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03 novembre 2015


Una pizza in compagnia…

A cura di Alberto&Alberto

Mentre impazza la polemica sulla carne e sulla sua presunta nocività, penso ad un altro caposaldo della alimentazione, soprattutto in Italia e soprattutto per me: la pizza. Per i giovani un tempo (ma vale ancora oggi) l'unica possibilità di poter cenare fuori, per motivi economici, era proprio per gustare una pizza con gli amici. E sempre per motivi economici, sono sempre tante le famiglie che - specialmente durante il fine settimana - affollano le pizzerie per un rito che è parte della nostra cultura e che da noi si è diffuso in tutto il mondo.

Economica sì (non ovunque, però) ma anche gustosa, varia nelle sue molteplici preparazioni, bella a vedersi, decisamente sinonimo di allegria. E anche sana, se preparata con ingredienti di prima qualità.

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La pizza ha una storia lunghissima e controversa, per l'impossibilità di rintracciarne la vera origine. Di certo, c'è la genesi del nome che proviene dalla "pitta", un pane schiacciato che veniva sfornato nella Napoli del XVI secolo. Dapprima veniva condita solo con una salsa bianca, poi iniziò l'abitudine di cospargerla di olio d'oliva, pomodoro ma anche formaggio o pesce.

La classica pizza marinara, quella semplice con il pomodoro (con aggiunta di aglio, origano ed olio) fu la prima ad assumere l'aspetto che ha ancora oggi.  Il suo nome è legato all'antica consuetudine di essere consumata dai pescatori napoletani dopo il rientro dal mare. Poi venne la pizza margherita, che sembra fu inventata da un cuoco napoletano Raffaele Esposito della Pizzeria Brandi (all'epoca Pizzeria "Pietro e basta") in onore della Regina d'Italia, Margherita di Savoia. Da qui il nome ma anche il suo aspetto: pomodoro, mozzarella e basilico intendevano richiamare i tre colori della bandiera italiana.

Per i puristi della pizza, le due specialità - marinara e margherita - sono le uniche ammesse. E sempre i puristi, come apprendo da Wikipedia, hanno stabilito regole ben precise nella sua preparazione: l'impasto di base fatto rigorosamente a mano senza uso di alcun strumento, il forno a legna alla temperatura di 485 °C, un tempo di cottura che non deve superare i 90 secondi e la grandezza con un diametro che non deve superare i 35 centimetri e il suo centro mai più di un terzo di centimetro di spessore.

Gli immigrati italiani negli Stati Uniti vi esportarono la pizza alla fine dell'800, decretandone il successo anche oltreoceano. Tuttavia è raro mangiare una buona pizza a New York o Chicago se non nelle pizzerie gestite da italiani; più facile trovare degli orrendi "ibridi" locali, con condimenti discutibili come gli spaghetti o le polpette di carne.

La preparazione semplice fa sì che una pizza si possa anche cucinare comodamente a casa, anche se sono in pochi a poter annoverare il forno a legna e dunque cuocerla come comanda la tradizione. Ma volete mettere la comodità di avere sempre una pizzeria vicina, come usa almeno in Italia? Due passi ed eccoci seduti davanti ad una bella pizza fumante. Anche da portare a casa, per una cena in famiglia o con gli amici, quando non si ha tempo per cucinare altro. Con il portafoglio che una volta tanto ringrazia.


27 ottobre 2015


Elogio di Nino Frassica

A cura di Alberto&Alberto

Qualche settimana fa, scrivendo della mia passione per i giochi di parole, mi sono accorto che il pensiero correva spesso a Nino Frassica e alla sua caratteristica di storpiare i termini con effetti sempre esilaranti.

Ho avuto sempre molta simpatia per l'attore. Ricordo bene le sue prime apparizioni in "Quelli della notte" - era la metà degli anni '80; lui interpretava il ruolo di un fraticello - fra' Antonino da Scasazza - ed era il più divertente di tutti, specie quando raccontava i suoi "nanetti" (aneddoti). Ricordo che a quei tempi i videoregistratori non erano ancora molto diffusi ma un mio amico ne aveva uno - enorme! - con il quale registrava gli interventi di Frassica che poi avremmo visto e rivisto più volte insieme.

