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12 luglio 2016


Jango Edwards, l’allegria clownerie per tutti

A cura di Alberto&Alberto

Quando ero piccolo e i miei genitori o zii mi portavano al circo, i clown (o pagliacci, secondo una definizione diventata ingiustamente dispregiativa nell’uso comune) erano la mia attrazione preferita. Amavo ogni loro apparizione, attendendola tra l’esibizione di un domatore e quello di un equilibrista, e ridevo a crepapelle ai loro scherzi e alle loro capriole. Più tardi, da adulto, quando scoprii il cinema di Fellini, incappai anche nel lato tragico e più inquietante dei clowns e da allora non mi sono piaciuti più.

Beh, non proprio più. Ero già negli anni della maturità quando fui folgorato da Jango Edwards e da allora (e sono più di trent'anni) non ho mai perso un suo spettacolo. Perché lui è un clown che mi mette allegria e sappiamo bene tutti di quanto di allegria non ce ne sia mai abbastanza.

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Nato degli Stati Uniti nel 1950, Jango Edwards (vero nome Stanley Ted Edwards) ha trascorso buona parte della sua vita e della sua carriera in Europa, in particolare in Francia, Spagna, Paesi Bassi e Inghilterra ma anche in Italia, dove ha eseguito diverse tournée e tenuto corsi e seminari di "clownerie". Alla quale ha deciso giovanissimo di dedicarsi completamente, nonostante una florida attività di famiglia che cedette al fratello prima di trasferirsi a Londra e iniziare a esibirsi per strada sostenendosi grazie alla generosità dei passanti.

Una scelta radicale che si spiega solo con l'insopprimibile esigenza di regalare allegria e divertimento, una sorta di missione che non lo hai mai reso veramente ricco ma che con i suoi successi gli ha consentito di portare avanti progetti personali come il Festival Internazionale dei Buffoni che ha organizzato ad Amsterdam dal 1975 al 1984 per incoraggiare nuove forme di divertimento in rottura (polemica?) con la tradizione classica della clownerie.

Leggo in un sito che tra i suoi estimatori passati e presenti si annoverano la regina d’Olanda, Salvador Dali, Catherine Deneuve, Federico Fellini (ancora lui!), Francis Ford Coppola e i Rolling Stones.

Ciononostante e nonostante i più numerosi fans che egli conta in tutta Europa, Jango Edwards non è mai diventato una vera 'star'. Il suo palco d'elezione è rimasta sempre la strada, o meglio le piazze dove regolarmente conduce i suoi allievi per metterli a rapporto con il pubblico più autentico in quanto inconsapevole. Molti anni fa ne fui casuale testimone a Roma, nella sempre affollata Piazza di Spagna, per un evento estemporaneo che si svolse tra sorpresa e allegria generale.

Ma più che mai irresistibili sono gli spettacoli che da molti anni mette in scena nei teatri, dunque in ambiti più tradizionali, con i suoi 'one man show' cui ho assistito più volte. C'è un "numero", in particolare, che è tra i miei preferiti e che per molti anni è stato uno dei suoi 'cavalli di battaglia'. Si intitolava "The Beer Hunter".

Per chi non ha colto il gioco di parole, segnalo che "The Deer Hunter" è il titolo originale del classico film di Michael Cimino che in Italia è stato intitolato "Il Cacciatore", vincitore nel 1978 di 8 premi Oscar. Nel film è presente la celebre scena della "roulette russa" nella quale Robert De Niro e Christopher Walken si sfidano a spararsi alla testa con una pistola caricata con un solo proiettile. Nei suoi spettacoli Jango Edwards usava allineare su un tavolo una batteria di lattine di birra agitandone solo una, poi mescolandole e poi ancora puntarne e aprirne una a caso contro i malcapitati della prima fila. L'esito era quasi sempre scontato (innaffiamento!), ecco perché ho scritto malcapitati ed ecco perché - allertato preventivamente da un amico che aveva già assistito alle performance di Edwards - mi sono sempre opportunamente seduto a distanza di sicurezza.

