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18 August 2015


Le stelle cadenti tra stupore e desideri

A cura di Alberto&Alberto

Il periodo di maggiore visibilità è già passato, ma in questa estate meteorologicamente capricciosa non tutti avranno avuto la possibilità e la fortuna di assistere al fenomeno delle stelle cadenti. Potranno comunque rifarsi nei prossimi giorni, visto che la "pioggia meteorica" (di questo si tratta) che è iniziata alla fine di luglio proseguirà fin oltre il 20 agosto.

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"Stelle cadenti" è il termine improprio ma suggestivo che è stato imposto al fenomeno dalla vulgata popolare e che scatena inevitabilmente la fantasia dei bambini. Era bello crederci, in effetti, alla possibilità che le scie luminose che appaiono nel cielo nelle notti estive fossero delle stelle che si lasciavano cadere e morire nell'universo e la cui luce giungeva a noi milioni di anni dopo la loro caduta (alzi la mano chi non lo ha mai sentito e ci ha creduto!).

La leggenda, tuttavia, viene confutata ben presto dalla conoscenza. E però immagino che non siano poi tantissimi quelli che sanno che la corretta denominazione delle stelle cadenti sia "Perseidi" - quantomeno quelle agostane - e che ne conoscano l'esatta origine. Che risiede in una cometa, chiamata Swift-Tuttle, che nel suo passaggio vicino al Sole rilascia delle particelle composte da polvere e roccia che, una volta entrate in contatto con la nostra atmosfera, bruciano per attrito e dunque lasciano una scia luminosa. Si tratta di meteore, quindi, e se per caso non dovessero bruciare e impattare la terra, assumono il nome di meteoriti (le comete prendono il nome dalla costellazione dalla quale sembrano provenire e le "Perseidi" sono quelle legate apparentemente alla costellazione di Perseo).

Fin qui la spiegazione scientifica. Ma qui voglio indagare invece le varie tradizioni legate al fenomeno che scopro essere stato infausto per alcune popolazioni dell'antichità. Per le mitologie orientali, greche e latine, le stelle cadenti erano viste come lacrime versate dalle divinità a seguito di disastri già avvenuti o prossimi a verificarsi. Per i romani era invece un segno di fertilità per i campi. In seguito, la Chiesa cattolica avvallò il legame tra le stelle cadenti e San Lorenzo, nato probabilmente dall'assonanza tra il nome del santo e quello di Larenta, la controparte femminile di Priapo, il dio pagano della fertilità. Ed ecco quindi che la Notte di San Lorenzo, il 10 agosto, è considerata la notte delle stelle cadenti per eccellenza: in quella stessa data, nel 258 d.C., il diacono Lorenzo fu giustiziato ponendolo ancora vivo su una graticola infuocata: le stelle cadenti divennero, quindi, la rappresentazione celeste delle sue lacrime infuocate.

Per contrastare gli aspetti negativi a lungo imperanti, la Chiesa ha poi introdotto l'associazione tra le stelle cadenti e la possibilità di esaudire i propri desideri più intimi. Di tutte le tradizioni è quella che sopravvive felicemente un po' ovunque nel mondo.

E però: qualcuno di voi è mai riuscito a pensare a un desiderio nel momento esatto nel quale ha visto "cadere una stella"? O piuttosto l'attesa, talvolta eccessivamente lunga, di assistere al fenomeno ha vanificato l'intenzione? Comunque sia, l'intenzione resta irresistibile e ammanta ancora di poesia un fenomeno molto più frequente di quanto non si creda, provocando uno stupore che la prosaica spiegazione scientifica riesce miracolosamente a non intaccare.


11 August 2015


A Budapest: Storia, decoro e benessere!

A cura di Alberto&Alberto

Scrivo queste note di ritorno da Budapest dove ero già stato per la prima ed unica volta sei anni fa, trovando la città - che mi apparve già allora bella e vivace - migliorata sotto tutti i punti di vista ma soprattutto nel decoro urbano e nelle opportunità culturali e ricreative che offre al visitatore.

