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26 July 2016


A spasso con i Pokemon

A cura di Alberto&Alberto

Nella mia istintiva, persistente e irriducibile tendenza a vedere (quasi) sempre il bicchiere mezzo pieno - altrimenti, come farei ad occuparmi di allegria e benessere da ormai 3 anni e mezzo? - accolgo con curiosità, simpatia e anche allegria il fenomeno ormai planetario del "Pokemon Go" che tanto sta facendo parlare di sé da alcune settimane.

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Il mio primo impatto con "Pokemon Go" è stato peraltro positivo: circa una decina di giorni fa, mio figlio adolescente che vedevo - con mio disappunto - impiegare il suo tempo libero dagli impegni scolastici alternandosi oziosamente tra la Playstation e YouTube (dunque nella pressoché totale inerzia), mi ha annunciato che stava uscendo a farsi una lunga passeggiata. E quando gli ho suggerito di approfittarne per portare a spasso anche il suo cane - compito che generalmente e implacabilmente è destinato a me! - non ha battuto ciglio. Sospettoso, gli ho chiesto dove andava e soprattutto a fare cosa: ed è così che per la prima volta ho sentito parlare di Pokemon Go!

Sul momento non c'era da saperne di più da parte sua e dunque mi sono precipitato a fare qualche ricerca su Internet. Scoprendo che il gioco consiste nello scaricare un’applicazione sullo smartphone che consente di muoversi nello spazio circostante, utilizzando la tecnologia GPS, cercando di catturare quanti più Pokemon possibili – sto parlando di creaturine immaginarie già protagoniste fin dal 1996 di cartoni animati, film, videogiochi, giocattoli e quant'altro possa essere pertinente agli interessi di un'utenza prevalentemente infantile. Il ventennio che divide i giorni nostri dalla prima apparizione dei Pokemon in campo ludico e audiovisivo, conferisce loro una popolarità che coinvolge più di una generazione (seppure non la mia).

Confesso che non mi sono spinto oltre la conoscenza superficiale della dinamica del gioco e del suo scopo, che mi resta ancora estraneo. Però nei giorni successivi all'episodio familiare succitato, non mi sono certo sfuggiti i tanti articoli pubblicati sui giornali, i servizi televisivi, i continui riferimenti mediatici su quello che ho compreso essere diventato nel giro di poche settimane un fenomeno che sta coinvolgendo abitanti quasi di ogni paese del mondo. Con tante e condivisibili controindicazioni, puntualmente evidenziate da chi vi intravede il rischio di dipendenze psicologiche, di incidenti di varia natura derivanti dalle distrazioni cui possono incorrere i giocatori, di persistente e deleteria evasione dalla realtà.

Ma sempre in nome di quel 'bicchiere mezzo pieno' che evocavo all'inizio del post, il mio pensiero corre sempre all'immagine di un ragazzino - il mio - che esce a farsi una lunga e salutare passeggiata in un pomeriggio d'estate, seppure con gli occhi puntati sullo smartphone (è il 'bicchiere mezzo vuoto'). E nelle mie letture sul tema, non mi è sfuggito quanto la famigerata caccia ai Pokemon stia portando nuovi, inaspettati visitatori nei musei, nei siti archeologici, nelle nostre piazze e ovunque - alzando gli occhi - si possa vedere qualcosa di bello e mai visto prima, arricchendo il bagaglio di esperienza e conoscenza visiva. Mette allegria anche vedere come il gioco venga spesso condiviso, anche da intere famiglie e di come stia addirittura incentivando il turismo.

Alcuni esperti commentatori che seguo in questi giorni, sostengono che la "febbre" da Pokemon Go è destinata ad esaurirsi nel giro di qualche settimana, al massimo qualche mese. Va bene così: in tal caso, sarebbe scongiurato il rischio di una eventuale dipendenza psicologica e si lascerebbe il campo libero a qualche nuovo fenomeno che vorremmo sempre sortisse qualche effetto benefico. Qualunque esso sia.