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Narra la leggenda che Arbore scelse Frassica dopo che quest'ultimo gli aveva lasciato un messaggio nella segreteria telefonica che lo divertì al punto da richiamarlo. Lo ingaggiò dapprima per una piccola parte nel suo secondo film da regista - "FF.SS." (1983), poi lo inserì tra i personaggi di "Quelli della notte" dopodiché, visto il successo che aveva avuto il suo personaggio, lo confermò per il suo programma successivo, "Indietro tutta", promuovendolo al ruolo di presentatore.

Intanto, Frassica aveva debuttato anche da protagonista al cinema con un film piuttosto modesto, "Il Bi e il Ba", che però non ne intaccò la popolarità. La sua carriera è poi proseguita con tante partecipazioni a programmi televisivi e radiofonici, apparizioni cinematografiche e una più recente grande visibilità come co-protagonista nelle serie televisiva "Don Matteo" accanto a Terence Hill.

Sono tanti i personaggi che Frassica ha creato nel tempo ma la sua comicità è rimasta fedele al gusto del surreale, del non-sense e, come si diceva, del calembour verbale. La sua carriera l'ha percorsa in punta di piedi, senza mai strafare, dispensando un'allegria che è prima di tutto la sua: un'altra delle sue caratteristiche è quella infatti di mostrare di divertirsi a divertire.

Quest'estate, però, ho scoperto che la sua comicità può andare oltre la sua presenza fisica. Avevo preso l'abitudine tutti i giorni, tornando dal mare, di ascoltare alle 18 un suo programma radiofonico, "Il programmone", tutto incentrato sulla sua comicità verbale e sulla vena surreale che si ampliava anche ai suoi improbabili ospiti. Scoprii la trasmissione dopo averne letto una recensione entusiastica su un quotidiano: il recensore sconsigliava di ascoltare il programma in automobile, poiché il divertimento avrebbe distratto dalla guida. Così non è stato, per fortuna, ma fui grato per il consiglio!

(ma - sempre per fortuna - mentre guardo questo sketch che posto qui sotto, sono comodamente seduto a casa!).


13 ottobre 2015


Fascino e allegria, evviva la Vespa!

A cura di Alberto&Alberto

Rieccole. Più efficienti, più colorate, più brillanti ma la sagoma è sempre quella. Le "Vespe" sono tornate sulle nostre strade nei vari modelli ispirati a quelli degli anni '50 e '60, montando solo motori più moderni e più affidabili.

Chi lo avrebbe mai detto, 30 o 40 anni fa che la Vespa avrebbe oggi superato, per fascino e attrazione, qualsiasi altro motorino che all'epoca era più ambito?

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E non che oggi i giovani avvertano la nostalgia di una 'dolce vita' che per molti di loro è solo il titolo di un film (che non hanno visto). Forse giusto riconoscono l'icona della locandina di "Vacanze romane" (anche in questo caso senza avere visto il film), con la irresistibile Audrey Hepburn avvinghiata ad un fascinoso Gregory Peck, a scorrazzare per le strade della Capitale a bordo, appunto, di una Vespa. 125 di cilindrata, Modello V30T, con faro basso, per la precisione. E non basta nemmeno avere ascoltato e riascoltato la canzone dei Lunapop, "50 Special" (il cui video troverete alla fine).

Dunque, c'è qualcosa di più nella Vespa che la rende così amata anche dalle nuove generazioni. La bellezza e l'armonia delle forme, ad esempio, che la rende pure molto apprezzata nel mondo (dove non conoscono i Lunapop, per dire), addirittura esposta nei musei: fa parte, tra l'altro, delle collezioni permanenti dl Triennale Design Museum e del MoMA di New York. È dunque un po' il simbolo dell'Italia migliore, quella creativa ma anche quella allegra e spensierata.

La storia della Vespa inizia nel primo dopoguerra. La sua nascita ha una data precisa: il 23 aprile 1946, giorno nel quale viene brevettata una motocicletta progettata dall'Ing. Corradino D'Ascanio per l'azienda motoristica Piaggio. C'era anche un precedente, per la verità, la Vespa MP5, detta "Paperino", progettata dall'Ing. Renzo Spolti e prodotta in pochissimi esemplari prima che Enrico Piaggio, al quale non piaceva, ne bloccasse la produzione. Gli piacque, invece, il prototipo MP6 di D'Ascanio che introdusse diverse innovazioni che si ritrovano anche nel modello che la Piaggio volle produrre in larga scala: la Vespa 98.

