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01 marzo 2016


A Porta Portese per allegria

A cura di Alberto&Alberto

Ammetto di avere un debole per i mercatini, quelli cosiddetti "delle pulci". Non per smania d'acquisto ma per l'allegria che mi infonde il caos organizzato, la confusione dei colori affastellati, le incitazioni pittoresche degli espositori, la presenza immancabile di oggetti bizzarri che stuzzicano la mia curiosità.

Nonostante il proliferare dei centri commerciali e l'apertura dei tanti empori a gestione cinese, i mercatini resistono un po' ovunque, nelle città grandi e piccole. Resistono perché ancora e sempre frequentati, immagino in virtù di quel richiamo irresistibile che esercitano anche su di me. E chissà se taluni si aggirano, come me, tra i banchi alla ricerca di quel qualcosa di cui non si pensava di aver bisogno ma che invece…

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(foto di Lara Castagna)

Nella città dove vivo, Roma, i mercatini vengono allestiti con regolarità un po' in tutti i quartieri, tanto all'aperto quanto in luoghi chiusi. Nessuno, però, compete per ampiezza, popolarità e frequentazione quanto il mercato di Porta Portese, che ogni domenica mattina richiama migliaia di persone nel quartiere di Trastevere. Vi si trova un po' di tutto, dal capo griffato ma usato al vecchio apparecchio telefonico, dal pezzo di antiquariato alle divise dei militari, dal computer antidiluviano (ma funziona, ancora?) al francobollo d'epoca. Fino ai gattini e cagnolini in cerca d'adozione (dietro corrispettivo, però). E si trova, ancora, una varia umanità, senza la quale Porta Portese non sarebbe la stessa.

Certo, non è proprio più quella di una volta: gli espositori romani e napoletani - che lo hanno dominato per decenni - stanno lasciando il posto ai più stoici extracomunitari i quali hanno però ben assimilato la sfrontatezza dei loro predecessori, richiamando a gran voce i passanti con colorite espressioni.

Vi sono ancora - l'ho visto con i miei occhi proprio domenica scorsa - i truffatori del gioco delle tre carte, circondati dai "compari" che fingono di vincere le scommesse per illudere qualche "pollo" di passaggio. Preferibilmente turisti, visto che i romani (e più in generali gli italiani) ben conoscono l'inghippo.

Il mercato di Porta Portese è nato a Roma nel 1945, con il trasferimento di quella che era la "borsa nera" dell'epoca dalla piazza di Campo de' Fiori, nel centro storico, alla più capiente area che si estende tra la via Portuense e Viale Trastevere. Il nome deriva dalla Porta oltre la quale viene allestito il mercato, costruita nel 1644 al posto di una precedente Porta Portuensis.

Il mercato degli albori lo si può ammirare in una celebre scena del film "Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica, nella quale il padre e il figlio vi si recano a cercare - invano - la bicicletta rubata. Ma qui, in quegli anni, il mercato era animato sopratutto dagli scambi, i "baratti". Ancora oggi è possibile vendere (o scambiare) qualcosa con gli ambulanti ma in massima parte si può acquistare, magari "trattando" il prezzo, anche se generalmente conveniente.

Porta Portese, come tutti i luoghi molto frequentati, è anche il "regno" dei borseggiatori ma anche in questo caso a rimetterci sono soprattutto i turisti e coloro che non sono habitué o non sono stati opportunamente avvertiti. Ciò accade sopratutto nell'orario di punta, attorno a mezzogiorno. Ricordo, in proposito, che i migliori "affari" si fanno invece negli orari a ridosso dell'apertura (le bancarelle sono già presenti a partire dalle 6) e della chiusura, alle 14.

Ad esaltare l'allegria che infonde il luogo, infine, anche la musica che fuoriesce dalle bancherelle che vendono Cd o dischi usati (persino le ormai vetuste musicassette!) e i suonatori ambulanti che riescono a ritagliarsi un po' di spazio in quella che talvolta si presenta come una vera "casbah". Alla romana, però…

Al mercato di Porta Portese è dedicata una celebre canzone di Claudio Baglioni che posto qui sotto e che ben fotografa, con il suo testo, la particolare atmosfera che vi aleggia.


