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03 gennaio 2017


L'irresistibile fascino della commedia

A cura di Alberto&Alberto

Ieri sera, mentre pensavo a quale sarebbe stato l'argomento del presente, settimanale post, facevo insieme un pigro e distratto zapping con il telecomando della Tv. Sempre quasi senza accorgermene, mi sono ritrovato a ridere sonoramente: mi ci è voluto un attimo per capire che stavo ridendo alle battute di "Come sposare un milionario", il film del 1953 che aveva tra interpreti l'indimenticabile (e spassosa, oltre che incredibilmente sexy) Marilyn Monroe.

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Ammetto che mi è sembrato di ricordare che la regia fosse di Billy Wilder, il grande maestro della commedia americana. Sbagliato: "Come sposare un milionario" è di Jean Negulesco, uno di quei registi che sapevano fare un po' di tutto e garantivano buoni incassi senza però emergere artisticamente più di altri.

Ma, come spesso accade per le grandi commedie, gran parte del divertimento proviene non dalla regia ma dalla sceneggiatura e, naturalmente, dalle interpretazioni. Quella di "Come sposare un milionario" è di Nunnally Jonhson, un altro di quegli artigiani che non hanno raccolto particolari onori ad Hollywood ma cui dobbiamo tanti momenti di evasione e divertimento.

A lui si devono quindi battute esilaranti come quelle che si scambiano Betty Grable e Fred Clark con la prima che dice "Tutti vogliono bene ai figli, anche le scimmie: è una vecchia legge di madre natura." e il secondo che replica "Madre natura non conosceva il marito di mia figlia". O quella di Cameron Mitchell e Lauren Bacall: "Lei crede davvero che avere i soldi automaticamente porti la felicità?", "No, però nemmeno che automaticamente mi deprima". E poi ancora il terzetto Monroe-Grable-Bacall: "Sapete chi vorrei sposare io?", "Chi?", "Rockefeller." "Quale?" "Uno a caso".

Le commedie americane degli anni '50 sono tra le migliori del genere. Avevano la responsabilità di tirare su il morale dopo la Guerra (amatissime ovunque, non solo negli Stati Uniti) e ci riuscivano benissimo, incrociando attori brillanti, battute sapide, sceneggiature scoppiettanti e regie briose. Erano pensate e realizzate come macchine d'allegria che non dovevano perdere nemmeno un colpo. Billy Wilder, come dicevo, fu uno dei maestri incostrastati del genere, raccogliendo il testimone di quelli che erano stati i pionieri della cosiddetta 'sophisticated comedy': Ernst Lubitsch, Frank Capra, Howard Hawks.

Passano le mode e le tendenze, si afferma sempre di più il cinema spettacolare e fracassone, si creano effetti speciali sempre più mirabolanti eppure non c'è niente come la commedia classica ad offrire divertimento e relax per tutti, nessuno escluso. Oggi come, potrei scommetterci, tra 100 anni.


27 dicembre 2016


L'allegria dagli zampognari

A cura di Alberto&Alberto

Insieme al suono dei campanelli, credo non ci sia nulla di più evocativo del Natale del suono delle zampogne. Almeno per quello che mi riguarda: non appena giunge alle mie orecchie, già da lontano, mi ha sempre trasmesso una sensazione di allegria. Quest'anno non mi è capitato (non ancora, perlomeno) di imbattermi in quel suono che mi ha spinto ad affacciarmi alla finestra, se in casa, o inseguirlo fino a scorgere gli esecutori, figure per me misteriose e affascinanti: gli zampognari.

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Nella foto: uno dei momenti della manifestazione "Melodie d'autunno", il tradizionale raduno degli zampognari che si svolge ogni anno a fine novembre nella cittadina di Moscufo (PE).

Da bambino, mi spiegavano che gli zampognari erano pastori che durante il periodo natalizio scendevano in città e qui si fermavano qualche giorno, errando tra le strade con i loro strumenti tra le braccia. Oggi che la pastorizia è sempre meno praticata, immagino che si tratti per lo più di praticanti dello strumento che colgono l'occasione natalizia per dare libero sfogo alla loro passione (e in qualche caso, anche racimolare qualche soldo). Niente di male: vestiti rigorosamente in abiti tipici, portano comunque avanti una tradizione cui siamo particolarmente affezionati tutti noi che siamo nati o cresciuti nella parte bassa dello Stivale.

