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31 ottobre 2017


Un sorriso per gli anziani

A cura di Alberto&Alberto

Due anni fa, in questo spazio, ci siamo occupati di una iniziativa con cui una fondazione, Dottor Sorriso Onlus, ha portato la clownterapia in diversi reparti pediatrici di ospedali italiani. Non era la prima iniziativa del genere e fortunatamente neppure l’ultima: quella di cui ci occupiamo oggi, però, ha la peculiarità di rivolgersi non ai piccoli pazienti ma agli anziani, in particolare ai pazienti affetti da demenza senile.

Il nuovo progetto si chiama “Un sorriso per gli anziani” e vede coinvolta un’altra associazione no-profit, Soccorso Clown, che da 20 anni affianca veri professionisti dell’Arte del Teatro e del Circo per la salute ai vari staff ospedalieri, uniti nell’intento di portare negli ospedali una nuova forma di spettacolo finalizzata a rendere meno gravosa la degenza, coniugando così approccio clinico e approccio umano.

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Il progetto in questione vede le tecniche della “terapia del sorriso” entrare a far parte del protocollo di alcuni reparti del Centro di Medicina dell’Invecchiamento (CEMI) del Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma. Attori, attrici, studenti di medicina volontari si stanno scambiando le reciproche conoscenze per affrontare quel muro dietro il quale si celano spesso i malati di demenza, un muro di solitudine, paura e disorientamento.

Nel comunicato stampa che ho ricevuto e che presenta l’iniziativa, c’è una dichiarazione di un geriatra, il Professor Francesco Landi, Direttore della UOC di Riabilitazione e Medicina Fisica: “Un sorriso può fare molto per i pazienti con Alzheimer o con qualunque altra forma di demenza  perché aiuta a rilassarsi, a recuperare quel rapporto umano che spesso la malattia tende a cancellare. La ‘clownterapia’ nasce per i bambini e la sfida con gli anziani è ancora più difficile: perché spesso sono diffidenti, impauriti, disorientati persino meno disposti alla risata. Bisogna saper dosare l’intervento affinché si sentano coinvolti e confortati. Ma è indubbio che la terapia del sorriso è da considerarsi una terapia non farmacologica in grado di alleviare alcuni sintomi. E aiutare il paziente a recuperare dei punti di riferimento, sentirsi ‘vivo’, ‘attivo’. E’ un beneficio sensoriale e uno stimolo positivo. Ovviamente il tutto va saputo dosare: per questo i volontari di ‘Sorrisi Gemelli Onlus’, che sono studenti e specializzandi della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica, sono stati felici di aver avuto l’opportunità di apprendere le tecniche professionali di Soccorso Clown Onlus. Perché non basta mettersi un naso rosso per saper aiutare un paziente”.

Il binomio ‘Allegria e benessere’ (o quantomeno conforto, a fronte di una situazione di estrema invalidità) trova in iniziative di questo tipo il suo senso compiuto. Piace che si sia pensato, stavolta, di occuparsi anche di anziani e di una patologia, la demenza senile, che ha svariate forme e che mina la vita relazionale. Piace anche che si accenda così un riflettore su una condizione che viene spesso sottovalutata ma che colpisce ben 50 milioni di persone nel mondo (oltre 1.200.000 solo in Italia), con un nuovo caso che emerge ogni 3 secondi.


24 ottobre 2017


L'allegria e il benessere nel cioccolato

A cura di Alberto&Alberto

Porgete un pezzo di cioccolato ad un bambino e ne avrete in cambio un sorriso. È pressoché matematico. E vale anche per tanti adulti, perché la cioccolata mette allegria, piace pressoché a tutti (con predilezioni personali per una qualità o un'altra). Ma non tutti sanno che fa anche bene, nella giusta misura e nella forma più naturale possibile.

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Già nella prima metà del XIX secolo un giurista e magistrato, anche gran buongustaio, Anthelme Brillat-Savarin scriveva nel suo "Fisiologia del gusto": "Le persone che fanno uso di cioccolata sono quelle che godono di una salute più costantemente uguale e che sono meno soggette a una quantità di malucci che insidiano la felicità della vita ".

