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07 luglio 2015


Mangiare sano per strada si può

A cura di Alberto&Alberto

Confesso che, quando si tratta di mangiare, prediligo sedermi a tavola, a prescindere dal tempo necessario per consumare il pasto. Ma non tutti hanno la mia esigenza e sempre meno, a giudicare dal proliferare di chioschi e piccole rivendite alimentari con un'offerta che insegue evidentemente una crescente richiesta. Un fenomeno non certo nuovo, anzi, ma che oggi si pregia dell'etichetta di "street food", cibo da strada, categoria che include anche le tradizionali pizzerie al taglio e finanche forni e pasticcerie oltre che chioschi di granite e grattachecche.

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Ovvio che anch'io, nonostante la mia ritrosia a camminare mangiando, ho ceduto talvolta all'acquisto estemporaneo di un panino, di una piadina o di un "frittino". Specialmente quando mi trovo nei pressi di qualche rivendita che conosco bene e di cui

30 giugno 2015


Chiedi cos'era il flipper

A cura di Alberto&Alberto

Tilt. Game Over. E vai con un'altra monetina, stando attenti stavolta a calibrare i gesti e non finire un'altra partita prematuramente, impegnandosi al massimo per battere il proprio record personale (per i più esperti, anche il record assoluto dell'apparecchio).

Buon vecchio flipper. Che ha avuto un destino solo un po' meno ingrato di quello dei juke-box, entrambi, come osservavamo tempo fa, soppiantati dalle più redditizie slot machine e dai videogiochi.

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Non sono scomparsi del tutto, ma sono sempre più rari nei locali pubblici, anche per motivi di ingombro oltre che economici. Ma ci mancano, almeno per quelli come me che da ragazzi passavano le ore a sfidarsi con gli amici, a condividere con loro i pulsanti ("tu stai a destra, che io sono più forte con la sinistra!") a gioire quando si vinceva una pallina "extra" e ad esultare quando (assai più raramente) si vinceva una partita supplementare.

In ogni caso, prima del loro inarrestabile declino, i flipper avevano già subito alla fine degli anni '70 delle profonde trasformazioni, passando dai modelli essenzialmente elettromeccanici a quelli elettronici, imponendo cambi di strategia (quelli nuovi erano più sensibili ai movimenti e dunque più a rischio di 'tilt') e richiedendo maggiore attenzione alle varie, numerose opportunità di totalizzare punteggio.

Il nome "Flipper" era un'invenzione europea, ove negli Stati Uniti la macchina era ed è ancora conosciuta come "Pinball": il riferimento è al nome delle alette che si azionano tramite i pulsanti posizionati ai lati della macchina. Ma lo stesso gioco ha origini europee, derivando dal gioco del Bagatelle, diffuso in Francia ai tempi del regno di Luigi XIV nel XVII secolo (al gioco si ispirò addirittura Beethoven per la sua composizione  "7 Bagatelles - Opus 33" del 1802). Tuttavia furono gli americani ad inserire, già alla fine dell'800, una serie di innovazioni e migliorie che avrebbero portato al flipper così come lo conosciamo. Decisiva, in particolare, fu l'invenzione delle alette elettromeccaniche (i flippers, appunto) nel 1947 da parte dell'americana Gottlieb (poi rimasta una delle aziende principali del settore) facendo sì che il gioco che fino ad allora si basava sulla fortuna si trasformasse in un gioco di abilità, nel quale il giocatore poteva controllare il movimento delle palline, impedendo che esse si infilassero nella buca posta nella parte inferiore dell'apparecchio.

Da questo momento il flipper ha conosciuto una fortuna crescente, culminata negli anni '60 quando erano una presenza immancabile nei locali pubblici, dove i suoni delle palline che colpivano i contatti disseminati su tutto il piano di gioco sovrastavano quello delle altre attività e spesso si creavano delle file di persone che aspettavano pazientemente il loro turno (magari 'gufando' contro il giocatore impegnato in quel momento, augurandogli cioè di terminare la partita prima del tempo). Una nota curiosa: nel 1965 fu varata in Italia una legge che vietava, letteralmente, "il giuoco tipo flipper" in quanto considerato un gioco d'azzardo, deleterio per la gioventù di allora poiché si diceva che distraeva dallo studio. Il problema fu risolto dagli americani che cancellarono la parola 'flipper' da ogni supporto del gioco (comprese le alette da cui derivava il nome) e sostituendola con quello di "bigliardino elettrico".

