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29 aprile 2014


La faccina che tutti rallegra

A cura di Alberto&Alberto

Allegria = benessere e siamo tutti d'accordo. Ma ciò che rende allegro me non è detto che rendi allegro te o altri, e ciò diventa più evidente nelle diverse culture e latitudini. Traslando il concetto di allegria in semplice positività, ho pensato e cosa potesse funzionare da minimo comune denominatore tra diverse età, culture, sensibilità e quant'altro ci renda differenti o unici e la risposta che mi sono dato è racchiusa nello "smile", quella faccina sorridente oggi molto usata nei social network ma le cui origini, aldilà della convenzionalità del segno oggi universalmente conosciuto, risalgono alle espressioni figurative più ancestrali. Una su tutte, una pietra del 2500 a.C., oggi conservata nel Museo di Scienze Naturali di Nimes (qui sotto riprodotta a destra).

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Lo Smile (o Smiley), così come ormai graficamente definito (faccina sorridente con tratto nero su sfondo giallo) , ha origini precedenti all'avvento della Rete. E sembra sia nato, con qualche controversia rispetto all'effettivo "inventore", per scopi meramente commerciali. Accadde nel 1963 ad opera di un certo Harvey Ball che disegnò l'icona per una compagnia di assicurazioni e che per la sua invenzione ricevette un compenso di $45, senza ulteriori vantaggi. Ball non registrò il simbolo così come non lo fece neppure un altro pubblicitario, David Stern, che si attestò, quattro anni dopo, il merito di aver codificato graficamente la "faccina sorridente".

La storia della controversia legata all'invenzione dello "smile" e della sua diffusione è bene riassunta (in inglese) sul sito The Straight Dope, nell'articolo "Who invented the smiley face?" dal quale attinge ampiamente la pagina dedicata di Wikipedia.

La quale, però, fa anche riferimento alla registrazione del marchio Smiley, avvenuto solo nel 1971 da parte dello statunitense Franklin Loufrani che creò una società ad hoc, Smileyworld Ltd.

Accoppiato allo slogan "Buona giornata" ("Have a happy day"), la faccina fece la fortuna di due fratelli, Bernard e Murray Spain, agli inizi degli anni '70, che seppero commercializzarla in varie forme, a partire dai classici "bottoni". Senza, tuttavia, negare la primigenia dell'idea ad Harvey Ball.

Lo "smile" è stato in seguito oggetto di diverse dispute legali tra i personaggi sopracitati o i loro eredi (nel caso di Harvey Ball). Cosa di per sé abbastanza deplorevole, in quanto riferita ad un simbolo è stato usato anche per promuovere i concetti di pace e fratellanza, ad esempio durante gli anni della guerra in Vietnam.

Nell'epoca di Internet, tuttavia, nessuno sembra reclamarci diritti quando commentiamo le affermazioni o i giudizi di qualcuno utilizzando quello che si è imposto come l'"emoticon" più popolare, in nome del sentimento positivo che vogliamo trasmettere. E che - (quasi) sempre - viene positivamente recepito.

Nessuna controversia sull'origine della immortale "Smile" scritta da Charlie Chaplin per il suo "Tempi moderni" e che qui sotto posto nella bella versione di Michael Jackson.




15 aprile 2014


30 anni con le Soleil

A cura di Alberto&Alberto

Il circo è una delle forme di spettacolo e intrattenimento più popolari da tempo immemore, con un altissimo indice di gradimento soprattutto tra i bambini. E almeno fino a qualche decennio fa, il rito circense si è ripetuto pressoché uguale, tra acrobazie di trapezisti, intermezzi comici con clowns e soprattutto numeri con animali - leoni, tigri, elefanti, ippopotami, giraffe e qualunque quadrupede si facesse più o meno addomesticare o più spesso "piegare" alle esigenze dello spettacolo.

Una sempre maggiore coscienza animalista, dagli anni '70 in poi, ha gettato un'ombra sulla pratica circense nella sua forma più tradizionale. Il primo ad infrangere la tradizione credo sia stato Jean-Baptiste Thierrée che nel 1970 creò Le Cirque Baptiste, destinato alla fama negli anni successivi con il nome prima di Le Cirque Bonjour e poi di Cirque Imaginaire e il coinvolgimento di quella che sarebbe diventata la sua compagna di vita, Victoria Chaplin. Ancora oggi solo con il nome ulteriormente mutuato in Le cirque invisible, la compagnia prosegue a mietere successi nel mondo con le irresistibili parodie dei rituali del circo classico.

Uno dei maggiori meriti riconosciuti della compagnia Thierrée/Chaplin è quello di avere affermato il rispetto nei confronti degli animali nei loro spettacoli sebbene ispirati al circo, utilizzando comunque piccoli animali domestici.

