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16 giugno 2015


Intramontabile Gioca Jouer

A cura di Alberto&Alberto

Con l'arrivo dell'estate e l'inizio della stagione turistica, si reimpone - sulle spiagge, negli alberghi, nei club vacanza - il rito della Baby Dance, il momento dedicato ai balli di gruppo dei più piccini sotto la guida di animatori o animatrici. Personalmente ho assistito, attraverso gli anni, a decine di balli di gruppo per bambini rilevando come, in luoghi e contesti diversi, le canzoni prescelte fossero più o meno sempre le stesse, ovviamente in tono con il clima festoso e sempre accompagnate da movimenti facilmente replicabili, coreografie anch'esse codificate e praticamente immutabili. Tra i motivi immancabili, figura un successo che si perpetua da quasi 35 anni e che era nato non tanto per far ballare i bambini quanto per divertire persone di tutte le età che solo avessero voglia di "stare al gioco" o al ballo, se si vuole. E' "Gioca Jouer", la fortunata canzone ideata dall'allora disc-jockey e presentatore - oggi soprattutto talent scout - Claudio Cecchetto che la lanciò nel 1981 e che rimase prima nella classifica dei dischi più venduti per parecchi mesi (oltre mezzo milione di copie totalizzate, ma qualcuno dice addirittura 1 milione).

Inevitabilmente associato al nome di colui che l'ha concepita ed eseguita, pur limitandosi a "lanciare", con i suoi comandi, i semplici movimenti da effettuare, il brano è stato in realtà scritto da Tony Martucci, Gualtiero Malgoni e Claudio Simonetti (quest'ultimo a sua volta autore di un brano decisamente meno solare, quale quello della colonna sonora di "Profondo rosso") e la sua straordinaria diffusione fu dovuta al fatto di essere stata prescelta come sigla del Festival di Sanremo del 1981 (presentato dallo stesso Cecchetto) e dunque entrata per ben tre sere consecutive nelle case di ben 40 milioni di telespettatori, quanti se ne contavano nell'epoca in cui la Rai manteneva il monopolio dell'emittenza televisiva.

Com'è ovvio, "Gioca Jouer" è stato tradotto e adattato in varie lingue, anche se in nessun paese è riuscito a "sfondare" come da noi; le versioni più rimarchevoli sono quelle in francese (opera di un tal Maxie) e in inglese (eseguita dai Black Lace con il titolo cambiato in "Superman"). Lo stesso Cecchetto, nel 2007 ne approntò versioni sempre in francese e inglese ma anche spagnolo, tedesco e cinese per celebrare i 25 anni del brano.

Dormire, salutare autostop, starnuto, camminare, nuotare, sciare, spray, macho, clacson, campana, ok, baciare, saluti, saluti, superman! Chi, almeno per una volta, non si è accodato anche da adulto a replicare i gesti all'unisono con amici o compagni di villeggiatura?

Ma c'è un paradosso, legato al brano di Cecchetto. Nella metà degli anni '90, il gruppo rock demenziale romano dei Latte & i suoi Derivati (formato dal duo comico Lillo & Greg) incise un brano intitolato "Il ballo dell'estate" che si proponeva chiaramente come una parodia - peraltro molto divertente - di "Gioca Jouer". Nel brano, Greg facendo il verso a Cecchetto, invitava a replicare movimenti via via sempre più impossibili tipo "Ora fai la torre Eiffel, la statua della libertà, la basilica di san giovanni in laterano, un roland dx5, una jeep, un bel rolex d'oro, ecco ora fai (195.7/480)*9 alla -3". Ebbene questo brano - che certo non godette a suo tempo della visibilità della quale poté usufruire "Gioca Jouer" - si è diffuso nel tempo al punto da diventare anch'esso un appuntamento irrinunciabile delle Baby Dance!



02 giugno 2015


A teatro con allegria

A cura di Alberto&Alberto

Assistere ad uno spettacolo teatrale è un'esperienza di per sé sempre emozionante. Che si tratti di teatro leggero o drammatico, la presenza degli attori sulla scena in carne ed ossa fa sì che la rappresentazione non sia mai uguale a se stessa e sempre diversa risulti anche la risposta del pubblico nei confronti degli attori.

