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15 luglio 2014


Alle origini della risata

A cura di Alberto&Alberto

L'allegria dei bambini, sia essa espressa con un sorriso o con una risata, fu l'oggetto del primo post di questo blog, nel gennaio dello scorso anno. Il post era dell'"altro" Alberto che evidenziava come il sorriso di un bambino, specialmente nei primi mesi di vita, fosse un momento di comunicazione in grado di gratificare e far star bene non solo il bambino stesso ma anche tutti coloro che lo circondano.

Torno sull'argomento dopo aver letto di una ricerca condotta presso l'Università di London Birkbeck riguardante proprio la risata dei bambini piccoli e che ambisce a spiegarne le cause. La ricerca è finanziata dallo stesso psicologo che l'ha promossa, il Dr. Caspar Addyman che, prima di condurre i suoi studi al Centro per il Cervello e lo Sviluppo Cognitivo nel succitato Ateneo, faceva di mestiere il banchiere.

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Nel suo sito babylaughter.net egli spiega come la risata di un bambino piccolo non sia solo una dei temi più popolari tra i filmati presenti su YouTube ma anche una straordinaria finestra sul lavoro compiuto dal cervello umano. "Al Birkbeck Babylab" dice il Dr. Addyman "noi studiamo quanto i bambini imparino del mondo e crediamo che studiare le prime risate nel dettaglio getterà nuova luce sul funzionamento dei cervello dei bambini così come ci offrirà nuovi punti di vista su quella caratteristica unicamente umana che è l'humor".

I dati necessari alla ricerca sono raccolti in gran parte attraverso la rete: sul sito, gli utenti vengono invitati ad inviare al ricercatore dei video che ritraggono le risate dei loro bambini e/o di compilare un questionario e diventare così parte di uno studio che ha coinvolto fino ad oggi, ad un livello più approfondito, circa 1.400 genitori di 25 paesi.

I risultati sul perché i bambini ridono arriveranno, si suppone, dopo aver studiato un ampio e congruo campione di risposte. Ma intanto il Dr. Addyman pubblica regolarmente su babylaughter.net dati e osservazioni, commentandoli sul suo blog. Si apprende così che il gioco che fa più ridere i bambini al mondo sia quello dello sparire e del riapparire, del "cucù", insomma. Che peraltro si evolve man mano che i bambini crescono fino a farlo loro stessi coprendosi gli occhi con le mani.

Conforterà qualche papà sapere che la sua capacità di far ridere suo figlio è pari a quella della mamma. E però saranno i figli maschi a ridere più delle figlie femmine.

Molte delle testimonianze provenienti dagli utenti del sito sfatano luoghi comuni o aprono nuove prospettive di studio. È il caso di un neonato di tre settimane che ride se i genitori gli fanno il solletico, fatto sorprendente per un bambino così piccolo.

Sul sito di Addyman, sono visibili diversi video realizzati dagli utenti e selezionati dallo stesso ricercatore. Nel giorno in cui mi sono collegato io, sulla home page c'era un breve filmato non esattamente inerente il tema ma davvero irresistibile: opera di due fotografi e molto ben fatto, mostra le reazioni al "rallentatore" di alcuni bambini alle prese per la prima volta nella loro vita con il gusto del limone. Lo posto qui sotto.




01 luglio 2014


Il Mondiale vinto nella Rete (nel senso di Internet)

A cura di Alberto&Alberto

Il "nostro" Mondiale, nel senso di noi italiani, si è concluso mestamente la sera di martedì 24 scorso, quando un'Italia smarrita e confusa (e con un uomo in meno) si arrendeva al pur modesto Uruguay.
Da lì a poco sono state ammainate le bandiere; nessuno ha mascherato la propria delusione ed è partita la ridda dei commenti, in ossequio al luogo comune, ma in fondo vero, per cui in Italia ci sono tanti allenatori quante persone.

Delusione, amarezza, anche rabbia per quelli sportivamente più sensibili. Ma anche - vivaddio - tanta, sana ironia che stempera i sentimenti negativi e aiuta a mettere il calcio nella giusta luce, quella per cui se si vince bene e se si perde, beh, sarà per la prossima volta.

Nelle ore immediatamente seguenti all'eliminazione dell'Italia dai Mondiali brasiliani, la Rete pullulava già di battute e fotomontaggi che rimbalzavano sui social network in una divertente gara di creatività che ha convertito anche la mia delusione in buonumore.

