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23 agosto 2016


In viaggio per allegria/3 - Barcellona

A cura di Alberto&Alberto

Da Aix-en-Province a Barcellona ci sono quasi 500 chilometri da percorrere ma quando si giunge infine a Piazza Catalunya, da dove inizia la Rambla, la stanchezza del viaggio evapora velocemente per lasciare il posto all'allegria che tutta pervade questo luogo unico al mondo.

Sulla Rambla di Barcellona è stato scritto (e cantato) tantissimo: simbolo della città, in fin dei conti non è che un largo viale alberato ma non è tanto il luogo ad emanare il suo fascino quanto la gente che lo popola. È infatti sempre affollato di persone provenienti da ogni angolo del mondo che incrociano i loro volti, le loro vite e i loro sorrisi tra bancarelle, artisti da strada, statue umane, ritrattisti, ristoranti, chioschi, bar, ambulanti e… qualche malintenzionato la cui presenza è regolarmente segnalata su tutte le guide turistiche.

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(foto di Lara Castagna)

L'allegria di ritrovarmi lì, dopo un'assenza durata oltre 30 anni, si è amplificata di fronte ad una grande coppa di Sangrìa, la tradizionale bevanda spagnola a base di vino rosso e frutta e ad un piatto assortito di 'tapas', lo spuntino tipico della cucina locale. E poi si è moltiplicata ancora il giorno dopo, alla vista delle bizzarre creazioni di Antoni Gaudì, durante una visita al celebre Camp Neu e poi ancora godendo il fresco della sera dalla collina del Tibidabo, da cui si ammira tutta la città.

Il "tour" di Gaudì inizia ovviamente dalla Sagrada Familia, il monumento più visitato di Barcellona e forse dell'intera Spagna. Per quei pochi che non lo sapessero, si tratta di una Basilica progettata dall'architetto Antoni Gaudì che vi lavorò per 15 anni, fino alla sua morte, senza riuscire a completarla (e a distanza di quasi un secolo è tutt'ora in costruzione, senza che si intraveda la fine dei lavori). Poco distanti dalla Sagrada Familia, altri due edifici realizzati dall'artista catalano, sorprendono i visitatori che se li trovano quasi all'improvviso tra altri palazzi anonimi: Casa Milà e Casa Batilò. Come la Sagrada Familia, anche questi palazzi conquistano lo sguardo tra colori, forme e linee inconsuete, invenzioni stilistiche sfrenate e immaginifiche.

Audaci anche le soluzioni formali che si ritrovano in alcuni angoli del Parco Guell prima di arrivare ad un altro celebratissimo, capolavoro, la Casa Museo Gaudì, che in realtà fu progettata dal suo braccio destro Francesc d’Assís Berenguer i Mestres ma fu la residenza dell'architetto per molti anni, prima che si trasferisse nel cantiere della Sagrada Familia. All'interno della residenza vi sono diversi oggetti e mobili progettati da Gaudì o dai suoi collaboratori, da cui la sua natura di Museo.

Museo di tutt'altro tipo quello che si visita in un'ala del Camp Nou, lo stadio di calcio di Barcellona, che celebra le gesta della squadra di calcio della città, conosciuta anche come Barca, e nella quale sono esposti tutti i numerosissimi trofei vinti nella sua lunga e gloriosa storia. Ma non solo: pannelli multimediali molto ben congegnati e funzionali consentono di rivivere i momenti più allegri dei campionati nazionali e internazionali giocati dalla squadra, prima di poter accedere al campo ed ammirarne l'imponenza (può contenere quasi 100.000 spettatori) che ne fa il più capiente di tutta Europa. E, ancora, si può accedere agli spogliatoi, alla sala stampa e ad un enorme negozio di souvenir e memorabilia rigorosamente blaugrana, i colori sociali.

Due giorni, quali quelli che avevo a disposizione, sono davvero pochi per poter godere di tutte le attrazioni di Barcellona. Ma ho avuto anche il tempo di trascorrere un allegro pomeriggio al Tibidabo, la collina che sovrasta la città e che ospita il luna park più antico di Spagna, secondo in Europa solo dopo il Prater di Vienna, raggiungibile con un breve viaggio in funicolare e dotato di un belvedere che abbraccia quasi tutta la città fino al mare.


