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21 ottobre 2014


Let's get physical!

A cura di Alberto&Alberto

Mi era sfuggita una notizia, che leggo solo ora: Jane Fonda da qualche tempo è tornata a realizzare le sue "mitiche" lezioni di aerobica che tanto successo riscossero agli inizi degli anni '80, favorendo anche la diffusione dei videoregistratori casalinghi. Naturalmente le lezioni sono al passo con i tempi, nel senso del suo: rivolte alle coetanee (la Fonda ha passato da un pezzo la settantina) e quindi decisamente orientate nel senso del "low impact".

Conservo ancora - più per mania collezionistica che per effettiva utilità - una delle videocassette di ginnastica aerobica di Jane Fonda. Dopo tutto questo tempo è anche possibile che il VHS si sia smagnetizzato ma la copertina da sola mi riporta ad un'epoca lontana nella quale tutto ciò che oggi è dato per scontato - l'importanza dell'attività fisica, la cura di se stessi - allora non lo era affatto.

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Con i VHS di Jane Fonda si diffuse non solo l'allenamento aerobico, che era nato negli Usa almeno dieci anni prima ma che era rimasto a lungo un'attività elitaria, ma anche la pratica di gruppo, generando una tale richiesta da favorire l'apertura di migliaia di palestre in tutto il mondo occidentale.

Perché è pur vero che le videocassette di Jane Fonda erano destinate per loro natura ad un pubblico casalingo, ma è altrettanto vero che la pratica dell'aerobica si dimostrava più coinvolgente e divertente se effettuata insieme agli altri, con la competitività a consentire di raggiungere risultati migliori.

È ampiamente riconosciuto come quella di Jane Fonda e dell'aerobica abbia rappresentato una grande rivoluzione nell'ambito del fitness. Prima del suo exploit, le donne americane (e non solo loro) facevano una vita sedentaria, o meglio l'impegno fisico era relegato alle faccende domestiche e nient'altro. Nel 1982, quindi, l'immagine familiare dell'attrice già due volte premio Oscar, fece la sua comparsa nelle case e nulla fu più lo stesso: il desiderio di volersi sane e magre si diffuse tra le donne come un virus, mentre le vendite di scaldamuscoli e di body dai colori sgargianti cresceva a livello esponenziale (e anche quello, come detto, dei videoregistratori casalinghi). Il boom fu talmente dirompente, che nel giro di breve tempo investì anche il pubblico maschile, soprattutto coloro che erano in condizioni di sovrappeso e cui veniva offerta l'opportunità di dimagrire senza sottoporsi a frustranti rinunce alimentari e anzi divertendosi e ricavando benefici sul piano fisico.

Le lezioni di aerobica come venivano promulgate da Jane Fonda in quei primi anni '80 erano diverse da quelle che ancora oggi si effettuano nelle palestre; potevano durare fino a 2-3 ore e se certamente consentivano di far perdere peso e di modellare il corpo, nello stesso tempo però sollecitavano in modo massiccio l'apparato scheletrico e circolatorio.

Così l'aerobica "classica" ha iniziato ad un certo punto una fase di declino per essere sostituita da altre discipline più leggere come il Pilates o comunque attività di bilanciamento tra high e low impact.

Il contributo di Jane Fonda al benessere fisico resta comunque fondamentale, dal momento che il fitness anche grazie a lei si è imposto nella vita di tutti i giorni, evolvendo da fenomeno di moda a pratica cosciente e per molti irrinunciabile.

Sull'epoca del boom dell'aerobica, resta da dire che furono davvero tanti a cavalcare il successo di Jane Fonda che generò un florido mercato editoriale e audiovisivo. Ma ad onor del vero, l'attrice si era inserita in un fenomeno, quello del fitness, che datava già qualche anno, e che lei seppe imporre anche in versione casalinga.

Pochi mesi prima della pubblicazione del primo VHS di Jane Fonda, "Jane Fonda's Workout", la moda del fitness fu oggetto di una parodia di successo con il videoclip "Physical" della cantante e attrice Olivia Newton-John che vendette la bella cifra di 2 milioni di dischi solo sul mercato statunitense. L'ascolto casuale della canzone alla radio ha ispirato oggi il mio post e mi ha portato a rivedere il video che, pur datato, risulta ancora divertente.




