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11 agosto 2015


A Budapest: Storia, decoro e benessere!

A cura di Alberto&Alberto

Scrivo queste note di ritorno da Budapest dove ero già stato per la prima ed unica volta sei anni fa, trovando la città - che mi apparve già allora bella e vivace - migliorata sotto tutti i punti di vista ma soprattutto nel decoro urbano e nelle opportunità culturali e ricreative che offre al visitatore.

Tra una nuova sortita all'antica Buda e passeggiate sul Danubio e sulla mondana Váci Nuova, ho voluto trovare il tempo, pur avendone poco a disposizione nel corso del mio soggiorno, per trascorrere qualche ora alle Terme di Szechenyi, incuriosito da un post che qualche tempo fa scrisse per benessere.com la blogger Francesca Di Pietro. Dove, per la verità, si faceva riferimento alle risorse termali della capitale ungherese nel suo complesso (diversi stabilimenti dislocati in diversi punti della città che attingono alle 130 acque termali e terapeutiche di cui è ricco il sottosuolo) e la mia scelta è caduta sullo stabilimento di Szechenyi solo perché considerato il più grande d'Europa, il più famoso di Budapest insieme a quello di Gellért e uno dei più affascinanti per lo stile neobarocco che caratterizza sia gli ambienti esterni che interni.

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Io stesso scrissi in questo blog come il panorama termale si fosse profondamente trasformato attraverso gli anni, aprendosi ad un pubblico eterogeneo, alle coppie, ai giovani, alle famiglie, superando il concetto di luogo predisposto alle cure e alla riabilitazione per abbracciare il più ampio campo del benessere.

Mi sono recato alle Terme di Szechenyi la mattina di buon ora, raggiungendolo facilmente grazie ad un servizio di trasporto pubblico tra i più ramificati ed efficaci che abbia mai sperimentato. La linea 1 della Metro che collega il centro al grande parco cittadino di Városliget dove si trovano le Terme, in particolare, è la seconda linea metropolitana più antica d'Europa, dopo quella di Londra e mantiene le caratteristiche architettoniche originali, con le pareti rivestite di ceramica e le colonne in ghisa, talmente bella e ben conservata da essere stata dichiarata nel 2002 Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO.

A due passi, dunque, dalla fermata di Széchenyi fürdő ai margini del parco, si staglia la grande ed elegante facciata dello stabilimento più amato dagli abitanti della città ma anche mèta, come ho potuto presto riscontrare, dai turisti più informati.

All'interno il tempo sembra essersi fermato agli inizi del secolo scorso, con un apporto di tecnologia ridotto al minimo: giusto un orologino in plastica consegnato all'ingresso che consente di poter chiudere l'armadietto nel quale ho potuto assicurare i miei vestiti e gli oggetti personali. Poco di più mi ha distinto da coloro che frequentavano i bagni fin dall'inaugurazione del 1913!

Lo stabilimento apre alle 6 del mattino e nelle prime ore è frequentato soprattutto da persone di età avanzata che seguono i vari programmi curativi; poche ore dopo, ho visto arrivare una utenza variegata per età e provenienza. Mi ha sorpreso il rispetto che tutti - indistintamente! - riservano ad un luogo che ha davvero qualcosa di ancestrale, quasi sacro. Gli spazi sono tanti ed ampi e ciò fa sì che nessuno sovrasti l'altro, neppure nel bellissimo spazio esterno dove sono collocate le tre grandi piscine dove - ma io non ho avuto l'opportunità di assistervi - i clienti più abituali usano giocare a scacchi a bordo piscina.

All'interno dello stabilimento, invece, un percorso quasi labirintico conduce a tante vasche di varie dimensioni e temperature, costellato tutt'attorno da docce e saune, anch'esse variegate per ampiezza e caratteristiche (da approcciare con cura quella a 80°!). In posizione discreta, vi sono inoltre i reparti curativi e quelli dove ci si può sottoporre a massaggi e trattamenti di ogni genere, ciò che fa delle Terme di Széchenyi complete sotto tutti i punti di vista. Non mancano, ovviamente, i punti di ristoro, anch'essi posizionati armonicamente nel suggestivo contesto.

