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19 agosto 2014


Elogio del doppiaggio

A cura di Alberto&Alberto

Doppiaggio sì, doppiaggio no. Una controversia divide praticamente da sempre coloro che sono a favore della pratica di sostituire le voci originali degli attori di film e telefilm con quelle delle lingue di appartenenza e coloro che considerano il doppiaggio una profanazione del lavoro dell'attore, per il quale la voce rappresenta un fattore fondamentale.

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Comunque la si pensi, non vi è dubbio che il doppiaggio abbia svolto un ruolo importante in Italia per la diffusione del cinema, dei suoi personaggi, delle sue storie e delle emozioni che è in grado di darci: la conoscenza delle lingue è stata a lungo appannaggio di una élite e dunque il doppiaggio, almeno fino a qualche decennio fa, non è stato neanche messo in discussione. Se oggi si polemizza più che in passato è pur vero che l'offerta di cinema in lingua originale è quantomai vasta: nelle sale cinematografiche, nelle versioni home-video (dove è possibile ascoltare le voci in originale e leggere i sottotitoli nella propria lingua o anche nella lingua originale, o non visualizzarli affatto) e nelle pay tv.

La maggioranza, almeno per il momento, proseguirà a prediligere i film doppiati. Non senza ragioni: attraverso la comprensione del testo, lo spettatore potrà ridere o emozionarsi nei momenti giusti, senza lo "sfalsamento" imposto dalla lettura dei sottotitoli. I quali, tra l'altro, distraggono da quanto sta accadendo in quel momento sullo schermo. Uno dei più grandi registi di tutti i tempi, Stanley Kubrick, era un tenace sostenitore del doppiaggio e anche molto scrupoloso nello scegliere personalmente le varie voci da prestare ai suoi personaggi, nelle varie lingue.

E allora, tutto ciò premesso, vale la pena ricordare che il doppiaggio in Italia - più che in ogni altro paese al mondo - è stato sempre fatto con estrema cura, contando su grandi professionalità che comprendono traduttori, adattatori, doppiatori e tecnici. Per quanto riguarda i doppiatori, è innegabile che certe voci abbiano contribuito al successo di alcuni attori più di altre, si pensi al caso di Oreste Lionello e Woody Allen: lo stesso Allen ha affermato "Oreste Lionello mi ha reso per anni un attore molto migliore di quanto non fossi veramente. Ci siamo conosciuti personalmente e mi è sempre sembrato un uomo molto amabile e la mia grande popolarità in Italia è in gran parte dovuta a lui."

Mi viene in mente Ferruccio Amendola che seppe dare con la sua voce carattere e personalità a Robert De Niro. Una voce talmente bella e importante, quella di Amendola, da essere scelta anche per altri grandi attori del cinema americano degli anni '70 come Al Pacino, Sylvester Stallone, Dustin Hoffman e Al Pacino; capitava, talvolta, che qualcuno di questi attori dovessero dividersi lo schermo ed ecco allora che un doppiatore veniva sostituito da un altro di pari autorevolezza. Fu il caso, ad esempio, di Giancarlo Giannini chiamato a prestare la sua voce ad Al Pacino in "Heat", lasciando ad Amendola il doppiaggio di De Niro. Innegabile anche il contributo offerto dallo stesso Amendola al successo dei film che avevano per protagonisti i personaggi di Nico Giraldi e del "Monnezza", interpretati dall'attore cubano Tomas Milian che con quella voce viene ancora identificato.

Il doppiaggio italiano è nato nel 1931, favorito dalla bassa alfabetizzazione del paese, dalle restrizioni del regime fascista nei confronti delle pellicole straniere per svilupparsi ulteriormente dopo la guerra, grazie al Piano Marshall che comprese un ingente contributo economico riservato proprio al doppiaggio. Da allora si sono formati migliaia di professionisti del settore, che includono ovviamente moltissimi attori ed attrici che affiancano il doppiaggio all'attività principale nel cinema, in televisione e soprattutto in teatro.

Il doppiaggio avrà ancora vita lunga ma l'augurio è che la qualità resti elevata, almeno com'è stata fino ad oggi. Solo così potremmo proseguire a ridere dove c'è da ridere e non guastarci la visione di un film al cospetto di voci sgraziate o inadeguate.

L'avvento di YouTube ha favorito la realizzazione e diffusione di doppiaggi amatoriali, con intenti quasi sempre ironici. Un certo successo lo stanno riscuotendo i "finti" doppiaggi di Hitler, con immagini tratte da "La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler" con Bruno Ganz e voci dialettali per amplificare l'effetto comico. Ne posto uno tra i tanti…


12 agosto 2014


Sopra la panca?