19 July 2016


Il ritorno di Tarzan, l'eroe che non muore mai

A cura di Alberto&Alberto

Mi fa una certa impressione scoprire che in questi giorni, nelle sale cinematografiche italiane, figura un film che ha per protagonista Tarzan ("The Legend of Tarzan"), con ottimi incassi anche negli Stati Uniti.

Mi fa impressione e insieme mi rallegra. Perché Tarzan è stato uno degli eroi della mia infanzia, nelle forme letteraria, fumettistica e cinematografica, e perché temevo che personaggi come lui non trovassero più spazio in un'epoca dominata dai supereroi e dagli effetti speciali.

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Sorvolando sulle origini di Tarzan e sulla sua infanzia nella giungla, il film attualmente sugli schermi ritrae l'eroe mentre vive a Londra da un po’ di tempo con la moglie Jane e la sua identità di John Clayton III quando viene richiamato alla sua vita precedente da una serie di vicissitudini che lo riportano in Congo.

L'ultimo film che ricordo di aver visto con protagonista Tarzan risale ad oltre 30 anni fa ed era "Greystoke - La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie" con l'attore francese Christopher Lambert nel ruolo del 're della giungla'. Mi riferisco a film 'live action', ché in anni più recenti sono incappato più volte nel "Tarzan" della Disney, che nel 1999 curiosamente fu il primo film di animazione mai realizzato sulla figura di Tarzan.

Un personaggio, Tarzan, di pura invenzione letteraria e che data oltre un secolo. Il primo romanzo di quella che si sarebbe rivelata una saga delle saghe letterarie più fortunate di tutti i tempi fu pubblicato dapprima in una rivista nel 1912 e poi in volume nel 1914, opera dello scrittore americano Edgar Rice Borroughs. Il romanzo ebbe una fortuna internazionale subitanea, così che appena 4 anni dopo, il personaggio faceva già il suo debutto al cinema, che all'epoca era ancora muto.

Dall'avvento del sonoro e fino alla fine degli anni 50, Tarzan è stata una presenza pressoché costante al cinema. Tre attori si avvicendarono nell'interpretarlo più volte: il primato va a Johnny Weissmuller che fu Tarzan ben 12 volte, cedendo poi il personaggio prima a Lex Barker (5 film) e poi a Gordon Scott (6 film). Weissmuller sarebbe rimasto l'attore più amato nel ruolo: ricordo bene come i suoi film, ancora nei primi anni '70 e a distanza di decenni dalla realizzazione, venivano riproposti regolarmente nelle sale parrocchiali. Tra l'altro, quando abbandonò il personaggio in favore di Lex Barker, Weissmuller ne abbracciò un altro con caratteristiche simili, Jim della Giungla, interpretandolo in ben 16 pellicole e 26 episodi televisivi.

A proposito di televisione, va ricordato che anche Tarzan ha avuto diverse riduzioni per il piccolo schermo, e anche molti "apocrifi" e parodie (indimenticabile il "Totòtarzan"), nonché infinite trasposizioni in fumetto la cui pubblicazione dura tutt'oggi.

Questo per dire che Tarzan è bene inserito nell'immaginario di varie generazioni ma, come dicevo all'inizio, rischiava di alienarsi il pubblico degli adolescenti di oggi, abituati a personaggi dotati di super-poteri e che si muovono in contesti iper-tecnologici. Come tutti sanno, Tarzan di poteri non ha alcuno e la sua abilità e coraggio si fondano solo sulla conoscenza della giungla e degli animali che la abitano.

Così non pare, dato il successo di questa nuova pellicola che segue di 18 anni l'ultima riduzione per il grande schermo ma incoraggerà sicuramente alla realizzazione di sequel più ravvicinati nel tempo. Perché Tarzan è vivo e se la ride come non mai.

