziosa sul lavoro (si alzava sempre alle 4 del mattino per ripassare la parte prima di recarsi sul set), era raramente oggetto di pettegolezzi e forse incuteva anche un po’ di soggezione a registi, produttori e colleghi, per l’atteggiamento distaccato ma cordiale, mai bizzoso ed anzi altamente professionale.

Ma proprio quando il mondo era praticamente caduto ai suoi piedi, Audrey Hepburn si ritirò gradualmente dal cinema per dedicarsi, per quasi un ventennio, alla sua famiglia. Tra gli anni ’70 e ’80 si contano appena 4 film interpretati, tra cui il meraviglioso “Robin e Marian” di Richard Lester (lei Lady Marian, lui Sean Connery, entrambi meravigliosamente malinconici). Ma nel frattempo era sopraggiunta un’altra passione che ha segnato l’ultima arte della sua vita. Occuparsi dei bambini nei paesi poveri del mondo.

Era il 1988 quando aveva appena interpretato il suo ultimo film, “Always - Per sempre” diretta da Steven Spielberg che la volle nel ruolo - difficile pensare ad un’altra attrice altrettanto perfetta - di un angelo. E angelo lo divenne davvero quando in quell’anno fu nominata Ambasciatrice speciale dell’Unicef ed iniziò a viaggiare tra Etiopia, Sudan, Bangladesh, Vietnam, Somalia. Ovunque portava il suo sorriso e il desiderio di offrire un po’ di conforto, ma tornava con un peso sul cuore, dopo aver toccato con mano tante realtà difficili e così lontane dal mondo nel quale era cresciuta professionalmente (ma nell’infanzia aveva vissuto gli stenti della guerra: era nata a Bruxelles ma cresciuta anche tra il Regno Unito e i Paesi Bassi sotto il dominio nazista).

Ha lasciato, oltre ai suoi film e alla sua icona immortale, anche pensieri e aforismi rivelatrici della sua personalità: scrisse, ad esempio, “Ricordati, se mai dovessi aver bisogno di una mano che ti aiuti, che ne troverai una alla fine del tuo braccio... Nel diventare più maturo scoprirai che hai due mani. Una per aiutare te stesso, l’altra per aiutare gli altri.” O anche: “Per avere degli occhi belli, cerca la bontà negli altri; per delle labbra belle, pronuncia solo parole gentili; per una figura snella, dividi il tuo cibo con le persone affamate; per dei capelli belli lascia che un bambino vi passi le sue dita una volta al giorno; e per l'atteggiamento, cammina con la consapevolezza che non sei mai sola.”

Amava l’Italia e soprattutto Roma dove visse per alcuni anni anche qui rifuggendo dal divismo e dal presenzialismo, a dispetto delle abitudini del marito di allora che invece amava le feste e il jet set. Come ha raccontato il figlio Luca in un libro uscito un paio di anni fa, la Hepburn era contenta di stare a casa, cucinare per la famiglia (era bravissima anche tra i fornelli), vedere le amiche più care e con loro divorare gelati o i prodotti dell’orto che curava con grande dedizione.

Leggo da qualche parte in Rete che i giovani (soprattutto le ragazze) la stanno riscoprendo come esempio impareggiabile di stile. L’augurio è anche loro si accostino alla sua figura nella sua interezza, conoscendo ed apprezzando il coraggio delle sue scelte, la sua sensibilità, la sua umanità. Unica.


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