A cura di Alberto&Alberto

"Apelle figlio d'Apollo fece una palla di pelle di pollo tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta d'Apelle figlio d'Apollo."
Alzi la mano chi non si è mai cimentato, da bambino ma anche da adulto, con questo famosissimo scioglilingua.

Si direbbe che è parte della natura dell'uomo "parlante" quella di sfidare se stessi - o gli altri - a chi riesce a pronunciare correttamente parole o frasi create proprio per mettere in difficoltà la capacità di linguaggio. Prova ne sia che già il poeta latino Quinto Ennio, vissuto nel II secolo a.C., ne coniò uno: "O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti" ("O Tito Tazio, tiranno, tu ti attirasti disgrazie tanto grandi!", dal primo libro degli Annali.).

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Non c'è paese o lingua che non abbia il suo "scioglilingua", più o meno conosciuto e diffuso. Da noi ce ne sono alcuni che conoscono pressoché tutti, come quello della "capra sopra la panca" o il già citato "Apelle, figlio di Apollo…". E, ancora, "Tre tigri contro tre tigri" (che fu anche il titolo di un film e che ha la variante "Tigre intriga tigre"), "Trentatré trentini entrarono a Trento..", "A quest'ora il questore in questura non c'è!" e quello per i più virtuosi - anche se è meno difficile da ripetere di quanto sembri - "Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse, tu ti disarcivescoviscostantinopolizzeresti come si è disarcivescoviscostantinopolizzato l' arcivescovo di Costantinopoli?".

Fin qui i più noti. Ci sono poi quelli in dialetto, molto spassosi; come questo, ad esempio, in bergamasco: "Ti che ti tachet i tac/ tachem i tac aca mi/ mi tacat i tac a ti che ti tachet i tac?/ tachei ti i tò tac/ ti che ti tachet i tac" ("tu che attacchi i tacchi/attacca i tacchi anche a me/io attaccare i tacchi a te che attacchi i tacchi?/attaccateli te i tuoi tacchi/tu che attacchi i tacchi").

Alcuni che trovo in Rete e non avevo mai sentito prima: "Sette scettici sceicchi sciocchi con la sciatica a Shanghai" o " Sessantasei assassini andarono ad Assisi/tutti e sessantasei assassinandosi" (variante un po' macabra dei Trentatré trentini), "Pio Pietro Paolo Pula, pittore palermitano pinse pittura per poco prezzo. Prepotente popolo, pagate presto Pio Pietro Paolo Pula per partire per Palermo propria patria."

Insomma: Filastrocca sciogligrovigli/con la lingua ti ci impigli/ma poi te la sgrovigli/basta che non te la pigli! E non se la "pigliano", a quanto pare, questi due giovani che hanno postato su You Tube una vera e propria conversazione composta tutta da scioglilingua, cui vanno tutti i miei complimenti|




05 agosto 2014


Scarabeo, una serata in allegria

A cura di Alberto&Alberto

È di gran lunga il mio gioco da tavolo preferito, lo Scarabeo. In passato ho amato molto anche Monopoli e Risiko, ma a parte la durata spropositata delle partite (nel caso di Risiko, sono a conoscenza di persone che hanno giocato anche per notti intere!), trovo che entrambi i giochi richiedano una buona dose di fortuna, più che di abilità. Invece si può dire che con lo Scarabeo, il giocatore la fortuna se la crea da solo, in un certo senso. Con un po' di concentrazione, con buona capacità di associazione, in una parola: usando la testa. Per fare un po' di sana ginnastica mentale.

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Per i neofiti, ammesso che ce ne siano: lo Scarabeo è un gioco da tavolo che prevede la sfida tra due, tre o quattro giocatori che devono formare una parola utilizzando le lettere a loro disposizione, estratte a sorte all'inizio della partita. Per comporre una parola sull'apposito tabellone, il giocatore deve però sfruttare almeno una lettera di una parola già composta, un po' come accade con le parole crociate. Ogni parola dà al giocatore un punteggio che deriva dal totale dei punti riportati su ogni lettera (o tessera), che corrisponde alla frequenza con cui la lettera stessa compare nella lingua italiana in ordine inversamente proporzionale (es.: la "Q" vale 10 punti mentre la "E" ne vale 1). Sul tabellone, inoltre, sono riportate anche delle caselle speciali che consentono al giocatore di raddoppiare o anche triplicare il valore della singola lettera.