A partire dal 1946 e nel giro di pochi anni, la Vespa fu prodotta in vari modelli: la seconda serie della 98, il modello da corsa semplice, il modella da corsa su circuito. E poi ancora la Vespa 125, che verrà in seguito ma solo ufficiosamente soprannominata "Vespone" e, all'inizio degli anni '50, anche alcuni modelli sportivi dall'elaborato design e dalle altissime (per l'epoca) prestazioni.

Tutti questi modelli, così come la Vespa 125 U (1953) che fu prodotta in soli 7000 esemplari, sono oggi ricercati dai collezionisti e cultori che si riuniscono in club, promuovendo e partecipando a diversi raduni nelle quali fanno sfoggio di modelli ben conservati o quantomeno sapientemente restaurati. Si pensi che il primo club nazionale, che riuniva tutti i club già esistenti sparsi per la penisola, risale al 1949!

E la Vespa oggi va, eccome se va. Lo scorso anno la Piaggio ha conosciuto un significativo incremento delle vendite che hanno consolidato il suo primato a livello europeo. È dunque, quella della Vespa, una storia che si rinnova costantemente senza mai tradire i principi che l'hanno ispirata: comodità, eleganza, maneggevolezza. Più quel 'quid' indefinibile che l'ha resa un Mito.


06 ottobre 2015


Il giorno dell'arcobaleno

A cura di Alberto&Alberto

Un paio di settimane fa mi trovavo alla guida della mia automobile quando, al termine di un breve temporale, è apparso proprio di fronte a me un arcobaleno, nitido come raramente mi è capitato di vedere. Così mi è venuta voglia di fotografarlo con il telefonino. Poi ero quasi incredulo nel vederlo impressionato sullo schermo del mio smartphone, come se il fenomeno, per sua natura, non fosse catturabile. Lo era. Ho sorriso pensando che la fotografia di un arcobaleno può fungere da mappa per andare alla scoperta della proverbiale pentola piena di monete d'oro che dovrebbe trovarsi al termine di una delle due estremità. Quale, però?

Tale era l'allegria che aveva suscitato in me la fotografia, da non averci pensato due volte a postarla sulla mia pagina Facebook (è la stessa che pubblico qui) accompagnandola con un breve commento in cui facevo riferimento alla bizzarria di associare, ancora nell'età adulta, un arcobaleno alla relativa pentola con le monete d'oro. Credo che nessun mio 'post' avesse avuto tanto successo, nemmeno quelli in cui raffiguravo i gattini che ho posseduto per qualche giorno (e si sa l'effetto contagioso che procurano i gatti sul social!). A parte la quantità di 'mi piace', sono rimasto colpito dai commenti che seguivano il mio, esaltandone la componente infantile o esprimendo la propria (un amico è giunto a dire che lui la pentola la va a cercare sul serio!).

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Non conoscevo, però, l'origine della leggenda, che scopro ora essere irlandese, legata agli gnomi e alla credenza che li voleva ricchissimi, avendo accumulato diversi tesori durante la guerra. Tesori ben occultati. Alla fine dell'arcobaleno, ad esempio.

Già che c'ero, mi sono messo anche a cercare notizie sul fenomeno dell'arcobaleno, sul quale c'è una ricca ed esaustiva pagina su Wikipedia. Con paragrafi legati anche alle varie leggende ad esso legate (non c'è mica solo quella della pentola!) e ai suoi legami con varie religioni.

E poi, naturalmente, vi sono i riferimenti all'utilizzo che ne è stato fatto nella cultura di massa, associandolo perlopiù a valori positivi, come la pace e la convivenza tra culture e provenienze diverse. E poi vi sono rappresentazioni che dell'arcobaleno hanno offerto pittori, musicisti e letterati. Se penso a qualche canzone italiana, mi viene in mente "I giorni dell'arcobaleno" con il quale Nicola Di Bari vinse nel 1972 il suo secondo Festival di Sanremo consecutivo. O quella struggente - intitolata semplicemente "L'arcobaleno" - che Mogol (su musiche di Gianni Bella) scrisse in memoria dell'amico e sodale Lucio Battisti e cantata da Adriano Celentano. Ma universalmente, l'arcobaleno è collegato in musica alla splendida "Over the Rainbow" che Judy Garland cantava in "Il mago di Oz". Che essendo in bianco e nero, non poté regalare agli spettatori la visione del fenomeno. Presente invece nel videoclip della fortunata versione del cantante hawaiano Israel "IZ" Kamakawiwo'ole, poi ripresa in vari film e che su You Tube annovera oltre 160 milioni di visualizzazioni!




