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22 luglio 2014


Quando i grandi rallegravano i piccini/1

A cura di Alberto&Alberto

Tra gli anni '70 e gli anni '80, molti cantanti italiani che avevano goduto di un'ampia fama nel decennio precedente, iniziarono a scontare l'affermazione di artisti più giovani e più in "sintonia" con i gusti delle nuove generazioni. Alcuni di loro vollero e seppero cavalcare l'effetto nostalgia da parte del pubblico più maturo, accontentandosi di platee molto meno numerose che in passato e non disdegnando di esibirsi nelle fiere di paese o in situazioni comunque assai lontane da quelle cui erano abituati fino a qualche anno prima. Altri, invece, accettarono di rivolgersi ad un pubblico per loro del tutto nuovo, ma interessante sotto il profilo del riscontro commerciale: quello dei bambini.

Molto probabilmente gli artisti in questione non immaginavano che quello che era chiaramente un "ripiego" - seppure affrontato con la professionalità che era loro propria - avrebbe generato delle canzoni destinate non solo ad allietare i bambini dell'epoca, ma a diventare dei "classici", ancora oggi cantati, amati e quasi certamente destinati a fama più o meno imperitura. Forse - anzi probabilmente - non a caso, visto che originano da contributi di prim'ordine.

Prendiamo il caso di Sergio Endrigo. Autore ed interprete assai raffinato, che nel corso della sua carriera, come ci ricorda la relativa biografia di Wikipedia, collaborò con poeti come Pier Paolo Pasolini, Vinicius de Moraes e Giuseppe Ungaretti e con musicisti come Toquinho e Luis Bacalov.

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Già vincitore del Festival di Sanremo nel 1968 con "Canzone per te" e poi secondo l'anno successivo con "Lontano dagli occhi", arrivo terzo nel 1970 con "L'arca di Noè", affermandosi come pioniere della canzone d'"autore" per bambini. Intanto, però, già nel 1969 aveva inciso quella pietra miliare della canzone per l'infanzia che era "La casa" ("C'era una casa/molto carina/senza soffitto/senza cucina") che, per inciso, era stata scritta dal poeta brasiliano Vinicius de Moraes e ottimamente tradotta da Sergio Bardotti. Tre anni dopo, sempre con Vinicius, Endrigo incise un album interamente dedicato ai bambini, contenente anche la celebre "Il pappagallo". Ma il suo capolavoro resta "Ci vuole un fiore" (1974), su testo di Gianni Rodari e la collaborazione del futuro Premio Oscar Luis Bacalov per le musiche. Oggi ne circola una bella versione editoriale, con disegni di Altan.

Attraverso le canzoni per bambini, quindi, Sergio Endrigo riuscì a riscattare quell'aura di cantautore malinconico che gli si era appiccicata addosso dall'inizio della sua carriera. Sicuramente dovette essere per questo grato ai suoi "piccoli fans"... Ma ancora più grati dovranno essergli i genitori, che a distanza di tanti anni proseguono a cantare "La casa" e "Ci vuole un fiore" ai loro bambini, compiendo insieme un tuffo rigenerante nella loro stessa infanzia.




15 luglio 2014


Alle origini della risata

A cura di Alberto&Alberto

L'allegria dei bambini, sia essa espressa con un sorriso o con una risata, fu l'oggetto del primo post di questo blog, nel gennaio dello scorso anno. Il post era dell'"altro" Alberto che evidenziava come il sorriso di un bambino, specialmente nei primi mesi di vita, fosse un momento di comunicazione in grado di gratificare e far star bene non solo il bambino stesso ma anche tutti coloro che lo circondano.

Torno sull'argomento dopo aver letto di una ricerca condotta presso l'Università di London Birkbeck riguardante proprio la risata dei bambini piccoli e che ambisce a spiegarne le cause. La ricerca è finanziata dallo stesso psicologo che l'ha promossa, il Dr. Caspar Addyman che, prima di condurre i suoi studi al Centro per il Cervello e lo Sviluppo Cognitivo nel succitato Ateneo, faceva di mestiere il banchiere.

