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10 maggio 2016


L'allegria del Cosplay

A cura di Alberto&Alberto

Con colpevole ritardo, ho appreso dell'esistenza dei "cosplayers" solo qualche mese fa quando, aggirandomi attorno alla Fiera di Roma per recuperare i miei figli, me ne sono trovati di fronte a centinaia. Erano i visitatori (e insieme anche protagonisti) di una delle edizioni del Romics, una manifestazione che si svolge due volte l'anno alle porte della Capitale richiamando ogni volta decine di migliaia di giovani (perlopiù) provenienti da tutta Italia. E che da semplice fiera del fumetto si è trasformata negli anni in una festa della fantasia, della creatività e dell'allegria.

La parola cosplay, per chi si è preso la briga di darle una definizione, (Wikipedia, naturalmente) indica "la pratica di indossare un costume che rappresenti un personaggio riconoscibile in un determinato ambito e interpretarne il modo di agire". La parola è composta da "costume" (che è uguale in inglese e in italiano) e "play" nel senso di gioco o interpretazione. I personaggi da interpretare sono quelli dei fumetti, dei "manga" (i cartoni animati giapponesi) e dei film: particolarmente gettonato quest'anno (ma in realtà da sempre in auge) il travestimento da protagonisti della saga di "Guerre stellari".

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Gli adepti del genere sono molti più di quanto potessi immaginare: dopo aver affollato all'inizio di aprile scorso una location pure vastissima quale la Fiera di Roma (200.000 presenze in tre giorni), hanno decretato ulteriormente il successo di "Comicon", manifestazione simile che si svolge a Napoli (120.000 partecipanti quest'anno) e ad ottobre si impossesseranno di una intera città, Lucca, come accade da diversi anni in occasione del Lucca Comics & Game.

A proposito: leggo che la manifestazione lucchese si è fatta carico dell'organizzazione del Campionato Nazionale Cosplay per il quale è già iniziata una selezione all'interno di vari eventi che si svolgono in tutta Italia che decretanno i migliori "cosplayers" destinati a sfidarsi nella finalissima a Lucca dove verrà annunciato il vincitore. Il quale, come premio, avrà un contratto da parte di una azienda di intrattenimento a tema specializzata nel settore Cosplay (ebbene sì, esistono realtà del genere) che gli consentirà di partecipare come ospite a tutte le manifestazioni del circuito, sedere da giurato nelle gare più importanti e pernottare gratuitamente a Lucca per l'edizione 2017 del Lucca Comics & Games.

Il Cosplay è qualcosa di più di un fenomeno: è una allegra e concreta espressione dell'immaginario che trova naturalmente le sue radici nel gusto del travestimento liberandolo dai vincoli temporali imposti dal Carnevale. Richiede molta passione e impegno: ho sentito che i migliori travestimenti necessitano anche di un anno intero di lavoro. E poi vi sono le esibizioni che consistono generalmente nella messa in scena di situazioni legate ai personaggi del travestimento. Una consuetudine che non è particolarmente rilevante in Giappone, dove pure il Cosplay ha origine, ma che ha invece preso piede in altri paesi, Italia compresa. Dove oltre a Roma, Napoli e Lucca, eventi con Cosplay si svolgono anche, tra le altre città, a Milano, Udine, Catania, Verona, Sassari, Palermo e Pisa.

Organizzati in ambito social (la pagina Facebook "Cosplay" conta oltre mezzo milione di 'like'), i giovani e giovanissimi che praticano il Cosplay si autodefiniscono "una comunità". Ciò significa che si sostengono tra loro, si danno consigli sui riferimenti giusti e sui materiali da impiegare per i loro travestimenti. In una parola: sono amici e stanno bene insieme. In sana allegria.


