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29 luglio 2014


Quando i grandi rallegravano i piccini/2

A cura di Alberto&Alberto

Torno sul tema del post della scorsa settimana, ovvero sul fenomeno delle canzoni per i bambini interpretate da quei cantanti che dopo aver goduto di una grande popolarità nel corso degli anni '60, hanno poi sofferto nel decennio successivo la subentrata concorrenza dei cantautori e dei gruppi rock.

Molte di queste canzoni sono ampiamente - e forse anche inaspettatamente, sopravvissute al successo della stagione nella quale furono pubblicate e fanno ancora parte della "colonna sonora" dei bambini di oggi, tramandate da genitori, zii, persino nonni, mantenendo intatta l'allegria che suscitavano all'epoca dell'uscita.

Nel post di venerdì scorso, mi sono soffermato su Sergio Endrigo, che del genere fu un precursore, l'esecutore più prolifico e forse anche il più apprezzabile sul piano artistico, godendo di collaborazioni eccellenti quale quella con il poeta brasiliano Vinicius de Moraes, con lo scrittore Gianni Rodari e con il musicista Luis Bacalov.

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Ma che dire di un altro grande artista che fu Bruno Lauzi? Uno degli esponenti più importanti della cosiddetta "scuola genovese" che annoverava tra gli altri Luigi Tenco e Fabrizio De Andrè, colse diversi successi sia come cantante che come autore di canzoni per altri interpreti, soprattutto femminili come Mia Martini e Ornella Vanoni. Tra i suoi maggiori exploit discografici, tuttavia, si annoverano canzoni per bambini come "Johnny Bassotto" (già portata al successo da Lino Toffolo) e "La tartaruga", che risuonano ancora oggi negli asili nido e nelle "camerette" dei figli più piccoli.

Gianni Morandi riuscì a "sopravvivere" alla disaffezione del pubblico giovanile (ne parlai in un post dell'ottobre scorso), grazie ad una canzone per bambini, "Sei forte papà" che lo riportò a sorpresa ai vertici della classifiche nel 1975. Ancora più sorprendente fu l'exploit di Mal dei Primitives, che con "Furia cavallo del west" nel 1977 vendette la cifra ragguardevole di un milione e mezzo di dischi favorendogli una nuova carriera come interprete di sigle televisive destinate al mercato infantile che poco più tardi avrebbe disconosciuto (ma "Furia" è ancora ben presente nelle "compilations" delle canzoni per bambini!). Il cabarettista, attore e conduttore televisivo Pippo Franco, a dispetto di una carriera cinematografica che lo ha visto per qualche tempo campione della commedia erotica all'italiana, vanta anch'egli una serie di allegri successi per bambini, primo tra tutti "Mi scappa la pipì papà" (1979) per arrivare a "Chi chi chi co co co" (1983). Vi sono anche casi "involontari", di canzoni di successo per bambini, come per "Alla fiera dell'est" di Angelo Branduardi, la cui ispirazione, per sua stessa ammissione, era ben lontana dalle tematiche care al pubblico infantile.

L'elenco di artisti che hanno rivitalizzato una carriera discendente grazie a motivetti allegri e spensierati destinati al pubblico dei bambini è davvero lungo, e include tra gli altri anche Mino Reitano ("Keko il tricheco"). E ancora più lungo è l'elenco degli autori famosi che hanno scritto almeno una canzone per lo "Zecchino d'Oro": forse parziale ma significativo è disponibile su Wikipedia e include Biagio Antonacci, Dodi Battaglia, Roby Facchinetti, Edoardo Bennato, Fred Bongusto, Gianni Meccia, Fabio Concato, Toto Cutugno, Daniele Fossati, Mario Lavezzi, Lucio Dalla, Bruno Lauzi, Riccardo Fogli, Pupo, Renato Zero, Pino Daniele, Enrico Ruggeri e Amedeo Minghi oltre a compositori del calibro di Bruno Canfora, Giorgio Calabrese, Sergio Iodice, Danpa, Gualtiero Malgoni, Depsa, Tata Giacobetti, Lucia Mannucci e Antonio Virgilio Savona del Quartetto Cetra, Mogol, Cheope, Cristiano Malgioglio e Vito Pallavicini.