Tra una nuova sortita all'antica Buda e passeggiate sul Danubio e sulla mondana Váci Nuova, ho voluto trovare il tempo, pur avendone poco a disposizione nel corso del mio soggiorno, per trascorrere qualche ora alle Terme di Szechenyi, incuriosito da un post che qualche tempo fa scrisse per benessere.com la blogger Francesca Di Pietro. Dove, per la verità, si faceva riferimento alle risorse termali della capitale ungherese nel suo complesso (diversi stabilimenti dislocati in diversi punti della città che attingono alle 130 acque termali e terapeutiche di cui è ricco il sottosuolo) e la mia scelta è caduta sullo stabilimento di Szechenyi solo perché considerato il più grande d'Europa, il più famoso di Budapest insieme a quello di Gellért e uno dei più affascinanti per lo stile neobarocco che caratterizza sia gli ambienti esterni che interni.

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Io stesso scrissi in questo blog come il panorama termale si fosse profondamente trasformato attraverso gli anni, aprendosi ad un pubblico eterogeneo, alle coppie, ai giovani, alle famiglie, superando il concetto di luogo predisposto alle cure e alla riabilitazione per abbracciare il più ampio campo del benessere.

Mi sono recato alle Terme di Szechenyi la mattina di buon ora, raggiungendolo facilmente grazie ad un servizio di trasporto pubblico tra i più ramificati ed efficaci che abbia mai sperimentato. La linea 1 della Metro che collega il centro al grande parco cittadino di Városliget dove si trovano le Terme, in particolare, è la seconda linea metropolitana più antica d'Europa, dopo quella di Londra e mantiene le caratteristiche architettoniche originali, con le pareti rivestite di ceramica e le colonne in ghisa, talmente bella e ben conservata da essere stata dichiarata nel 2002 Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO.

A due passi, dunque, dalla fermata di Széchenyi fürdő ai margini del parco, si staglia la grande ed elegante facciata dello stabilimento più amato dagli abitanti della città ma anche mèta, come ho potuto presto riscontrare, dai turisti più informati.

All'interno il tempo sembra essersi fermato agli inizi del secolo scorso, con un apporto di tecnologia ridotto al minimo: giusto un orologino in plastica consegnato all'ingresso che consente di poter chiudere l'armadietto nel quale ho potuto assicurare i miei vestiti e gli oggetti personali. Poco di più mi ha distinto da coloro che frequentavano i bagni fin dall'inaugurazione del 1913!

Lo stabilimento apre alle 6 del mattino e nelle prime ore è frequentato soprattutto da persone di età avanzata che seguono i vari programmi curativi; poche ore dopo, ho visto arrivare una utenza variegata per età e provenienza. Mi ha sorpreso il rispetto che tutti - indistintamente! - riservano ad un luogo che ha davvero qualcosa di ancestrale, quasi sacro. Gli spazi sono tanti ed ampi e ciò fa sì che nessuno sovrasti l'altro, neppure nel bellissimo spazio esterno dove sono collocate le tre grandi piscine dove - ma io non ho avuto l'opportunità di assistervi - i clienti più abituali usano giocare a scacchi a bordo piscina.

All'interno dello stabilimento, invece, un percorso quasi labirintico conduce a tante vasche di varie dimensioni e temperature, costellato tutt'attorno da docce e saune, anch'esse variegate per ampiezza e caratteristiche (da approcciare con cura quella a 80°!). In posizione discreta, vi sono inoltre i reparti curativi e quelli dove ci si può sottoporre a massaggi e trattamenti di ogni genere, ciò che fa delle Terme di Széchenyi complete sotto tutti i punti di vista. Non mancano, ovviamente, i punti di ristoro, anch'essi posizionati armonicamente nel suggestivo contesto.

La mia visita, come premesso, è stata breve ma so già indimenticabile. Dunque non posso che consigliare a chiunque si rechi a Budapest, per qualsiasi motivo, di non mancare di affacciarsi a Szechenyi. E che il benessere sia con voi!


04 August 2015


Sim Sala Bim… ed è subito allegria!