14 ottobre 2014


Ridateci Tiramolla

A cura di Alberto&Alberto

Qualche giorno fa, sulla mia pagina di Facebook è apparso questo curioso appello: "Aridatece (Ridateci, in romanesco) Tiramolla". Non so bene cosa intendesse l'amico o l'amica che l'ha postato, a me però rivedere l'immagine di Tiramolla, un fumetto che avevo molto amato durante la mia infanzia, ha fatto un bell'effetto riconnettendomi ad un'epoca piena di immagini e di personaggi che avevo quasi dimenticato, confortandomi sul fatto di conservare una buona memoria.

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Il gioco che ho intrapreso con me stesso, o meglio con la mia memoria, è stato quello di collegare il personaggio di Tiramolla con altri personaggi dei fumetti che non hanno avuto la fortuna, che so, di Topolino, Tex Willer o Alan Ford (quelli ancora in auge, cioè) ma che sono finiti nell'oblio, più o meno meritatamente.

Nessuna nostalgia: in qualche caso si trattava di fumetti realizzati in modo piuttosto dozzinale, nati solo per stare in un mercato che 40 anni fa era molto florido e competitivo. Un po' di tenerezza, quello sì, ripensando a come fossi talmente affamato di fumetti da accontentarmi anche di quelli che erano un po' dei surrogati degli albi disneyani.

Tiramolla, per la verità, non è stato del tutto dimenticato: qualche anno fa, una selezione delle sue avventure sono state raccolte in un albo e incluso in una collana di fumetti storici abbinati alla vendita di un noto quotidiano.

Per i minori di 50 anni: Tiramolla è uno 'spin-off' di un fumetto molto popolare negli anni '50 e '60, Cucciolo, a sua volta nato sulla scia del successo delle avventure di Topolino ma con origini rigorosamente italiane: fu inventato dal disegnatore Giuseppe Caregaro, come italiano ovviamente è anche il 'papà' di Tiramolla, Roberto Renzi (ma era disegnato da Giorgio Rebuffi).

Il gioco della memoria mi aveva già portato da Cucciolo (il cui carattere sembra ricalcato su quello di Topolino, almeno quanto quello del suo amico Beppe ricorda Pippo) ma da qui mi sono avventurato in meandri davvero più remoti, ricorrendo ad Internet solo per rintracciare le origini dei vari personaggi e conoscere il loro destino.

Presente in edicola solo per tre anni, tra il 1971 e il 1974 , ma rimasta ben presente nell'immaginario popolare è Nonna Abelarda, che vanta tra l'altro un'origine assai nobile, visto che è stata inventata da uno dei più grandi autori disneyani di sempre, Giovan Battista Carpi. La scatenata nonnetta fu protagonista di alcuni albi dopo che le sue avventure erano già apparse negli anni '50 sull'albo Volpetto, con la bizzarra incongruenza che inizialmente si trattava della nonna di una piccola volpe, anche se antropomorfa. Più tardi, però, Nonna Abelarda la ritrovammo prima come nonna di Pipo (evoluzione umana di Volpetto) e poi come nonna di Soldino, il piccolo sovrano del regno di Bancarotta.

Una vita piuttosto lunga e fortunata è stata quella di Geppo, il diavolo buono, che per un certo periodo è stato disegnato anch'esso da Giovan Battista Carpi. E va ricordato che prima di essere protagonista di un fumetto lui dedicato, Geppo era ospite di un altro fumetto che surclassò per popolarità, Trottolino.

Vi è da dire che tutti i fumetti citati venivano pubblicati (insieme ad altri stranieri come Braccio di Ferro e Felix) dalla stessa casa editrice, che mutò tre volte il nome da Edizioni Il Ponte a Edizioni Bianconi fino a Editoriale Metro, che ad un certo punto aveva tante e tali pubblicazioni da dare del filo da torcere agli albi di Topolino & Co (all'epoca pubblicati da Mondadori).

Fa eccezione l'ultimo fumetto "dimenticato" di questo mio post, rivolto ad un pubblico leggermente più adulto e oggi irrimediabilmente datato: Teddy Bob, ovvero "il fumetto giovane", frutto del genio di Pier Carpi e pubblicato tra il 1966 e il 1972, anno nel quale evidentemente l'epoca "beat" che ispirava le avventure (e sopratutto il linguaggio!) del personaggio era già diventato preistoria.