L'interazione con il pubblico (spesso vittima innocente ma sempre ben disposta in quanto consapevole) è una delle cifre più originali di Jango Edwards ed è ciò che lo ha reso un innovatore rispetto alla clownerie tradizionale, senza dubbio una delle caratteristiche peculiari dell'artista. Così come quella di rivolgersi al pubblico mescolando lingue diverse e farsi sempre capire.

Recentemente Jango Edwards è tornato, dopo alcuni anni, a esibirsi in Italia: dovesse capitare nelle vostra città non perdetevi una serata di autentica, innocente e sana allegria. (p.s.: rivedendo questo sketch che posto qui sotto e che ben conosco, per poco non cado dalla sedia – anche lui però! - dal divertimento!).


05 luglio 2016


Allegria e benessere nel cocomero

A cura di Alberto&Alberto

E con l'estate si riaffacciano o i cocomeri (o le angurie, se preferite) sulle nostre tavole, ed è nuovamente allegria perché vuol dire che è proprio estate. E il cocomero è allegro di suo, con quel bel colore rosso accesso, il gusto fresco al palato, il (quasi) inevitabile "sbrodolamento" che fa parte del gioco.

Ammetto, però, un po' di nostalgia per quei banchi di cocomero che fino a qualche anno fa si trovavano quasi ad ogni angolo delle strade e che invitavano a fermarsi a qualsiasi ora dl giorno e della notte per gustarsi una semplice fetta o, prima dell'acquisto, fare il "tassello" per assaggiarlo e verificare la maturità del frutto.

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Non che non esistano più, i banchetti all'aperto. Ma sono stati decimati, nel tempo, dalla grande distribuzione che dovrebbe tutelare maggiormente il consumatore sulla qualità del prodotto, ma poi chissà. Però il "tassello", nei supermercati o negli empori alimentari, mica te lo fanno fare! Però si può quantomeno "bussarci" per avvertire quel suono sordo che è indice di maturazione.

Non solo buono, ma anche sano il cocomero. Intanto perché contiene tanta acqua, fino al 95% del suo peso, e dunque aiuta in estate a recuperare i liquidi persi con il sudore, oltre a disintossicare i reni e la vescica con le sue proprietà diuretiche. Ma anche le vitamine e le fibre non mancano: nel cocomero vi sono vitamina A, B, e C, oltre a potassio, ferro e calcio. E contrariamente a quanto si possa pensare, non contiene tante calorie, appena 30 ogni 100 grammi di prodotto.

Sappiamo inoltre che il cocomero è un buon alleato contro l'ipertensione data la scarsa presenza di sodio, che fa bene alle persone che soffrono di anemia per via della cospicua presenza di ferro e vitamine, che i suoi semi hanno la proprietà di depurare l'intestino, che previene la cellulite con il suo effetto drenante. Leggo che esiste anche un utilizzo del cocomero in campo estetico: il suo succo rigenera la pelle e aiuta a rimuovere le occhiaie, un po' come il cetriolo.

Quando i cocomeri scompariranno dai banchi della frutta, avremo un motivo in più per rimpiangere l'estate!


28 giugno 2016


Emozioni ed allegria sul Lago d'Iseo

A cura di Alberto&Alberto

Le imprese artistiche del bulgaro Christo, al secolo Christo Vladimirov Yavachev, mi sono personalmente note fin da quando ero ragazzino e, sfogliando i rotocalchi disseminati in casa, mi imbattevo nelle immagini di monumenti impacchettati (o imballati, con utilizzo di carta o tessuti particolari) come la statua di Vittorio Emanuele II in piazza Duomo a Milano (1970) o Porta Pinciana a Roma (1974). Certo, all'epoca mi sembravano stramberie delle quali non coglievo minimamente il significato. Però colpivano la mia immaginazione ed oggi comprendo come l'artista abbia fondato la sua attività (intrapresa e condotta per decenni insieme alla moglie Jeanne-Claude, scomparsa nel 2009) sulla volontà di offrire emozioni uniche ed esclusive ai suoi spettatori. Che è poi l'essenza dell'arte.