Definizione da osservatore empirico e pure goloso, all'epoca ancora non suffragata da dati scientifici. Che sono poi arrivati: oggi si sa bene che il cacao, che è l'elemento base del cioccolato, contiene alcaloidi come la caffeina e la teobromina che svolgono attività sul sistema nervoso e agiscono a livello cardiocircolatorio e muscolare, con effetti positivi sia sulla concentrazione mentale che sulla prontezza psico-fisica. Vi è poi un'altra sostanza presente nel cioccolato che è il fenolo, in grado di prevenire l'ossidazione dei grassi nel sangue e la costrizione delle arterie, allungando quindi la vita della persone che ne fa un regolare (ma non smodato) utilizzo. A tale conclusione è giunta una ricerca condotta, qualche anno fa, dagli studiosi della Scuola di Sanità Pubblica dell'Università di Harvard, che osservò per un periodo di 5 anni un gruppo di quasi 8000 persone di età attorno ai 65 anni.

Leggo di un altro studio, questo condotto più recentemente da ricercatori della Harvard Medical School di Boston e anch'esso concentrato sulla popolazione anziana (in questo caso di una media di 73 anni): 60 persone hanno assunto per un mese due tazze di cacao al giorno e alla fine del test hanno rivelato dei miglioramenti significativi relativamente alla memoria, alla capacità di pensiero e alle performance cognitive, rispetto a chi era rimasto "a digiuno" di cioccolato.

Altri studi ancora associano alcune sostanze che vengono messe in circolo nell'organismo dopo avere assunto cioccolato a quelle che si rilasciano in modo naturale nelle persone innamorate. Con un monito: pare che il cioccolato sia un "anti-afrodisiaco", supplendo quindi alla sessualità. Non la pensava così il dio azteco Quetzalcoat che, secondo una leggenda, assumeva cacao durante le sue numerose performance amatorie per via della sue qualità stimolanti. Certo il caco possiede un potere stimolante per la presenza di teobromina ma pare che più di lei faccia la feniletilamina, che stabilizza invece l'umore riducendo l'eccitazione.

Tornando al binomio tra cioccolata e allegria, mi vengono in mente quei bellissimi negozi che si sono diffusi negli ultimi anni soprattutto nelle grandi città dove la cioccolata fa bella mostra di sè dalle vetrine in tutte le fogge e dove spesso vengono installate vere e proprie fontane da cui sgorga nettare ambrato e appetitoso, da ammirare ogni volta con rinnovato stupore (e languore). Niente in confronto, tuttavia, a quello che si vede nei due film, entrambi rimarchevoli, tratti da quel classico della letteratura per ragazzi che è "La fabbrica di cioccolato" di Roald Dahl. Dalla cui versione di Tim Burton, posto qui sotto una breve sequenza.


17 ottobre 2017


Alla ricerca dell'allegria perduta

A cura di Alberto&Alberto

Avete presente la 'madeleine' di Proust? Per chi non avesse letto, o studiato, "Alla ricerca del tempo perduto", la madeleine è quel biscottino di origine francese a forma di conchiglia che risveglia nello scrittore la memoria dell'infanzia che a sua volta ispira tutta la saga letteraria proustiana. L'"effetto madeleine", se ci pensate, ricorre nella vita di tutti noi, non necessariamente provocato da un sapore ma anche da un odore, una fotografia, una canzone o qualsiasi altra cosa abbiamo rimosso, ma non cancellato, per tanti anni. Certo, è molto difficile che, una volta che ci siamo imbattuti nella nostra 'madeleine', saremmo capaci o sufficientemente ispirati per creare un capolavoro destinato a lasciare un segno nella storia della letteratura mondiale. Potrà accaderci più facilmente, però, di "riconnetterci" con un'epoca della nostra vita nella quale non avevamo responsabilità, conflitti con noi stessi e con gli altri. Quando eravamo tutti innocenti. L'infanzia, l'epoca della spensieratezza.

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È un momento davvero prezioso, quello. Perché consente, anche se per un lasso di tempo generalmente molto limitato, di ritrovare una sensazione 'pura', scevra da tutte le sovrastrutture generate dalle esperienze effettuate nell'adolescenza e poi nella maturità. Perché questo accada, è necessario però che si ponga una effettiva distanza tra noi e la nostra 'madeleine', cioè che non se ne sia più assaggiata una (per rimanere nell'esempio del biscottino) dall'infanzia ad oggi.

La Rete è piena di "madeleine" e non è necessario ingegnarsi molto per trovarle. Anzi, l'effetto memoria è ancora più dirompente quando si innesta in modo imprevedibile, per puro caso. Sicuramente è accaduto anche a voi di cercare una immagine su "Google" e ottenere, oltre ai risultati desiderati, anche immagini totalmente estranee alla ricerca effettuata. Non saprei, però, quale ricerca stessi effettuando, qualche giorno fa, quando - quasi impercettibile insieme a decine di miniature - si è materializzata la figura di Mr. Magoo.