Parlando di teatro leggero, una delle più grandi gratificazioni per gli attori è quella di suscitare l'allegria e le risate degli spettatori. Naturalmente se il copione lo prevede. Ma, copione a parte, sarà la bravura e il "mestiere" dell'attore a far sì che la battuta sia lanciata nei tempi e nei toni giusti, ciò che spesso il copione non indica.

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Alcune commedie, per testo, personaggi e situazioni, fanno certamente ridere più di altre.  E far ridere è una vera e propria arte nella quale si sono cimentati autori fin quasi dalla nascita del teatro, nell'epoca dell'Antica Grecia.

Ma quali sono le commedie teatrali più divertenti? Ancora una volta mi affido ai giudizi della Rete per scoprire - ma guarda un po'! - che le più gettonate sono quelle scritte da Georges Feydeau, Eduardo Scarpetta e Neil Simon, con qualche preferenza anche per Eugene Ionesco, Carlo Goldoni e Oscar Wilde. Nessuna sorpresa, quindi, anche se un mio personale sondaggio (offline) mi porta dalle parti di "Rumori fuori scena" ("Noises Off") di Michael Frayn, che negli ultimi trent'anni è stata una delle commedie più rappresentate proprio in virtù di un testo che viene considerato un "congegno ad orologeria" di comicità, anche nella sua riduzione cinematografica (regia di Peter Bogdanovich, 1992).

Attraverso quasi quattro secoli, tanti spettatori si sono divertiti e ancora si divertono con William Shakespeare che ha scritto "Amleto", "Re Lear" e "Macbeth" ma anche commedie come "Le allegre comari di Windsor", "La bisbetica domata", "Sogno di una notte di mezza estate". E se poi qualche lettore - soprattutto tra i più giovani - può storcere il naso, perché ritiene di divertirsi con una comicità temporalmente più vicina, sappia che la comicità non conosce epoche: anche quando solletica gli istinti più "bassi", sarà sempre possibile trovare riferimenti più o meno velati a testi classici. Perché i meccanismi della comicità sono sempre gli stessi da tempo immemore e oggi chi vuole far ridere non deve fare altro che aggiornarli e farli sembrare nuovi. La bravura di un comico è tutta lì.

Alle origini della commedia, c'è un genere di festa ("komos") in omaggio al dio del vino, caratterizzata da allegria ludica, smodata e chiassosa; festoso resta ancora il rito di assistere ad una commedia a teatro, ove l'allegria è maggiore quanto più viene condivisa.


26 maggio 2015


Al fuoco, ma in allegria!

A cura di Alberto&Alberto

Confesso una debolezza che mi accompagna fin da bambino e che penso di condividere con tante persone di tutte le età e latitudini: quella per i fuochi d'artificio. Non penso tanto a quelli che vengono esplosi nella notte di fine anno, che un po' mi inquietano per i danni che potrebbero arrecare ma quelli, più o meno spettacolari, che segnano spesso la conclusione di sagre, feste ed eventi.

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Le luci piccole e colorate che solcano il cielo squarciando il buio mi mettono allegria, li osservo con uno stupore che si rinnova ogni volta fin dall'infanzia. Nonostante abbia avuto l'opportunità, diversi anni fa, di assistere ad alcuni degli spettacoli pirotecnici più famosi del mondo, quelli che si svolgono a New York ogni anno in occasione dei festeggiamenti del 4 luglio, apprezzo anche quelli più modesti come quello che ha concluso qualche giorno fa la festa del piccolo quartiere dove abito.

La tradizione dei fuochi d'artificio ha origini antiche e lontane, risalendo nientemeno che alla Cina dell'VIII secolo, per poi giungere nei paesi del Mediterraneo nel XII secolo per mano degli Arabi. Nel XVI secolo si può già leggere la prima trattazione sulla materia, “De la Pirotechnia” di Vannoccio Biringuccio, dove si fa cenno all'utilizzo della polvere da sparo per festeggiamenti oltre che per scopi bellici mentre nel XVII secolo si definiscono due diverse scuole pirotecniche, una intitolata a Norimberga e una italiana; quest'ultima era destinata a diventare forse la più prestigiosa del mondo, rinomata per la elevata spettacolarità degli effetti. Nel secolo successivo quindi, proprio una famiglia italiana, i Ruggieri da Bologna, eseguì a Parigi il più grande spettacolo pirotecnico mai visto prima.