03 maggio 2016


1:5000 di allegria

A cura di Alberto&Alberto

Poco informato sui fatti calcistici e tifoso mediamente disinteressato, ho appreso di quanto stava accadendo nel campionato inglese solo qualche settimana fa. Perché la notizia in questione aveva evidentemente trapassato, con la sua forza, le barriere dell'ambito sportivo per arrivare all'informazione generalista. Dunque in Inghilterra, una squadra che veniva considerata fino a qualche mese fa, la "cenerentola" della cosiddetta Premier League stava intravedendo la concreta possibilità di vincerla per la prima volta nella sua storia. E per merito di un allenatore italiano,anzi romano, anzi romano "de Testaccio": quel Claudio Ranieri che in passato ha allenato la stessa squadra della Capitale e che ora, come tanti colleghi, aveva trovato lavoro all'estero. Era, da un anno, l'allenatore del Leicester (che si pronuncia "Lester", dicono).

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E dunque anche io ieri sera mi sono messo in poltrona per guardare e appassionarmi ad una partita che non avrei mai detto potesse interessarmi: era Chelsea-Tottenham, dal cui esito sarebbe dipeso il primato del Leicester.  Terminata 2-2, la partita ha decretato la vittoria della squadra di Ranieri a due giornate dalla fine del campionato. E in quel momento è esploso l'entusiasmo e l'allegria di tanti tifosi, in Inghilterra, a Roma ma non solo.

Ho scoperto tardi, come dicevo, questa storia il cui finale mi ha davvero rallegrato. Ho quindi letto che il Leicester lo scorso anno stava per retrocedere nella serie inferiore e che si era salvata in extremis. Ranieri (che, per inciso, proveniva da una disastrosa esperienza con la nazionale greca) è stato chiamato ad allenare la squadra nel luglio 2015 con un obiettivo preciso: quello di portare la squadra a scongiurare quella retrocessione che era stata così vicina nella stagione precedente. Così che quando il Leicester iniziava il campionato, i bookmaker inglesi davano una sua possibile vittoria della Premier League a 1:5000. Per dire: gli stessi bookmakers a inizio stagione scommettevano 1:1000 sulla possibilità che la rockstar Bono potesse diventare Papa!

Senonché tra i tanti che si stanno rallegrando in queste ore per l'impresa del tecnico italiano ce n'è oggi uno che si sta rallegrando più di tutti: è quel falegname di 39 anni, da sempre tifoso del Leicester che ad agosto ebbe la spudoratezza di scommettere 5 sterline sulla vittoria della sua squadra del cuore e non perché ci credesse sul serio ma per semplice affetto. Ora ne dovrebbe avere vinte 25.000 di sterline, che sono un bel po' di soldi. Qualche settimana fa, quando si cominciava ad intravedere la possibilità che il Leicester compisse il miracolo, egli ha dichiarato che con una eventuale vincita avrebbe pagato i suoi debiti, quelli della sua fidanzata e ne sarebbe rimasto per l'acconto di una casa. Complimenti e auguri a Leigh Herbert.

Complimenti e auguri a Claudio Ranieri, che ieri, nella giornata in cui sarebbe potuto passare alla storia è volato a Roma per festeggiare i 96 anni di sua madre e che ha rischiato di non vederla, quella partita. Complimenti per quanto ha affermato a fine serata: "Una dedica? L'unica dedica che posso fare a tutti quanti è dirgli di crederci, provateci non solo nel calcio ma in tutti i campi della vita".

Complimenti ed auguri a tutti quegli inglesi (e romani, perché si è festeggiato anche a Testaccio!) che hanno mostrato il volto più bello del tifo e la cui felicità è riuscita, ieri sera, a contagiare anche me.  


26 aprile 2016


La radio allegra se libera

A cura di Alberto&Alberto

L'avvento delle radio libere fu, a metà degli anni '70, una allegra rivoluzione per chi ne fu testimone. Con la libera emittenza, si accorciava la distanza tra chi faceva la radio e chi la ascoltava. Molte trasmissioni ospitavano le telefonate degli ascoltatori e le canzoni venivano scelte direttamente dagli stessi, spesso accompagnate da dediche. E poi la scelta: l'offerta si ampliava gradualmente fino a permetterci di avere sempre qualcosa da ascoltare che fosse di nostro gradimento.

