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17 June 2014


L'allegro orto di città

A cura di Alberto&Alberto

In questi ultimi anni ho sentito tante volte ripetere la frase "Dalla crisi si possono cogliere opportunità". Fino a qualche giorno fa mi sembrava una frase "fatta", con pochi fondamenti: da quando c'è la crisi, ho visto molta più gente trovarsi in difficoltà piuttosto che giovarsi dell'aumento delle spese, delle tasse e della disoccupazione.

Mi ha molto colpito, tuttavia, quello che mi ha raccontato qualche giorno fa un amico al telefono. Libero professionista, lavora oggi molto meno di quanto non facesse in passato. E ha deciso di utilizzare il plus di tempo libero occupandosi di un orto urbano. Così risparmia sulla spesa. Ma non è l'unico vantaggio che ha riscosso.

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"Non sapevo che avessi il pollice verde", gli ho detto. "Infatti non l'avevo. Ma mi sono messo a studiare, c'è molto da imparare sui semi, sulle stagioni, sugli impianti, sui concimi, sul clima… e man mano che ho imparato mi sono appassionato sempre di più".

Sorprendente, ma non troppo. Quello della coltivazione degli orti urbani sta diventando un vero e proprio fenomeno solo in parte riconducibile alla necessità di spendere meno per frutta e ortaggi. C'entrano anche l'esigenza di combattere lo stress stabilendo un rapporto stretto con la natura e la consapevolezza crescente che gli alimenti "biologici" aiutino al mantenimento della buona salute.

La componente emotiva è anch'essa fondamentale: nel racconto di chi ha provato l'esperienza, pare che vedere nascere e crescere un pomodoro susciti sentimenti fortissimi, quasi pari a quelli di assistere alla nascita di un figlio. Ciò avviene al termine di un'attesa che può essere più o meno lunga durante la quale, tra l'altro, si impara anche l'arte di avere pazienza.

Arrivare ad occuparsi di un orto urbano, mi ha spiegato il mio amico, è piuttosto semplice sul piano burocratico: dopo aver saputo quali appezzamenti di terreno il Comune ha deciso di mettere a disposizione della comunità per lo scopo, si fa una regolare domanda e poi, una volta ottenuto il proprio spazio, si versa un modesto contributo economico e si comincia .

Ai vantaggi che ho già esposto, il mio amico ne ha aggiunto un altro: lavorando la terra al fianco di altre persone, la socializzazione è pressoché obbligata: si ottengono così preziose informazioni da parte dei "coltivatori" più esperti ma si raccolgono anche storie ed emozioni, oltre che frutta ed ortaggi.

Ciò che non accade, invece, a chi opta per un'altra soluzione, quella dell'"orto virtuale". In questo caso accade tutto su Internet: con mouse e tastiera si simulano le operazioni necessarie alla coltivazione che viene però effettuata realmente da una persona in carne ed ossa che poi, ovviamente dietro corrispettivo economico, invierà il raccolto direttamente a casa dell'utente. Ma questa è tutta un'altra storia




10 June 2014


Metti una mattina a colazione

A cura di Alberto&Alberto

In molti paesi e per molte persone, rappresenta il pasto principale della giornata, con il quale fare il "carico" di energia sufficiente a "tirare" avanti fino a sera. Per noi italiani, in genere, è il più trascurato, talvolta limitato solo ad un caffè o poco più. Sto parlando della colazione, naturalmente, o "breakfast" se preferite, ove "fast" - veloce - per taluni non è affatto, specie per chi predilige i cibi salati al classico cappuccino e cornetto.

Aldilà degli alimenti - di cui dirò più avanti - segnalo intanto che il periodo estivo e più ancora quello vacanziero, quando vi è più tempo da dedicarvi, segna spesso il riscatto della colazione come momento di condivisione e spesso di allegria. Ecco quindi che dalla dispensa riappaiono le fette biscottate, le marmellate, dal frigorifero le uova e i succhi di frutta e tutto ciò che richiede un po' di tempo per la preparazione e per essere consumate, liberi dalla fretta della quotidianità.