23 febbraio 2016


Aperitiviamoci tra allegria e benessere

A cura di Alberto&Alberto

Meno impegnativo di una cena e più rilassante di un caffè, l'aperitivo è il "pasto" più allegro che ci sia, come tale diffusissimo, fino a diventare anche momento irrinunciabile in certe zone del nostro Paese.

Il momento dell'aperitivo, quantomeno quello serale, funge da "camera di decompressione" tra una giornata di lavoro e la serata, lo si consuma generalmente in compagnia e ben si concilia con le chiacchiere più disimpegnate.

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Da qualche tempo ha iniziato a prendere forme diverse, dall"happy hour" all'"apericena", ma io preferisco di gran lunga la definizione e la formula originale, che richiama il concetto di "apertura" e dunque di disponibilità (va però specificato che la sua etimologia è legata al latino medievale 'aperitivus', ovvero 'che apre le vie per l'eliminazione').

Le sue origini sono strettamente legate all'invenzione del 'vermut' da parte del distillatore Antonio Benedetto Carpano che nel 1786 aggiunse del vino bianco ad un infuso che comprendeva una trentina di erbe e spezie (tra le quali l'assenzio maggiore) per poi addolcire il tutto con un po' di alcool. Il vermut ebbe da subito un successo straordinario, e da lì a qualche tempo avrebbe assunto anche la denominazione di Martini, che a sua volta è diventato sinonimo di aperitivo.

Diffuso un po' qui e un là attraverso il XIX secolo, l'aperitivo si consuma in modo diverso secondo la città o le tradizioni locali. In Sardegna, ad esempio, si usa solo bere uno o più bicchieri di vino locale senza accompagnarli con stuzzichini di alcuni tipo (ma negli ultimi anni si sta imponendo anche l'aperitivo più tipicamente italiano), poco presenti anche sulle tavole del Friuli Venezia Giulia e in gran parte del Veneto, dove domina il prosecco. Dai locali di Genova e Firenze, si è invece diffusa l'abitudine di allestire ricchi buffet di cibo da consumare con la bevanda.

L'invenzione di bevande analcoliche da aperitivo e dei cocktail di frutta, hanno allargato il rito anche a chi non gradisce o non tollera l'alcool. Molti di questi, però, si sono lasciati comunque conquistare dallo "spritz" che è un cocktail che può essere di varie gradazioni ma generalmente non supera gli 8° e la lui popolarità si è recentemente allargata dalla sua zona d'origine, il Triveneto, a tutta la penisola. Tuttavia sembra che l'origine dello spritz è da ricercarsi nel verbo tedesco "spritzen" - spruzzare - dal momento che i soldati dell'impero austriaco che erano nelle zone del Veneto non amavano l'elevata gradazione dei vini locali e presero a stemperarla spruzzandovi dell'acqua frizzante.

Per quanto riguarda il cibo di accompagnamento, dominano un po' in tutta Italia gli stuzzichini - generalmente patatine, arachidi e pistacchi. A proposito di questi ultimi, segnalo un comunicato che mi è giunto qualche giorno fa dall'American Pistachio Growers, l'associazione che rappresenta i coltivatori e produttori di pistacchio americano. L'associazione ha promosso una serie di studi clinici sul pistacchio che sono stati recentemente pubblicati sul British Journal of Nutrition, in un articolo dal titolo nell’articolo “Le proprietà nutrizionali dei pistacchi e i loro effetti sulla salute". Ebbene, se assunti con moderazione, sembra che i pistacchi abbiano un ruolo nella gestione del peso, nella salute del cuore, nel controllo della pressione sanguigna, hanno proprietà antiossidanti e proteggono gli occhi. Quando l'aperitivo è anche benessere


16 febbraio 2016


Da Noschese a Raffaele, l'allegria nelle imitazioni

A cura di Alberto&Alberto

Anche coloro che avranno sdegnato il Festival di Sanremo, non possono non avere sentito quantomeno parlare delle esilaranti imitazioni della comica Virginia Raffaele. Che dopo il Festival restano cliccatissime su You Tube per chi se le fosse perse.

Mi sono divertito anch'io, eccome. Mi sono anche riconciliato con quella che considero un'arte, l'imitazione, che in troppi purtroppo esercitano in modo approssimativo e con poca originalità.