A cura di Alberto&Alberto

"Siamo inondati e psicologicamente scossi da brutte notizie. La magia, intesa come prestigiditazione, porta una brezza fresca di fantasia, divertimento e stupore di cui tutti sentiamo il bisogno".

Parola di Silvan, al secolo Aldo Savoldello, il 'mago' (o illusionista, prestigiatore, prestidigiatore) più famoso d'Italia, ben conosciuto anche fuori dai patri confini e fin dall'altra parte dell'oceano, negli Stati Uniti, dove ha ricevuto diversi riconoscimenti, l'ultimo in ordine di tempo a maggio di quest'anno il Masters Fellowship Award, praticamente il "Nobel" della magia, assegnatogli dall'Accademia delle Arti Magiche di Hollywood.

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Ho avuto il piacere di conoscerlo non molto tempo fa, dopo averlo tanto ammirato da bambino e ho riscontrato come l'uomo e l'artista (l'aggettivo che secondo me gli si confà di più) coincidano: è una persona affabile, sempre sorridente, dotato di un'aura fascinosa fuori dal comune. Solo (spero che non me ne abbia se mai leggerà queste mie note) un pochino meno alto di quanto mi ero immaginato. Incontrandolo "dal vero" mi ha stupito inoltre come sia riuscito a restare uguale a se stesso. E non mi riferisco solo all'aspetto fisico (cui potrebbe non essere estranea qualche "magia" non propriamente tale) ma alla sua abilità rimasta tale negli anni, frutto di un esercizio cui ancora si sottopone tante ore al giorno, e alla capacità di inventare ancora giochi sempre nuovi e sempre più sorprendenti.

A me è sempre piaciuto vedere un 'mago' all'opera e Silvan più di tutti. E non appartengo a quella categoria di persone che vogliono trovare il "trucco" a tutti i costi. Tanto lo si sa: il trucco c'è ma non si vede. E dunque, proprio per questo, preferisco godermi lo spettacolo, divertirmi e ammirare l'abilità dell'illusionista senza farmi troppe domande, lasciandomi andare piacevolmente a quello stupore - "oooh" - che mi riconnette alle prime stagioni della vita. Men che mai mi è venuto in mente di analizzare un suo numero utilizzando la funzione di rallentamento del videoregistratore - e mi piace pensare che a nulla sarebbe servito!

Le scatole contenenti trucchi da illusionista, fin dall'apparizione della prima targata Silvan nel 1972, sono ancora tra i regali più acquistati, regalati e apprezzati dai bambini (il suo nome ne ha siglati ben 13!). Il segno che l'illusionismo segue ad esercitare il suo fascino, anche nelle sue forme più semplici e dunque facilmente replicabili.

I trucchi eseguiti con le carte da gioco (siano esse "taroccate" o meno) sono da sempre i miei preferiti, anche perché per uno strano meccanismo psicologico tendo a rimuovere le soluzioni, se e quando mi vengono rivelate, e mi ritrovo a sorprendermi ogni volta che mi vengono nuovamente sottoposti.

Rispetto ad una persona comune, se pure dotato di minima abilità, le esecuzioni di Silvan fanno la differenza, e non poco. Insieme ad una perizia assoluta nel manipolare le carte (o altri strumenti atti all'illusione), l'artista ha sviluppato fin dalle sue prime apparizioni pubbliche un talento davvero unico nel catturare l'attenzione del pubblico e mantenerlo costante fino alla fine della sua esibizione. Nell'occasione cui ho fatto riferimento, ho potuto constatare come una platea di un evento conviviale cui la sua presenza era stata celata fino all'ultimo momento, sia rimasta a lungo ammutolita, letteralmente rapita da una voce che sembrava accarezzare l'immaginazione dell'interlocutore, prenderlo per mano e condurlo proprio fin lì dove lui ha deciso.

Sulla scia del successo ottenuto sopratutto grazie alla televisione a partite da ormai 50 anni fa, Silvan proprio come la Settimana Enigmstica ha avuto (ed ha ancora) innumerevoli tentativi d'imitazione ma nessuno dei suoi epigoni ha potuto godere di cotanta longevità artistica e un parterre di spettatori che comprende tra gli altri Robert Reagan e la Regina Elisabetta.