Il gioco è una variante italiana dello "Scrabble", più conosciuto fuori dai nostri confini e con regole leggermente diverse, a partire dal numero di caselle del tabellone (225 caselle per lo Scrabble, 289 per lo Scarabeo) e delle lettere inizialmente a disposizione del giocatore (7 lettere a testa nello Scrabble, 8 nello Scarabeo). Vi sono altre differenze, non molto sostanziali ma è da dire che è lo Scrabble e non lo Scarabeo ad essere giocato nei tornei italiani, nonostante la più ampia popolarità del secondo nel nostro paese.

Eccellere nel gioco, l'uno e l'altro, è tutt'altro che semplice: a parte la conoscenza del vocabolario, è necessario osservare attentamente le possibilità che si hanno al momento del proprio turno, a come comporre una parola più lunga possibile, come sfruttare al massimo le caselle "speciali", come "giocarsi" il jolly (la tessera che raffigura uno scarabeo) o a come mettere in difficoltà l'avversario. Il tutto, entro il tempo scandito da una clessidra.

Qualcuno obietterà che è estate e il cervello vorrebbe anch'esso riposare con noi: vero, ma perché non stimolarlo un po' senza rinunciare a divertirsi? Perché il divertimento, con lo Scarabeo è assolutamente garantito.


29 luglio 2014


Quando i grandi rallegravano i piccini/2

A cura di Alberto&Alberto

Torno sul tema del post della scorsa settimana, ovvero sul fenomeno delle canzoni per i bambini interpretate da quei cantanti che dopo aver goduto di una grande popolarità nel corso degli anni '60, hanno poi sofferto nel decennio successivo la subentrata concorrenza dei cantautori e dei gruppi rock.

Molte di queste canzoni sono ampiamente - e forse anche inaspettatamente, sopravvissute al successo della stagione nella quale furono pubblicate e fanno ancora parte della "colonna sonora" dei bambini di oggi, tramandate da genitori, zii, persino nonni, mantenendo intatta l'allegria che suscitavano all'epoca dell'uscita.

Nel post di venerdì scorso, mi sono soffermato su Sergio Endrigo, che del genere fu un precursore, l'esecutore più prolifico e forse anche il più apprezzabile sul piano artistico, godendo di collaborazioni eccellenti quale quella con il poeta brasiliano Vinicius de Moraes, con lo scrittore Gianni Rodari e con il musicista Luis Bacalov.

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Ma che dire di un altro grande artista che fu Bruno Lauzi? Uno degli esponenti più importanti della cosiddetta "scuola genovese" che annoverava tra gli altri Luigi Tenco e Fabrizio De Andrè, colse diversi successi sia come cantante che come autore di canzoni per altri interpreti, soprattutto femminili come Mia Martini e Ornella Vanoni. Tra i suoi maggiori exploit discografici, tuttavia, si annoverano canzoni per bambini come "Johnny Bassotto" (già portata al successo da Lino Toffolo) e "La tartaruga", che risuonano ancora oggi negli asili nido e nelle "camerette" dei figli più piccoli.

Gianni Morandi riuscì a "sopravvivere" alla disaffezione del pubblico giovanile (ne parlai in un post dell'ottobre scorso), grazie ad una canzone per bambini, "Sei forte papà" che lo riportò a sorpresa ai vertici della classifiche nel 1975. Ancora più sorprendente fu l'exploit di Mal dei Primitives, che con "Furia cavallo del west" nel 1977 vendette la cifra ragguardevole di un milione e mezzo di dischi favorendogli una nuova carriera come interprete di sigle televisive destinate al mercato infantile che poco più tardi avrebbe disconosciuto (ma "Furia" è ancora ben presente nelle "compilations" delle canzoni per bambini!). Il cabarettista, attore e conduttore televisivo Pippo Franco, a dispetto di una carriera cinematografica che lo ha visto per qualche tempo campione della commedia erotica all'italiana, vanta anch'egli una serie di allegri successi per bambini, primo tra tutti "Mi scappa la pipì papà" (1979) per arrivare a "Chi chi chi co co co" (1983). Vi sono anche casi "involontari", di canzoni di successo per bambini, come per "Alla fiera dell'est" di Angelo Branduardi, la cui ispirazione, per sua stessa ammissione, era ben lontana dalle tematiche care al pubblico infantile.