La zampogna, d'altronde, è uno strumento tipico dell'Italia centrale e meridionale e in alcuni paesi, viene suonata in tutte le ricorrenze dell'anno. Ha origini antiche e parenti illustri come le cornamuse scozzesi. E ha numerose varianti, sia per le parti che la compongono che per la lunghezza delle canne dalle quali fuoriesce il suono, generalmente quattro: due che emettono note fisse (musicalmente: il bordone) e due che invece modulano il suono. La zampogna si accompagna quasi sempre con un altro strumento, chiamato ciaramella, anch'esso uno strumento a fiato e dal suono più squillante.

Alla figura del zampognaro, il grande scrittore e poeta Gianni Rodari ha dedicato una bella poesia che qui riproduco:

Se comandasse lo zampognaro
che scende per il viale,
sai che cosa direbbe
il giorno di Natale?
"Voglio che in ogni casa
spunti dal pavimento
un albero fiorito
di stelle d'oro e d'argento".
Se comandasse il passero
che sulla neve zampetta
sai che cosa direbbe
con la voce che cinguetta?
"Voglio che i bimbi trovino,
quando il lume sarà acceso,
tutti i doni sognati,
più uno, per buon peso".
Se comandasse il pastore
dal presepe di cartone
sai che legge farebbe
firmandola col lungo bastone?
"Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallino".
Sapete che cosa vi dico
io che non comando niente?
Tutte queste belle cose
accadranno facilmente;
se ci diamo la mano
i miracoli si fanno
e il giorno di Natale
durerà tutto l'anno.


20 dicembre 2016


L'allegria di Osho si fa romanesca

A cura di Alberto&Alberto

Da utente mediamente assiduo su Facebook, mi sono spesso imbattuto nelle condivisioni dei post dalla pagina "Le più belle frasi di Osho", che quasi sempre mi hanno strappato un sorriso e rallegrato la mia giornata.

Osho Rajneesh (1931-1990) era un mistico e maestro spirituale indiano, già professore di filosofia, che godette in vita (ma anche dopo) di una certa popolarità per la sua particolare visione della meditazione e per la sua saggezza cui pure non era estranea una forte componente di umorismo.

“Sii uno scherzo per te stesso, e sarai una benedizione per tutti quanti” è una delle sue frasi più emblematiche. Ma generalmente le sue frasi riguardavano concetti alti come l'amore, la libertà, l'esistenza. E si possono leggere, insieme ai suoi discorsi, nei circa 650 libri che ha scritto di cui circa 200 tradotti in italiano (l'elenco completo di questi ultimi è riportata sul suo profilo di Wikipedia).

Nel febbraio del 2015 un impiegato romano di 42 anni, tal Federico Palmaroli, ha la brillante idea di creare una pagina Facebook - "Le più belle frasi di Osho" - assolutamente apocrifo: sebbene le immagini ritratte siano quelle del vero Osho, le frasi riportate sono invece farina nel sacco dello stesso Palmaroli e sono battute in romanesco sull'attualità e sulla vita di tutti i giorni.

Con una crescita media di 5.000 fan al giorno ottenuti in breve tempo, la pagina Facebook ad oggi conta circa mezzo milione di utenti cui si aggiungono i 13.000 di Instagram e i 21.400 su Twitter. Un fenomeno, quindi, che ha generato due libri (il secondo è uscito in questi giorni) che hanno la particolarità di abbinare alle vignette anche le frasi vere di Osho che hanno ispirato quelle 'veraci' di Palmaroli. Per esempio, dalla frase (vera) “Non buttare via nulla, altrimenti un giorno te ne pentirai. Tutto deve essere usato” nasce la vignetta in cui si vede Osho intento a mangiare riso da una ciotola, seduto per terra, e la frase “Quel riso non lo buttà che domani ce famo i supplì”

L'abbinamento tra le foto di Osho (da un serbatoio che pare inesauribile) e le frasi di Palmaroli producono dunque un effetto assolutamente esilarante. In quella che l'autore stesso giudica tra le migliori, si vede Osho che indica in alto con il dito e la scritta "“Mettela qui che faccio ‘a rovesciata”. Per dire.