Mai scomparso dalla ribalta artistica attraverso i decenni (dopo gli exploit italiani, ha proseguito a realizzare le sue opere in vari paesi del mondo), Christo è oggi più che mai conosciuto in Italia per la sua ultima "follia" chiamata The Floating Piers (letteralmente: i pontili galleggianti) che segna il suo ritorno nel nostro Paese dopo 40 anni.

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Photo: Copyright by Wolfgang Volz

Si tratta di una serie di piattaforme galleggianti realizzati in materiale polietilene, estremamente resistenti al peso (complice anche l'ancoraggio al fondale) e ricoperti da un tessuto di colore giallo oro, posizionati sopra la superficie del Lago d'Iseo nel tratto che parte dalla località di Sulzano, sulla sponda bresciana dello specchio d’acqua, passando per le isole di Monte Isola e San Paolo per un percorso di ben 3 chilometri cui si aggiunge un altro tratto da percorrere sulla terraferma.

In pratica, l'installazione consente di camminare sull'acqua, o quantomeno su una superficie che attraversa l'acqua (a piedi nudi, suggerisce l'artista), e osservare il panorama circostante da una prospettiva altrimenti indisponibile, quantomeno reggendosi sulle proprie gambe.

Le municipalità che hanno approvato il progetto (insieme a soggetti privati come la famiglia proprietaria dell'Isola di San Paolo) hanno consentito a Christo di rendere concreta una "visione" artistica che data quasi 50 anni: nel 1969 egli stava già lavorando insieme alla moglie ad un'opera simile in Argentina, poi mai realizzata così come quella pensata per la baia di Tokyo nel 1996.

L'opera, come ci stanno raccontando le cronache di questi giorni, sta ottenendo fin dall’inaugurazione il 18 giugno scorso un successo che va oltre le previsioni, tanto da aver congestionato la mobilità in una zona molto ampia e creando vari disagi. Conta la curiosità, l'enorme eco che l'iniziativa ha suscitato, il desiderio di poter dire ad amici e parenti: 'io c'ero'. Ma tutto ciò non snatura l'essenza dell'opera che paradossalmente - dato il nome dell'autore - sembra evocare significati legati alla religione (la camminata di Cristo, nel senso di Gesù, è un celebre episodio riportato in tre Vangeli) ma che pare regalare (letteralmente, al netto del viaggio, di eventuale soggiorno in loco o nelle vicinanze e spese legate alla lunga attesa per accedervi) a tutti i visitatori emozioni autentiche e gioiose.

Si stima che circa mezzo milione di persone o forse più avranno il privilegio di camminare sulla passerella sul Lago d'Iseo fino al 3 luglio, appena dopo 16 giorni dalla sua inaugurazione, la data in cui l'opera verrà chiusa al pubblico prima della sua rimozione che vedrà poi il riciclaggio industriale di tutti i componenti utilizzati.

Le spese di installazione, gestione e rimozione (non indifferenti: si parla di una cifra compresa tra i 10 e i 12 milioni di euro) sono come sempre tutte a carico dell'artista, il cui ritorno economico deriva dalla vendita dei bozzetti e modellini preparatori dell'opera, probabilmente anche superiori a quelli necessari per la sua realizzazione, viste le quotazioni di Christo sul mercato artistico. Anche questo, visti i tempi, non può che rallegrare. Lui, i fortunati visitatori e la popolazione coinvolta (i commercianti, soprattutto) cui però va dato atto di aver creduto in quello che, almeno sulla carta, sembrava impossibile.


21 giugno 2016


Con i Simpson, allegria per tutti

A cura di Alberto&Alberto

Sono da sempre affascinato da ciò che unisce, specialmente in ambito artistico. Parlare a tutti è un'arte sopraffina che richiede talento, sensibilità, conoscenza dell'animo umano. Dubito che il mero calcolo consenti di ottenere gli stessi risultati che si raggiungono attingendo alle proprie capacità e ad un buon istinto.