Accadeva esattamente 40 anni fa: la Sentenza 202 della Corte Costituzionale del 28 luglio 1976 liberalizzò le trasmissioni radio in ambito locale. La decisione seguiva quella presa due anni prima, la 225 del 1974 che accoglieva i ricorsi dei possessori di attrezzature CB contro l'accusa di fare concorrenza con la Rai.

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All'epoca della loro comparsa, furono in molti a pensare che quella delle radio libere fosse una moda passeggera, mancando di una organizzazione (e sostegno economico) che le potesse davvero rendere competitive rispetto alla Radio di Stato. Ma il pubblico gradì molto la novità, specialmente quello giovanile che la radio, fino ad allora, non la ascoltava molto se non in occasione di qualche specifico programma. E insieme al gradimento del pubblico, crebbero anche l'esperienza e la professionalità di chi faceva la radio: le radio libere, in molti casi, fecero da "palestra" a conduttori, giornalisti e artisti che sono poi emersi a livello nazionale.

La storia dice che la prima radio "libera" sia stata creata a Parma, voluta da un imprenditore, un giornalista e un esperto radioamatore. Grazie a quest'ultimo, fu possibile far funzionare un trasmettitore di potenza che riusciva a coprire quasi tutta la città emiliana. Le trasmissioni iniziarono il 1 gennaio del 1975 e non sarebbero mai cessate, anche se naturalmente nel corso di quarant'anni la radio ha subito varie trasformazioni nella proprietà, nell'organizzazione e nella proposta editoriale.

Dopo Radio Parma fu il turno di Radio Milano Internazionale (inizio trasmissioni, marzo 1975) e Radio Roma (giugno 1975). Non mancarono i problemi, tra denunce, sequestri di impianti, boicottaggi di varia natura. Ma alla fine le radio libere la spuntarono su tutta la linea, con i vantaggi che emergevano via via: la possibilità, da parte dei piccoli commercianti, di promuovere le proprie attività con modica spesa; l'opportunità, per le case discografiche, di far conoscere le novità senza subire i ricatti di chi fino ad allora aveva il monopolio dell'etere; la comodità e la libertà di poter ascoltare musica a qualsiasi ora del giorno e della notte (quella musicale rappresentava circa l'80% dell'intera programmazione delle radio libere).

Unendosi in network, molte radio locali dell'epoca riuscirono a diventare nazionali, coprendo tutto o quasi il territorio italiano. Questo ha segnato l'inizio della fine delle radio "libere" propriamente dette e l'avvento delle radio "commerciali". Sono tuttavia ancora moltissime le emittenti che operano a livello locale e seguitano ad offrire servizi preziosi come le informazioni su quanto accade in città o sul traffico. E concedendo ancora la libertà, ai radioascoltatori, di trovare la loro musica preferita o di intervenire sui temi più svariati. Non si chiamano più libere, ma perpetuano l'allegria della libertà.


19 aprile 2016


L'arte in ospedale fa allegria

A cura di Alberto&Alberto

"I colori allegri accorciano i tempi del recupero: si viene dimessi dall'ospedale prima e meglio". Mi ha colpito questa frase pronunciata dal direttore del Reparto di Terapia Intensiva dell'Ospedale Santa Maria Nuova di Firenze Vittorio Pavoni letta sul quotidiano La Repubblica in un bell'articolo intitolato "La terapia della bellezza". Proprio come la risoterapia, della quale mi sono più volte occupato in questo spazio, anche l'arte ha le sue proprietà terapeutiche: le cinque tele dalle tinte brillanti commissionate anni fa dal Reparto di Pavoni, per il medico "rendono l'atmosfera più umana, riducendo così la sindrome da stress post traumatico e la componente psicologica del dolore, consentendo un minor ricorso ad ansiolitici e antidolorifici".