La mia visita, come premesso, è stata breve ma so già indimenticabile. Dunque non posso che consigliare a chiunque si rechi a Budapest, per qualsiasi motivo, di non mancare di affacciarsi a Szechenyi. E che il benessere sia con voi!


04 agosto 2015


Sim Sala Bim… ed è subito allegria!

A cura di Alberto&Alberto

"Siamo inondati e psicologicamente scossi da brutte notizie. La magia, intesa come prestigiditazione, porta una brezza fresca di fantasia, divertimento e stupore di cui tutti sentiamo il bisogno".

Parola di Silvan, al secolo Aldo Savoldello, il 'mago' (o illusionista, prestigiatore, prestidigiatore) più famoso d'Italia, ben conosciuto anche fuori dai patri confini e fin dall'altra parte dell'oceano, negli Stati Uniti, dove ha ricevuto diversi riconoscimenti, l'ultimo in ordine di tempo a maggio di quest'anno il Masters Fellowship Award, praticamente il "Nobel" della magia, assegnatogli dall'Accademia delle Arti Magiche di Hollywood.

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Ho avuto il piacere di conoscerlo non molto tempo fa, dopo averlo tanto ammirato da bambino e ho riscontrato come l'uomo e l'artista (l'aggettivo che secondo me gli si confà di più) coincidano: è una persona affabile, sempre sorridente, dotato di un'aura fascinosa fuori dal comune. Solo (spero che non me ne abbia se mai leggerà queste mie note) un pochino meno alto di quanto mi ero immaginato. Incontrandolo "dal vero" mi ha stupito inoltre come sia riuscito a restare uguale a se stesso. E non mi riferisco solo all'aspetto fisico (cui potrebbe non essere estranea qualche "magia" non propriamente tale) ma alla sua abilità rimasta tale negli anni, frutto di un esercizio cui ancora si sottopone tante ore al giorno, e alla capacità di inventare ancora giochi sempre nuovi e sempre più sorprendenti.

A me è sempre piaciuto vedere un 'mago' all'opera e Silvan più di tutti. E non appartengo a quella categoria di persone che vogliono trovare il "trucco" a tutti i costi. Tanto lo si sa: il trucco c'è ma non si vede. E dunque, proprio per questo, preferisco godermi lo spettacolo, divertirmi e ammirare l'abilità dell'illusionista senza farmi troppe domande, lasciandomi andare piacevolmente a quello stupore - "oooh" - che mi riconnette alle prime stagioni della vita. Men che mai mi è venuto in mente di analizzare un suo numero utilizzando la funzione di rallentamento del videoregistratore - e mi piace pensare che a nulla sarebbe servito!

Le scatole contenenti trucchi da illusionista, fin dall'apparizione della prima targata Silvan nel 1972, sono ancora tra i regali più acquistati, regalati e apprezzati dai bambini (il suo nome ne ha siglati ben 13!). Il segno che l'illusionismo segue ad esercitare il suo fascino, anche nelle sue forme più semplici e dunque facilmente replicabili.

I trucchi eseguiti con le carte da gioco (siano esse "taroccate" o meno) sono da sempre i miei preferiti, anche perché per uno strano meccanismo psicologico tendo a rimuovere le soluzioni, se e quando mi vengono rivelate, e mi ritrovo a sorprendermi ogni volta che mi vengono nuovamente sottoposti.

Rispetto ad una persona comune, se pure dotato di minima abilità, le esecuzioni di Silvan fanno la differenza, e non poco. Insieme ad una perizia assoluta nel manipolare le carte (o altri strumenti atti all'illusione), l'artista ha sviluppato fin dalle sue prime apparizioni pubbliche un talento davvero unico nel catturare l'attenzione del pubblico e mantenerlo costante fino alla fine della sua esibizione. Nell'occasione cui ho fatto riferimento, ho potuto constatare come una platea di un evento conviviale cui la sua presenza era stata celata fino all'ultimo momento, sia rimasta a lungo ammutolita, letteralmente rapita da una voce che sembrava accarezzare l'immaginazione dell'interlocutore, prenderlo per mano e condurlo proprio fin lì dove lui ha deciso.