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Nel suo sito babylaughter.net egli spiega come la risata di un bambino piccolo non sia solo una dei temi più popolari tra i filmati presenti su YouTube ma anche una straordinaria finestra sul lavoro compiuto dal cervello umano. "Al Birkbeck Babylab" dice il Dr. Addyman "noi studiamo quanto i bambini imparino del mondo e crediamo che studiare le prime risate nel dettaglio getterà nuova luce sul funzionamento dei cervello dei bambini così come ci offrirà nuovi punti di vista su quella caratteristica unicamente umana che è l'humor".

I dati necessari alla ricerca sono raccolti in gran parte attraverso la rete: sul sito, gli utenti vengono invitati ad inviare al ricercatore dei video che ritraggono le risate dei loro bambini e/o di compilare un questionario e diventare così parte di uno studio che ha coinvolto fino ad oggi, ad un livello più approfondito, circa 1.400 genitori di 25 paesi.

I risultati sul perché i bambini ridono arriveranno, si suppone, dopo aver studiato un ampio e congruo campione di risposte. Ma intanto il Dr. Addyman pubblica regolarmente su babylaughter.net dati e osservazioni, commentandoli sul suo blog. Si apprende così che il gioco che fa più ridere i bambini al mondo sia quello dello sparire e del riapparire, del "cucù", insomma. Che peraltro si evolve man mano che i bambini crescono fino a farlo loro stessi coprendosi gli occhi con le mani.

Conforterà qualche papà sapere che la sua capacità di far ridere suo figlio è pari a quella della mamma. E però saranno i figli maschi a ridere più delle figlie femmine.

Molte delle testimonianze provenienti dagli utenti del sito sfatano luoghi comuni o aprono nuove prospettive di studio. È il caso di un neonato di tre settimane che ride se i genitori gli fanno il solletico, fatto sorprendente per un bambino così piccolo.

Sul sito di Addyman, sono visibili diversi video realizzati dagli utenti e selezionati dallo stesso ricercatore. Nel giorno in cui mi sono collegato io, sulla home page c'era un breve filmato non esattamente inerente il tema ma davvero irresistibile: opera di due fotografi e molto ben fatto, mostra le reazioni al "rallentatore" di alcuni bambini alle prese per la prima volta nella loro vita con il gusto del limone. Lo posto qui sotto.




01 luglio 2014


Il Mondiale vinto nella Rete (nel senso di Internet)

A cura di Alberto&Alberto

Il "nostro" Mondiale, nel senso di noi italiani, si è concluso mestamente la sera di martedì 24 scorso, quando un'Italia smarrita e confusa (e con un uomo in meno) si arrendeva al pur modesto Uruguay.
Da lì a poco sono state ammainate le bandiere; nessuno ha mascherato la propria delusione ed è partita la ridda dei commenti, in ossequio al luogo comune, ma in fondo vero, per cui in Italia ci sono tanti allenatori quante persone.

Delusione, amarezza, anche rabbia per quelli sportivamente più sensibili. Ma anche - vivaddio - tanta, sana ironia che stempera i sentimenti negativi e aiuta a mettere il calcio nella giusta luce, quella per cui se si vince bene e se si perde, beh, sarà per la prossima volta.

Nelle ore immediatamente seguenti all'eliminazione dell'Italia dai Mondiali brasiliani, la Rete pullulava già di battute e fotomontaggi che rimbalzavano sui social network in una divertente gara di creatività che ha convertito anche la mia delusione in buonumore.