In molti casi, la loro disponibilità sarà stata legata al florido mercato della musica per bambini e i relativi benefici economici. Ma credo che alcuni artisti ne abbiano beneficiato dal punto di vista umano: scrivere per i bambini comporta una identificazione, uno stato d'animo improntato alla positività. E anche un bel po' di "mestiere"…





22 luglio 2014


Quando i grandi rallegravano i piccini/1

A cura di Alberto&Alberto

Tra gli anni '70 e gli anni '80, molti cantanti italiani che avevano goduto di un'ampia fama nel decennio precedente, iniziarono a scontare l'affermazione di artisti più giovani e più in "sintonia" con i gusti delle nuove generazioni. Alcuni di loro vollero e seppero cavalcare l'effetto nostalgia da parte del pubblico più maturo, accontentandosi di platee molto meno numerose che in passato e non disdegnando di esibirsi nelle fiere di paese o in situazioni comunque assai lontane da quelle cui erano abituati fino a qualche anno prima. Altri, invece, accettarono di rivolgersi ad un pubblico per loro del tutto nuovo, ma interessante sotto il profilo del riscontro commerciale: quello dei bambini.

Molto probabilmente gli artisti in questione non immaginavano che quello che era chiaramente un "ripiego" - seppure affrontato con la professionalità che era loro propria - avrebbe generato delle canzoni destinate non solo ad allietare i bambini dell'epoca, ma a diventare dei "classici", ancora oggi cantati, amati e quasi certamente destinati a fama più o meno imperitura. Forse - anzi probabilmente - non a caso, visto che originano da contributi di prim'ordine.

Prendiamo il caso di Sergio Endrigo. Autore ed interprete assai raffinato, che nel corso della sua carriera, come ci ricorda la relativa biografia di Wikipedia, collaborò con poeti come Pier Paolo Pasolini, Vinicius de Moraes e Giuseppe Ungaretti e con musicisti come Toquinho e Luis Bacalov.

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Già vincitore del Festival di Sanremo nel 1968 con "Canzone per te" e poi secondo l'anno successivo con "Lontano dagli occhi", arrivo terzo nel 1970 con "L'arca di Noè", affermandosi come pioniere della canzone d'"autore" per bambini. Intanto, però, già nel 1969 aveva inciso quella pietra miliare della canzone per l'infanzia che era "La casa" ("C'era una casa/molto carina/senza soffitto/senza cucina") che, per inciso, era stata scritta dal poeta brasiliano Vinicius de Moraes e ottimamente tradotta da Sergio Bardotti. Tre anni dopo, sempre con Vinicius, Endrigo incise un album interamente dedicato ai bambini, contenente anche la celebre "Il pappagallo". Ma il suo capolavoro resta "Ci vuole un fiore" (1974), su testo di Gianni Rodari e la collaborazione del futuro Premio Oscar Luis Bacalov per le musiche. Oggi ne circola una bella versione editoriale, con disegni di Altan.

Attraverso le canzoni per bambini, quindi, Sergio Endrigo riuscì a riscattare quell'aura di cantautore malinconico che gli si era appiccicata addosso dall'inizio della sua carriera. Sicuramente dovette essere per questo grato ai suoi "piccoli fans"... Ma ancora più grati dovranno essergli i genitori, che a distanza di tanti anni proseguono a cantare "La casa" e "Ci vuole un fiore" ai loro bambini, compiendo insieme un tuffo rigenerante nella loro stessa infanzia.




15 luglio 2014


Alle origini della risata

A cura di Alberto&Alberto

L'allegria dei bambini, sia essa espressa con un sorriso o con una risata, fu l'oggetto del primo post di questo blog, nel gennaio dello scorso anno. Il post era dell'"altro" Alberto che evidenziava come il sorriso di un bambino, specialmente nei primi mesi di vita, fosse un momento di comunicazione in grado di gratificare e far star bene non solo il bambino stesso ma anche tutti coloro che lo circondano.

Torno sull'argomento dopo aver letto di una ricerca condotta presso l'Università di London Birkbeck riguardante proprio la risata dei bambini piccoli e che ambisce a spiegarne le cause. La ricerca è finanziata dallo stesso psicologo che l'ha promossa, il Dr. Caspar Addyman che, prima di condurre i suoi studi al Centro per il Cervello e lo Sviluppo Cognitivo nel succitato Ateneo, faceva di mestiere il banchiere.

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Nel suo sito babylaughter.net egli spiega come la risata di un bambino piccolo non sia solo una dei temi più popolari tra i filmati presenti su YouTube ma anche una straordinaria finestra sul lavoro compiuto dal cervello umano. "Al Birkbeck Babylab" dice il Dr. Addyman "noi studiamo quanto i bambini imparino del mondo e crediamo che studiare le prime risate nel dettaglio getterà nuova luce sul funzionamento dei cervello dei bambini così come ci offrirà nuovi punti di vista su quella caratteristica unicamente umana che è l'humor".