Ha ragione, tuttavia, Virginia Raffaele a parlare di "reintepretazioni", nel suo caso, piuttosto che di "imitazioni". Più vicine a queste ultime, le performance di Maurizio Crozza, un altro fuori classe che ha saputo anch'egli rinverdire e rinnovare il genere.

L'imitazione in sè è un concetto basilare molto studiato nelle scienze umane, con implicazioni che abbracciano la filosofia, la pedagogia, l'antropologia, la psicanalisi.

Nell'intrattenimento l'imitazione ha assunto tantissime forme, secondo le peculiarità di chi l'ha praticata e la pratica, con più o meno successo. Nel caso di Virginia Raffaele, il suo approccio all'imitazione è stata accostata a quella di Loretta Goggi, paragone che trovo piuttosto appropriato.

Ricordo quindi che Loretta Goggi, quando da attrice e soubrette iniziò nei primi anni '70 a cimentarsi anche con le imitazioni ebbe come mentore quello che ritengo sia stato (e non penso di non essere l'unico a considerarlo tale) il più grande imitatore di tutti i tempi, Alighiero Noschese.

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Era appena un bambino quando vidi per la prima volta Noschese in Tv, e non l'ho più dimenticato. Non me ne perdevo una, delle sue apparizioni in televisione (andavo anche a vedere i suoi film al cinema, ma lì si proponeva come attore comico) e ridevo di cuore anche quando imitava personaggi a me non molto conosciuti, come i big della politica di allora. Si conta che nella sua carriera abbia fatto il verso a 370 personaggi pubblici e che se si aggiungono anche varie caratterizzazioni originali si arriva ad un totale di 1156.

Assolutamente unico nel modulare a piacere la voce, credibile anche nei timbri femminili, Noschese poteva anche contare sulla collaborazione di grandi professionisti tra costumisti e truccatori, nonché sull'abilità dei cameramen che utilizzavano espedienti che oggi potrebbero apparire grossolani per ingrassare o dimagrire l'attore ma che invece con gli scarsi mezzi che avevano a disposizione riuscivano a compiere dei veri e propri miracoli.

Leggo su Wikipedia che anch'egli si è ispirato a qualcuno per affinare la sua arte di imitatore: un cantante romano chiamato Marco Ciarmatore del quale però non trovo alcuna notizia in Rete. Dove invece di Noschese si parla molto, segno che il suo ricordo è ancora vivo in tantissimi che, come me, ne amavano il garbo, l'intelligenza e il talento comico. E la capacità, anche quando la voce da imitare non era tra le più semplici, di divertire facendo leva su altri aspetti del personaggio preso di mira. Come in questo sketch che posto qui sotto, nel quale si confronta con un altro gigante, ma della musica leggera, quel è stato Lucio Battisti.


09 febbraio 2016


Gioca che ti passa…

A cura di Alberto&Alberto

Mi sono occupato più volte, in questo spazio, delle iniziative che alcune associazioni mettono in atto negli ospedali per alleviare le sofferenze dei pazienti più piccoli o sostenerli nelle cure. In massima parte tali iniziative sono legate alla clownterapia, o risoterapia, la disciplina promossa da Hunter “Patch” Adams,ma oggi apprendo dell'esistenza anche di un altro "protocollo" (chiamiamolo così) che ha le stesse finalità di quello del medico reso celebre dal film interpretato da Robin Williams. Ma con modalità diverse.

Il progetto "Gioco in ospedale" è promosso dalla Fondazione Meyer, la Onlus che supporta l’attività di comunicazione, marketing e raccolta fondi per l'Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, parte del Servizio sanitario nazionale, integrato con l’Università degli Studi del capoluogo toscano e polo pediatrico nazionale di riferimento per la cura delle malattie complesse e rare.

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La chiamano "Play Therapy" ed è una combinazione di varie attività ludiche finalizzate a rendere più piacevole la degenza dei bambini nonché favorire le cure cui sono sottoposti e la loro, auspicabile piena guarigione. Tra queste attività, quelle che hanno incontrato maggior favore presso i piccoli pazienti sono la possibilità di avere uno spazio dedicato al gioco (una "ludoteca"), di potersi dedicare alla cura di un vero e proprio orto e di potersi relazionare con dei cagnolini. Questi ultimi - strumento per la Pet Therapy - sono attentamente selezionati, addestrati a muoversi in un contesto come quello ospedaliero, sottoposti a regolari controlli igienico-sanitari e guidati da conduttori professionisti.