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Uno dei due principali bersagli della cyber-ironia è stato Mario Balotelli, il calciatore al quale l'allenatore Prandelli (e noi con lui) aveva legato le sorti della Nazionale italiana e che dopo l'exploit della prima partita con l'Inghilterra è apparso praticamente immobile e inconcludente. In occasione degli Europei di due anni fa, Balotelli assunse sul campo una posa plastica da guerriero, con i muscoli bene in vista, con un effetto più ridicolo che ammirevole. E infatti qualche buontempone si cimentò subito con l'arte del fotomontaggio, mettendogli tra le mani una falciatrice o un passeggino da bebè. Quella stessa foto è stata riesumata all'indomani - o forse solo qualche minuto dopo - la disfatta di Natal. E ancora una volta tra le mani di Balotelli è comparsa qualsiasi cosa compresa- e qui si è arrivati al sublime - una coppa gelato.

E però stavolta "Balo" se l'è dovuta vedere, in quanto a viralità di ironia, con un altro calciatore preso amabilmente di mira nella Rete: l'uruguayano Luisito Suarez, reo di aver impresso la sua prominente dentatura sulla spalla del nostro povero (si fa per dire) Chiellini e prontamente ribattezzato "il cannibale". Il suo gesto è stato deplorevole e come tale giustamente punito con una dura sanzione da parte della Fifa. Anche la Rete ha emesso il suo verdetto, con una condanna forse più mite di quella sportiva ma non meno dirompente sul piano mediatico: il pubblico dileggio. Così che ora se si digitano le parole "Suarez, morso" sul motore di ricerca, appare una esilarante galleria di fotomontaggi che lo vedono ora contendersi la ferocia con Hannibal Lecter della saga del "Silenzio degli innocenti", ora sovrapporsi al corpo di un mostro preistorico che rincorre Chiellini nella giungla sudamericana (c'è anche una figurina di Chiellini con un pezzo mancante corrispondente ad un morso!)

Capolavoro d'ironia è stata la classifica enunciata dal conduttore americano David Letterman nel corso del suo popolare show televisivo. Sotto il titolo "Le dieci cose che ha pensato Luis Suarez in quel momento", ecco la "Top Ten" in questione, in ordine decrescente:
10) Ehi, non ho mica usato le mani
9) Fatemi vedere dove sta scritto nel regolamento: Non mordere
8) Tanto non mi vedrà nessuno
7) La spalla di questo tizio mi ha colpito sui denti
6) Mmm… Con una carne così buona non c'è bisogno di ketchup
5) Avevo i denti in fuorigioco?
4) Se non gli mordo la spalla impazzisco
3) E' quello che facciamo in Uruguay per dire "Ti amo"
2) E che mi faranno mai, mi sbattono fuori dal torneo?
1) Mamma mia, che calciatore piccantino…

Ora, che vinca la squadra migliore. Ma che vincano anche la sportività e la leggerezza, come il popolo della Rete ci ha insegnato


24 giugno 2014


Allegra e sana: è la birra!

A cura di Alberto&Alberto

Chi beve birra campa cent'anni. Una iperbole, certo, ma con più di un fondo di verità. La birra fa in effetti bene, se bevuta con moderazione: è poco calorica, contiene vitamine, potassio e sali minerali, vitamina B6 e polifenoli (che notoriamente contrastano le malattie cardiovascolari e i radicali liberi), potassio e magnesio; infine, il luppolo, l'ingrediente che serve a compensare la dolcezza del malto, ha proprietà sedative, digestive, batteriostatiche, lassative e depurative.

Ma il piacere psicofisico, dove lo mettiamo? Sorseggiare un bel bicchiere di birra fresca, in estate e in compagnia, è un rito festoso che mette allegria solo a vederlo.

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Dopodiché c'è birra e birra. Fino a qualche anno fa siamo stati abituati ad acquistare e consumare birre di "marca", realizzate industrialmente dalle multinazionali che possono - tutt'oggi - permettersi anche campagne pubblicitarie milionarie.