16 agosto 2016


In viaggio per allegria/2 - Aix-en-Provence

A cura di Alberto&Alberto

Dopo una allegra giornata (e una notte) trascorsi a Genova, ho pensato a quale potesse essere una funzionale tappa intermedia tra il capoluogo ligure e Barcellona dalla quale avrei dovuto, insieme alla mia famiglia, imbarcarmi per la destinazione finale delle nostre vacanze, l'isola di Ibiza.

Con un occhio alla cartina della Francia ed uno sull'I-Pad per cercare notizie sui luoghi che via via prendevo in considerazione, alla fine mi viene in mente di digitare su Google qualcosa tipo: 'tappa intermedia tra Genova e Barcellona'. Tra le varie proposte di siti o nei forum di viaggiatori, mi cade l'attenzione su una città francese nella quale non ero mai stato ma che sapevo alquanto rinomata: Aix-en-Provence.

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Forse anche altre mete avrebbero soddisfatto ugualmente o maggiormente il mio desiderio di allegria e benessere ma non posso dire di non essere rimasto più che soddisfatto dalla mia pur breve permanenza nella cittadina.

Preso alloggio in un piccolo albergo fuori città trovato e prenotato la sera prima via Web, mi sono subito diretto verso il centro storico. Dove ho subito trovato un’atmosfera di autentica, ma pacata allegria. La bella piazza centrale, dominata da una grande fontana del XIX secolo, era popolata di gente proveniente da due diverse direzioni che ho subito imparato a riconoscere: da un lato la parte nuova della città, con i negozi delle grandi griffe, le banche e i palazzi alti e moderni, dall'altra la città antica, colorata e festosa, con negozi per turisti ma anche tanti bistrot con tavolini all'aperto, botteghe, angoletti da scoprire, vicoli da attraversare.

Inutile dire che ci siamo diretti subito verso quest'ultima, per una bella passeggiata che ci ha condotto fino alla Cattedrale di San Salvatore, il principale luogo di culto della città costruito tra l'XI e il XIII secolo e caratterizzato da un imponente portale in stile gotico. Richiamato dai canti di una Messa in corso, sono entrato ed ho ammirato i bei dipinti e sculture lì contenute, insieme ad arazzi del XVI secolo.

Un aperitivo in piazza, preludio alla cena in un locale poco distante, ha concluso un bel pomeriggio che avrebbe potuto proseguire, se il tempo lo avesse consentito, con visite ad altri luoghi celebri di questa elegante cittadina provenzale.

Come il variopinto mercato quotidiano di Place Richelme, purtroppo già chiuso al momento del nostro passaggio o quello dei fiori che viene allestito tre volte alla settimana in Place de l’Hotel de Ville. O il Museo Granet dove avrei potuto ammirare diverse tele di Cézanne. Oppure ancora un'altra fontana non molto distante dai luoghi della mia passeggiata ma che al momento mi era sconosciuta: situata nel Cours Mirabeau, è alimentata con acqua che sgorga alla temperatura di 34° per cui si presenta alla vista tutta ricoperta da un folto strato di muschio.

Non potevo davvero trovare di meglio come antipasto alla più rutilante e allegra Barcellona, la tappa successiva e più impegnativa (per numero di attrazioni culturali e artistiche) del mio viaggio. Di cui scriverò la prossima settimana!



09 agosto 2016


In viaggio per allegria/1 - Genova

A cura di Alberto&Alberto

Le mie vacanze alla ricerca dell'allegria (e quindi del benessere) iniziano a Genova, e più precisamente nel suo celebre Acquario, il più grande d'Italia e il secondo più grande d'Europa dopo quello di Valencia. Solo qualche giorno fa, dopo tanti anni in cui vagheggiavo di andarci, ci sono finalmente riuscito. Scontato dire - soprattutto per tutti coloro che lo hanno visitato almeno una volta - che ne valeva la pena.

L'Acquario di Genova è davvero bello. Come architettura (quella esterna è opera di Renzo Piano), come concezione, come posizione, quasi incastonato nel mare. E dunque se pure i pesci sono ospitati all'interno di vasche (ma di grandi dimensioni) sembrano quasi godere della loro libertà in un habitat naturale scrupolosamente ricostruito, per ambiente, tipologia e temperatura dell'acqua. Che proprio dal mare proviene, prima di essere analizzata e depurata per accertarsi che corrisponda a quella d'origine di ogni specie.