Parlando di ridere, qualcuno si ricorda di questa sigla televisiva?


12 July 2016


Jango Edwards, l’allegria clownerie per tutti

A cura di Alberto&Alberto

Quando ero piccolo e i miei genitori o zii mi portavano al circo, i clown (o pagliacci, secondo una definizione diventata ingiustamente dispregiativa nell’uso comune) erano la mia attrazione preferita. Amavo ogni loro apparizione, attendendola tra l’esibizione di un domatore e quello di un equilibrista, e ridevo a crepapelle ai loro scherzi e alle loro capriole. Più tardi, da adulto, quando scoprii il cinema di Fellini, incappai anche nel lato tragico e più inquietante dei clowns e da allora non mi sono piaciuti più.

Beh, non proprio più. Ero già negli anni della maturità quando fui folgorato da Jango Edwards e da allora (e sono più di trent'anni) non ho mai perso un suo spettacolo. Perché lui è un clown che mi mette allegria e sappiamo bene tutti di quanto di allegria non ce ne sia mai abbastanza.

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Nato degli Stati Uniti nel 1950, Jango Edwards (vero nome Stanley Ted Edwards) ha trascorso buona parte della sua vita e della sua carriera in Europa, in particolare in Francia, Spagna, Paesi Bassi e Inghilterra ma anche in Italia, dove ha eseguito diverse tournée e tenuto corsi e seminari di "clownerie". Alla quale ha deciso giovanissimo di dedicarsi completamente, nonostante una florida attività di famiglia che cedette al fratello prima di trasferirsi a Londra e iniziare a esibirsi per strada sostenendosi grazie alla generosità dei passanti.

Una scelta radicale che si spiega solo con l'insopprimibile esigenza di regalare allegria e divertimento, una sorta di missione che non lo hai mai reso veramente ricco ma che con i suoi successi gli ha consentito di portare avanti progetti personali come il Festival Internazionale dei Buffoni che ha organizzato ad Amsterdam dal 1975 al 1984 per incoraggiare nuove forme di divertimento in rottura (polemica?) con la tradizione classica della clownerie.

Leggo in un sito che tra i suoi estimatori passati e presenti si annoverano la regina d’Olanda, Salvador Dali, Catherine Deneuve, Federico Fellini (ancora lui!), Francis Ford Coppola e i Rolling Stones.

Ciononostante e nonostante i più numerosi fans che egli conta in tutta Europa, Jango Edwards non è mai diventato una vera 'star'. Il suo palco d'elezione è rimasta sempre la strada, o meglio le piazze dove regolarmente conduce i suoi allievi per metterli a rapporto con il pubblico più autentico in quanto inconsapevole. Molti anni fa ne fui casuale testimone a Roma, nella sempre affollata Piazza di Spagna, per un evento estemporaneo che si svolse tra sorpresa e allegria generale.

Ma più che mai irresistibili sono gli spettacoli che da molti anni mette in scena nei teatri, dunque in ambiti più tradizionali, con i suoi 'one man show' cui ho assistito più volte. C'è un "numero", in particolare, che è tra i miei preferiti e che per molti anni è stato uno dei suoi 'cavalli di battaglia'. Si intitolava "The Beer Hunter".

Per chi non ha colto il gioco di parole, segnalo che "The Deer Hunter" è il titolo originale del classico film di Michael Cimino che in Italia è stato intitolato "Il Cacciatore", vincitore nel 1978 di 8 premi Oscar. Nel film è presente la celebre scena della "roulette russa" nella quale Robert De Niro e Christopher Walken si sfidano a spararsi alla testa con una pistola caricata con un solo proiettile. Nei suoi spettacoli Jango Edwards usava allineare su un tavolo una batteria di lattine di birra agitandone solo una, poi mescolandole e poi ancora puntarne e aprirne una a caso contro i malcapitati della prima fila. L'esito era quasi sempre scontato (innaffiamento!), ecco perché ho scritto malcapitati ed ecco perché - allertato preventivamente da un amico che aveva già assistito alle performance di Edwards - mi sono sempre opportunamente seduto a distanza di sicurezza.

