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11 ottobre 2016


Che allegria con il piccoletto Rascel!

A cura di Alberto&Alberto

Inizia l'autunno, in Tv non trasmettono più "Techetechetè" e la migliore memoria televisiva viene nuovamente accantonata fino alla prossima estate. Accade, ad esempio, che difficilmente da qui a giugno rivedremo una figura che personalmente trovo tra le più allegre che la televisione ci abbia mai mostrato, ovvero Renato Rascel.

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Che non fece solo televisione ma anche molto teatro e molto cinema. Una cinquantina di film per il grande schermo che la Tv ripropone anch’essi raramente, considerando evidentemente Rascel fuori moda o comunque poco gradito al pubblico del piccolo schermo. Sarà proprio così?

Chi Rascel lo ha amato, come lo ho amato io, non lo dimentica mai. E talvolta sente risuonare nella testa le allegre note di "È arrivata la bufera" o di "Attanasio cavallo vanesio" (o anche della più malinconica "Arrivederci Roma", la cui musica era aveva composto egli stesso, grande genio delle sette note oltre che talento comico e drammatico.

Romano che di più non si può (il padre lo era da sette generazioni), Rascel era nato in realtà a Torino durante una tournee teatrale dei suoi genitori. E proprio accanto al padre debuttò poco più che bambino; assunto a 13 anni come musicista in un locale romano, in breve iniziò ad intrattenere il pubblico anche con numeri di danza e cabaret che il pubblico dimostrava di gradire. Il suo cognome d'arte (quello vero era Ranucci) corrispondeva ad una famosa cipria francese che però si chiamava Rachel; durante il fascismo cercarono di imporgli di italianizzare il cognome in Rascele ma lui tenne duro e non lo cambiò.

Piccolo di statura, autore e interprete di monologhi strampalati e infarciti di giochi di parole, si impose ben presto come una figura comica diversa da tutte quelle che imperavano ai tempi. Leggo che alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale il pubblico si lasciava andare a sonore risate, ascoltandolo cantare "È arrivata la bufera / è arrivato il temporale / chi sta bene e chi sta male / e chi sta come gli par". Maestro di allegria liberatoria, tanto più utile in un contesto così drammatico.

Dopo la Guerra dette sfogo al suo eclettismo: attore, autore, ballerino, cantante, comico per il teatro, il cinema e la televisione (ma ha inciso anche diversi dischi), Rascel è stato anche giornalista, commentatore sportivo ed ha persino scritto tre libri di favole per bambini. Ai bambini, in effetti, piaceva molto: ricordo di avere letteralmente consumato un suo 45 giri - "Renatino e la coscienza" - in cui si limitava a recitare, interpretando lui stesso e la sua… coscienza. Più tardi, non persi neppure una puntata dello sceneggiato "I racconti di padre Brown" (era il 1970) in cui vestiva amabilmente (e perfettamente) i panni di un prete con il pallino delle investigazioni.

La sua stella ha brillato forte fino alla fine: ancora nel 1986, cinque anni prima della sua scomparsa, la Rai gli dedicò un programma in 12 puntate in cui raccontava la sua vita e i suoi successi. Aveva quasi 80 anni ma trasmetteva ancora allegria da tutti i pori.


04 ottobre 2016


L'allegria nel rhythm'n'blues

A cura di Alberto&Alberto

Ogni genere musicale, come per gli sport, ha i suoi supporters più o meno fanatici o semplicemente simpatizzanti. Il rhythm'n'blues non ne ha di più di quanti non abbia il jazz o il rock ma la sua allegria riesce a contagiare tutti e la sua popolarità non è mai venuta meno, almeno da quando fu rilanciato negli anni '80 - dopo un breve periodo di oblio - dai Blues Brothers e dal film omonimo.

Certo, bisogna mettersi d'accordo sulla definizione del genere. Da quando il termine fu coniato (dal giornalista Jerry Wexler, nel 1949) per anni l'espressione rhythm'n'blues ha rappresentato genericamente la musica popolare afroamericana, si è spesso confuso con il soul, ha flirtato anche con il rock'n'roll che molti vogliono sia suo debitore.