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Viaggiando fuori dall'Italia è piacevole e stimolante adattarsi alle più diverse abitudini alimentari, a partire già dalla colazione. In Francia, ad esempio, non troveremo i cornetti o le brioches cui siamo abituati ma piuttosto i tradizionali croissant, insieme ai 'pan au chocolat' e alle madeleines rese immortali da Proust.

Una colazione, quella francese, tutto sommato non molto diversa da quella che consumiamo noi italiani e dunque anch'essa distante da quella che negli alberghi viene chiamata la "colazione internazionale" e che corrisponde in realtà all"english breakfast" (molto diffusa anche negli Stati Uniti) e che ha la caratteristica di apportare numerose calorie. Qui le uova rappresentano una presenza imprescindibile, siano essere strapazzate, in camicia, all'occhio di bue, cucinate in frittata o semplicemente sode. E accanto ad esse di tutto e di più: fagioli al sugo, salsicce, pomodori, funghi alla piastra e l'immancabile pancetta fritta (bacon).

Un giro sul web, mi fa scoprire che in Scandinavia usano fare colazione con tonno e aringhe (apprezzate anche in Israele), in Turchia con i formaggi, in Giappone con il pesce alla griglia ma soprattutto con il riso che è ovviamente parte anche della colazione in Cina dove però sono spesso presenti anche i ravioli al vapore. Una delle mie preferite è quella statunitense che nella versione 'dolce' prevede pancakes annaffiati con sciroppo d'acero (o cioccolato fuso).

E la colazione ideale? E' quella mediterranea, a sentire i nutrizionisti, con ingredienti salutari come latte, yogurt, frutta fresca, marmellate, succhi di frutta (meglio: spremute). Senza esagerare nelle quantità, visto che la prima colazione, sempre per i nutrizionisti, dovrebbe apportare circa il 20% del fabbisogno calorico giornaliero. Sugli effetti salutari o meno del caffè mattutino la questione resta aperta ma diciamoci la verità: in quanti di noi saprebbero rinunciarvi?


27 May 2014


Il tempo delle ciliegie

A cura di Alberto&Alberto

Sono rosse (ma rigorosamente bipartisan), sono succose, allegre, buonissime. E fanno pure bene. Le ciliegie stanno arrivando, o meglio stanno arrivando quelle di stagione perché poi si sa che oggi ogni frutto è disponibile tutto l'anno e però mangiare una ciliegia a novembre non è come mangiarla a fine maggio, nel momento in cui la natura ha fato il suo corso.

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Una tira l'altra e il rischio di un'indigestione è sempre in agguato, quando arrivano le ciliegie a tavola. E dire che tra le sue proprietà possiede quella di contenere (relativamente) pochi zuccheri e di apportare poche calorie, ciò che lo rende tra gli alimenti più presenti nelle diete dimagranti. E ancora, tra i suoi pregi: la presenza di vitamina C, di vitamina A e di potassio, così come altre vitamine e minerali in quantità minore e poi polifenoli e fibre. Mangiare ciliegie aiuta le funzioni intestinali, facilita la diuresi, produce effetti antiossidanti, (grazie alla presenza dei flavonoidi e di antociani), antiinfiammatori, sedativi. Pare che la ciliegia (o meglio il suo succo) favorisca il sonno grazie alla presenza della melatonina, l'ormone che regola il ciclo sonno-veglia.

Infine, per la serie "non si butta mai niente": persino i peduncoli delle ciliegie pare che possiedano proprietà salutari, dato il contenuto di polifenoli e sali di potassio che favoriscono anch'essi la diuresi ma combattono anche affezioni come la gotta. Non che si debbano ingerire così come sono, i peduncoli; vanno "trattati" in un certo modo e poi preparati in forme fruibili come ad esempio una tisana.

Tanto allegri, sono i cestini pieni di ciliegie mature al punto giusto quanto sono tristi le ciliegie avvizzite o ammaccate. Vanno ben conservate, quindi. Dalla pagina dedicata alle ciliegie su benessere.com apprendo che vanno comprate già mature, non troppo piccole; devono avere un colore acceso e la polpa deve risultare soda al tatto e non molle. Dopodiché potranno transitare nel nostro frigorifero, prima di essere consumate, ma non più di un paio di giorni.