Non se lo possono permettere, invece, le tante piccole aziende che sono emerse più recentemente per produrre ovunque in Italia la cosiddetta birra "artigianale", protagoniste di un boom recente che ha il merito di farci conoscere prodotti davvero squisiti, per tutti i gusti e le tasche. E che fanno ancora più bene di quelle più conosciute e ciò perché il procedimento di lavorazione è diverso: la birra artigianale viene detta "cruda", in quanto  non viene pastorizzata e quindi non sottoposta a temperature troppo elevate mantenendo pressoché intatte le sue proprietà salutari.

Attorno al boom della birra artigianale stanno nascendo da tempo diverse iniziative - fiere, esposizioni, festival - che consentono di approfondire la conoscenza della bevanda, anche sotto il profilo del procedimento di lavorazione che alcuni locali propongono addirittura "a vista", nel concetto di "km 0".

Perché allegria e benessere con la birra restino tali, è ovviamente importante non superare una certa soglia nel consumo: il consiglio è di limitarsi a 2, massimo 3 bicchieri da 0,25, meglio se durante i pasti...

Che l'estate cominci e cin cin!





17 giugno 2014


L'allegro orto di città

A cura di Alberto&Alberto

In questi ultimi anni ho sentito tante volte ripetere la frase "Dalla crisi si possono cogliere opportunità". Fino a qualche giorno fa mi sembrava una frase "fatta", con pochi fondamenti: da quando c'è la crisi, ho visto molta più gente trovarsi in difficoltà piuttosto che giovarsi dell'aumento delle spese, delle tasse e della disoccupazione.

Mi ha molto colpito, tuttavia, quello che mi ha raccontato qualche giorno fa un amico al telefono. Libero professionista, lavora oggi molto meno di quanto non facesse in passato. E ha deciso di utilizzare il plus di tempo libero occupandosi di un orto urbano. Così risparmia sulla spesa. Ma non è l'unico vantaggio che ha riscosso.

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"Non sapevo che avessi il pollice verde", gli ho detto. "Infatti non l'avevo. Ma mi sono messo a studiare, c'è molto da imparare sui semi, sulle stagioni, sugli impianti, sui concimi, sul clima… e man mano che ho imparato mi sono appassionato sempre di più".

Sorprendente, ma non troppo. Quello della coltivazione degli orti urbani sta diventando un vero e proprio fenomeno solo in parte riconducibile alla necessità di spendere meno per frutta e ortaggi. C'entrano anche l'esigenza di combattere lo stress stabilendo un rapporto stretto con la natura e la consapevolezza crescente che gli alimenti "biologici" aiutino al mantenimento della buona salute.

La componente emotiva è anch'essa fondamentale: nel racconto di chi ha provato l'esperienza, pare che vedere nascere e crescere un pomodoro susciti sentimenti fortissimi, quasi pari a quelli di assistere alla nascita di un figlio. Ciò avviene al termine di un'attesa che può essere più o meno lunga durante la quale, tra l'altro, si impara anche l'arte di avere pazienza.

Arrivare ad occuparsi di un orto urbano, mi ha spiegato il mio amico, è piuttosto semplice sul piano burocratico: dopo aver saputo quali appezzamenti di terreno il Comune ha deciso di mettere a disposizione della comunità per lo scopo, si fa una regolare domanda e poi, una volta ottenuto il proprio spazio, si versa un modesto contributo economico e si comincia .

Ai vantaggi che ho già esposto, il mio amico ne ha aggiunto un altro: lavorando la terra al fianco di altre persone, la socializzazione è pressoché obbligata: si ottengono così preziose informazioni da parte dei "coltivatori" più esperti ma si raccolgono anche storie ed emozioni, oltre che frutta ed ortaggi.

Ciò che non accade, invece, a chi opta per un'altra soluzione, quella dell'"orto virtuale". In questo caso accade tutto su Internet: con mouse e tastiera si simulano le operazioni necessarie alla coltivazione che viene però effettuata realmente da una persona in carne ed ossa che poi, ovviamente dietro corrispettivo economico, invierà il raccolto direttamente a casa dell'utente. Ma questa è tutta un'altra storia




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