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Uno dei due principali bersagli della cyber-ironia è stato Mario Balotelli, il calciatore al quale l'allenatore Prandelli (e noi con lui) aveva legato le sorti della Nazionale italiana e che dopo l'exploit della prima partita con l'Inghilterra è apparso praticamente immobile e inconcludente. In occasione degli Europei di due anni fa, Balotelli assunse sul campo una posa plastica da guerriero, con i muscoli bene in vista, con un effetto più ridicolo che ammirevole. E infatti qualche buontempone si cimentò subito con l'arte del fotomontaggio, mettendogli tra le mani una falciatrice o un passeggino da bebè. Quella stessa foto è stata riesumata all'indomani - o forse solo qualche minuto dopo - la disfatta di Natal. E ancora una volta tra le mani di Balotelli è comparsa qualsiasi cosa compresa- e qui si è arrivati al sublime - una coppa gelato.

E però stavolta "Balo" se l'è dovuta vedere, in quanto a viralità di ironia, con un altro calciatore preso amabilmente di mira nella Rete: l'uruguayano Luisito Suarez, reo di aver impresso la sua prominente dentatura sulla spalla del nostro povero (si fa per dire) Chiellini e prontamente ribattezzato "il cannibale". Il suo gesto è stato deplorevole e come tale giustamente punito con una dura sanzione da parte della Fifa. Anche la Rete ha emesso il suo verdetto, con una condanna forse più mite di quella sportiva ma non meno dirompente sul piano mediatico: il pubblico dileggio. Così che ora se si digitano le parole "Suarez, morso" sul motore di ricerca, appare una esilarante galleria di fotomontaggi che lo vedono ora contendersi la ferocia con Hannibal Lecter della saga del "Silenzio degli innocenti", ora sovrapporsi al corpo di un mostro preistorico che rincorre Chiellini nella giungla sudamericana (c'è anche una figurina di Chiellini con un pezzo mancante corrispondente ad un morso!)

Capolavoro d'ironia è stata la classifica enunciata dal conduttore americano David Letterman nel corso del suo popolare show televisivo. Sotto il titolo "Le dieci cose che ha pensato Luis Suarez in quel momento", ecco la "Top Ten" in questione, in ordine decrescente:
10) Ehi, non ho mica usato le mani
9) Fatemi vedere dove sta scritto nel regolamento: Non mordere
8) Tanto non mi vedrà nessuno
7) La spalla di questo tizio mi ha colpito sui denti
6) Mmm… Con una carne così buona non c'è bisogno di ketchup
5) Avevo i denti in fuorigioco?
4) Se non gli mordo la spalla impazzisco
3) E' quello che facciamo in Uruguay per dire "Ti amo"
2) E che mi faranno mai, mi sbattono fuori dal torneo?
1) Mamma mia, che calciatore piccantino…

Ora, che vinca la squadra migliore. Ma che vincano anche la sportività e la leggerezza, come il popolo della Rete ci ha insegnato


10 giugno 2014


Metti una mattina a colazione

A cura di Alberto&Alberto

In molti paesi e per molte persone, rappresenta il pasto principale della giornata, con il quale fare il "carico" di energia sufficiente a "tirare" avanti fino a sera. Per noi italiani, in genere, è il più trascurato, talvolta limitato solo ad un caffè o poco più. Sto parlando della colazione, naturalmente, o "breakfast" se preferite, ove "fast" - veloce - per taluni non è affatto, specie per chi predilige i cibi salati al classico cappuccino e cornetto.

Aldilà degli alimenti - di cui dirò più avanti - segnalo intanto che il periodo estivo e più ancora quello vacanziero, quando vi è più tempo da dedicarvi, segna spesso il riscatto della colazione come momento di condivisione e spesso di allegria. Ecco quindi che dalla dispensa riappaiono le fette biscottate, le marmellate, dal frigorifero le uova e i succhi di frutta e tutto ciò che richiede un po' di tempo per la preparazione e per essere consumate, liberi dalla fretta della quotidianità.

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Viaggiando fuori dall'Italia è piacevole e stimolante adattarsi alle più diverse abitudini alimentari, a partire già dalla colazione. In Francia, ad esempio, non troveremo i cornetti o le brioches cui siamo abituati ma piuttosto i tradizionali croissant, insieme ai 'pan au chocolat' e alle madeleines rese immortali da Proust.

Una colazione, quella francese, tutto sommato non molto diversa da quella che consumiamo noi italiani e dunque anch'essa distante da quella che negli alberghi viene chiamata la "colazione internazionale" e che corrisponde in realtà all"english breakfast" (molto diffusa anche negli Stati Uniti) e che ha la caratteristica di apportare numerose calorie. Qui le uova rappresentano una presenza imprescindibile, siano essere strapazzate, in camicia, all'occhio di bue, cucinate in frittata o semplicemente sode. E accanto ad esse di tutto e di più: fagioli al sugo, salsicce, pomodori, funghi alla piastra e l'immancabile pancetta fritta (bacon).