L'elenco di artisti che hanno rivitalizzato una carriera discendente grazie a motivetti allegri e spensierati destinati al pubblico dei bambini è davvero lungo, e include tra gli altri anche Mino Reitano ("Keko il tricheco"). E ancora più lungo è l'elenco degli autori famosi che hanno scritto almeno una canzone per lo "Zecchino d'Oro": forse parziale ma significativo è disponibile su Wikipedia e include Biagio Antonacci, Dodi Battaglia, Roby Facchinetti, Edoardo Bennato, Fred Bongusto, Gianni Meccia, Fabio Concato, Toto Cutugno, Daniele Fossati, Mario Lavezzi, Lucio Dalla, Bruno Lauzi, Riccardo Fogli, Pupo, Renato Zero, Pino Daniele, Enrico Ruggeri e Amedeo Minghi oltre a compositori del calibro di Bruno Canfora, Giorgio Calabrese, Sergio Iodice, Danpa, Gualtiero Malgoni, Depsa, Tata Giacobetti, Lucia Mannucci e Antonio Virgilio Savona del Quartetto Cetra, Mogol, Cheope, Cristiano Malgioglio e Vito Pallavicini.

In molti casi, la loro disponibilità sarà stata legata al florido mercato della musica per bambini e i relativi benefici economici. Ma credo che alcuni artisti ne abbiano beneficiato dal punto di vista umano: scrivere per i bambini comporta una identificazione, uno stato d'animo improntato alla positività. E anche un bel po' di "mestiere"…





22 luglio 2014


Quando i grandi rallegravano i piccini/1

A cura di Alberto&Alberto

Tra gli anni '70 e gli anni '80, molti cantanti italiani che avevano goduto di un'ampia fama nel decennio precedente, iniziarono a scontare l'affermazione di artisti più giovani e più in "sintonia" con i gusti delle nuove generazioni. Alcuni di loro vollero e seppero cavalcare l'effetto nostalgia da parte del pubblico più maturo, accontentandosi di platee molto meno numerose che in passato e non disdegnando di esibirsi nelle fiere di paese o in situazioni comunque assai lontane da quelle cui erano abituati fino a qualche anno prima. Altri, invece, accettarono di rivolgersi ad un pubblico per loro del tutto nuovo, ma interessante sotto il profilo del riscontro commerciale: quello dei bambini.

Molto probabilmente gli artisti in questione non immaginavano che quello che era chiaramente un "ripiego" - seppure affrontato con la professionalità che era loro propria - avrebbe generato delle canzoni destinate non solo ad allietare i bambini dell'epoca, ma a diventare dei "classici", ancora oggi cantati, amati e quasi certamente destinati a fama più o meno imperitura. Forse - anzi probabilmente - non a caso, visto che originano da contributi di prim'ordine.

Prendiamo il caso di Sergio Endrigo. Autore ed interprete assai raffinato, che nel corso della sua carriera, come ci ricorda la relativa biografia di Wikipedia, collaborò con poeti come Pier Paolo Pasolini, Vinicius de Moraes e Giuseppe Ungaretti e con musicisti come Toquinho e Luis Bacalov.

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Già vincitore del Festival di Sanremo nel 1968 con "Canzone per te" e poi secondo l'anno successivo con "Lontano dagli occhi", arrivo terzo nel 1970 con "L'arca di Noè", affermandosi come pioniere della canzone d'"autore" per bambini. Intanto, però, già nel 1969 aveva inciso quella pietra miliare della canzone per l'infanzia che era "La casa" ("C'era una casa/molto carina/senza soffitto/senza cucina") che, per inciso, era stata scritta dal poeta brasiliano Vinicius de Moraes e ottimamente tradotta da Sergio Bardotti. Tre anni dopo, sempre con Vinicius, Endrigo incise un album interamente dedicato ai bambini, contenente anche la celebre "Il pappagallo". Ma il suo capolavoro resta "Ci vuole un fiore" (1974), su testo di Gianni Rodari e la collaborazione del futuro Premio Oscar Luis Bacalov per le musiche. Oggi ne circola una bella versione editoriale, con disegni di Altan.

Attraverso le canzoni per bambini, quindi, Sergio Endrigo riuscì a riscattare quell'aura di cantautore malinconico che gli si era appiccicata addosso dall'inizio della sua carriera. Sicuramente dovette essere per questo grato ai suoi "piccoli fans"... Ma ancora più grati dovranno essergli i genitori, che a distanza di tanti anni proseguono a cantare "La casa" e "Ci vuole un fiore" ai loro bambini, compiendo insieme un tuffo rigenerante nella loro stessa infanzia.




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