In una intervista di un anno fa rilasciata al Fatto Quotidiano che ho trovato in Rete, l'impiegato racconta come abbia avuto diverse proposte di sfruttare la pagina dal punto di vista commerciale, cosa che ha rifiutato, accettando invece di creare qualche maglietta e prestando la sua idea a programmi televisivi. Qualche profitto, quindi, l'idea l'ha generata e lui ha pensato bene di utilizzarlo per sovvenzionare "Fight the stroke", un’associazione che fa ricerca contro gli ictus infantili. E sulla sua pagina, invita spesso a sostenere diverse cause benefiche.

Intanto pensa a come divertirsi e divertire senza annoiarsi, rinnovando periodicamente il suo umorismo e progettando una web serie. O aspettando una nuova, brillante idea di successo.


13 dicembre 2016


L'allegria nei carillon

A cura di Alberto&Alberto

Del potere benefico della musica abbiamo scritto tante volte in questo spazio, citando anche artisti e compositori che ci hanno regalato emozioni donandoci insieme un po' di benessere. Esplorando, invece, la sezione di benessere.com dedicata alla musicoterapia, leggo che nell'antichità lo sciamano, che era poi il sacerdote medico, dava già un valore altissimo alla musica dal punto di vista psicologico, consapevole del suo potere incantatorio sulla parte irrazionale dell'uomo.

Di musica hanno scritto Platone, Aristotele, Pitagora. Il primo libro di medicina cinese, apparso nel terzo millennio a.c., era al contempo un libro di musica. E più tardi, nel Medioevo, i monaci divennero sia depositari della scienza medica che musicisti.

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Parliamo di tempi in cui la musica, per essere ascoltata, doveva essere eseguita da qualcuno, non necessariamente in modo virtuoso ma con sufficiente padronanza dello strumento. Ma in mancanza di uno strumento e di un suo esecutore, come godevano i nostri avi del piacere della musica prima dell'avvento del grammofono?

Le invenzioni che hanno preceduto quest'ultimo, quale mezzo di riproduzione,  sono tante e alcune datano diversi secoli. Personalmente ho da sempre un debole per i carillon, per quel loro suono dolce e avvolgente, dall'effetto così rilassante. Più correttamente chiamato "idiofono a pizzo", il carillon è un’invenzione della fine del XIII secolo, opera di un orologiaio svizzero, tal Antoine Favre. Il termine "carillon" era apparso già diversi secoli prima, nel Medioevo, per designare un insieme di campane che potevano suonare tramite martelletti collegati a funi a volta collegati ad una tastiera. In origine le campane erano quattro, da cui il latino 'quadrilio' destinato a diventare 'carillon'.

Il brevetto di Antoine Favre, depositato il 15 febbraio del 1796, si chiamava invece "carillon sans timbre ni marteau" ovvero carillon senza campane né martelli. L'invenzione piacque e venne applicata nelle modalità più diverse: pur mantenendo il concetto della "carica", che fosse a chiave o a manovella, i carillon si trovarono incastonati in piccoli oggetti come le tabacchiere, gli orologi da tasca, gli orologi da parete. Se ne confezionarono di piccolissimi e di grandi dimensioni. Si trovò il sistema di amplificarne il suono - come nel caso delle cosiddette "boîtes à musique" (scatole musicali) e se ne variò la musicalità utilizzando materiali diversi, dalle lamelle ai piattini a percussione o i campanelli.

Surclassati dal fonografo prima e poi dal grammofono, i carillon sono ancora acquistabili nelle botteghe di antiquariato o sui banchetti dei mercati delle pulci, anche a prezzi modici. Il loro suono ci resta sempre familiare e viene riprodotto anche in alcuni giocattoli per la prima infanzia, sempre allo scopo di rilassare e possibilmente indurre al sonno.

Rilevo che l'effetto rassicurante del suono emesso dal carillon è stato talvolta utilizzato in senso opposto. Penso a certi film in cui il regista ha voluto giocare proprio sul contrasto tra la dolcezza sonora della nenia e una messa in scena all'insegna della tensione: emblematico, in tal senso, l'utilizzo che fece del carillon Sergio Leone in "Per qualche dollaro in più".

