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15 settembre 2015


Sosteniamo i clown di Dottor Sorriso!

A cura di Alberto&Alberto

Ci siamo già occupati di clownterapia in uno dei primi post del nostro blog, raccontando la storia del suo inventore, Hunter "Patch" Adams (immortalata anche da un film con Robin Williams) e di come sia arrivato a scoprire di poter guarire (o almeno alleviare i disagi di una malattia) con il sorriso, l'allegria e la positività.

Torniamo a parlarne in occasione di una iniziativa che ci viene segnalata da una organizzazione - la Fondazione Dottor Sorriso Onlus - che dal 1995 si prefigge lo scopo di rendere più serena la degenza dei bambini in ospedale proprio attraverso la clownterapia, abbracciando quindi per primi in Italia le teorie e la pratica di "Patch" Adams. Nel comunicato stampa che accompagna la presentazione dell'iniziativa "La magia di un sorriso" apprendiamo che la fondazione ha consentito di portare la clownterapia, ad oggi, in 27 reparti pediatrici di 16 ospedali, in 3 istituti di riabilitazione e in un poliambulatorio, per un totale di 370 bambini che ogni settimana hanno potuto godere di qualche minuto di serenità ed allegria in contesti anche difficili come quelli in cui sono ricoverati bambini affetti da disabilità fisiche e mentali, malattie croniche e degenerative.

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I clown di "Dottor Sorriso", va specificato, non sono operatori improvvisati ma veri e propri "professionisti del divertimento", formati da un training specifico di 200 ore durante le quali apprendono non solo le tecniche artistiche dei clown ma anche gli aspetti legati alla psicologia infantile, alla cura e all'igiene medica. Nel loro lavoro (giustamente retribuito, trattandosi di professionisti) essi operano da soli o in coppia, avvicinando i bambini nei letti d'ospedale dopo essersi assicurati dalla loro disponibilità e di quella dei loro genitori, per poi prodursi in giochi, scherzi, magie, aiutandosi con la mimica, la musica, con pupazzi o bolle di sapone e coinvolgendo il più possibile i bambini ad interagire con loro, nel rispetto del loro stato di salute. La finalità è sempre quella di divertire e dunque di far dimenticare la loro condizione sdrammatizzandola, almeno per qualche minuto.

I risultati della clownterapia sono ormai consolidati: ridere in ospedale può ridurre i tempi di degenza da un terzo fino a metà, può determinare una riduzione della somministrazione di analgesici fino al 20% e aumentare le difese immunitarie.

Ma veniamo all'iniziativa "La magia di un sorriso" che, come altre iniziative della Fondazione Dottor Sorriso Onlus, intende sensibilizzare e favorire il sostegno da parte di privati cittadini, imprese e istituzioni nel diffondere la clownterapia ovunque ce ne sia il bisogno e la possibilità. Per un periodo limitato, cioè fino al 4 ottobre, sarà possibile sostenere la clownterapia per i bambini malati inviando un SMS al 45507 e donando quindi 2 euro per ciascun SMS.

L'iniziativa, della quale è testimonial la danzatrice e presentatrice Rossella Brescia, punta a raccogliere una cifra sufficiente a garantire la presenza, una volta alla settimana e per un intero anno, di due clown professionisti in 6 reparti pediatrici a lunga degenza e in 3 istituti di riabilitazione. Più specificatamente, l'attività dei "Clown Dottori Sorriso" potrà proseguire nei reparti pediatrici del Policlinico di Modena, del Policlinico Federico II di Napoli, dell'Ospedale Niguarda “Ca’ Granda” di Milano, dell'Ospedale “Sant'Anna” di Como, dell'Ospedale Policlinico “Giovanni XIII” di Bari, dell'Ospedale “Bambino Gesù” di Roma e negli istituti di riabilitazione “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone, “Eugenio Medea” - Associazione “La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini, “S. Maria Nascente” - Fondazione “Don Gnocchi” di Milano.

Insomma, sosteniamo tutti un sorriso che costa davvero poco ma che può dare davvero tanto!


08 settembre 2015


Per quelli che settembre…

A cura di Alberto&Alberto

È vero che è il mese il cui avvento segna, per i più, la fine delle vacanze. È vero che i raggi del sole si fanno più deboli, è vero che le bollette si sono cumulate ad agosto e che dunque andranno pagate tutte insieme, è vero che aumenta improvvisamente il traffico nelle grandi città, è vero che autunno e freddo sono dietro l'angolo. È vero che tanti amori finiscono a settembre, non sopravvivendo all'effimera estate.