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Personalmente, se penso al rhythm'n'blues, nella classica accezione, penso a Otis Redding, Wilson Pickett, Aretha Franklin, Ray Charles. Artisti di colore che negli anni '60 americani ancora dominati dal razzismo, fecero breccia nel cuore (e nelle gambe) dei giovani bianchi che accolsero, ad esempio, Otis Redding in un evento per il resto totalmente improntato al rock come il Monterey Pop Festival del 1967.

Pickett, invece, assecondò la genuina vena Rhythm'n'blues del nostro Lucio Battisti, interpretando la sua "Un'avventura" al Festival di Sanremo. D'altronde il genere in Italia ha conosciuto una buona fortuna nel suo periodo più fulgido, la metà degli anni '60: in Italia venne e si stabilì Rocky Roberts dalla nativa Miami.

Facendo leva sull'allegria insita nel genere, nel 1978 i due attori comici Dan Aykroyd e John Belushi si inventarono i Blues Brothers per uno sketch del programma televisivo "Saturday Night Live". Abiti scuri e camicia bianca con cravatta, cappello e occhiali scuri, i due comici si inventarono un'icona e rilanciarono un genere la cui stella di era appannata nel corso degli anni '70.

Quel primo sketch ebbe un successo tale da richiedere ancora la presenza dei due comici in puntate successive del programma. Ma l'avventura dei Blues Brothers prese ben presto pieghe inaspettate: nel 1978 i due comici incisero un disco insieme ad una band formata da bravi professionisti del genere, nel 1980 furono protagonisti del celebre film diretto da John Landis dopodiché pure in assenza della coppia (Belushi scomparve nel 1982), il gruppo ha sempre proseguito ad esibirsi e a registrare album.

Insomma, se il genere prosegue ad essere conosciuto ed apprezzato ai nostri giorni, parte del merito va sicuramente ai Blues Brothers e alle loro versioni di canzoni come "Everybody Needs Somebody to Love" che sono diventate più popolari delle versioni originali. Spingendo tanti giovanissimi ascoltatori ad accostarsi ad un genere cui è davvero difficile resistere, per  il suo ritmo incalzante e per il 'feeling' che trasmette.


27 settembre 2016


Sì alla ricerca, con allegria

A cura di Alberto&Alberto

Mi sono imbattuto casualmente ieri nello spot con Checco Zalone per la ricerca sulla Sma, l'Atrofia muscolare spinale e mi sono divertito e commosso. Nell'arco della giornata l'ho mostrato a chiunque mi capitasse e poi l'ho condiviso sulla mia pagina Facebook. Scopro stamattina, leggendo il giornale, che altrettanto hanno fatto in milioni di italiani, compresi personaggi molto noti come Fiorello o Roberto Saviano.

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Di Checco Zalone avevo già scritto su questo blog nel dicembre di tre anni fa, prendendo spunto dal clamoroso successo conseguito con il suo film "Sole a catinelle". Un successo che sembrava insuperabile, in termini di incassi, e che invece ha conosciuto una vera e propria apoteosi due anni dopo, all'inizio del 2016, quando nelle sale è uscito quello che resta attualmente il suo ultimo film, "Quo vado?". Dopo di allora e forte di ben 65 milioni di incassi, Zalone è pressoché sparito dai "radar mediatici", un silenzio interrotto solo in occasione di qualche presentazione del suo film all'estero.

È probabile che alla base del successo del comico, ci sia anche la capacità di centellinare le sue apparizioni, facendo sì che ciascuna di queste possa diventare un evento. E nella sua strategia anti-inflazionamento, vi è anche il rifiuto a prestare il suo volto alla pubblicità, nonostante molte aziende sarebbero disposte a pagarlo a peso d'oro pur di averlo come 'testimonial'. Lo spot per l'associazione dei genitori di bambini e da adulti affetti da atrofia muscolare spinale rappresenta dunque un’eccezione ma con singolari modalità: Zalone lo ha scritto lui stesso e vi ha instillato quello stesso umorismo politicamente e socialmente "scorretto" che è la cifra della sua comicità.