Il Natale si avvicina e un carillon potrebbe essere un regalo originale e, come si è detto, benefico. Ma temo che, almeno tra le giovani generazioni, un nuovo lettore MP3 sarebbe più gradito


06 dicembre 2016


Gino Bramieri, dimagrire dal ridere

A cura di Alberto&Alberto

In un vecchio post di "Allegria e benessere" parlavamo dell'arte di raccontare le barzellette, una pratica che almeno una volta nella vita (certamente di più) abbiamo esercitato tutti, magari con esiti non proprio felici (almeno per me). Pensando ai più celebri "barzellettieri", in quella occasione il primo nome che mi venne in mente fu quello di Gino Bramieri, che tanto mi divertiva da bambino e poi da ragazzo quando lo vedevo apparire in televisione all'epoca dei grandi varietà del sabato sera, prima che decidesse - non senza buone ragioni, a parer mio - di dedicarsi pressoché definitivamente a quella che era stata la sua "culla" artistica e che l'avrebbe visto attivo fino alla sua scomparsa nel 1996, il teatro.

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La figura di Bramieri immagino resti conosciuta anche ad esponenti di generazioni successiva alla mia, magari senza associarlo a quel popolare "Carosello" che pubblicizzava una marca di prodotti in plastica, la Moplen. Una figura che viene evocata immancabilmente nei 'revival' televisivi estivi, quella di un milanese distinto, elegante, sempre sorridente, bonario, con una dote fuori dal comune di entrare in sintonia con il pubblico, fosse quello del suo amato teatro o quella di un mezzo più "freddo" quale la televisione. Quella stessa dote che fece sì che Fiorello gli si inginocchiasse consegnandogli l'ultimo Telegatto della sua carriera.

Ma quella figura - e i lettori più attempati di me lo ricorderanno perfettamente - non è stata sempre quella. Negli anni '60, infatti, Bramieri era pressoché un'altra persona. Con lo stesso talento comico, certamente, ma con un immagine assai diversa. Quando aveva già raggiunto un certo successo, infatti, pesava ben oltre 100 chili. Era, insomma, un obeso. E nei suoi sketches, in teatro come in televisione, scherzava spesso sul suo fisico, con grande autoironia, accanto a colleghi come Erminio Macario, Ugo Tognazzi, Gilberto Govi, Totò, Wanda Osiris e Walter Chiari.

Poi decise di dimagrire. Non si sa bene se sottoponendosi ad una dieta ferrea o ad una operazione chirurgica. Perse circa 50 chili, come avrebbe ricordato in un libro che fu best-seller all'epoca dell'uscita, nel 1973 e che ora è da tempo fuori catalogo" 50 chili fa" (più una raccolta di barzellette che una autobiografia, la prima di una lunga e fortunata serie).

Trasformato nel fisico Bramieri non perse né verve, né spunti per il suo repertorio. Anzi, ci guadagnò in opportunità, visto che a quel punto poteva essere anche credibile come latin-lover. Ma non smise mai di raccontare barzellette: si stima che nella sua vita ne abbia raccontate almeno 7000. Certamente non erano tutte di sua invenzione, dal momento che nella sua carriera ha potuto contare su autori formidabili. Però nel momento in cui le raccontava, era come se fossero sue.

Sembra che dopo il dimagrimento Gino Bramieri abbia dovuto lottare tutta la vita con la bilancia, poiché amava molto la buona tavola. E tuttavia quei 50 chili non li prese più e si fece paladino del benessere, già in tempi in cui il tema non era centrale come lo è oggi.

Nello scarno sito Internet che porta il suo nome, una intera pagina è dedicata a "tutti coloro che credono che il sorriso, la cura del proprio corpo e dello spirito siano i punti cardine di un benessere duraturo". Perché "il sorriso, l'umorismo, la comicità avvicinano la gente facilitando la tolleranza". Perché "la cura del proprio corpo aumenta il livello di stima e gradevolezza in noi stessi". E infine perché "lo spirito, per stare in armonia col proprio corpo, ha bisogno di essere nutrito".


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