I dati necessari alla ricerca sono raccolti in gran parte attraverso la rete: sul sito, gli utenti vengono invitati ad inviare al ricercatore dei video che ritraggono le risate dei loro bambini e/o di compilare un questionario e diventare così parte di uno studio che ha coinvolto fino ad oggi, ad un livello più approfondito, circa 1.400 genitori di 25 paesi.

I risultati sul perché i bambini ridono arriveranno, si suppone, dopo aver studiato un ampio e congruo campione di risposte. Ma intanto il Dr. Addyman pubblica regolarmente su babylaughter.net dati e osservazioni, commentandoli sul suo blog. Si apprende così che il gioco che fa più ridere i bambini al mondo sia quello dello sparire e del riapparire, del "cucù", insomma. Che peraltro si evolve man mano che i bambini crescono fino a farlo loro stessi coprendosi gli occhi con le mani.

Conforterà qualche papà sapere che la sua capacità di far ridere suo figlio è pari a quella della mamma. E però saranno i figli maschi a ridere più delle figlie femmine.

Molte delle testimonianze provenienti dagli utenti del sito sfatano luoghi comuni o aprono nuove prospettive di studio. È il caso di un neonato di tre settimane che ride se i genitori gli fanno il solletico, fatto sorprendente per un bambino così piccolo.

Sul sito di Addyman, sono visibili diversi video realizzati dagli utenti e selezionati dallo stesso ricercatore. Nel giorno in cui mi sono collegato io, sulla home page c'era un breve filmato non esattamente inerente il tema ma davvero irresistibile: opera di due fotografi e molto ben fatto, mostra le reazioni al "rallentatore" di alcuni bambini alle prese per la prima volta nella loro vita con il gusto del limone. Lo posto qui sotto.




01 luglio 2014


Il Mondiale vinto nella Rete (nel senso di Internet)

A cura di Alberto&Alberto

Il "nostro" Mondiale, nel senso di noi italiani, si è concluso mestamente la sera di martedì 24 scorso, quando un'Italia smarrita e confusa (e con un uomo in meno) si arrendeva al pur modesto Uruguay.
Da lì a poco sono state ammainate le bandiere; nessuno ha mascherato la propria delusione ed è partita la ridda dei commenti, in ossequio al luogo comune, ma in fondo vero, per cui in Italia ci sono tanti allenatori quante persone.

Delusione, amarezza, anche rabbia per quelli sportivamente più sensibili. Ma anche - vivaddio - tanta, sana ironia che stempera i sentimenti negativi e aiuta a mettere il calcio nella giusta luce, quella per cui se si vince bene e se si perde, beh, sarà per la prossima volta.

Nelle ore immediatamente seguenti all'eliminazione dell'Italia dai Mondiali brasiliani, la Rete pullulava già di battute e fotomontaggi che rimbalzavano sui social network in una divertente gara di creatività che ha convertito anche la mia delusione in buonumore.

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Uno dei due principali bersagli della cyber-ironia è stato Mario Balotelli, il calciatore al quale l'allenatore Prandelli (e noi con lui) aveva legato le sorti della Nazionale italiana e che dopo l'exploit della prima partita con l'Inghilterra è apparso praticamente immobile e inconcludente. In occasione degli Europei di due anni fa, Balotelli assunse sul campo una posa plastica da guerriero, con i muscoli bene in vista, con un effetto più ridicolo che ammirevole. E infatti qualche buontempone si cimentò subito con l'arte del fotomontaggio, mettendogli tra le mani una falciatrice o un passeggino da bebè. Quella stessa foto è stata riesumata all'indomani - o forse solo qualche minuto dopo - la disfatta di Natal. E ancora una volta tra le mani di Balotelli è comparsa qualsiasi cosa compresa- e qui si è arrivati al sublime - una coppa gelato.

E però stavolta "Balo" se l'è dovuta vedere, in quanto a viralità di ironia, con un altro calciatore preso amabilmente di mira nella Rete: l'uruguayano Luisito Suarez, reo di aver impresso la sua prominente dentatura sulla spalla del nostro povero (si fa per dire) Chiellini e prontamente ribattezzato "il cannibale". Il suo gesto è stato deplorevole e come tale giustamente punito con una dura sanzione da parte della Fifa. Anche la Rete ha emesso il suo verdetto, con una condanna forse più mite di quella sportiva ma non meno dirompente sul piano mediatico: il pubblico dileggio. Così che ora se si digitano le parole "Suarez, morso" sul motore di ricerca, appare una esilarante galleria di fotomontaggi che lo vedono ora contendersi la ferocia con Hannibal Lecter della saga del "Silenzio degli innocenti", ora sovrapporsi al corpo di un mostro preistorico che rincorre Chiellini nella giungla sudamericana (c'è anche una figurina di Chiellini con un pezzo mancante corrispondente ad un morso!)