L'ortogiardino, infine. E' situato ovviamente in uno spazio esterno ed offre la possibilità ai bambini non solo di prendersi cura delle piante ma anche di muoversi in un ambiente diverso da quello dell'ospedale, anche olfattivamente.

Mezzi diversi, stesso fine: con il gioco, lo svago e l'allegria i bambini affrontano meglio la malattia, alleviano le paure e lo stress legati ad una degenza ospedaliera e dunque agevolano il processo di cura e di guarigione.

La Fondazione Meyer ha appena promosso una nuova campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi. Fino al 28 febbraio si possono donare 2 euro con un SMS e 2 o 5 euro con una chiamata fissa, entrambi i casi al numero 45508.



02 febbraio 2016


Una tavola e quattro ruote di allegria

A cura di Alberto&Alberto

Certo che ho poggiato i piedi su uno skateboard. Sfido chiunque abbia meno di 60 anni a non averci provato almeno una volta. E spero con più successo di quanto non ne abbia avuto io, che non sono mai riuscito a prendere dimestichezza con l'attrezzo e i cui risultati che ho ottenuto sono appena meno goffi di quando provai a salire su una tavola da windsurf.

E dire che di skateboard ne hanno circolati tanti in casa, da quando ho figli. Di tutte le grandezze e colori, con effigi di squadre di club o del film per ragazzi in voga in quel periodo. Ma dopo i primi, disastrosi tentativi ho preferito restare a guardare i ragazzi attraversare il rettilineo del terrazzo e ammirarli mentre con perizia voltavano l'angolo. Roba da dilettanti, s'intende, ma per me comunque proibitiva.

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Figuriamoci, allora, quando ho potuto - ed è capitato spesso, da quando lo skateboard è entrato in voga in Italia, da quasi 40 anni - assistere nei parchi cittadini o nei portici alle evoluzioni di "skaters" più esperti. Quelli che fanno le giravolte, che salgono e scendono gradini, che si lanciano dalle rampe e atterrano con i piedi ancora inchiodati alla tavola. Starei a guardarli per ore, mi mettono allegria. E da tempo non provo più invidia.

Mi ha rallegrato apprendere qualche giorno fa (ma la notizia risale a settembre scorso) che lo skateboard potrebbe figurare tra gli sport ammessi alle Olimpiadi che si svolgeranno a Tokyo nel 2020. Potrebbe. Perché al momento c'è la proposta ufficiale da parte del Comitato organizzatore e una decisione in merito sarà presa solo nel prossimo agosto, quando il Comitato Olimpico Internazionale si riunirà a Rio de Janeiro. Valutando l'ammissione dello "skateboarding" tra i giochi olimpici ma anche del baseball/softball (già praticati in quattro edizioni dal 1996 al 2008), del karate, dell'arrampicata sportiva e del surf.

Ma cosa vedremo se il Comitato Olimpico Internazionale dovesse dare il via libera alla presenza a Tokyo 2020 di uno degli sport più amati e praticati in Giappone (dopo gli Usa, s'intende)? Vedremo gare individuali durante le quali gli atleti o le atlete dovranno eseguire un percorso entro un certo tempo, sottoponendosi ai voti di una Giuria che valuteranno stile, creatività ed abilità nell'effettuare i cosiddetti "tricks", le acrobazie che si compiono con lo skateboard. E lo faranno nelle due specialità più popolari dello sport, lo "street" e il "park", che corrispondono a due differenti percorsi: il primo riproduce i tipici ostacoli che si incontrano in città mentre l'altro consta di rampe dal quale lanciarsi nelle varie evoluzioni.

Va da sè che un'eventuale gara olimpica di Skateboard vedrà protagonisti i cultori più esperti della disciplina e che lo spettacolo sarebbe assicurato. Non resta che sperare nella lungimiranza dei membri del CIO. Noi facciamo il tifo per il sì: speriamo ad agosto di tornare a parlarne per dare la buona notizia.


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