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(foto di Lara Castagna)

Pesci da ammirare da vicino, talvolta con stupore, altre con inquietudine (i piraña, soprattutto), quasi sempre con allegria. Spettacolo nello spettacolo sono i bambini, di tutte le età, che emettono gridolini di meraviglia passando da una vasca all'altra. Se non ci fossero i genitori a distoglierli, dopo un po', dall'attenzione che riservano ad ogni specie, resterebbero assorti per ore ad attendere il passaggio di uno squalo, il salto di un delfino, o ad accarezzare le "razze" nella cosiddetta "vasca tattile", una delle attrazioni più popolari della struttura. Per non parlare delle loro espressioni quando si trovano al cospetto dei pinguini o delle foche.

Basterebbe la loro allegria a ripagare il prezzo del biglietto. Ma nell'Acquario c'è anche tanto da scoprire per tutti, da imparare, da approfondire rispetto alle conoscenze già acquisite. Ad ogni vasca o luogo espositivo, si accompagnano cartelli che spiegano le origini di ogni specie, il luogo del mondo da cui provengono, la loro diffusione e, in molti casi, le prospettive di estinzione.

Due ore e 30 la durata media di una visita, al netto di eventuali percorsi supplementari e facoltativi (leggi: biglietto da fare a parte) per incrociare circa 15.000 animali: non solo pesci ma anche mammiferi marini, uccelli, rettili, anfibi di 400 specie diverse.

E all'uscita l'allegria perdura, in una passggiata nei vicoli del Porto Antico, i "carrugi" già cantati da Fabrizio De Andrè, tra botteghe di artigiani, i richiami dei commercianti e i panni colorati che penzolano dai balconi. Per concludere, ancora in allegria, con un piatto di trofie al pesto. Neanche a dirlo, il migliore che abbia mai assaggiato.


02 agosto 2016


La ricerca in un secchio

A cura di Alberto&Alberto

Sono passati due anni da quell'estate in cui esplodeva il fenomeno dell'"Ice Bucket Challenge". Quando attori, artisti, sportivi e politici più o meno famosi si facevano ritrarre mentre qualcuno gettava loro addosso una secchiata d'acqua gelida. Noi vedemmo solo i personaggi famosi sottoporsi stoicamente alla pratica, forse spinti anche da un po' di vanità oltre che dallo spirito filantropico, ma alla fine si contarono in 17 milioni le persone che si erano lasciate coinvolgere in una delle campagne virali di maggior successo nella storia dei social network.

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Quei 17 milioni hanno, a loro volta, rallegrato 440 milioni di spettatori su Facebook e contribuito a far raccogliere centinaia di milioni di dollari alle associazioni per la SLA, la Sclerosi Laterale Amiotrofica. Perché, per chi non lo ricorda, fu l'americana Als Association a lanciare la campagna quell'estate del 2014 proprio per incentivare le donazioni destinate alla ricerca di una cura per una malattia estremamente invalidante e quasi sempre mortale. Volevano accendere un riflettore sulla SLA e ci sono riusciti. Divertendo.

Ma chi ha inventato l'Ice Bucket Challenge e con quale scopo? A lanciare la sfida per primo pare sia stato il giocatore di basket Pete Frates il quale nel 2012 ha scoperto di avere la Sla e ha dovuto interrompere l'attività sportiva mentre i suoi muscoli si irrigidivano gradualmente ma inesorabilmente. L'intuizione dell'acqua gelida deriva proprio dalla sensazione di rigidità che essa procura per qualche istante e che rinvia ai sintomi della malattia. Altre fonti accreditano l'iniziativa a un amico dello stesso Frates, Pat Quinn, cui a sua volta è stata diagnosticata la Sla nel 2013.

In ogni caso, in un primo tempo l'Ice Bucket Challenge non era da riferirsi solo alla Sla ma alla raccolta di fondi anche per altre malattie, a partire dal cancro. Dopo che la Asl Association l'ha fatta sua, la campagna è definitivamente decollata ed ha coinvolto tanti Vip. L'idea di fondo era che una persona poteva scegliere se fare una donazione oppure sottoporsi alla secchiata di acqua gelata. Sulla spinta del successo dell'iniziativa, i Vip hanno acconsentito a promuovere la campagna senza però esimersi dal fare anche generose donazioni. E ad ogni secchiata, invitavano (“nominavano”) uno o più persone a seguire il loro esempio.