Ma come sono riusciti, quelli dell'associazione Famiglie Sma, a convincere il più famoso attore comico d'Italia a vincere la sua nota ritrosia nei confronti degli spot pubblicitari? Certo, quella della Sma non è una pubblicità come tutte le altre, non serve a vendere un prodotto ma a sostenere una buona causa che è quella di favorire un tempestivo inizio nella somministrazione di un nuovo farmaco in grado di allungare la vita di chi è affetto dalla Atrofia muscolare spinale e migliorarne il quadro clinico. Il fatto è che Zalone la malattia l'ha conosciuta da vicino, nelle vesti di una ragazza incontrata qualche anno fa nella sua Puglia con la quale ha stretto un'amicizia. Da quel momento, l'attore ha seguito costantemente l'attività dell'associazione Famiglie Sma fino all'idea di contribuire alla raccolta fondi per la ricerca per mezzo di uno spot che brilla per originalità, direi genialità oltre che molto efficace sul piano comunicativo.

Apprendo della storia della ventisettenne Anita Pallara e della sua amicizia con Checco Zalone da un articolo che ho letto stamattina su Repubblica, rilanciato anche sulla prima pagina del quotidiano. Nell'intervista, la ragazza racconta della sua vita interamente segnata dalla malattia, almeno fisicamente, ove è riuscita a crescere normalmente (nonostante una prima diagnosi stabilisse che non sarebbe sopravvissuta a due anni dalla nascita), laurearsi e condurre una vita sociale attiva. Non mancando di battersi perché la sua malattia non venisse ignorata dai media e dal mondo scientifico.

Tornando allo spot: penso che Zalone fosse la persona adatta per fugare ogni pietismo che spesso suscitano le campagne sociali, regalando un momento di autentica allegria (cui contribuisce anche la sua "spalla", il piccolo Mirko Toller, diventato improvvisamente una piccola "star") senza che fosse minimamente svilito il messaggio di richiesta di solidarietà che credo arrivi puntualmente e con maggiore vigore di altre operazioni similari. Perché con l'allegria si può fare molto. Ma ora mano al portafoglio, anzi al telefono! Il numero solidale è 45599.


20 settembre 2016


Quando la felicità è al lavoro

A cura di Alberto&Alberto

La felicità, secondo la definizione che ritrovo in una pagina dedicata su benessere.com, è data da un senso di appagamento generale e la sua intensità varia a seconda del numero e della forza delle emozioni positive che un individuo sperimenta. Definizione non lontana da quella offerta del Dizionario Zanichelli per cui è "condizione, stato d'animo di chi è felice o pienamente appagato: vivere in perfetta felicità; la somma felicità possibile dell'uomo … è quando egli vive quietamente nel suo stato (G. Leopardi)".
Poi, certo, il sentimento o l'emozione della felicità sarà anche fortemente legato alla soggettività di chi la prova o pensa di provarla (ma non è forse la stessa cosa?). E c'è chi si è spinto a conferire alla felicità uno status oggettivo, persino misurabile: penso alla "FIL", la felicità interna lorda, concetto che qualche anno riscosse un certo successo.

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Non so adottando quale criterio di misurazione, il Governo inglese ha effettuato uno studio per scoprire quali sono i mestieri, le professioni che rendono più felici le persone. Una vera fissazione, quella degli inglesi: ricordo che diversi anni fa l'allora premier David Cameron annunciò che la Gran Bretagna sarebbe stato il primo paese a rilevare ufficialmente il tasso di felicità dei suoi cittadini mentre leggo in Rete che lo scorso anno sempre il governo britannico ha chiesto ad un economista, il Prof. Paul Dolan, della London School of Economics, di intraprendere uno studio per scoprire che cosa rende felici le persone.

L'articolo del Corriere della Sera sul quale leggo di lavoro e felicità non lo dice, ma è probabile che i risultati annunciati provengano proprio dalla ricerca di Dolan. E io, contrariamente all'articolo citato, li elencherò in ordine inverso, dal decimo al primo posto.

Ove al decimo troviamo gli "Artigiani del metallo ed elettricisti con compiti di supervisione", ove la felicità dovrebbe essere rappresentata da un mix tra l'orgoglio di praticare l'artigianalità e quello di avere potere di controllo. Mah. Resto perplesso anche apprendendo che al 9° posto si trovano i "Proprietari e gestori di hotel e alloggi". Felici in che senso? Di lavorare per chi, invece, se ne sta in vacanza? Eppure sono mediamente più felici di tanti altri.

Meno sorprendente apprendere della felicità degli agricoltori, ottava posizione in classifica: la soddisfazione d poter provvedere da sé ai propri bisogni mantenendo uno stretto rapporto con la natura è un buon viatico alla felicità, qualsiasi cosa essa sia. Scontato anche che i medici siano tra le prime posizioni (7° posto) per la caratteristica di una professione che permette di prendersi cura degli altri e forse può stupire, invece, che i medici vengano battuti dai "Responsabili di assistenza sanitaria", al 6° posto.