Creando i Simpsons, il disegnatore americano Matt Groening è riuscito nel miracolo di conquistare e divertire un pubblico di tutte le età con un fumetto affatto banale e ricco di riferimenti anche colti. E la cosa più sorprendente è che la sua creazione emerse seduta stante, mentre stava presentando un altro progetto ad una emittente televisiva ed ebbe un ripensamento all'ultimo momento.

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"I Simpson" è la serie dei record: nel 1999 il settimanale Time decretò che lo show era la migliore serie televisiva del secolo e ancora oggi è la serie animata americana più longeva. Va in onda ininterrottamente da quasi trent'anni, in moltissimi paesi del mondo.

La famiglia dei Simpson è stata concepita da Groening sul modello della sua: padre e madre, ovvero Homer e Marge, erano i nomi dei suoi genitori, Lisa e Maggie le sue sorelle. Solo lui preferì cambiare nome da Matt a Bart, che è poi l'anagramma di 'brat', cioè monello. Altri personaggi furono anch'essi nominati ispirandosi a persone o luoghi della città dov'è cresciuto, Portland nell'Oregon.

Attraverso le avventure della famiglia Simpson, Groening ha saputo trovare una chiave per interpretare la complessità delle dinamiche familiari e sociali in modo divertente e mai offensivo. I personaggi coloratissimi (domina il giallo) divertono i bambini così come le situazioni strampalate e comiche che vedono protagonista soprattutto il piccolo Bart. Per il pubblico più grande, gli autori (oggi Groening figura come consulente creativo) inseriscono vari riferimenti alla cultura e alla società americana che hanno però valore universale e che spesso sfociano nella satira vera e propria.

Il culto dei Simpson è dunque assolutamente trasversale ed ha coinvolto anche tante celebrità del mondo della musica, dello sport, del cinema e della televisione che hanno prestato la loro voce a vari personaggi, anche nell'edizione italiana (tra gli altri Luciana Littizzetto, Francesco Totti e la moglie Ilary Blasi, fino a Mike Bongiorno che doppiò Babbo Natale!).

Un film per il cinema, un merchandise che rappresenta un giro d'affari da miliardi di dollari, espressioni entrati nel linguaggio comune (immortale il "ciucciati il calzino" pronunciato sovente da Bart), una influenza riconosciuta sulla cultura, sul cinema e sulla televisione sono solo alcune delle testimonianze del successo planetario dello show. Ma non è indifferente all'attrazione che i Simpson esercitano su milioni di spettatori anche l'identificazione che ciascuno di noi può trovare in personaggi e situazioni. Lo spiega bene, tra l'altro, il volume "I Simpson e la filosofia", una raccolta di saggi sulla serie uscita nel 2001 e poi addirittura adottata come libro di testo in alcune università americane. Ne cito un passaggio: "Piuttosto che rappresentare personaggi con cui abbiamo poco in comune, persone la cui vita può sembrare troppo estranea per avere un significato, i Simpson ci presenta delle caricature di noi stessi. Vengono descritte persone che, come noi, hanno sia difetti brutti sia qualità ammirevoli. Possiamo imparare da questi buffi personaggi perché la nostra immediata identificazione e il riconoscimento delle loro qualità ci incoraggia ad ammettere che abbiamo alcuni dei loro atteggiamenti."