È pure vero che proprio nella data che coincide casualmente quest'anno con il nostro post settimanale, l'Italia visse uno dei momenti più tragici della sua Storia (per tacer dell'11 settembre del 2001). Ma è anche vero, solo rimanendo all'evento appena evocato, che il mese di settembre simboleggia la rinascita. Ed è il mese dei buoni propositi da mettere in atto, il mese dei cambiamenti e anche di qualche ultimo weekend di sole da godere più intensamente proprio perché "regalato"… Ed è dunque un mese da associare naturalmente all'allegria.

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Per quello che mi riguarda, è il mio mese preferito benché razionalmente non saprei dire perché. Registro che settembre ha ispirato registi, musicisti e scrittori, più di qualsiasi altro mese, e lo ha fatto spesso in chiave malinconica ma comunque cogliendone la forza evocativa e dunque la sua, chiamiamola così, "vitalità".

Cominciamo con le canzoni. La prima che mi viene in mente è "Settembre" del cantautore Alberto Fortis. "Ahi settembre mi dirai quanti amori porterai/le vendemmie che farò, ahi settembre tornerò./Sono pronto e tocca a me, l'aria fresca soffierà/l'armatura non l'avrò, ahi settembre partirò." Tornerò o partirò? Il concetto non è chiarissimo, ma la musica allegramente sostenuta da un coro gospel e questo basta a renderla una canzona molto godibile. Più ancora, almeno per quello che mi riguarda, lo è "Impressioni di settembre" dello storico gruppo italiano della PFM (Premiata Forneria Marconi) il cui testo di Mogol si concentra sulla natura, sui suoi odori e sulla nebbia che l'avvolge all'alba ma qui conta ancora una volta di più la musica, bellissima, che ha reso la canzone un vero classico.

Non conoscevo la canzone "Settembre" di Antonello Venditti, che pure sembra assai popolare considerata la discreta quantità delle visualizzazioni su You Tube: "Restiamo insieme fino a quando gli occhi tuoi/ancora chiusi troveranno gli occhi miei./Settembre non ci troverà/coi suoi venti non può, non vincerà." In quanto a visualizzazioni, però, se la batte con il vecchio leone Peppino Gagliardi che cantava tanti anni fa "Settembre poi verrà/ma senza sole/e forse un altro amore nascerà/settembre poi verrà/ma non ti troverà/e piangeranno solo gli occhi miei". Triste, certo, ma vedere un po' quanto entusiasmo riusciva a suscitare!

In un'altra canzone, anch'essa intitolata semplicemente "Settembre", il cantautore Luca Carboni punta dritto dritto ai sentimenti contrastanti che il mese può suscitare: "Forse sarà/quest'aria di settembre/o solo che/vorrei sognare sempre/ma poi perché/di colpo tutto non è facile/mi chiedo se/qualcosa resta o tutto se ne va".

In quanto al cinema, spicca il "Settembre" (1987) di Woody Allen, che appartiene al filone più drammatico del regista newyorchese e per questo rigettato dal pubblico. O perché settembre è davvero sinonimo per i più di positività?


01 settembre 2015


Techetechetè, allegria senza nostalgia

A cura di Alberto&Alberto

Come la maggior parte degli italiani, o almeno così credo, anche chi scrive riduce massicciamente, durante le vacanze, il tempo trascorso davanti alla televisione. Il che non è del tutto imputabile alla scarsa offerta estiva, ciò che valeva fino a qualche anno fa: l'avvento dei canali a pagamento così come del digitale terrestre e la proliferazione di canali tematici ha fatto sì che chiunque possa trovare, a qualsiasi ora del giorno o della notte, un programma o un film degno di un minimo interesse.

Nel mio caso, si tratta di una sorta di deliberata 'disintossicazione', supportata anche dal maggior tempo disponibile per la lettura o comunque per altre attività cui difficilmente o solo sporadicamente posso dedicarmi durante l'inverno. Compreso il tempo da trascorrere insieme i propri cari.

Alla regola personalmente deliberata corrisponde l'immancabile eccezione. C'è infatti un programma televisivo cui non posso e non voglio rinunciare nel periodo estivo, prioritario persino alla visione perlomeno di un telegiornale. Perché rinunciarvi, significherebbe sottrarsi un momento di sano buonumore, pur se parzialmente obnubilato dalla nostalgia.

Sto parlando di "Techetechetè", il programma che va in onda ogni giorno nella fascia serale di RaiUno durante il periodo estivo e che ripropone alcuni momenti della televisione (pubblica) italiana del passato, riuniti per temi o per personaggi. Attingendo a quell'enorme patrimonio culturale ed artistico rappresentato dall'archivio della Rai (le "Teche", da cui il nome del programma) che gode in tal modo di una periodica e intelligente rivalutazione.

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Ad ogni stagione - dal 2012 (ma andava in onda anche prima, pur con formula e denominazione diversa), "Techetechetè" si perfeziona e migliora, pur riproponendo talvolta contenuti che furono già parte di puntate passate. Ma mantiene intatta la tendenza ad alternare momenti di televisione 'alta' e 'bassa', in termini di qualità, riuscendo a nobilitare in qualche modo anche la seconda.