Certo è Mr. Magoo mancava ai miei occhi da tanti anni, dall'infanzia appunto, e che la sola immagine - pur minuscola - mi ha proiettato in un attimo nell'"età dell'innocenza", dell'allegria istintiva e del benessere puro.

È molto probabile che i cartoons di Mr. Magoo siano stati replicati, negli anni, sui vari canali satellitari per bambini, che peraltro frequento abbondantemente per motivi genitoriali. Un benevolo capriccio del destino, però, ha voluto che lo incontrassi nuovamente in età adulta, allorché non ho potuto fare a meno di andarmi a rivedere qualche cartoon. E anche a documentarmi un po'.

Mr. Magoo è stato protagonista di 53 cortometraggi realizzati tra il 1949 e il 1959 e di alcuni lungometraggi, sempre a cartoni animati. Apprendo solo ora (ma, onestamente, mi pare una forzatura) che il personaggio del vecchietto con una miopia ai limiti della cecità che si ostina a comportarsi come se vedesse, era una satira del maccartismo imperante all'epoca negli Stati Uniti ("Egli simboleggia l'uomo miope che non vede oltre il proprio naso" cit. Wikipedia).

Nel 1997 ispirò un film 'live action' con protagonista il comico Leslie Nielsen, ho un vago ricordo della sua uscita in Italia, ma comunque non lo vidi e fece fiasco al botteghino, negli Usa come da noi (e non a causa mia, ovviamente). Ho rivisto invece la "mitica" sigla iniziale (la posto qui sotto) e la mia madeleine è diventata ancora più saporita




10 ottobre 2017


Zibaldone di allegria e benessere

A cura di Alberto&Alberto

Oggi a caccia di frasi e di aforismi dedicati ai temi dell’allegria e del benessere, ne trovo subito una che proviene da lontano: la pronunciò quello che viene considerato il “padre” del giornalismo inglese, Joseph Addison: “L’allegria è soprattutto, fomento di salute.” Qualche anno dopo, lo scrittore irlandese Arthur Murphy sentenziava: “L’allegria è l'ingrediente principale nel composto della salute.” Ma ben prima di loro, con l’argomento si era cimentato il saggista Robert Burton che ne “L’anatomia della malinconia,” (1621) osservava che “L’allegria è il principale motore che abbatte i muri della malinconia ed è una cura sufficiente in se stessa.”

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“Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra”, scriveva Sant’Agostino, mentre il francese Pierre Véron: “L'allegria allevia la fatica.”.

Per Goethe “Un compagno allegro è una carrozza in un viaggio a piedi” e per Mark Twain “Il miglior modo per stare allegri è cercare di rallegrare qualcun altro.”

Maestro di aforismi, il newyorchese Christian Nestell Bovee scrisse che “L’allegro vive più a lungo in termini di anni, e successivamente nella nostra considerazione. L'allegria è il prodotto della bontà.” Più caustico, da comico qual è, l’olandese Kees van Kooten “Per un uomo grasso non c'è altro da fare che fingere di essere una persona allegra.”

David Herbert Lawrence, l’autore di “L’amante di Lady Chatterley”, scrisse: “Mi erano venuti dei pensieri tetri sul futuro, così lasciai tutto e mi misi a fare un po' di marmellata. È sorprendente come rallegra l'animo di una persona il tritare le arance e spazzare il pavimento.” Beh, forse l’animo suo (pensando soprattutto al pavimento).

Si consolava, invece, Antonio Gramsci che dal carcere scriveva: “Lo spiritello che mi porta a cogliere il lato comico e caricaturale di tutte le scene era sempre attivo in me e mi ha mantenuto giocondo nonostante tutto.

Il poeta tedesco Matthias Claudius: “Tutto il denaro e tutto il bene ci procurano a dire il vero molte cose: ma non la salute, il sonno ed il buon umore.” E qui la mente corre ai recenti Premi Nobel per la Medicina Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young e ai loro studi sui ritmi circadiani. Che ci hanno ricordato, in questi giorni, quanto sia importante un buon sonno per il nostro benessere psicofisico.

“L’allegria è contagiosa, e riesce sempre ad evitare che le persone si lascino paralizzare dalla depressione, dalla solitudine, e dalle difficoltà.” lo ha scritto Paulo Coelho, un paio di secoli dopo che Benjamin Franklin incitava: “Sii allegro, i problemi che ti angosciano di più sono quelli che non accadranno mai.”