14 giugno 2016


L’allegria nella street art

A cura di Alberto&Alberto

Anna Magnani sorride stringendo un gatto tra le braccia. Non è la scena di un film né una fotografia tratta da uno dei tanti libri che celebrano ancora oggi la grande attrice di “Roma città aperta” e “Mamma Roma” bensì un murales, o meglio una espressione di quella che viene chiamata “street art”, arte da strada. Tra l’altro sarebbe decisamente improprio chiamarlo murales, quello che l’artista David Daviù Vecchiato ha realizzato a Roma al Nuovo Mercato Andrea Doria, dal momento che l’immagine è stata dipinta su una scalinata. E non è la prima del genere: proprio a due passi da casa mia, l’artista ha realizzato un’immagine di Ingrid Bergman sempre su una scalinata ed altre ne ha realizzate in vari luoghi della città, naturalmente con il consenso delle autorità, e sempre con l’intenzione di nobilitare le scalinate che a Roma sono spesso oggetto di vandalismo e di incuria. E poi è divertente trovare la giusta prospettiva da cui ammirare questi veri gioielli di arte urbana che stanno cambiando in meglio il volto della città.

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Per anni disprezzata, vituperata, perseguitata, la street art è oggi ben accolta e finanche sostenuta da quando si è recepita la sua funzione di rendere più allegri e colorati i luoghi della città meno attraenti sotto il profilo urbano. Resta tuttavia un’attività perlopiù clandestina, soprattutto nelle sue forme più “politiche”, ovvero di espressione di problematiche sociali, di protesta, di disagio. Alcuni “grafittari” sono comunque diventati molto famosi e sono arrivati ad esporre i loro lavori nei musei e nelle gallerie internazionali.

Emblematico il caso di Banksy, le cui opere sono attualmente in Mostra a Roma. Non opere staccate dai muri, s’intende (sarebbe un sacrilegio, per i fautori della street art) ma comunque rappresentative della “poetica” dell’autore, incentrata sulla denuncia e sulla provocazione. Banksy ha agito per diversi anni in diverse città del mondo senza farsi individuare da chicchessia. Ancora adesso non si sa chi sia, anche se un gruppo di studiosi della sua arte l’avrebbe individuato in un tizio poco più che quarantenne di Bristol.

Le imprese di Banksy sono leggendarie: più volte è riuscito ad appendere suoi quadri all’interno dei musei senza che nessuno se ne accorgesse; trattavasi di quadri molto simili, per stile e soggetti, a quelli già esposti ma con divertenti dettagli anacronistici, come le bombolette spray tra le mani di nobili del ‘700 o maschere antigas indossate da dame di corte.

È un’arte, la sua, spesso allegra ma comunque sempre di notevole impatto. Non tutti la apprezzano: vedasi il caso del sindaco di New York Michael Bloomberg che ha duramente criticato l’iniziativa dell’artista di dipingere i muri nei vari quartieri della città. Una iniziativa che tra l’altro contemplava la sfida dell’artista a rintracciare i suoi lavori lanciata sia ai suoi fan che ai poliziotti che ovviamente gli davano (invano) la caccia. Tutto ciò è raccontato in un film, “Banksy Does New York”.

Anche la nostra Napoli è stata una meta scelta da Banksy per i suoi blitz artistici: tra le altre, una “Madonna con la pistola”, reinterpretazione moderna di un’opera del barocco romano,  è stata coperta da una lastra di vetro per impedirne l’usura o i danneggiamenti.

Tra le opere di street art che hanno fatto parlare di più negli ultimi mesi vi è l’ormai celebre “Triumphs and Laments” realizzato a Roma dall’artista sudafricano William Kentridge. In questo caso è stato fatto tutto alla luce del sole, pur tra polemiche e mille rinvii: per chi non lo sapesse, l’opera ricopre le mura del lungotevere per la lunghezza di 550 metri ed un’altezza di 10 metri, raccontando la Storia di Roma dalla morte di Remo fino ai nostri giorni. Destinata a scomparire nell’arco di qualche mese a causa dello smog e degli agenti atmosferici, in questi giorni l’opera si può ancora ammirare in tutto il suo splendore, specialmente da quando i suoi estimatori hanno vinto la battaglia che li opponeva ai commercianti e ristoratori che durante l’estate montano i loro gazebo proprio sulle banchine del Tevere, invitati a spostarsi un po’ più in là.


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