Un giro sul web, mi fa scoprire che in Scandinavia usano fare colazione con tonno e aringhe (apprezzate anche in Israele), in Turchia con i formaggi, in Giappone con il pesce alla griglia ma soprattutto con il riso che è ovviamente parte anche della colazione in Cina dove però sono spesso presenti anche i ravioli al vapore. Una delle mie preferite è quella statunitense che nella versione 'dolce' prevede pancakes annaffiati con sciroppo d'acero (o cioccolato fuso).

E la colazione ideale? E' quella mediterranea, a sentire i nutrizionisti, con ingredienti salutari come latte, yogurt, frutta fresca, marmellate, succhi di frutta (meglio: spremute). Senza esagerare nelle quantità, visto che la prima colazione, sempre per i nutrizionisti, dovrebbe apportare circa il 20% del fabbisogno calorico giornaliero. Sugli effetti salutari o meno del caffè mattutino la questione resta aperta ma diciamoci la verità: in quanti di noi saprebbero rinunciarvi?


29 aprile 2014


La faccina che tutti rallegra

A cura di Alberto&Alberto

Allegria = benessere e siamo tutti d'accordo. Ma ciò che rende allegro me non è detto che rendi allegro te o altri, e ciò diventa più evidente nelle diverse culture e latitudini. Traslando il concetto di allegria in semplice positività, ho pensato e cosa potesse funzionare da minimo comune denominatore tra diverse età, culture, sensibilità e quant'altro ci renda differenti o unici e la risposta che mi sono dato è racchiusa nello "smile", quella faccina sorridente oggi molto usata nei social network ma le cui origini, aldilà della convenzionalità del segno oggi universalmente conosciuto, risalgono alle espressioni figurative più ancestrali. Una su tutte, una pietra del 2500 a.C., oggi conservata nel Museo di Scienze Naturali di Nimes (qui sotto riprodotta a destra).

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Lo Smile (o Smiley), così come ormai graficamente definito (faccina sorridente con tratto nero su sfondo giallo) , ha origini precedenti all'avvento della Rete. E sembra sia nato, con qualche controversia rispetto all'effettivo "inventore", per scopi meramente commerciali. Accadde nel 1963 ad opera di un certo Harvey Ball che disegnò l'icona per una compagnia di assicurazioni e che per la sua invenzione ricevette un compenso di $45, senza ulteriori vantaggi. Ball non registrò il simbolo così come non lo fece neppure un altro pubblicitario, David Stern, che si attestò, quattro anni dopo, il merito di aver codificato graficamente la "faccina sorridente".

La storia della controversia legata all'invenzione dello "smile" e della sua diffusione è bene riassunta (in inglese) sul sito The Straight Dope, nell'articolo "Who invented the smiley face?" dal quale attinge ampiamente la pagina dedicata di Wikipedia.

La quale, però, fa anche riferimento alla registrazione del marchio Smiley, avvenuto solo nel 1971 da parte dello statunitense Franklin Loufrani che creò una società ad hoc, Smileyworld Ltd.

Accoppiato allo slogan "Buona giornata" ("Have a happy day"), la faccina fece la fortuna di due fratelli, Bernard e Murray Spain, agli inizi degli anni '70, che seppero commercializzarla in varie forme, a partire dai classici "bottoni". Senza, tuttavia, negare la primigenia dell'idea ad Harvey Ball.

Lo "smile" è stato in seguito oggetto di diverse dispute legali tra i personaggi sopracitati o i loro eredi (nel caso di Harvey Ball). Cosa di per sé abbastanza deplorevole, in quanto riferita ad un simbolo è stato usato anche per promuovere i concetti di pace e fratellanza, ad esempio durante gli anni della guerra in Vietnam.

Nell'epoca di Internet, tuttavia, nessuno sembra reclamarci diritti quando commentiamo le affermazioni o i giudizi di qualcuno utilizzando quello che si è imposto come l'"emoticon" più popolare, in nome del sentimento positivo che vogliamo trasmettere. E che - (quasi) sempre - viene positivamente recepito.

Nessuna controversia sull'origine della immortale "Smile" scritta da Charlie Chaplin per il suo "Tempi moderni" e che qui sotto posto nella bella versione di Michael Jackson.