L'interazione con il pubblico (spesso vittima innocente ma sempre ben disposta in quanto consapevole) è una delle cifre più originali di Jango Edwards ed è ciò che lo ha reso un innovatore rispetto alla clownerie tradizionale, senza dubbio una delle caratteristiche peculiari dell'artista. Così come quella di rivolgersi al pubblico mescolando lingue diverse e farsi sempre capire.

Recentemente Jango Edwards è tornato, dopo alcuni anni, a esibirsi in Italia: dovesse capitare nelle vostra città non perdetevi una serata di autentica, innocente e sana allegria. (p.s.: rivedendo questo sketch che posto qui sotto e che ben conosco, per poco non cado dalla sedia – anche lui però! - dal divertimento!).


05 July 2016


Allegria e benessere nel cocomero

A cura di Alberto&Alberto

E con l'estate si riaffacciano o i cocomeri (o le angurie, se preferite) sulle nostre tavole, ed è nuovamente allegria perché vuol dire che è proprio estate. E il cocomero è allegro di suo, con quel bel colore rosso accesso, il gusto fresco al palato, il (quasi) inevitabile "sbrodolamento" che fa parte del gioco.

Ammetto, però, un po' di nostalgia per quei banchi di cocomero che fino a qualche anno fa si trovavano quasi ad ogni angolo delle strade e che invitavano a fermarsi a qualsiasi ora dl giorno e della notte per gustarsi una semplice fetta o, prima dell'acquisto, fare il "tassello" per assaggiarlo e verificare la maturità del frutto.

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Non che non esistano più, i banchetti all'aperto. Ma sono stati decimati, nel tempo, dalla grande distribuzione che dovrebbe tutelare maggiormente il consumatore sulla qualità del prodotto, ma poi chissà. Però il "tassello", nei supermercati o negli empori alimentari, mica te lo fanno fare! Però si può quantomeno "bussarci" per avvertire quel suono sordo che è indice di maturazione.

Non solo buono, ma anche sano il cocomero. Intanto perché contiene tanta acqua, fino al 95% del suo peso, e dunque aiuta in estate a recuperare i liquidi persi con il sudore, oltre a disintossicare i reni e la vescica con le sue proprietà diuretiche. Ma anche le vitamine e le fibre non mancano: nel cocomero vi sono vitamina A, B, e C, oltre a potassio, ferro e calcio. E contrariamente a quanto si possa pensare, non contiene tante calorie, appena 30 ogni 100 grammi di prodotto.

Sappiamo inoltre che il cocomero è un buon alleato contro l'ipertensione data la scarsa presenza di sodio, che fa bene alle persone che soffrono di anemia per via della cospicua presenza di ferro e vitamine, che i suoi semi hanno la proprietà di depurare l'intestino, che previene la cellulite con il suo effetto drenante. Leggo che esiste anche un utilizzo del cocomero in campo estetico: il suo succo rigenera la pelle e aiuta a rimuovere le occhiaie, un po' come il cetriolo.

Quando i cocomeri scompariranno dai banchi della frutta, avremo un motivo in più per rimpiangere l'estate!


28 June 2016


Emozioni ed allegria sul Lago d'Iseo

A cura di Alberto&Alberto

Le imprese artistiche del bulgaro Christo, al secolo Christo Vladimirov Yavachev, mi sono personalmente note fin da quando ero ragazzino e, sfogliando i rotocalchi disseminati in casa, mi imbattevo nelle immagini di monumenti impacchettati (o imballati, con utilizzo di carta o tessuti particolari) come la statua di Vittorio Emanuele II in piazza Duomo a Milano (1970) o Porta Pinciana a Roma (1974). Certo, all'epoca mi sembravano stramberie delle quali non coglievo minimamente il significato. Però colpivano la mia immaginazione ed oggi comprendo come l'artista abbia fondato la sua attività (intrapresa e condotta per decenni insieme alla moglie Jeanne-Claude, scomparsa nel 2009) sulla volontà di offrire emozioni uniche ed esclusive ai suoi spettatori. Che è poi l'essenza dell'arte.