La Top Five dei mestieri che rendono le persone più felici, vede al 5° posto i "Certificatori di garanzia di qualità e regolamentare", per motivi che faccio un po' fatica a immaginare, mentre al 4° ci sono i “Segretari e le Segretarie”, altro che mestiere frustrante! Al 3° posto ci sono i "Manager in agricoltura e orticoltura" che confermano il succitato nesso tra natura e felicità mentre al 2° ci sono i "Dirigenti e alti funzionari", come dire che il potere logora chi non ce l'ha.

Gli uomini e le donne più felici del pianeta, secondo il censimento inglese, sono i religiosi: i preti e le suore. Sarà interessante vedere se alla notizia si accompagnerà, nei prossimi anni, un incremento delle vocazioni!


30 agosto 2016


In viaggio per allegria/4 - Ibiza

A cura di Alberto&Alberto

Infine Ibiza. Una nottata di traghetto da Barcellona ed eccomi arrivato ad una delle mete estive più ambite d'Europa, insieme alla sua "gemella" ma più riservata Formentera.

In occasione di un mio viaggio precedente, avevo riscontrato quanto la fama di Ibiza legata alle discoteche e alle notte insonni ad alto tasso alcolico fosse riduttiva nei confronti di un luogo che trasmette allegria anche nei suoi aspetti meno mondani. Si può trascorrere una bella e allegra vacanza qui senza necessariamente incappare in musica assordante e giovani storditi.

Lo testimonia la presenza massiccia di famiglie con bimbi piccoli, che apprezzano evidentemente più di ogni altra cosa le belle spiagge, il mare cristallino e il clima mite. Le stesse cose che devono avere apprezzato i numerosi hippies che hanno transitato (e in parte colonizzato) nell'isola durante gli anni '60, in mezzo alla rotta che li portava dal Marocco a Goa.

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(foto di Lara Castagna)

Il retaggio di quell'epoca in cui la vita nell'isola era rappresentata solo dai nativi e dai 'figli dei fiori' è presente nei mercatini che vengono allestiti ad Ibiza periodicamente e ove si possono acquistare lunghe gonne a fiori, prodotti d'artigianato, t-shirt colorati a mano: un tripudio di colori e di allegria che è diventato un appuntamento irrinunciabile per tutti i visitatori di Ibiza.

La varietà delle spiagge è anch'essa da scoprire ed apprezzare: ce ne sono più o meno facilmente raggiungibili, alcune di sabbia fine, altre di ciottoli, altre ancora di roccia; ovunque, è possibile posizionare il proprio ombrellone e il proprio asciugamano o scegliere di noleggiarli.

Una di queste spiagge, Cala Benirras, gode di una fama particolare non perché sia più incantevole di altre (ma incantevole lo è) ma perché offre una vista del tramonto molto suggestiva, ancor di più in certi periodi dell'anno in cui il sole sembra addormentarsi dietro l'isolotto di Cap Bernat, già venerato dagli hippies negli anni '60 per il suo particolare profilo.

La stessa Cala Benirras - dove io ho soggiornato durante la mia permanenza ad Ibiza - si dice sia stata il cuore della vita all'epoca dei primi e più 'autentici' figli dei fiori, il luogo di ritrovo per scatenarsi in allegria al suono delle chitarre e dei tamburi.

Deve essere vero, dal momento che ogni domenica pomeriggio, gli hippies 'sopravvissuti' si riversano qui per perpetuare il rito della 'festa della luna' accompagnando il tramonto con i colpi sui tamburi, mescolandosi ai turisti, alcuni dei quali stendono qui i loro teli da mare fin da mattina presto per avere un punto di vista privilegiato.

Vi sono dunque modi diversi di vivere l'isola, ciò che vale anche per gli appassionati sportivi cui sono offerte diverse opportunità di divertimento. Da parte mia, consiglio di apprezzare le bellissime spiagge ibizenche di prima mattina, per sorprenderle quasi deserte e crogiolarsi tranquilli al sole che ad Ibiza risplende gran parte dell'anno. Per il benessere di chi se lo gode.


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