Fino al XIX secolo, comunque, i fuochi d'artificio erano utilizzati perlopiù in occasione di celebrazioni militari o feste di nobili; da allora in poi il loro utilizzo fu allargato alle feste popolari, generando una tradizione che dura tutt'oggi. Oggi che in circostanze particolari, come ad esempio i concerti rock, i fuochi vengono addirittura attivati tramite computer, per potersi legare ritmicamente alla musica con effetti davvero suggestivi.

Usi spericolati e relativi incidenti sono il frutto di una scarsa conoscenza di un'arte che richiede invece esperienza e abilità, doti che appartengono a moltissimi operatori italiani del settore che proprio come i Ruggieri del XVIII secolo, stupiscono ancora con le loro creazioni il pubblico di tutto il mondo. Per inciso: il negozio di fuochi d'artificio inaugurato a Parigi dai Ruggieri esiste ancora, anche se la proprietà è passata di mano ai francesi (ma il nome sopravvive).


19 maggio 2015


Brr… che allegria!

A cura di Alberto&Alberto

L'allegria nella semplicità. In quella piacevolissima sensazione che si prova accostandolo alle labbra. Il ghiacciolo.

Colorato perché all'arancia, all'amarena, alla menta. Bianco perché al limone (anche giallo, ma attenzione ai coloranti!). A ciascuno il suo ma resistervi, quando il caldo si fa sentire, è davvero difficile. Tanto per i bambini quanto per gli adulti.

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E' il gelato più economico che c'è ed anche questo lo rende simpatico. Quello di marca si distingue per la confezione (e il prezzo, generalmente appena un po' più elevato) ma la differenza con quello "anonimo" è difficile da cogliere. Succo di frutta, sciroppo e acqua, portati a bassa temperatura: una ricetta anch'essa estremamente semplice. E dunque facilmente replicabile a casa, dove oltre agli ingredienti suddetti bisognerà procurarsi gli stampi e gli stecchini da gelato, rintracciabili nei negozi casalinghi o nei supermercati. Così come sono comunemente rintracciabili gli altrettanto gustosi Polaretti, il cui nome è entrato nel linguaggio comune ma che è un marchio registrato, prodotti da una azienda catanese fondata nel lontano 1914. In questo caso, la procedura di preparazione è ancora più semplice: così come sono, basta infilarli nel congelatore, attendere qualche ora per poi trovarli pronti per l'uso.

Di origine siciliana anche l'altro dolce freddo, tipico dell'estate, la granita, cui si aggiunge il "cugino" sorbetto. Nasce in Sicilia, sì, ma a seguito della dominazione araba. Gli arabi portarono sull'isola la ricetta dello "sherbet" (da cui poi origina il nome 'sorbetto'), una bevanda ghiacciata e aromatizzata e a partire da tale ricetta i siciliani inventarono la granita utilizzando la neve dell'Etna che veniva conservata durante l'inverno in apposite costruzioni in pietra per poi essere recuperata in estate e, diventata ormai ghiaccio, "grattata" e mescolata con sciroppi di frutta: è anche il procedimento alla base della "grattachecca" romana.

In Sicilia sopravvivono, secondo le zone, diverse ricette per preparare le granite o i sorbetti, variando per consistenza e per ingredienti; in qualche caso, è difficile distinguere le une dagli altri. E poi ancora vi sono le cosiddette "gramolate", che hanno come ingrediente principale la polpa della frutta anziché i succhi e gli infusi della granita.

A ciascuno il suo ma il risultato sarà sempre gustoso e rinfrescante al palato. Al riparo dalle congestioni, però!

Cercando qualche ricetta pratica per i ghiaccioli su YouTube mi sono imbattuto in quella che posto qui sotto, che ha la particolarità di proporre i ghiaccioli preparati con frutta fresca. E di essere anche divertente!