Quasi quindici anni dopo il debutto del Cirque Baptiste un ex mangiatore di fuoco canadese di nome Guy Laliberté si è spinto ancora più in là, eliminando del tutto la presenza degli animali in uno spettacolo ancora più vicino al circo tradizionale di quanto non fosse Le Cirque Imaginaire, seppure probabilmente ispirato a quest'ultimo.

Avete capito che stiamo parlando di Le Cirque du Soleil, che quest'anno festeggia il trentennale della sua fondazione che avvenne in un tendone nella zona del porto di Montreal (dove tutt'ora ha il suo quartier generale) e che oggi annovera spettacoli fissi o itineranti in ogni luogo del mondo.

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Le Cirque du Soleil, più di quanto non lo fosse il bellissimo spettacolo di Thierrée/Chaplin (che io vidi nei primi anni '80, all'apice del successo della coppia) si può definire un circo a tutti gli effetti, annoverando i suoi elementi fondamentali come i numeri acrobatici e quelli dei clown ma con l'assenza assoluta di animali e con un allestimento artistico (scenografie, costumi, musiche) degno di un musical di Broadway.

Nel corso degli anni gli spettacoli del Cirque du Soleil si sono moltiplicati: alcuni proseguono ad essere replicati in appositi tendoni in giro per il mondo, altri hanno trovato casa (in esclusiva!) in alcuni luoghi molto frequentati (ah, quanto vorrei assistere a "Love", ispirato alle canzoni dei Beatles, da diversi anni in pianta stabile nella lontana Las Vegas…) ma tutti sono caratterizzati dalla presenza di artisti provenienti dalle migliori scuole circensi, come quella russa o cinese, adattandosi allo stile inconfondibile messo a punto dal suo fondatore.

L'emozione che si prova guardando volteggiare i trapezisti o gli equilibristi in uno spettacolo di Le Cirque du Soleil è pari o talvolta persino superiore a quello che si prova assistendo alle evoluzioni dei ginnasti alle Olimpiadi: si assiste ad una sfida continua alla gravità e alle possibilità offerta dal corpo umano, dove il gesto, la musica e le luci si fondono mirabilmente offrendo un mix unico di divertimento e ammirazione.

E a beneficiarne non è solo il pubblico ma la collettività tutta: per desiderio di Guy Laliberté, infatti, gli introiti di alcuni spettacoli del Cirque du Soleil vengono regolarmente devoluti in beneficenza o a sostenere la formazione di nuovi, giovani artisti  mentre tutti gli accessori di scena sono prodotti in un laboratorio che si trova in una zona degradata di Montreal, sostenendo la sua riqualificazione (è stato costruito su una ex discarica), addirittura producendo l'energia elettrica necessaria utilizzando il gas metano proveniente dal sottosuolo.

Allegria e benessere allo stato puro, quindi. E non è un caso che uno dei loro spettacoli più celebrati (e più memorabili, tra quelli cui ho avuto modo di assistere) si chiama emblematicamente "Alegría". Posto qui sotto una 'clip' dello spettacolo che rende bene l'idea dell'arte di Le Cirque du Soleil, per chi (ben pochi, voglio sperare) ancora non li conoscono.


08 aprile 2014


Allegria e benessere a tavola. Con Heinz Beck.

A cura di Alberto&Alberto

Pochi chef, per quanto mi è dato di sapere per esperienza diretta, sommano nel loro lavoro i concetti di allegria e benessere. Heinz Beck è uno di questi: una persona solare, positiva, profondamente innamorata del suo lavoro (così come dell'Italia nel quale si è trasferito da esattamente 20 anni), innovativa. Universalmente apprezzato (bastano tre stelle e cinque forchette Michelin?), dotato di indicibile talento (provare per credere), lo chef del Ristorante La Pergola di Roma (per citare solo il più "stellato" tra i suoi ristoranti) è uomo di grande umanità e capacità di condividere il suo entusiasmo con chiunque si trovi davanti.

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Beck studia, sperimenta, esplora nuove frontiere del gusto e dell'estetica culinaria e, al contrario di altri colleghi, non passa mai di moda. Soprattutto non perde mai di vista una premessa per lui fondamentale: far star bene a tavola, non solo durante un pranzo o una cena ma anche dopo, utilizzando sempre prodotti genuini, dall'origine accertata e scelti personalmente, con un "rigore tedesco" che non può che giovare all'obiettivo finale: piatti certamente elaborati, con accostamenti che la maggior parte di noi potrebbero trovare inconsueti, per questo sorprendenti ma anche sempre sani, rispettosi del delicato equilibrio sul quale poggia il nostro organismo.