Dell'epoca gloriosa dei flipper ricordo, oltre alla concentrazione e abilità necessarie per poter prolungare il più possibile il tempo di gioco, anche l'impegno fisico richiesto: velocità e scioltezza con i polsi, movimenti ripetuti dell'anca per impedire che la palla andasse in buca. Si finiva la partita esausti, ma intanto: quanto divertimento, vuoi mettere con i moderni videogiochi?

Per concludere, da cultore della musica rock non posso esimermi dal ricordare che una delle più celebri "opere rock" della storia, "Tommy" (1969) era incentrata proprio su un campione di flipper. E il film che ne fu tratto nel 1975, contiene una celebre sequenza nella quale il protagonista Roger Daltrey rubava lo scettro di "Pinball Wizard" (il mago del flipper) nientemeno che ad Elton John!


23 giugno 2015


In vacanza con l'ingegneria del buonumore

A cura di Alberto&Alberto

La redazione di benessere.com mi "gira" un comunicato a loro inviato, pensando che possa interessarmi l'argomento per il nostro blog. Certo che sì: vi si parla delle teorie di uno psicologo che è anche un comico e che dopo aver inventato l'Happy Fitness ed aver divulgato i principi dello Yoga della Risata, sta ora promuovendo una nuova disciplina che ha denominato "Ingegneria del buonumore".

Il personaggio, innanzitutto. Terenzio Traisci è un giovane psicologo che si occupa principalmente di formazione e orientamento professionale, specializzato nella cosiddetta Gestione dello Stress. Ma è anche un comico che ha partecipato a diverse trasmissioni televisive come "Zelig Lab", "Colorado Lab" e "Italia's Got Talent". Il suo lavoro artistico ha nutrito quello formativo: nei suoi corsi, Traisci guida le persone a trovare contatti lavorativi, a promuovere se stessi nel mondo delle professioni, a gestire gli stati emotivi e a relazionarsi con gli altri, presentando concetti e regole in modo leggero e divertente.

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Il suo Happy Fitness (un marchio registrato) si ispira alle tecniche di Risoterapia (da cui Happy) e a quelle dello Yoga della Risata (Fitness) per un metodo basato su esercizi di respirazione, giochi, movimenti del corpo, il tutto finalizzato al relax e al benessere personale. Lo Yoga della Risata è a sua volta una disciplina messa a punto da un medico indiano, Madan Kataria, che insegna come ridere senza alcun motivo, ricavando gli stessi benefici a livello fisiologico e psicologico che provengono dalla risata indotta.

Insieme a Iacopo Casadei, anch'egli psicologo del lavoro, Terenzio Traisci ha scritto un libro intitolato "Felicemente stressati" (La Meridiana) che poi ha trasformato in una lezione-spettacolo per convention aziendali ed eventi formativi durante i quali, attraverso l'intrattenimento e il coinvolgimento del pubblico, egli riesce ad affrontare il tema dello stress nella comunicazione, nella vendita e nei conflitti. Ed ora arriva l'"Ingegneria del Buonumore" che, da quel che leggo, non si discosta molto dallo Yoga della Risata del Dott. Kataria in quanto a filosofia di fondo e obiettivi da conseguire, ma che evidentemente si fonda su tecniche ed esercizi differenti.

Il metodo di Traisci si basa sui meccanismi della "visual comedy", la comicità fisica per cui alcuni gesti, espressioni ed azioni hanno su di noi un effetto automatico di buonumore, in modo del tutto naturale. La consapevolezza dei meccanismi che agiscono sul nostro inconscio rendendoci allegri è un primo passo verso il loro utilizzo consapevole: la disciplina di Traisci ha tradotto tali meccanismi in esercizi in grado di suscitare un sorriso o una risata con tutti i benefici che ciò comporta.