30 settembre 2014


Un weekend con gli aquiloni

A cura di Alberto&Alberto

Confesso, non sono mai riuscito a far volare un aquilone. Forse non è poi così difficile, ma nei miei - non moltissimi, per la verità - tentativi compiuti in passato mi sono sempre ritrovato con fili annodati, con le stecche dell'aquilone spezzate e il morale a terra.

Da allora mi sono limitato a guardare gli aquiloni altrui ma senza invidia. Mi mette allegria vederli ondeggiare nel cielo manovrate da mani esperte, nelle diverse forme e colori; proprio quest'estate ne ho visto uno tra le mani di un bambino (!) che solcava il cielo senza mai ricadere, per un tempo che mi è parso infinito.

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Pare che l'aquilone sia stato inventato in Cina nel V o nel VI secolo a.C. per diversi usi pratici (segnalazioni, misurazioni), da lì diffusosi in Nuova Zelanda e Polinesia (in riti religiosi) e infine in Europa. Sebbene nel tempo siano stati utilizzati per i motivi più diversi (ricordate il famoso esperimento di Benjamin Franklin citato nei libri di scuola?), oggi gli aquiloni si fanno volare per scopi puramente ludici e sono anche protagonisti di diverse competizioni in tutto il mondo.

Un divertimento per tutte le età, dunque, anche se viene generalmente associato all'infanzia e all'innocenza. Non mi crederete se vi dico che proprio mentre sto scrivendo queste note, accanto a me mio figlio di 6 anni sta colorando sul suo quaderno di scuola un disegno che raffigura un bambino che sorride mentre sta facendo volare il suo aquilone!

Un'altra curiosa coincidenza è che quando avevo deciso che mi sarei occupato di aquiloni sul mio blog, mi giunge una mail da parte di Famiglie SMA, l'Associazione dei Genitori per la Ricerca sull'Atrofia Muscolare Spinale, una malattia che colpisce sopratutto i bambini disabilitando alcune cellule nervose del midollo spinale e che li inibisce in varie attività come gattonare, camminare, controllare il collo e la testa e deglutire.

Famiglie SMA ha lanciato una campagna per reperire fondi che prevede, oltre alla possibilità di effettuare donazioni via telefono fisso o SMS già dal 28 settembre e fino al prossimo 11 ottobre, anche una presenza dei volontari in oltre 100 piazze italiane nelle giornate di sabato 4 e domenica 5 ottobre che, in cambio di una donazione di 7 euro, offrirà proprio un bell'aquilone!

Il ricavato di entrambe le iniziative servirà a sostenere In Italia le sperimentazioni cliniche di farmaci e terapie per aiutare i bambini colpiti dall'Atrofia Muscolare Spinale. Ovviamente, insieme all'aquilone, nelle piazze che ospiteranno l'evento (l'elenco è riportato sul sito www.famigliesma.org ma si può anche conoscerle telefonando allo 02.56568312) vi sarà anche del materiale informativo per poter meglio conoscere sia il profilo della patologia che le azioni compiute a da compiere da parte dell'Associazione.

Sabato o domenica prossimi avrò anch'io il mio aquilone. E chissà che non sarà proprio mio figlio ad insegnarmi a farlo volare!


16 settembre 2014


Un clown italiano tra i bambini di Gaza

A cura di Alberto&Alberto

Mi ha colpito, qualche giorno fa, il breve servizio video apparso sul sito di Repubblica relativo a Marco Rodari, il "clown" di Leggiuno (VA) che da qualche settimana si trova (ma non è la prima volta) in Medio Oriente per un campo di volontariato e che ha deciso di prolungare il suo soggiorno, che avrebbe dovuto essere di poche settimane, per proseguire a portare allegria tra i bambini che vivono perennemente con la paura dei bombardamenti e della morte.

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Attualmente, Rodari si trova dunque a Gaza City: intrattiene i bambini, per un progetto promosso dalla Parrocchia della Sacra Famiglia e tiene un corso di magia con ragazzi disabili. Permette loro di recarsi, incontrarsi e di giocare in una parrocchia guidata da un missionario argentino dell'ordine del Verbo Incarnato, frequentata sia da bambini cristiani che musulmani.

Ho scoperto che di Rodari (detto "Il Pimpa") e della sua attività si sono occupati negli ultimi mesi diversi giornali e siti Internet, riportando anche numerose interviste nelle quali il 38enne membro dell'associazione "I colori del sorriso" torna spesso e volentieri sul tema della necessità di restituire il sorriso e l'allegria a tutti quei bambini che lo hanno perso o dimenticato ("per far sorridere il cielo" è il suo slogan).