E se poi, per motivi diversi, non siamo riusciti a mangiarle nei tempi giusti, guai a buttarle! Anche se non più freschissime, restano un ingrediente prezioso per marmellate, canditi, sciroppi, gelati e torte. Possono persino passare dal frigorifero al forno, per accompagnare piatti di carne, sia come salsa che come contorno. E sono presenze ricorrenti in decine di ricette, anche di piatti insospettabili come il risotto o il carpaccio di pesce.

Qualcosa di più sulle ciliegie ce lo dice il Direttore del Mercato Agroalimentare di Vignola - la località famosa proprio per i suoi frutti particolarmente pregiati - nel breve filmato che ho postato qui sotto.




29 April 2014


La faccina che tutti rallegra

A cura di Alberto&Alberto

Allegria = benessere e siamo tutti d'accordo. Ma ciò che rende allegro me non è detto che rendi allegro te o altri, e ciò diventa più evidente nelle diverse culture e latitudini. Traslando il concetto di allegria in semplice positività, ho pensato e cosa potesse funzionare da minimo comune denominatore tra diverse età, culture, sensibilità e quant'altro ci renda differenti o unici e la risposta che mi sono dato è racchiusa nello "smile", quella faccina sorridente oggi molto usata nei social network ma le cui origini, aldilà della convenzionalità del segno oggi universalmente conosciuto, risalgono alle espressioni figurative più ancestrali. Una su tutte, una pietra del 2500 a.C., oggi conservata nel Museo di Scienze Naturali di Nimes (qui sotto riprodotta a destra).

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Lo Smile (o Smiley), così come ormai graficamente definito (faccina sorridente con tratto nero su sfondo giallo) , ha origini precedenti all'avvento della Rete. E sembra sia nato, con qualche controversia rispetto all'effettivo "inventore", per scopi meramente commerciali. Accadde nel 1963 ad opera di un certo Harvey Ball che disegnò l'icona per una compagnia di assicurazioni e che per la sua invenzione ricevette un compenso di $45, senza ulteriori vantaggi. Ball non registrò il simbolo così come non lo fece neppure un altro pubblicitario, David Stern, che si attestò, quattro anni dopo, il merito di aver codificato graficamente la "faccina sorridente".

La storia della controversia legata all'invenzione dello "smile" e della sua diffusione è bene riassunta (in inglese) sul sito The Straight Dope, nell'articolo "Who invented the smiley face?" dal quale attinge ampiamente la pagina dedicata di Wikipedia.

La quale, però, fa anche riferimento alla registrazione del marchio Smiley, avvenuto solo nel 1971 da parte dello statunitense Franklin Loufrani che creò una società ad hoc, Smileyworld Ltd.

Accoppiato allo slogan "Buona giornata" ("Have a happy day"), la faccina fece la fortuna di due fratelli, Bernard e Murray Spain, agli inizi degli anni '70, che seppero commercializzarla in varie forme, a partire dai classici "bottoni". Senza, tuttavia, negare la primigenia dell'idea ad Harvey Ball.

Lo "smile" è stato in seguito oggetto di diverse dispute legali tra i personaggi sopracitati o i loro eredi (nel caso di Harvey Ball). Cosa di per sé abbastanza deplorevole, in quanto riferita ad un simbolo è stato usato anche per promuovere i concetti di pace e fratellanza, ad esempio durante gli anni della guerra in Vietnam.

Nell'epoca di Internet, tuttavia, nessuno sembra reclamarci diritti quando commentiamo le affermazioni o i giudizi di qualcuno utilizzando quello che si è imposto come l'"emoticon" più popolare, in nome del sentimento positivo che vogliamo trasmettere. E che - (quasi) sempre - viene positivamente recepito.

Nessuna controversia sull'origine della immortale "Smile" scritta da Charlie Chaplin per il suo "Tempi moderni" e che qui sotto posto nella bella versione di Michael Jackson.




15 April 2014


30 anni con le Soleil

A cura di Alberto&Alberto

Il circo è una delle forme di spettacolo e intrattenimento più popolari da tempo immemore, con un altissimo indice di gradimento soprattutto tra i bambini. E almeno fino a qualche decennio fa, il rito circense si è ripetuto pressoché uguale, tra acrobazie di trapezisti, intermezzi comici con clowns e soprattutto numeri con animali - leoni, tigri, elefanti, ippopotami, giraffe e qualunque quadrupede si facesse più o meno addomesticare o più spesso "piegare" alle esigenze dello spettacolo.