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Non è esattamente una novità, quella di rendere più gradevoli i luoghi di cura a beneficio di pazienti e familiari. L'utilità dell'arte sulle patologie è un concetto che affonda le sue radici nell'antica Grecia, ove gli ospedali - gli asclepia - ospitavano teatro, pittura e scultura, accogliendo quanto sostenuto dal padre della medicina Ippocrate: "La guarigione è legata anche alle circostanze".

Un concetto ripreso anche nel Rinascimento, quando si usava affrescare i soffitti degli ospedali: sono ancora ammirabili a Santa Maria della Scala a Siena, uno dei più antichi e grandi ospedali europei (oggi Centro museale) o nella Scuola Grande di San Marco a Venezia, che costituisce oggi l'ingresso principale dell'Ospedale Civile SS. Giovanni e Paolo.

Nel tempo, si è privilegiata la funzionalità al decoro artistico. Finché, ai giorni nostri, la filosofia di Ippocrate non è stata recuperata attraverso diverse iniziative promosse in vari nosocomi italiani. Non necessariamente legate all'arte figurativa: pensiamo alla sala cinematografica recentemente inaugurata all'interno del Policlinico Gemelli di Roma, realizzata con una raccolta fondi sostenuta da un bel video girato dal Premio Oscar Giuseppe Tornatore con le musiche di Claudio Baglioni (lo potete vedere alla fine di questo post). Una sala ovviamente realizzata e attrezzata non solo per godersi un film seduti su una comoda poltroncina ma anche dalle carrozzine e persino dai letti per chi è costretto all'immobilità.

Ma l'articolo che ho citato di Repubblica è prodigo di altri esempi: le 300 formelle colorate realizzate dai dipendenti del policlinico San Matteo di Pavia sotto la guida di una docente dell'Accademia di Brera; i laboratori di restauro e pittura per i piccoli pazienti dell'ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma; gli interventi pittorici dei pazienti, medici, infermieri e portantini all'Ospedale Sant'Anna di Torino, effettuati con la supervisione di artisti di fama.

Gli esempi sono molteplici, coinvolgono praticamente tutte le arti e sembrano indicare una nuova strada per potrebbe allineare l'Italia a paesi come la Finlandia, dove i medici di base oltre a prescrivere farmaci ai propri pazienti, prescrivono anche cure artistiche ed intellettuali. Con l'effetto di alleviare non solo le sofferenze dei pazienti ma anche le ingenti ricadute economiche della spesa sanitaria.




12 aprile 2016


Allegria al cinema a stelle e strisce

A cura di Alberto&Alberto

Alla fine dello scorso anno, la Writers Guild of America ovvero l'associazione che riunisce gli sceneggiatori cinematografici americani ha reso nota una lista di quelle che vengono da loro considerate le 101 sceneggiature più divertenti della storia del cinema americano. Ci hanno messo appena due ore e mezza, durante il quale hanno discusso in una sala di Hollywood, guardando e commentando le clip dei film in lizza per il primato.

Un compito davvero difficile, quello dei membri della WGA, dal momento che la commedia è un genere frequentato dalla Settima Arte fin dalla sua invenzione: uno dei primi cortometraggi dei fratelli Lumiere, "L'arroseur arrosé" (L'innaffiatore innaffiato) era anche la prima opera filmica pensata e realizzata con lo scopo di far ridere. Ed era anche la prima ad aver carattere narrativo, ove i cortometraggi precedenti erano riprese di eventi, dunque assimilabili al genere del documentario.

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Prendendo in considerazione il solo cinema americano, la comicità ha qui dominato la produzione cinematografica nella sua prima fase, quella delle "comiche" mute di Chaplin, Buster Keaton, Stanlio & Ollio e tanti altri. Negli anni '30, poi, Hollywood chiamò a sè alcuni dei migliori autori europei di commedie in fuga dal nazismo, da Ernst Lubitsch a Billy Wilder. E il genere non avrebbe mai conosciuto crisi, fino ai giorni nostri. Se si guarda solo la classifica Usa di questa settimana dei film più visti, al primo posto c'è proprio una commedia ("The Boss", in Italia uscirà a giugno).