L'impostazione transgenerazionale della trasmissione la rende intrigante per tutti, nessuno escluso, e questo è tra i motivi del suo meritato successo. Ciascuno di noi può ritrovarvi personaggi o frammenti di trasmissioni ben conosciute ma anche mai visti, mettendo alla prova anche il pubblico onnivoro (e più o meno attempato).

Io stesso, pur avendo visto tanta televisione fin dagli anni '60 e conoscendo la stragrande maggioranza dei personaggi che appaiono nei frammenti riproposti quotidianamente in "Techetechetè", mi imbatto talvolta in qualche volto sconosciuto, intuendone subitaneamente (pur nella brevità dell'apparizione) la nobiltà artistica e quindi stimolando la mia curiosità, fortunatamente esaudita da una rapida ricerca sulla Rete.

Non so quanto le nuove generazioni si rendano conto di quanto certa televisione del passato sia stata inventiva, rivoluzionaria, talvolta veramente avanguardista. L'attenzione e il piacere con le quali i miei giovani figli - e non saranno certo i soli! - seguono con me la trasmissione, voglio illudermi sia il segnale di qualcosa che può ancora rigenerarsi in patrimonio condiviso, oltre la memoria e la nostalgia, che sono fattori generazionali o soggettivi.

Quello che più mi interessa qui sottolineare, tuttavia, è l'allegria che scaturisce dalla maggior parte dei segmenti selezionati dagli autori (bravissimi, tutti!) del programma. Un'allegria che deriva non solo dagli sketch dei più bravi comici e attori che abbia mai annoverato la televisione italiana nella sua storia ormai ultra sessantennale, ma dal montaggio sapiente e da qualche inserto realizzato ex novo per rendere sempre più appetibile il programma. E sottrarlo sempre intelligentemente al novero delle operazioni nostalgiche, che pure in televisione non sono mai mancate e mai mancheranno.

Le Teche rappresentano per la Rai non solo un patrimonio culturale ma anche economico, per i diritti relativi ad ogni singolo estratto della trasmissione. Dunque, su YouTube - cui attingiamo per i contributi legati ai temi del nostro blog - i filmati storici della Rai e 'rubati' dagli utenti vengono regolarmente rimossi. Ciò che potrebbe accadere anche con il filmato postato qui sotto, che è disponibile alla visione nel momento in cui scrivo, ma potrebbe non esserlo più nel momento in cui leggerete queste note…


25 agosto 2015


Tutti allegri per la Taranta

A cura di Alberto&Alberto

200.000 persone che ballano allegramente tutta la notte in un rito collettivo che si ripete, con crescente partecipazione di pubblico, da 18 anni. Sono i numeri impressionanti dell'ultima Notte della Taranta che si è svolta a Melpignano, nel Salento, lo scorso sabato 22 agosto. La cronaca non ha registrato nessun incidente e un clima positivo e festoso, un fatto per nulla scontato quando si raduna una moltitudine del genere. L'evento era stato preceduto da una serie di concerti e danze che si sono svolte in varie località del Salento per tutto il mese di agosto, radunando anche in questo caso decine di migliaia di persone.

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Pizzica e Taranta (i termini si confondono l'uno con l'altro, facendo riferimento alla medesima danza) sono parte della tradizione salentina da secoli, affondando le radici in rituali terapeutici ("tarantismo") di cui si hanno notizie fin dal XIV secolo: quando una persona - generalmente una donna - veniva morsa (o 'pizzicata') da una tarantola essa veniva aiutata a guarire sostenendo con la musica una danza sfrenata che la liberasse dal veleno (che però in realtà è innocuo!). Nel tempo, attorno al rituale sono nate musiche e coreografie più o meno codificate, così che poi la tradizione ha abbandonato il carattere terapeutico per diventare puro folklore. Con tante ramificazioni che sono attecchite fuori dal Salento e persino fuori dalla stessa Puglia (si pensi alle "tarantelle" napoletana e siciliana che dalla Taranta direttamente originano).

Nella sua forma più tradizionale, il Tarantismo è stato vivo fino agli anni '60 del secolo scorso. Dopo quel decennio sembrò interessare solo gli studiosi del folklore finché negli anni '90 non ha conosciuto una riscoperta mutando da rituale terapeutico in festa popolare dal carattere simbolico, un rito collettivo pacifico e inclusivo che ha fatto breccia nei cuori (e nelle gambe) di tante persone, indipendentemente dalla loro provenienza (tantissimi gli stranieri presenti ogni anno alla festa di Melpignano e non solo). Un fenomeno assolutamente spontaneo, solo in parte condizionato dal marketing territoriale, perché interpreta evidentemente una esigenza di pratiche festose e liberatorie in un'epoca di diffusa incertezza.