Sulla scia del successo ottenuto sopratutto grazie alla televisione a partite da ormai 50 anni fa, Silvan proprio come la Settimana Enigmstica ha avuto (ed ha ancora) innumerevoli tentativi d'imitazione ma nessuno dei suoi epigoni ha potuto godere di cotanta longevità artistica e un parterre di spettatori che comprende tra gli altri Robert Reagan e la Regina Elisabetta.

Reticente da sempre nel dichiarare la sua età anagrafica (ma una 'sbirciatina' su Wikipedia può aiutare a rivelarla, a meno che non abbia esercitato anche lì qualche sortilegio), Silvan lo è meno nello spiegare l'origine della sua celeberrima formula "Sim Sala Bim". Che ha mutuato dal titolo di una canzoncina danese - attribuendole il significato di "Che la magia si compia" ma non ho trovato alcun riscontro in proposito - sostituendola ad una formula adottata precedentemente all'inizio della sua carriera "Tac tac c'è rumba yama cler", decisamente più difficile da memorizzare.


28 luglio 2015


Viaggia che si canta! - 2

A cura di Alberto&Alberto

Nel post precedente, mi interrogavo su una ideale colonna sonora per accompagnare allegramente un viaggio, citando alcune canzoni italiane i cui testi ne fanno esplicito riferimento a partire da uno dei tormentoni dell'estate 2015, "Buon viaggio" di Cesare Cremonini.

La musica è sicuramente un modo per amplificare le suggestioni di un viaggio; nelle mie incursioni all'estero mi sono sempre personalmente preoccupato di reperire qualche musica legata al paese in cui mi trovavo, da ascoltare per meglio calarmi nel contesto locale.

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Nel caso degli Stati Uniti, il viaggio è più che altrove al centro di tante canzoni, e la combinazione tra alcune di queste e i paesaggi delle sterminate "highways" che attraversano l'intero Paese danno origine a sensazioni davvero intense.

Il primo titolo che mi viene in mente è la rockeggiante "Born to Be Wild" degli Steppenwolf, forse la canzone regina del viaggio americano anche per essere stata colonna sonora del film 'on the road' per eccellenza, "Easy Rider". Da qui, per associazione, arrivo a "On the Road Again" dei Canned Heat, con quell'incedere blues che tanto bene si adatta al movimento.

Rilanciata qualche anno fa da una pubblicità, "These Boots are Made for Walking" di Nancy Sinatra ha in titolo molto evocativo e una musica che bene si adatta al viaggio anche se, rileggendo ora il testo, vedo che il tema non è propriamente quello indicato.

Lo centra invece alla perfezione "Route 66", una canzone che fu incisa per la prima volta nel 1946 da Nat King Cole ma che io conosco meglio nella versione dei Rolling Stones (e tra le tante altre realizzate negli anni, rimarchevole anche quella di Chuck Berry). Il titolo richiama una delle 'highways' più famose degli Stati Uniti. Realizzata a metà degli anni 20 del secolo scorso per collegare Chicago a Santa Monica (il testo della canzone ne elenca alcune delle tappe intermedie), la US Route 66 è stata nel tempo soppiantata da autostrade più scorrevoli e attrezzate ma esiste ancora con il nome di Historic Route 66 e seguita ad essere omaggiata dalla musica e dal cinema.

Non potrei immaginare un viaggio in auto sulle strade d'America senza quelle note inconfondibili di chitarra che scandiscono "Sweet Home Alabama" dei Lynyrd Skynyrd, Insieme alla già citata "Born to Be Wild", è la più ricorrente nella Rete per chi come noi ha associato canzoni e viaggi (non sempre correttamente).

Stranamente, però, la canzone degli Steppenwolf figura solo al 24° posto della classifica stilata dalla edizione americana della rivista Time Out, delle migliori canzoni sul viaggio di tutti i tempi. Classifica capitanata dalla celebre "Born to Run" di Bruce Springsteen, seguita da altri titoli assai evocativi come "Where the Streets Have No Name" degli U2 (4° posto) e da "Road to Nowhere" dei Talking Heads (8° posto) per la quale fu realizzato a suo tempo un bellissimo videoclip che qui ripropongo.