Disse di se la soprano Beverly Sills: “Io non sono felice, sono allegra. C'è una differenza. Una donna felice non ha per niente preoccupazioni. Una donna allegra ha preoccupazioni, ma ha imparato come gestirle.” E la nostra Monica Vitti: “Il segreto della mia comicità? La ribellione di fronte all'angoscia, alla tristezza e alla malinconia della vita.

Infine Papa Francesco: “Colui che isola la sua coscienza dal cammino del popolo di Dio non conosce l'allegria dello Spirito Santo che sostiene la speranza.


03 ottobre 2017


Anche le piante giocano

A cura di Alberto&Alberto

Era da qualche tempo che volevo occuparmi della vita delle piante, anzi la “vita segreta”, visto che se ne sa davvero poco anche se alcune evidenze portano a pensare ad interazioni che vanno oltre le conoscenze della botanica tradizionale.

L’occasione mi arriva ora da un articolo pubblicato un paio di giorni fa da Repubblica (proposto anche nella versione on line) che si intitola appunto “La vita segreta delle piante” riprendendo, non so quanto consapevolmente, il titolo di un libro pubblicato nel lontano 1973 che dette origine anche ad un documentario del 1979, noto anche per la bella colonna sonora di Steve Wonder.

Partiamo proprio dal libro, opera di due ricercatori inglesi, Peter Tompkins e Christopher Bird. I due studiosi vi illustravano i risultati di alcuni esperimenti atti a dimostrare che le piante non sono organismi passivi ma che possiedano  la capacità di comunicare, percepire gli eventi, memorizzarli arrivando persino a provare emozioni.

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Su Wikipedia apprendo che ci sono illustri precedenti, con ricerche condotte già nella prima parte del secolo scorso, alcune delle quali teorizzavano addirittura relazioni tra la musica tra le armonie musicali e forme delle piante, ove la musica classica, ad esempio, produce effetti positivi sui vegetali mentre musiche più “aspre” producono effetti opposti. Significativa, in questo senso, la testimonianza che trovo in Rete di un viticultore, Giancarlo Cignozzi, che ha sperimentato come la musica di Mozart, diffusa tra le vigne che danno origine al suoi Brunello di Montalcino, abbia consentito un 35-40 % in più di incremento foliario e addirittura del 200-300% in più nel frutto.

L’articolo di Repubblica citato aggiunge un altro tassello a queste affascinanti teorie che portano a guardare le piante che ci circondano sotto una nuova luce. “Anche le piante giocano” è l’incipit legato alle ultime scoperte di un professore dell’Università di Firenze, Stefano Mancuso, anche direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale. Il docente ha appena pubblicato un libro intitolato “Botanica, viaggio nell’universo vegetale” negli stessi giorni in cui giunge in libreria un altro volume sull’argomento, “La timidezza delle chiome”, opera in questo caso di un giovane perito forestale e tree climber, Pietro Maroè.

Secondo Mancuso, ad esempio, i movimenti che compiono i girasoli poco dopo essere sbocciati, che possono sembrare apparentemente insensati, equivalgono a quelli compiuti dai cuccioli di animali che sperimentano la vita sociale. A riprova, il fatto che un girasole che nasce e cresce in forma isolata, non sopravvive a una successiva integrazione con i suoi “simili”.

Esempi che assimilano il comportamento delle piante a quelle di organismi più vitali sono molteplici e riguardano anche l’interazione con gli animali e con gli esseri umani. Maroè, appassionato di arrampicata sugli alberi, sostiene ad esempio che ci sono alcuni alberi, che sono stati potati maldestramente, i quali lo “rifiutano”, ovvero non gli permettono di salire tra i rami come avviene, invece, con alberi più “sani”.

Al concetto di vitalità delle piante, e quindi a loro proprietà energetiche, sono legate discipline come la fitoterapia e la floriterapia, ovvero l’utilizzo dei Fiori di Bach per trattare le più diverse patologie.

C’è anche una teoria recente, ripresa da Mancuso, per cui le piante si comporterebbero nei confronti degli insetti come veri “spacciatori di droga”, premiando, attraverso sostanze che danno dipendenza quegli organismi che si dimostrano più attivi nel trasporti di polline che danno quindi alle piante maggiore possibilità di riproduzione.

Il nostro spazio non ci concede di fornire ulteriori esempi, che sono davvero tanti e che aprono delle prospettive inedite non solo alla botanica ma anche al nostro rapporto con le piante, invitandoci a trattarli con maggiore rispetto… Non solo per il loro benessere ma anche per il nostro!


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