Una sempre maggiore coscienza animalista, dagli anni '70 in poi, ha gettato un'ombra sulla pratica circense nella sua forma più tradizionale. Il primo ad infrangere la tradizione credo sia stato Jean-Baptiste Thierrée che nel 1970 creò Le Cirque Baptiste, destinato alla fama negli anni successivi con il nome prima di Le Cirque Bonjour e poi di Cirque Imaginaire e il coinvolgimento di quella che sarebbe diventata la sua compagna di vita, Victoria Chaplin. Ancora oggi solo con il nome ulteriormente mutuato in Le cirque invisible, la compagnia prosegue a mietere successi nel mondo con le irresistibili parodie dei rituali del circo classico.

Uno dei maggiori meriti riconosciuti della compagnia Thierrée/Chaplin è quello di avere affermato il rispetto nei confronti degli animali nei loro spettacoli sebbene ispirati al circo, utilizzando comunque piccoli animali domestici.

Quasi quindici anni dopo il debutto del Cirque Baptiste un ex mangiatore di fuoco canadese di nome Guy Laliberté si è spinto ancora più in là, eliminando del tutto la presenza degli animali in uno spettacolo ancora più vicino al circo tradizionale di quanto non fosse Le Cirque Imaginaire, seppure probabilmente ispirato a quest'ultimo.

Avete capito che stiamo parlando di Le Cirque du Soleil, che quest'anno festeggia il trentennale della sua fondazione che avvenne in un tendone nella zona del porto di Montreal (dove tutt'ora ha il suo quartier generale) e che oggi annovera spettacoli fissi o itineranti in ogni luogo del mondo.

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Le Cirque du Soleil, più di quanto non lo fosse il bellissimo spettacolo di Thierrée/Chaplin (che io vidi nei primi anni '80, all'apice del successo della coppia) si può definire un circo a tutti gli effetti, annoverando i suoi elementi fondamentali come i numeri acrobatici e quelli dei clown ma con l'assenza assoluta di animali e con un allestimento artistico (scenografie, costumi, musiche) degno di un musical di Broadway.

Nel corso degli anni gli spettacoli del Cirque du Soleil si sono moltiplicati: alcuni proseguono ad essere replicati in appositi tendoni in giro per il mondo, altri hanno trovato casa (in esclusiva!) in alcuni luoghi molto frequentati (ah, quanto vorrei assistere a "Love", ispirato alle canzoni dei Beatles, da diversi anni in pianta stabile nella lontana Las Vegas…) ma tutti sono caratterizzati dalla presenza di artisti provenienti dalle migliori scuole circensi, come quella russa o cinese, adattandosi allo stile inconfondibile messo a punto dal suo fondatore.

L'emozione che si prova guardando volteggiare i trapezisti o gli equilibristi in uno spettacolo di Le Cirque du Soleil è pari o talvolta persino superiore a quello che si prova assistendo alle evoluzioni dei ginnasti alle Olimpiadi: si assiste ad una sfida continua alla gravità e alle possibilità offerta dal corpo umano, dove il gesto, la musica e le luci si fondono mirabilmente offrendo un mix unico di divertimento e ammirazione.

E a beneficiarne non è solo il pubblico ma la collettività tutta: per desiderio di Guy Laliberté, infatti, gli introiti di alcuni spettacoli del Cirque du Soleil vengono regolarmente devoluti in beneficenza o a sostenere la formazione di nuovi, giovani artisti  mentre tutti gli accessori di scena sono prodotti in un laboratorio che si trova in una zona degradata di Montreal, sostenendo la sua riqualificazione (è stato costruito su una ex discarica), addirittura producendo l'energia elettrica necessaria utilizzando il gas metano proveniente dal sottosuolo.

Allegria e benessere allo stato puro, quindi. E non è un caso che uno dei loro spettacoli più celebrati (e più memorabili, tra quelli cui ho avuto modo di assistere) si chiama emblematicamente "Alegría". Posto qui sotto una 'clip' dello spettacolo che rende bene l'idea dell'arte di Le Cirque du Soleil, per chi (ben pochi, voglio sperare) ancora non li conoscono.


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