Have a Nice Trip!


21 luglio 2015


Viaggia che si canta

A cura di Alberto&Alberto

"E per quanto sia difficile spiegare/non è importante dove/conta solamente andare/comunque vada/per quanta strada ancora c’è da fare". (…) "Buon viaggio/che sia un’andata o un ritorno/che sia una vita o solo un giorno/e siamo solo di passaggio/voglio godermi solo un po’ la strada/amore mio comunque vada/Buon viaggio."

Tra i "tormentoni" dell'estate 2015 spicca, a mio modesto avviso, la canzone "Buon viaggio" di Cesare Cremonini, che a ben vedere (o sentire) riprende un tema già affrontato nel suo primo grande successo con il suo gruppo adolescenziale Lunapop e che recitava "Com'è bello andare in giro per i colli bolognesi/se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi…".

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Il viaggio. La parola mette allegria solo a pronunciarla o a scriverla. Ancor più d'estate, quando la prospettiva di un viaggio si fa più vicina, sia pure per un solo giorno, come da canzone.

Che il tema sia universalmente sentito, d'altronde, ce lo dicono tanta letteratura, tanto cinema e tanta musica. L'esortazione di Cremonini non è certo una novità e nella mente del cantante bolognese non deve essere stata estranea la volontà, scrivendo la sua canzone, di accompagnare allegramente un viaggio reale, con le note in fuoriuscita dall'autoradio o dalle cuffie di un i-pod o di uno smartphone.

Mi torna spesso in mente l'immagine di un amico appassionato velista, che ogni volta che salpava con i suoi amici all'alba verso una nuova avventura da un porto verso il largo del mare, era solito metter su nello stereo di bordo la canzone "Sailing" di Rod Stewart: "I am sailing, I am sailing/home again 'cross the sea/I am sailing, stormy waters/to be near you, to be free" ("Sto navigando, sto navigando/di nuovo a casa attraverso il mare/sto navigando, per acque tempestose/per esserti vicino, per essere libero" - si tratta dunque di un ritorno, ma fa lo stesso!).

Per stilare un'ideale discografia dedicata al viaggio nelle sue varie declinazioni, non basterebbero dieci puntate di questo nostro spazio, specie se allargata al repertorio internazionale (di cui mi vorrò comunque occupare la prossima settimana). Così che mi lancio in una lista sicuramente parziale - e limitata alle canzoni italiane - dapprima confidando solo sulla mia memoria e poi ricorrendo ad un aiutino dal Web.

La canzone italiana di viaggio per antonomasia potrebbe essere "Sì viaggiare" di Lucio Battisti? Probabilmente sì e pensiamo anche al fatto che abbia prestato il titolo ad una rubrica televisiva dedicata alla scoperta di mete poco conosciute. Meno celebrata, ma altrettanto allegra ed evocativa è "Viaggi e miraggi" di Francesco De Gregori: "Partiamo/partiamo che il tempo è tutto da bere/e non guardiamo in faccia a nessuno e nessuno ci guarderà/Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere/e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già?"

Misterioso (o anche mistico?) il concetto di viaggio che cova sotto i versi di "Destinazione Paradiso" di Gianluca Grignani, poi ripresa con successo da Laura Pausini: "Un viaggio ha senso solo/senza ritorno se non in volo/senza fermate nè confini/solo orizzonti neanche troppo lontani/io mi prenderò il mio posto/e tu seduto lì al mio fianco mi dirai/destinazione paradiso". Pausini che ha anche ripreso "Strada facendo" di Claudio Baglioni, che ascoltarla è pure un bel viaggiare.

Il web mi aiuta quindi con altre canzoni che non sono affiorate subito alla memoria: sono segnalate "Vado al massimo" di Vasco Rossi ma il suo viaggio senza freni è da interpretare in chiave ironica (mi raccomando!), la bella "Rotolando verso sud" dei Negrita (Quante deviazioni/quali direzioni e quali no?/prima di restare in equilibrio per un po'/Sogno un viaggio morbido/dentro al mio spirito/e vado via, vado via/mi vida così sia"), "Nord Sud Ovest Est" degli 883 (Corri vai non ti fermare/che di strada ce n'è ancora tanta sai").