Come tutte le liste che devono attingere ad un catalogo sterminato, anche quella dei WGA è per molti opinabile. Ma per quello che mi riguarda, scorrendo almeno le prime dieci posizioni trovo film che ho visto (spesso più volte) e che effettivamente mi hanno regalato momenti di allegria e spensieratezza. Sull'ordine di preferenza, però, non saprei dire se pienamente condivisibile, forse no, ma nessuna presenza mi fa gridare allo scandalo.

Entro nel dettaglio. Al primo posto c'è "Io e Annie" (1977) di Woody Allen, la cui sceneggiatura gli valse l'Oscar (quell'anno assegnato anche al miglior film, alla migliore Regia e alla migliore attrice protagonista). Tra i migliori film di Allen, che è presente nella lista dei 101 altre 6 volte, vanta un'altissima concentrazione di battute tra cui quella celeberrima (ma "rubata" a Groucho Marx, opportunamente citato): "Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri come me". Sintomatico che nel volume "Suonala ancora Sam" (a cura di Roberto Casalini, Bompiani) che riporta le più belle battute del cinema, "Io e Annie" sia citato ben 22 volte.

Al 2° posto della classifica c'è il classico "A qualcuno piace caldo" (1959) di Billy Wilder. Che ricorderete concludersi con quella che viene considerata la battuta più famosa della storia del cinema: "Nessuno è perfetto".

Al 3° posto c'è il titolo più recente, almeno tra i primi dieci: ho perso il conto di quante volte ho visto "Ricomincio da capo" (1993) di Harold Ramis, con Bill Murray costretto da un incantesimo a ripetere all'infinito la stessa giornata con effetti esilaranti (per lo spettatore, si intende).

Al 4° posto, il capofila del genere cosiddetto "demenziale": "L'aereo più pazzo del mondo" (1980). Più che le battute contano qui le situazioni, che ribaltano in chiave comica quelle dei film cosiddetti "catastrofici" e in particolare la serie inaugurata da "Airport" nel 1970.

5° posto per "Tootsie" (1982) nel quale Dustin Hoffman si travestiva da donna per ottenere un posto da attore (da attrice, per la verità) in un serial televisivo. Sceneggiatura impeccabile, opera di Larry Gelbart e Murray Schisgal.

Al 6° posto la geniale parodia di Mel Brooks dei film horror, "Frankenstein Junior" (1974) e al 7° il genio di Stanley Kubrick al servizio della sola commedia da lui diretta "Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba" (1964) con uno straordinario e versatile Peter Sellers.

Mel Brooks torna anche all'8° posto e sempre con una parodia, stavolta del western - "Mezzogiorno e mezzo di fuoco" (1974) - ma sempre con Gene Wilder.

Campioni di humor inglese, i protagonisti del 9° posto sono il gruppodei Monty Python con "Monty Python e il Sacro Graal" (1974). Peccato che l'edizione italiana (che all'uscita si intitolava semplicemente "Monty Python") sia stata funestata da un doppiaggio discutibile ad opera dei comici del Bagaglino (Pippo Franco, Bombolo…), chiamati a recitare battute completamente diverse da quelle del film originale, più in linea con il genere "boccaccesco" allora imperante nelle sale italiane.

Al 10° posto, infine, "Animal House" (1978) di John Landis, scritto tra gli altri da Harold Ramis già autore delle sceneggiatura di "Ricomincio da capo".

Chiudo citando un'altra classifica stilata dai lettori di un portale cinematografico (oltre 2000 i votanti), stavolta dedicata ai film italiani più divertenti di sempre: al primo posto si trova "Amici miei" di Mario Monicelli che ha raccolto il 14 per cento dei voti. Su questa classifica vorrò tornare nelle prossime settimane.


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