Reticente da sempre nel dichiarare la sua età anagrafica (ma una 'sbirciatina' su Wikipedia può aiutare a rivelarla, a meno che non abbia esercitato anche lì qualche sortilegio), Silvan lo è meno nello spiegare l'origine della sua celeberrima formula "Sim Sala Bim". Che ha mutuato dal titolo di una canzoncina danese - attribuendole il significato di "Che la magia si compia" ma non ho trovato alcun riscontro in proposito - sostituendola ad una formula adottata precedentemente all'inizio della sua carriera "Tac tac c'è rumba yama cler", decisamente più difficile da memorizzare.


28 July 2015


Viaggia che si canta! - 2

A cura di Alberto&Alberto

Nel post precedente, mi interrogavo su una ideale colonna sonora per accompagnare allegramente un viaggio, citando alcune canzoni italiane i cui testi ne fanno esplicito riferimento a partire da uno dei tormentoni dell'estate 2015, "Buon viaggio" di Cesare Cremonini.

La musica è sicuramente un modo per amplificare le suggestioni di un viaggio; nelle mie incursioni all'estero mi sono sempre personalmente preoccupato di reperire qualche musica legata al paese in cui mi trovavo, da ascoltare per meglio calarmi nel contesto locale.

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Nel caso degli Stati Uniti, il viaggio è più che altrove al centro di tante canzoni, e la combinazione tra alcune di queste e i paesaggi delle sterminate "highways" che attraversano l'intero Paese danno origine a sensazioni davvero intense.

Il primo titolo che mi viene in mente è la rockeggiante "Born to Be Wild" degli Steppenwolf, forse la canzone regina del viaggio americano anche per essere stata colonna sonora del film 'on the road' per eccellenza, "Easy Rider". Da qui, per associazione, arrivo a "On the Road Again" dei Canned Heat, con quell'incedere blues che tanto bene si adatta al movimento.

Rilanciata qualche anno fa da una pubblicità, "These Boots are Made for Walking" di Nancy Sinatra ha in titolo molto evocativo e una musica che bene si adatta al viaggio anche se, rileggendo ora il testo, vedo che il tema non è propriamente quello indicato.

Lo centra invece alla perfezione "Route 66", una canzone che fu incisa per la prima volta nel 1946 da Nat King Cole ma che io conosco meglio nella versione dei Rolling Stones (e tra le tante altre realizzate negli anni, rimarchevole anche quella di Chuck Berry). Il titolo richiama una delle 'highways' più famose degli Stati Uniti. Realizzata a metà degli anni 20 del secolo scorso per collegare Chicago a Santa Monica (il testo della canzone ne elenca alcune delle tappe intermedie), la US Route 66 è stata nel tempo soppiantata da autostrade più scorrevoli e attrezzate ma esiste ancora con il nome di Historic Route 66 e seguita ad essere omaggiata dalla musica e dal cinema.

Non potrei immaginare un viaggio in auto sulle strade d'America senza quelle note inconfondibili di chitarra che scandiscono "Sweet Home Alabama" dei Lynyrd Skynyrd, Insieme alla già citata "Born to Be Wild", è la più ricorrente nella Rete per chi come noi ha associato canzoni e viaggi (non sempre correttamente).

Stranamente, però, la canzone degli Steppenwolf figura solo al 24° posto della classifica stilata dalla edizione americana della rivista Time Out, delle migliori canzoni sul viaggio di tutti i tempi. Classifica capitanata dalla celebre "Born to Run" di Bruce Springsteen, seguita da altri titoli assai evocativi come "Where the Streets Have No Name" degli U2 (4° posto) e da "Road to Nowhere" dei Talking Heads (8° posto) per la quale fu realizzato a suo tempo un bellissimo videoclip che qui ripropongo.

Have a Nice Trip!