Buon viaggio!


14 luglio 2015


Barbecue, allegria e benessere a tavola

A cura di Alberto&Alberto

In giardino, sulla veranda, in campeggio o nelle aree dedicate, una bella grigliata all'aperto (o se preferite, un barbecue) è sempre una festa. Un rito da condividere con familiari ed amici ma che, per riuscire perfettamente, esige perizia ed esperienza da parte di chi è addetto alla cottura fin dalle fasi preliminari.

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So di cosa sto parlando. Il mio primo barbecue - nel senso di organizzato e gestito da me - fu un totale disastro che a distanza di anni ancora mi "brucia". In poche parole, dopo aver utilizzato un prodotto accendifuoco e aver posto la "carbonella" nel luogo deputato, non sono stato in grado di mantenere il fuoco vivo e consentire quindi la produzione della brace. Bistecche e salsicce finirono in padella - e meno male che mi trovavo comunque sulla terrazza di casa mia e non in aperta campagna - Il pranzo, insomma, fu salvo ma il mio "onore" compromesso.

Non sono, comunque, il tipo da scoraggiarsi e già dall'occasione seguente avevo appreso le regole per un barbecue non dico a regola d'arte ma quantomeno soddisfacente. Con il tempo, poi, sono diventato via via più bravo e ora riscuoto regolarmente i complimenti (e la riconoscenza) dei miei commensali.

Tuttavia, c'è sempre da imparare. Così che leggendo i consigli di Gianfranco Lo Cascio, autore del libro “Diventare Grill Master – La via italiana al Barbecue", mi sono reso conto di alcune mie lacune nella preparazione della grigliata cui vorrò rimediare già dalla prossima occasione.

Le "10 regole per la grigliata perfetta" sono state rese note da Lo Cascio in occasione del Festival "Piacere Barbecue" di Perugia, la cui terza edizione si è svolta lo scorso mese di giugno, sponsorizzata da una nota marca italiana di birra.

Vediamole nel dettaglio. Il cosiddetto "Re del Barbecue" segnala innanzitutto che per una buona grigliata è necessario concentrarsi non tanto sui tempi di cottura quanto sulla temperatura delle cotture stesse. Nel frattempo, sostiene Lo Cascio, bisognerebbe essere capaci di dosare la quantità di fumo emesso dalla carne ("smoky flavor"), che non deve essere invadente e quindi sgradevole all'olfatto nei nostri ospiti (e qui ammetto di non averci mai pensato!)

Facciamo un passo indietro per parlare un attimo della griglia. Che deve essere in ghisa, materiale in grado di accumulare ingenti quantità di energia termica per poi rilasciarla in modo costante. Per quanto riguarda le braci, è buona usanza quella di creare due zone nel braciere, una solo delle quali con presenza di brace e l'altra senza, per potervi porre la carne se esposta a fuoco troppo elevato (ecco un'altra regola elementare che ad oggi non avevo mai applicato!)

Sui cibi: la carne, prima di essere grigliata, dovrebbe essere "marinata" in un preparato di erbe e spezie; in tal modo, la carne avrà più sapore. In generale, ogni alimento dovrebbe essere unto con olio prima della cottura (dunque, evitare di ungere inutilmente la griglia!). Particolare attenzione va riservata alla cottura del pesce, che sulla griglia tende a sfaldarsi. Sulle verdure, è invece utile sapere che la cottura alla griglia, secondo alcuni studi recenti, è in grado addirittura di aumentare le sue proprietà antiossidanti!

L'ultimo suggerimento di Lo Cascio riguarda la frutta e il piacere gustativo che deriva dal consumarla dopo una grigliata, quando il calore degli alimenti fin lì assunti consentirà di apprezzarne meglio sia le note dolci che quelle acide!

Su quanto segnalato all'inizio, cioè sul suggerimento del "Re del Barbecue" di controllare la temperatura di cottura piuttosto che i tempi della cottura stessa (ciò che vale non solo per il barbecue), ho trovato su YouTube un breve filmato in cui il concetto è spiegato dallo stesso Lo Cascio.


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