12 maggio 2015


Pane, amore, fantasia e l'Alzheimer va via?

A cura di Alberto&Alberto

Un comunicato stampa ricevuto qualche giorno fa mi ha reso di buonumore ma i primi a rallegrarsi dovrebbero essere coloro che sono parte in causa: le persone avanti con l'età e che sono alle prese con i primi segni del decadimento cerebrale. Per usare un termine un po' più "brutale", ancorché scientificamente corretto: con la demenza.

Nel comunicato in questione si riportano i risultati di una sperimentazione del Centro Nazionale delle Ricerche e più precisamente degli Istituti di Neuroscienze e di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa, Stella Maris e laboratori riuniti in un progetto denominato "Train the Brain".

I risultati di tale sperimentazione verranno illustrati a Pistoia nel corso del 6° Congresso nazionale sui Centri Diurni Alzheimer (15 - 16 maggio) dalla psicobiologa dell’Università di Firenze e del Cnr Nicoletta Berardi. In quella sede, la ricercatrice annuncerà che le "cavie" di "Train the Brain" sono uscite dall'esperimento con sensibili miglioramenti delle loro condizioni mentali e con ottime probabilità che tali miglioramenti persistano.

Ma in cosa consisteva la sperimentazione? Semplicemente in un piacevole allenamento del cervello (quindi dei neuroni) e delle gambe (quindi un po' di attività fisica) in un contesto socializzante. In una semplice espressione: una medicina senza medicina.

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L'idea di "Train the Brain" è del neurobiologo Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei e parte dal riscontro dei dati sociali ed economici provocati dalla demenza senile. Ne soffrono circa 1,2 milioni di persone in Italia con una spesa media annuale di ben € 50.000 a testa conteggiando sia i costi diretti (i farmaci - quasi mai risolutivi - l'assistenza, i ricoveri, le analisi) che quelli indiretti, generati dall'abbandono del lavoro da parte dei pazienti e talvolta anche dei loro familiari che devono assisterli.

La cura della "medicina senza medicina" dura circa sette mesi per tre mattine alla settimana. Include la visione di film scelti da pazienti, con tanto di dibattito finale (il classico "cineforum", insomma). I medici consigliano anche dei titoli: "Pane, amore e fantasia" (da cui lo scherzoso titolo del post odierno), "Forrest Gump", "La finestra sul cortile" e "I soliti ignoti". Vengono poi i giochi da fare insieme (anche qui ci sono suggerimenti, come gli altrettanto classici Musichiere e Scarabeo), la musicoterapia (intesa anche come prova di memoria sulle canzoni meglio conosciute dal gruppo dei pazienti), quiz e giochi di memoria, tutto ciò che concorre a mantenere attivo il cervello.

E poi c'è ovviamente l'attività fisica, i cui effetti si ripercuotono sulle funzionalità cerebrali: nulla di troppo impegnativo, basta camminare, fare cyclette, ginnastica dolce e stretching.

Secondo la già citata Prof.ssa Berardi: “L’effetto benefico dell’arricchimento ambientale sul cervello era già emerso chiaramente dai modelli sperimentali e oggi Train the Brain lo conferma. Dimostra cioè che il cervello dell’anziano sano, ma anche nelle fasi iniziali di malattia, mantiene plasticità e capacità di recupero e riadattamento. Inoltre il processo può essere facilitato facendo regolare esercizio fisico, tenendo la mente attiva, conservando rapporti sociali”.

I risultati della sperimentazione, d'altronde, parlano chiaro: l'80% delle "cavie" dell'esperimento ha mostrato notevoli progressi in termini di funzionalità vascolare e cerebrale rispetto al cosiddetto "gruppo di controllo", ovvero coloro che non hanno preso parte direttamente all'esperimento. E dati raccolti nel periodo successivo alla sperimentazione indicano anche una propensione al mantenimento del benessere psicofisico dei pazienti coinvolti.

Se i miei neuroni siano ancora perfettamente funzionanti non saprei, ma nel dubbio una bella "ripassatina" di "Pane, amore e fantasia" me la faccio anche io. Male non mi può fare.


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