Nella parole dello stesso Traisci: “La finalità e l’utilità di Ingegneria del Buon Umore è rendere le persone autonome e libere di scegliere il proprio stato emotivo positivo. Se ti muovi, respiri, parli e assumi espressioni facciali da persona allegra sarà molto più facile ‘diventarlo’! Perché il nostro cervello associa quelle micro espressioni facciali a reazioni emotive già vissute, come la gioia. E già la semplice azione cognitiva di andare a cercare nella memoria parole che stimolano ilarità, poi immagini, gesti, suoni ed espressioni da persona allegra, creano un motivo forte e accettabile per cui essere di buon umore, nonostante la mancanza di input dall’esterno.

Un metodo basato su esercizi, dicevamo. Vediamone alcuni. Uno è legato alla postura, per cui assumere una posizione da persona allegra (spalle, braccia e gambe aperte, sorriso a bocca aperta e sguardo rivolto verso l'alto) consente, dopo qualche tempo, di conquistare un atteggiamento più positivo e sereno nei confronti della vita. Un altro esercizio è legato alla respirazione e va ripetuto dalle 3 alle 10 volte: consiste nell'espirare fortemente spingendo in dentro la pancia e sorridendo, mantenendo il sorriso anche quando i polmoni sono  svuotati e si torna a prendere aria: prendendo più aria, si scoppierà inevitabilmente a ridere. Un terzo ed ultimo insegna come parlare da persona allegra cambiando il proprio vocabolario, ovvero convertendo le frasi che indicano sfiducia o demotivazione in frasi positive (un esempio fornito dallo stesso Traisci è di dire "Ho avuto una giornata sfidante" invece di "Ho avuto una giornata pesante").

Lo "psico-comico" suggerisce di imparare le tecniche dell'"Ingegneria del Sorriso" prima di andare in vacanza: aiuterà a ridurre l'impatto negativo delle tensioni e dei malumori accumulate durante il periodo lavorativo nonché del cosiddetto "stress da vacanza"!


16 giugno 2015


Intramontabile Gioca Jouer

A cura di Alberto&Alberto

Con l'arrivo dell'estate e l'inizio della stagione turistica, si reimpone - sulle spiagge, negli alberghi, nei club vacanza - il rito della Baby Dance, il momento dedicato ai balli di gruppo dei più piccini sotto la guida di animatori o animatrici. Personalmente ho assistito, attraverso gli anni, a decine di balli di gruppo per bambini rilevando come, in luoghi e contesti diversi, le canzoni prescelte fossero più o meno sempre le stesse, ovviamente in tono con il clima festoso e sempre accompagnate da movimenti facilmente replicabili, coreografie anch'esse codificate e praticamente immutabili. Tra i motivi immancabili, figura un successo che si perpetua da quasi 35 anni e che era nato non tanto per far ballare i bambini quanto per divertire persone di tutte le età che solo avessero voglia di "stare al gioco" o al ballo, se si vuole. E' "Gioca Jouer", la fortunata canzone ideata dall'allora disc-jockey e presentatore - oggi soprattutto talent scout - Claudio Cecchetto che la lanciò nel 1981 e che rimase prima nella classifica dei dischi più venduti per parecchi mesi (oltre mezzo milione di copie totalizzate, ma qualcuno dice addirittura 1 milione).

Inevitabilmente associato al nome di colui che l'ha concepita ed eseguita, pur limitandosi a "lanciare", con i suoi comandi, i semplici movimenti da effettuare, il brano è stato in realtà scritto da Tony Martucci, Gualtiero Malgoni e Claudio Simonetti (quest'ultimo a sua volta autore di un brano decisamente meno solare, quale quello della colonna sonora di "Profondo rosso") e la sua straordinaria diffusione fu dovuta al fatto di essere stata prescelta come sigla del Festival di Sanremo del 1981 (presentato dallo stesso Cecchetto) e dunque entrata per ben tre sere consecutive nelle case di ben 40 milioni di telespettatori, quanti se ne contavano nell'epoca in cui la Rai manteneva il monopolio dell'emittenza televisiva.

Com'è ovvio, "Gioca Jouer" è stato tradotto e adattato in varie lingue, anche se in nessun paese è riuscito a "sfondare" come da noi; le versioni più rimarchevoli sono quelle in francese (opera di un tal Maxie) e in inglese (eseguita dai Black Lace con il titolo cambiato in "Superman"). Lo stesso Cecchetto, nel 2007 ne approntò versioni sempre in francese e inglese ma anche spagnolo, tedesco e cinese per celebrare i 25 anni del brano.