Un'attività, la sua, che lo vede coinvolto da diversi anni. Il suo sito (www.ilpimpa.it) documenta altri progetti da lui promossi o condotti in Egitto, dove sostiene le attività ludico-scolastiche in un piccolo villaggio nelle vicinanze di Alessandria d’Egitto rimasto colpito dalla Rivoluzione del 2011 e a Baghdad, dove si è formato un gruppo di animatori-claun (lui predilige la denominazione 'claun' a quella anglosassone) sotto la sua guida.

Poi c'è stata e ci sarà nuovamente l'attività in Italia, tra scuole e sopratutto ospedali,  dove si è spesso recato per portare la "clownterapia" nei reperti pediatrici o tra i malati terminali, seguendo i dettami del più celebre "Patch" Adams, del quale ci occupammo in uno dei primissimi post di questo blog.

L'attuale impegno di Marco Rodari a Gaza si è reso più importante e impellente con il recente riacuirsi nel conflitto tra israeliani e palestinesi. Così che anche la vita stessa del clown è oggi in pericolo. Ma lui sembra non curarsene: "Se c'è un posto dove vale la pena morire, è proprio davanti al sorriso di un bambino”, ha affermato.

Una bella testimonianza di allegria e benessere, come vorremmo leggerne più spesso.


09 settembre 2014


Buon compleanno, biliardino!

A cura di Alberto&Alberto

Dell'anniversario dei 65 anni del "calcio balilla" - o biliardino - ho sentito parlare qualche giorno fa alla radio apprendendo che è relativo all'inizio della produzione in Italia, mentre l'invenzione vera e propria risale a diversi anni prima e non in Italia. Dove anche l'origine del termine ufficiale - calcio balilla, appunto - non è chiara, forse derivata dall'uso che ne facevano i reduci della Seconda Guerra Mondiale (già "balilla" nell'epoca fascista) con intenti riabilitativi.

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Fatto sta che il primo a produrre i biliardini nel 1947 è stato un francese, Marcel Zosso, che li ha introdotti in Italia due anni dopo, mentre negli Stati Uniti il gioco si diffondeva più o meno negli stessi anni, dopo il ritorno a casa dei reduci dai fronti europei.

Ciò per quanto riguarda la produzione industriale. In realtà l'invenzione viene attribuita al tedesco Broto Wachter negli anni a cavallo tra i '20 e i '30 del secolo scorso, gli stessi durante i quali prodotti molto simili al biliardino furono realizzati anche in Francia e Spagna.

Oggi presente in tutto il mondo, con regole e modalità di gioco che variano da paese in paese (e nel caso dell'Italia, quasi da regione a regione), il calcio balilla ha un suo regolamento internazionale che viene applicato durante le competizioni che vengono organizzate anche a livello mondiale. Leggo, però, che tali regole rendono il "biliardino" un gioco più "statico" di quanto non siamo abituati a conoscerlo. Dunque meno allegro, direi.

Trovo decisamente più entusiasmante la partita "da bar". Con la immancabili polemiche su ciò che è lecito fare e ciò che non lo è (come il leggendario "girin girello", come lo conoscevo io, ovvero la pratica di far ruotare il giocatore su se stesso), l'allegro chiasso provocato dallo sferragliare di stecche un po' arruginite, le coppie variamente assortite che vedono sfidarsi i padri contro i figli, i mariti contro le mogli, amici contro sconosciuti.

A rifletterci, oltre che ad allenare i riflessi e aiutare la coordinazione, e oltre che a divertire s'intende, il biliardino è anche un vero totem "bio", non necessitando di elettricità ed essendo costituito in gran parte di un materiale nobile come il legno. Rispetto ai giochi elettronici è anche decisamente più economico: con una monetina si possono giocare partite anche di parecchi minuti. E qualche furbetto, se il gestore è distratto, potrà prolungarle a piacimento con antichi artifizi quale quello di bloccare la manopola che rilascia le palline con una moneta o con lo stecco di un gelato.

Il suo fascino resta irresistibile e intramontabile, anche a distanza di 65 anni: personalmente, se ne scorgo un biliardino in in luogo pubblico e sono in compagnia (possibilmente in numero pari!), la reazione è quasi immediata: chi sta in difesa?




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