29 settembre 2015


Non c'è Vita senza Gioia e Tristezza

A cura di Alberto&Alberto

Seguo fin dall'inizio la produzione della casa americana Pixar, specializzata in film realizzati con animazione computerizzata e da circa un decennio proprietà della Walt Disney Company. Il primo film della Pixar fu "Toy Story", giusto vent'anni fa: pochi anni dopo nacque il mio primogenito e il Dvd del film diventò ben presto uno dei suoi preferiti.

Anche dei miei però: il film, in effetti, inaugurava una nuova stagione nella storia del cinema d'animazione in cui temi, personaggi e situazioni riuscivano a fare breccia anche nel pubblico adulto, ciò che è accaduto per diversi altri film della Pixar. Passaggi dello stesso "Toy Story" (e del suo secondo episodio, il terzo mi sembrò più debole), ma anche di "Alla ricerca di Nemo", "WALL E" e "Up" mi hanno divertito, commosso e anche fatto riflettere. Sono film - e non solo quelli - che trattano temi universali e lo fanno con intelligenza e sensibilità. Che poi siano stati anche grossi successi commerciali, la dice lunga sul profilo della equipe creativa e tecnica della Pixar.

E arriviamo all'ultimo prodigio della Pixar/Disney, che sta "sbancando" in questi giorni i botteghini di tutto il mondo e che viene già considerato il capolavoro fuoriuscito dalla società di Emeryville, California. E che sta facendo parlare non solo i critici cinematografici (quasi unanimemente entusiasti) ma anche psicologi, pedagoghi, commentatori di ogni genere. Perché "Inside Out" è un film effettivamente straordinario sotto molti punti di vista, che oltre ad intrattenere e divertire, esplora con una certa audacia una questione che ci riguarda tutti, indistintamente: la gestione delle emozioni.

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La trama in breve: una bambina è costretta a trasferirsi in un'altra città a seguito del lavoro del padre. L'impatto con la nuova realtà non è semplice per la piccola Riley e diventa sempre più drammatico quando nella sua mente le emozioni della Gioia e della Tristezza scompaiono dal cosiddetto "Quartier Generale", il luogo dove le emozioni pilotano (letteralmente) la vita delle persone. Queste due sono state infatti inavvertitamente risucchiate dalla Memoria e dovranno affrontare una serie di ostacoli prima di far ritorno al Quartier Generale e riunirsi con le altre tre emozioni, Disgusto, Rabbia e Paura.

Il film, come si può facilmente dedurre, si sviluppa quindi su due piani: da una parte c'è la realtà oggettiva di Riley e delle persone che le sono attorno, e dall'altra la sua mente, abitata non solo dalle sue emozioni ma anche da quei personaggi che sono entrati nel tempo a far parte del suo immaginario. Affascina, del film, anche la sfrenata creatività che è alla base delle varie situazioni e dei luoghi nel livello mentale.

Ma ciò che conquista maggiormente è la brillante idea di base: quella di raccontare, in modo semplice e divertente ma affatto superficiale, di come Gioia e Tristezza non possano vivere l'una senza l'altra. Nel film Gioia contrasta sì le azioni di Tristezza ma è sempre comprensiva nei suoi confronti, la protegge fino a rischiare di scomparire pur di salvarla. E durante la loro forzata assenza, le altre emozioni cercano di fare le loro veci. Dimostrando come tutte siano in fondo interconnesse tra loro e come un sano equilibrio delle emozioni sia il presupposto del benessere.

Si dice che "Inside Out" piaccia di più agli adulti che ai bambini, e che questi ultimi non siano in grado di comprenderlo. Io non credo che sia così: il film parla al cuore e alla mente di tutti, ha un tratto grafico insieme semplice e sofisticato, ed è in gran parte assimilabile ai film d'avventura. Solleticano lo spettatore adulto i risvolti psicologici che vi si annidano ma in fin dei conti anche il più smaliziato nei confronti dei cartoon non potrà che divertirsi ed appassionarsi alle avventure di Gioia e Tristezza. Perché sono le avventure di tutti noi.


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