Un fenomeno che ha anche i suoi detrattori tra coloro che lamentano un imbarbarimento della tradizione, un progressivo allontanarsi dalla pizzica originale verso una 'neo-pizzica' che della danza salentina mantiene solo il nome e qualche elemento di base.

Io credo che, aldilà dell'adesione o meno alla sua forma più autentica, il benessere della (presunta) guarigione della "tarantolate" si sia felicemente trasfigurato nel benessere di una rigenerazione collettiva che assume nuovi significati rispetto alla sua forma originale ma che non rinnega le sue radici, anzi le esalta come contraltare di una globalizzazione culturale che tende a seppellire le manifestazioni più autentiche legate ai luoghi e alle sue tradizioni.

Se di positività ed allegria avremo sempre più bisogno, non vi è dunque che da augurare lunga vita alla Taranta!

P.S.: il video che posto qui sotto è tratto da un film, "Pizzicata" di Edoardo Winspeare, un regista di origine austriaca ma naturalizzato salentino che ha contribuito non poco alla riscoperta della tradizione della Taranta, avendola messa fin dalla fine degli anni '80 al centro di diversi suoi film di fiction, documentari e cortometraggi.


18 agosto 2015


Le stelle cadenti tra stupore e desideri

A cura di Alberto&Alberto

Il periodo di maggiore visibilità è già passato, ma in questa estate meteorologicamente capricciosa non tutti avranno avuto la possibilità e la fortuna di assistere al fenomeno delle stelle cadenti. Potranno comunque rifarsi nei prossimi giorni, visto che la "pioggia meteorica" (di questo si tratta) che è iniziata alla fine di luglio proseguirà fin oltre il 20 agosto.

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"Stelle cadenti" è il termine improprio ma suggestivo che è stato imposto al fenomeno dalla vulgata popolare e che scatena inevitabilmente la fantasia dei bambini. Era bello crederci, in effetti, alla possibilità che le scie luminose che appaiono nel cielo nelle notti estive fossero delle stelle che si lasciavano cadere e morire nell'universo e la cui luce giungeva a noi milioni di anni dopo la loro caduta (alzi la mano chi non lo ha mai sentito e ci ha creduto!).

La leggenda, tuttavia, viene confutata ben presto dalla conoscenza. E però immagino che non siano poi tantissimi quelli che sanno che la corretta denominazione delle stelle cadenti sia "Perseidi" - quantomeno quelle agostane - e che ne conoscano l'esatta origine. Che risiede in una cometa, chiamata Swift-Tuttle, che nel suo passaggio vicino al Sole rilascia delle particelle composte da polvere e roccia che, una volta entrate in contatto con la nostra atmosfera, bruciano per attrito e dunque lasciano una scia luminosa. Si tratta di meteore, quindi, e se per caso non dovessero bruciare e impattare la terra, assumono il nome di meteoriti (le comete prendono il nome dalla costellazione dalla quale sembrano provenire e le "Perseidi" sono quelle legate apparentemente alla costellazione di Perseo).

Fin qui la spiegazione scientifica. Ma qui voglio indagare invece le varie tradizioni legate al fenomeno che scopro essere stato infausto per alcune popolazioni dell'antichità. Per le mitologie orientali, greche e latine, le stelle cadenti erano viste come lacrime versate dalle divinità a seguito di disastri già avvenuti o prossimi a verificarsi. Per i romani era invece un segno di fertilità per i campi. In seguito, la Chiesa cattolica avvallò il legame tra le stelle cadenti e San Lorenzo, nato probabilmente dall'assonanza tra il nome del santo e quello di Larenta, la controparte femminile di Priapo, il dio pagano della fertilità. Ed ecco quindi che la Notte di San Lorenzo, il 10 agosto, è considerata la notte delle stelle cadenti per eccellenza: in quella stessa data, nel 258 d.C., il diacono Lorenzo fu giustiziato ponendolo ancora vivo su una graticola infuocata: le stelle cadenti divennero, quindi, la rappresentazione celeste delle sue lacrime infuocate.

Per contrastare gli aspetti negativi a lungo imperanti, la Chiesa ha poi introdotto l'associazione tra le stelle cadenti e la possibilità di esaudire i propri desideri più intimi. Di tutte le tradizioni è quella che sopravvive felicemente un po' ovunque nel mondo.

E però: qualcuno di voi è mai riuscito a pensare a un desiderio nel momento esatto nel quale ha visto "cadere una stella"? O piuttosto l'attesa, talvolta eccessivamente lunga, di assistere al fenomeno ha vanificato l'intenzione? Comunque sia, l'intenzione resta irresistibile e ammanta ancora di poesia un fenomeno molto più frequente di quanto non si creda, provocando uno stupore che la prosaica spiegazione scientifica riesce miracolosamente a non intaccare.


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