Mai scomparso dalla ribalta artistica attraverso i decenni (dopo gli exploit italiani, ha proseguito a realizzare le sue opere in vari paesi del mondo), Christo è oggi più che mai conosciuto in Italia per la sua ultima "follia" chiamata The Floating Piers (letteralmente: i pontili galleggianti) che segna il suo ritorno nel nostro Paese dopo 40 anni.

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Photo: Copyright by Wolfgang Volz

Si tratta di una serie di piattaforme galleggianti realizzati in materiale polietilene, estremamente resistenti al peso (complice anche l'ancoraggio al fondale) e ricoperti da un tessuto di colore giallo oro, posizionati sopra la superficie del Lago d'Iseo nel tratto che parte dalla località di Sulzano, sulla sponda bresciana dello specchio d’acqua, passando per le isole di Monte Isola e San Paolo per un percorso di ben 3 chilometri cui si aggiunge un altro tratto da percorrere sulla terraferma.

In pratica, l'installazione consente di camminare sull'acqua, o quantomeno su una superficie che attraversa l'acqua (a piedi nudi, suggerisce l'artista), e osservare il panorama circostante da una prospettiva altrimenti indisponibile, quantomeno reggendosi sulle proprie gambe.

Le municipalità che hanno approvato il progetto (insieme a soggetti privati come la famiglia proprietaria dell'Isola di San Paolo) hanno consentito a Christo di rendere concreta una "visione" artistica che data quasi 50 anni: nel 1969 egli stava già lavorando insieme alla moglie ad un'opera simile in Argentina, poi mai realizzata così come quella pensata per la baia di Tokyo nel 1996.

L'opera, come ci stanno raccontando le cronache di questi giorni, sta ottenendo fin dall’inaugurazione il 18 giugno scorso un successo che va oltre le previsioni, tanto da aver congestionato la mobilità in una zona molto ampia e creando vari disagi. Conta la curiosità, l'enorme eco che l'iniziativa ha suscitato, il desiderio di poter dire ad amici e parenti: 'io c'ero'. Ma tutto ciò non snatura l'essenza dell'opera che paradossalmente - dato il nome dell'autore - sembra evocare significati legati alla religione (la camminata di Cristo, nel senso di Gesù, è un celebre episodio riportato in tre Vangeli) ma che pare regalare (letteralmente, al netto del viaggio, di eventuale soggiorno in loco o nelle vicinanze e spese legate alla lunga attesa per accedervi) a tutti i visitatori emozioni autentiche e gioiose.

Si stima che circa mezzo milione di persone o forse più avranno il privilegio di camminare sulla passerella sul Lago d'Iseo fino al 3 luglio, appena dopo 16 giorni dalla sua inaugurazione, la data in cui l'opera verrà chiusa al pubblico prima della sua rimozione che vedrà poi il riciclaggio industriale di tutti i componenti utilizzati.

Le spese di installazione, gestione e rimozione (non indifferenti: si parla di una cifra compresa tra i 10 e i 12 milioni di euro) sono come sempre tutte a carico dell'artista, il cui ritorno economico deriva dalla vendita dei bozzetti e modellini preparatori dell'opera, probabilmente anche superiori a quelli necessari per la sua realizzazione, viste le quotazioni di Christo sul mercato artistico. Anche questo, visti i tempi, non può che rallegrare. Lui, i fortunati visitatori e la popolazione coinvolta (i commercianti, soprattutto) cui però va dato atto di aver creduto in quello che, almeno sulla carta, sembrava impossibile.


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