15 aprile 2014


30 anni con le Soleil

A cura di Alberto&Alberto

Il circo è una delle forme di spettacolo e intrattenimento più popolari da tempo immemore, con un altissimo indice di gradimento soprattutto tra i bambini. E almeno fino a qualche decennio fa, il rito circense si è ripetuto pressoché uguale, tra acrobazie di trapezisti, intermezzi comici con clowns e soprattutto numeri con animali - leoni, tigri, elefanti, ippopotami, giraffe e qualunque quadrupede si facesse più o meno addomesticare o più spesso "piegare" alle esigenze dello spettacolo.

Una sempre maggiore coscienza animalista, dagli anni '70 in poi, ha gettato un'ombra sulla pratica circense nella sua forma più tradizionale. Il primo ad infrangere la tradizione credo sia stato Jean-Baptiste Thierrée che nel 1970 creò Le Cirque Baptiste, destinato alla fama negli anni successivi con il nome prima di Le Cirque Bonjour e poi di Cirque Imaginaire e il coinvolgimento di quella che sarebbe diventata la sua compagna di vita, Victoria Chaplin. Ancora oggi solo con il nome ulteriormente mutuato in Le cirque invisible, la compagnia prosegue a mietere successi nel mondo con le irresistibili parodie dei rituali del circo classico.

Uno dei maggiori meriti riconosciuti della compagnia Thierrée/Chaplin è quello di avere affermato il rispetto nei confronti degli animali nei loro spettacoli sebbene ispirati al circo, utilizzando comunque piccoli animali domestici.

Quasi quindici anni dopo il debutto del Cirque Baptiste un ex mangiatore di fuoco canadese di nome Guy Laliberté si è spinto ancora più in là, eliminando del tutto la presenza degli animali in uno spettacolo ancora più vicino al circo tradizionale di quanto non fosse Le Cirque Imaginaire, seppure probabilmente ispirato a quest'ultimo.

Avete capito che stiamo parlando di Le Cirque du Soleil, che quest'anno festeggia il trentennale della sua fondazione che avvenne in un tendone nella zona del porto di Montreal (dove tutt'ora ha il suo quartier generale) e che oggi annovera spettacoli fissi o itineranti in ogni luogo del mondo.

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Le Cirque du Soleil, più di quanto non lo fosse il bellissimo spettacolo di Thierrée/Chaplin (che io vidi nei primi anni '80, all'apice del successo della coppia) si può definire un circo a tutti gli effetti, annoverando i suoi elementi fondamentali come i numeri acrobatici e quelli dei clown ma con l'assenza assoluta di animali e con un allestimento artistico (scenografie, costumi, musiche) degno di un musical di Broadway.

Nel corso degli anni gli spettacoli del Cirque du Soleil si sono moltiplicati: alcuni proseguono ad essere replicati in appositi tendoni in giro per il mondo, altri hanno trovato casa (in esclusiva!) in alcuni luoghi molto frequentati (ah, quanto vorrei assistere a "Love", ispirato alle canzoni dei Beatles, da diversi anni in pianta stabile nella lontana Las Vegas…) ma tutti sono caratterizzati dalla presenza di artisti provenienti dalle migliori scuole circensi, come quella russa o cinese, adattandosi allo stile inconfondibile messo a punto dal suo fondatore.

L'emozione che si prova guardando volteggiare i trapezisti o gli equilibristi in uno spettacolo di Le Cirque du Soleil è pari o talvolta persino superiore a quello che si prova assistendo alle evoluzioni dei ginnasti alle Olimpiadi: si assiste ad una sfida continua alla gravità e alle possibilità offerta dal corpo umano, dove il gesto, la musica e le luci si fondono mirabilmente offrendo un mix unico di divertimento e ammirazione.

E a beneficiarne non è solo il pubblico ma la collettività tutta: per desiderio di Guy Laliberté, infatti, gli introiti di alcuni spettacoli del Cirque du Soleil vengono regolarmente devoluti in beneficenza o a sostenere la formazione di nuovi, giovani artisti  mentre tutti gli accessori di scena sono prodotti in un laboratorio che si trova in una zona degradata di Montreal, sostenendo la sua riqualificazione (è stato costruito su una ex discarica), addirittura producendo l'energia elettrica necessaria utilizzando il gas metano proveniente dal sottosuolo.

Allegria e benessere allo stato puro, quindi. E non è un caso che uno dei loro spettacoli più celebrati (e più memorabili, tra quelli cui ho avuto modo di assistere) si chiama emblematicamente "Alegría". Posto qui sotto una 'clip' dello spettacolo che rende bene l'idea dell'arte di Le Cirque du Soleil, per chi (ben pochi, voglio sperare) ancora non li conoscono.


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