Dormire, salutare autostop, starnuto, camminare, nuotare, sciare, spray, macho, clacson, campana, ok, baciare, saluti, saluti, superman! Chi, almeno per una volta, non si è accodato anche da adulto a replicare i gesti all'unisono con amici o compagni di villeggiatura?

Ma c'è un paradosso, legato al brano di Cecchetto. Nella metà degli anni '90, il gruppo rock demenziale romano dei Latte & i suoi Derivati (formato dal duo comico Lillo & Greg) incise un brano intitolato "Il ballo dell'estate" che si proponeva chiaramente come una parodia - peraltro molto divertente - di "Gioca Jouer". Nel brano, Greg facendo il verso a Cecchetto, invitava a replicare movimenti via via sempre più impossibili tipo "Ora fai la torre Eiffel, la statua della libertà, la basilica di san giovanni in laterano, un roland dx5, una jeep, un bel rolex d'oro, ecco ora fai (195.7/480)*9 alla -3". Ebbene questo brano - che certo non godette a suo tempo della visibilità della quale poté usufruire "Gioca Jouer" - si è diffuso nel tempo al punto da diventare anch'esso un appuntamento irrinunciabile delle Baby Dance!



26 maggio 2015


Al fuoco, ma in allegria!

A cura di Alberto&Alberto

Confesso una debolezza che mi accompagna fin da bambino e che penso di condividere con tante persone di tutte le età e latitudini: quella per i fuochi d'artificio. Non penso tanto a quelli che vengono esplosi nella notte di fine anno, che un po' mi inquietano per i danni che potrebbero arrecare ma quelli, più o meno spettacolari, che segnano spesso la conclusione di sagre, feste ed eventi.

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Le luci piccole e colorate che solcano il cielo squarciando il buio mi mettono allegria, li osservo con uno stupore che si rinnova ogni volta fin dall'infanzia. Nonostante abbia avuto l'opportunità, diversi anni fa, di assistere ad alcuni degli spettacoli pirotecnici più famosi del mondo, quelli che si svolgono a New York ogni anno in occasione dei festeggiamenti del 4 luglio, apprezzo anche quelli più modesti come quello che ha concluso qualche giorno fa la festa del piccolo quartiere dove abito.

La tradizione dei fuochi d'artificio ha origini antiche e lontane, risalendo nientemeno che alla Cina dell'VIII secolo, per poi giungere nei paesi del Mediterraneo nel XII secolo per mano degli Arabi. Nel XVI secolo si può già leggere la prima trattazione sulla materia, “De la Pirotechnia” di Vannoccio Biringuccio, dove si fa cenno all'utilizzo della polvere da sparo per festeggiamenti oltre che per scopi bellici mentre nel XVII secolo si definiscono due diverse scuole pirotecniche, una intitolata a Norimberga e una italiana; quest'ultima era destinata a diventare forse la più prestigiosa del mondo, rinomata per la elevata spettacolarità degli effetti. Nel secolo successivo quindi, proprio una famiglia italiana, i Ruggieri da Bologna, eseguì a Parigi il più grande spettacolo pirotecnico mai visto prima.

Fino al XIX secolo, comunque, i fuochi d'artificio erano utilizzati perlopiù in occasione di celebrazioni militari o feste di nobili; da allora in poi il loro utilizzo fu allargato alle feste popolari, generando una tradizione che dura tutt'oggi. Oggi che in circostanze particolari, come ad esempio i concerti rock, i fuochi vengono addirittura attivati tramite computer, per potersi legare ritmicamente alla musica con effetti davvero suggestivi.

Usi spericolati e relativi incidenti sono il frutto di una scarsa conoscenza di un'arte che richiede invece esperienza e abilità, doti che appartengono a moltissimi operatori italiani del settore che proprio come i Ruggieri del XVIII secolo, stupiscono ancora con le loro creazioni il pubblico di tutto il mondo. Per inciso: il negozio di fuochi d'artificio inaugurato a Parigi dai Ruggieri esiste ancora, anche se la proprietà è passata di mano ai francesi (ma il nome sopravvive).


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