Capolavoro d'ironia è stata la classifica enunciata dal conduttore americano David Letterman nel corso del suo popolare show televisivo. Sotto il titolo "Le dieci cose che ha pensato Luis Suarez in quel momento", ecco la "Top Ten" in questione, in ordine decrescente:
10) Ehi, non ho mica usato le mani
9) Fatemi vedere dove sta scritto nel regolamento: Non mordere
8) Tanto non mi vedrà nessuno
7) La spalla di questo tizio mi ha colpito sui denti
6) Mmm… Con una carne così buona non c'è bisogno di ketchup
5) Avevo i denti in fuorigioco?
4) Se non gli mordo la spalla impazzisco
3) E' quello che facciamo in Uruguay per dire "Ti amo"
2) E che mi faranno mai, mi sbattono fuori dal torneo?
1) Mamma mia, che calciatore piccantino…

Ora, che vinca la squadra migliore. Ma che vincano anche la sportività e la leggerezza, come il popolo della Rete ci ha insegnato


10 giugno 2014


Metti una mattina a colazione

A cura di Alberto&Alberto

In molti paesi e per molte persone, rappresenta il pasto principale della giornata, con il quale fare il "carico" di energia sufficiente a "tirare" avanti fino a sera. Per noi italiani, in genere, è il più trascurato, talvolta limitato solo ad un caffè o poco più. Sto parlando della colazione, naturalmente, o "breakfast" se preferite, ove "fast" - veloce - per taluni non è affatto, specie per chi predilige i cibi salati al classico cappuccino e cornetto.

Aldilà degli alimenti - di cui dirò più avanti - segnalo intanto che il periodo estivo e più ancora quello vacanziero, quando vi è più tempo da dedicarvi, segna spesso il riscatto della colazione come momento di condivisione e spesso di allegria. Ecco quindi che dalla dispensa riappaiono le fette biscottate, le marmellate, dal frigorifero le uova e i succhi di frutta e tutto ciò che richiede un po' di tempo per la preparazione e per essere consumate, liberi dalla fretta della quotidianità.

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Viaggiando fuori dall'Italia è piacevole e stimolante adattarsi alle più diverse abitudini alimentari, a partire già dalla colazione. In Francia, ad esempio, non troveremo i cornetti o le brioches cui siamo abituati ma piuttosto i tradizionali croissant, insieme ai 'pan au chocolat' e alle madeleines rese immortali da Proust.

Una colazione, quella francese, tutto sommato non molto diversa da quella che consumiamo noi italiani e dunque anch'essa distante da quella che negli alberghi viene chiamata la "colazione internazionale" e che corrisponde in realtà all"english breakfast" (molto diffusa anche negli Stati Uniti) e che ha la caratteristica di apportare numerose calorie. Qui le uova rappresentano una presenza imprescindibile, siano essere strapazzate, in camicia, all'occhio di bue, cucinate in frittata o semplicemente sode. E accanto ad esse di tutto e di più: fagioli al sugo, salsicce, pomodori, funghi alla piastra e l'immancabile pancetta fritta (bacon).

Un giro sul web, mi fa scoprire che in Scandinavia usano fare colazione con tonno e aringhe (apprezzate anche in Israele), in Turchia con i formaggi, in Giappone con il pesce alla griglia ma soprattutto con il riso che è ovviamente parte anche della colazione in Cina dove però sono spesso presenti anche i ravioli al vapore. Una delle mie preferite è quella statunitense che nella versione 'dolce' prevede pancakes annaffiati con sciroppo d'acero (o cioccolato fuso).

E la colazione ideale? E' quella mediterranea, a sentire i nutrizionisti, con ingredienti salutari come latte, yogurt, frutta fresca, marmellate, succhi di frutta (meglio: spremute). Senza esagerare nelle quantità, visto che la prima colazione, sempre per i nutrizionisti, dovrebbe apportare circa il 20% del fabbisogno calorico giornaliero. Sugli effetti salutari o meno del caffè mattutino la questione resta aperta ma diciamoci la verità: in quanti di noi saprebbero rinunciarvi?


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