21 July 2015


Viaggia che si canta

A cura di Alberto&Alberto

"E per quanto sia difficile spiegare/non è importante dove/conta solamente andare/comunque vada/per quanta strada ancora c’è da fare". (…) "Buon viaggio/che sia un’andata o un ritorno/che sia una vita o solo un giorno/e siamo solo di passaggio/voglio godermi solo un po’ la strada/amore mio comunque vada/Buon viaggio."

Tra i "tormentoni" dell'estate 2015 spicca, a mio modesto avviso, la canzone "Buon viaggio" di Cesare Cremonini, che a ben vedere (o sentire) riprende un tema già affrontato nel suo primo grande successo con il suo gruppo adolescenziale Lunapop e che recitava "Com'è bello andare in giro per i colli bolognesi/se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi…".

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Il viaggio. La parola mette allegria solo a pronunciarla o a scriverla. Ancor più d'estate, quando la prospettiva di un viaggio si fa più vicina, sia pure per un solo giorno, come da canzone.

Che il tema sia universalmente sentito, d'altronde, ce lo dicono tanta letteratura, tanto cinema e tanta musica. L'esortazione di Cremonini non è certo una novità e nella mente del cantante bolognese non deve essere stata estranea la volontà, scrivendo la sua canzone, di accompagnare allegramente un viaggio reale, con le note in fuoriuscita dall'autoradio o dalle cuffie di un i-pod o di uno smartphone.

Mi torna spesso in mente l'immagine di un amico appassionato velista, che ogni volta che salpava con i suoi amici all'alba verso una nuova avventura da un porto verso il largo del mare, era solito metter su nello stereo di bordo la canzone "Sailing" di Rod Stewart: "I am sailing, I am sailing/home again 'cross the sea/I am sailing, stormy waters/to be near you, to be free" ("Sto navigando, sto navigando/di nuovo a casa attraverso il mare/sto navigando, per acque tempestose/per esserti vicino, per essere libero" - si tratta dunque di un ritorno, ma fa lo stesso!).

Per stilare un'ideale discografia dedicata al viaggio nelle sue varie declinazioni, non basterebbero dieci puntate di questo nostro spazio, specie se allargata al repertorio internazionale (di cui mi vorrò comunque occupare la prossima settimana). Così che mi lancio in una lista sicuramente parziale - e limitata alle canzoni italiane - dapprima confidando solo sulla mia memoria e poi ricorrendo ad un aiutino dal Web.

La canzone italiana di viaggio per antonomasia potrebbe essere "Sì viaggiare" di Lucio Battisti? Probabilmente sì e pensiamo anche al fatto che abbia prestato il titolo ad una rubrica televisiva dedicata alla scoperta di mete poco conosciute. Meno celebrata, ma altrettanto allegra ed evocativa è "Viaggi e miraggi" di Francesco De Gregori: "Partiamo/partiamo che il tempo è tutto da bere/e non guardiamo in faccia a nessuno e nessuno ci guarderà/Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere/e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già?"

Misterioso (o anche mistico?) il concetto di viaggio che cova sotto i versi di "Destinazione Paradiso" di Gianluca Grignani, poi ripresa con successo da Laura Pausini: "Un viaggio ha senso solo/senza ritorno se non in volo/senza fermate nè confini/solo orizzonti neanche troppo lontani/io mi prenderò il mio posto/e tu seduto lì al mio fianco mi dirai/destinazione paradiso". Pausini che ha anche ripreso "Strada facendo" di Claudio Baglioni, che ascoltarla è pure un bel viaggiare.

Il web mi aiuta quindi con altre canzoni che non sono affiorate subito alla memoria: sono segnalate "Vado al massimo" di Vasco Rossi ma il suo viaggio senza freni è da interpretare in chiave ironica (mi raccomando!), la bella "Rotolando verso sud" dei Negrita (Quante deviazioni/quali direzioni e quali no?/prima di restare in equilibrio per un po'/Sogno un viaggio morbido/dentro al mio spirito/e vado via, vado via/mi vida così sia"), "Nord Sud Ovest Est" degli 883 (Corri vai non ti fermare/che di strada ce n'è ancora tanta sai").

Buon viaggio!


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