Rilanciata nel 2015, la campagna non ha ottenuto gli stessi risultati, né in termini di viralità né in termini economici. Intanto, però, la ragguardevole somma raccolta nel 2014 ha dato i suoi frutti: è di questi giorni la notizia che i ricercatori hanno scoperto cinque nuovi geni che sono alla base dell'insorgenza della Sla. Il che non vuol dire che sia stata trovata una cura ma che si è aggiunto un altro (anzi cinque) preziosi tasselli ad un complesso mosaico che qualcuno potrà prima o poi (speriamo prima) completare.


26 luglio 2016


A spasso con i Pokemon

A cura di Alberto&Alberto

Nella mia istintiva, persistente e irriducibile tendenza a vedere (quasi) sempre il bicchiere mezzo pieno - altrimenti, come farei ad occuparmi di allegria e benessere da ormai 3 anni e mezzo? - accolgo con curiosità, simpatia e anche allegria il fenomeno ormai planetario del "Pokemon Go" che tanto sta facendo parlare di sé da alcune settimane.

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Il mio primo impatto con "Pokemon Go" è stato peraltro positivo: circa una decina di giorni fa, mio figlio adolescente che vedevo - con mio disappunto - impiegare il suo tempo libero dagli impegni scolastici alternandosi oziosamente tra la Playstation e YouTube (dunque nella pressoché totale inerzia), mi ha annunciato che stava uscendo a farsi una lunga passeggiata. E quando gli ho suggerito di approfittarne per portare a spasso anche il suo cane - compito che generalmente e implacabilmente è destinato a me! - non ha battuto ciglio. Sospettoso, gli ho chiesto dove andava e soprattutto a fare cosa: ed è così che per la prima volta ho sentito parlare di Pokemon Go!

Sul momento non c'era da saperne di più da parte sua e dunque mi sono precipitato a fare qualche ricerca su Internet. Scoprendo che il gioco consiste nello scaricare un’applicazione sullo smartphone che consente di muoversi nello spazio circostante, utilizzando la tecnologia GPS, cercando di catturare quanti più Pokemon possibili – sto parlando di creaturine immaginarie già protagoniste fin dal 1996 di cartoni animati, film, videogiochi, giocattoli e quant'altro possa essere pertinente agli interessi di un'utenza prevalentemente infantile. Il ventennio che divide i giorni nostri dalla prima apparizione dei Pokemon in campo ludico e audiovisivo, conferisce loro una popolarità che coinvolge più di una generazione (seppure non la mia).

Confesso che non mi sono spinto oltre la conoscenza superficiale della dinamica del gioco e del suo scopo, che mi resta ancora estraneo. Però nei giorni successivi all'episodio familiare succitato, non mi sono certo sfuggiti i tanti articoli pubblicati sui giornali, i servizi televisivi, i continui riferimenti mediatici su quello che ho compreso essere diventato nel giro di poche settimane un fenomeno che sta coinvolgendo abitanti quasi di ogni paese del mondo. Con tante e condivisibili controindicazioni, puntualmente evidenziate da chi vi intravede il rischio di dipendenze psicologiche, di incidenti di varia natura derivanti dalle distrazioni cui possono incorrere i giocatori, di persistente e deleteria evasione dalla realtà.

Ma sempre in nome di quel 'bicchiere mezzo pieno' che evocavo all'inizio del post, il mio pensiero corre sempre all'immagine di un ragazzino - il mio - che esce a farsi una lunga e salutare passeggiata in un pomeriggio d'estate, seppure con gli occhi puntati sullo smartphone (è il 'bicchiere mezzo vuoto'). E nelle mie letture sul tema, non mi è sfuggito quanto la famigerata caccia ai Pokemon stia portando nuovi, inaspettati visitatori nei musei, nei siti archeologici, nelle nostre piazze e ovunque - alzando gli occhi - si possa vedere qualcosa di bello e mai visto prima, arricchendo il bagaglio di esperienza e conoscenza visiva. Mette allegria anche vedere come il gioco venga spesso condiviso, anche da intere famiglie e di come stia addirittura incentivando il turismo.

Alcuni esperti commentatori che seguo in questi giorni, sostengono che la "febbre" da Pokemon Go è destinata ad esaurirsi nel giro di qualche settimana, al massimo qualche mese. Va bene così: in tal caso, sarebbe scongiurato il rischio di una eventuale dipendenza psicologica e si lascerebbe il campo libero a qualche nuovo fenomeno che vorremmo sempre sortisse qualche effetto benefico. Qualunque esso sia.


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