L'ho incontrato qualche giorno fa, per la prima volta, e ha subito conquistato me come - ne sono certo - tutti quelli che hanno assistito ad Eataly a Roma, alla presentazione di un progetto che lo vede collaborare con l'equipe medica del Policlinico Gemelli di Roma. Un progetto che si articola in due iniziative. La prima riguarda la consulenza dello chef nei pasti che vengono somministrati quotidianamente ai degenti del Policlinico, almeno quelli che debbono sottoporsi ad un particolare regime alimentare (circa il 20% dei ricoverati). Partendo dal presupposto che una degenza in ospedale sia di per sé una condizione sfortunata e talvolta lunga e desolante, Beck augura che almeno il momento del pasto possa apportare un po' di conforto, grazie a piatti che pur non potendo essere ai livelli di un grande ristorante siano quantomeno gustosi e anche piacevoli alla vista. Un'impresa solo apparentemente semplice, perché deve fare i conti con le varie patologie e con le conseguenti e inevitabili restrizioni nell'alimentazione. La sapienza e l'esperienza di Beck, però, vanno proprio in questa direzione: grazie ad alcuni artifizi è possibile rendere una pietanza generalmente scialba ed insipida in una pietanza gustosa e ben "impiattata", in modo da regalare un momento di sano benessere a chi si trova in una situazione disagevole. "Avrei potuto cucinare per un giorno i miei piatti per tutti i degenti del Gemelli o di un altro ospedale e sentirmi in pace con la mia coscienza" - ha affermato Beck durante l'incontro a Eataly - "ma non è quello che mi interessa:  l'iniziativa che mi vede confrontarmi con gli specialisti della nutrizione del Policlinico Gemelli è qualcosa che va oltre la mia persona, un modello che potrà proseguire anche oltre il mio impegno e che potrà essere adottato da altri istituti di cura."

La seconda iniziativa, in effetti, allarga gli orizzonti del progetto ben oltre il tempo della degenza. Sotto il simpatico titolo di Gemelli@Fornelli è on line da qualche giorno un sito web cui possono accedere i pazienti dismessi (ma anche persone che soffrono di disturbi alimentari, o semplici curiosi) ai quali viene chiesto di selezionare una determinata patologia per essere reinviati ad apposite pagine Facebook dove si potranno inoltrare domande (o postare foto, filmati, racconti) ed ottenere in breve tempo delle risposte relative alla corretta alimentazione legata a quella patologia. "Le mie conoscenze tecniche e tecnologiche" - sostiene Heinz Beck - "possono essere trasferite in ambito domestico, a basso costo".

Il progetto è coerente con la filosofia gastronomica di Beck che, come accennavo all'inizio, ha impostato tutta la sua attività di chef sulla alimentazione sana. E che mi ha ricordato come sia importante mangiare cinque volte al giorno, con porzioni giuste senza mai esagerare, evitare i cibi precotti e soprattutto rispettare il momento del pasto che deve essere sempre un momento di sana convivialità. Allegria e benessere, appunto.


01 aprile 2014


Contrordine: il fumo fa bene!

A cura di Alberto&Alberto

PESCE D'APRILE!!!!!

… ma non credo che ci siate cascati, per quanto alcuni storici pesci d'aprile, pur nella loro stramberia e improbabilità, sono andati clamorosamente a segno. Penso, ad esempio, a quello che fece la BBC agli inglesi nel 1957, quando trasmise un servizio nel quale si vedevano delle persone che raccoglievano spaghetti dagli alberi in Ticino, provocando diverse richieste di telespettatori su come procurarsi le prodigiose piante (a beneficio dei numerosi creduloni dell'epoca, va detto che gli spaghetti nell'Inghilterra degli anni '50 erano praticamente sconosciuti!).

Questo ed altri celebri scherzi vengono rievocati in un servizio Rai di qualche anno fa che potete vedere alla fine del post.

Le origini del pesce d'aprile sono sconosciute; alcune ipotesi sono riassunte nella pagina dedicata di Wikipedia dove però manca quella riportata dall'Enciclopedia Treccani che individua l'inizio dell'usanza a Firenze, dove alcuni burloni usavano inviare i sempliciotti ad acquistare del pesce in una particolare piazza, ove del pesce trovavano solo l'effigie.

Origini a parte, la tradizione di fare scherzi il 1 aprile è diffusa in molti paesi del mondo, in particolare in Europa. Ed è interessante scoprire come si sia trasferita, negli ultimi anni, soprattutto sul web. Prendendo in considerazione solo il 2013, la palma dello scherzo meglio congegnato va nientemeno che a Google, che l'anno scorso diffuse la notizia dell'avvento di Google Nose, un servizio in beta disponibile per smarthphone, computer e table con il quale un utente avrebbe potuto scaricare e percepire i più diversi odori. Da segnalare che il servizio è stato inserito, ovviamente per un solo giorno, sul menu del motore di ricerca e che gli fu anche dedicata una pagina promozionale con tanto di video di presentazione.

Altri scherzi sono stati concepiti e diffusi dagli staff di YouTube (che ha annunciato la chiusura del servizio), di Street View (che ha diffuso la notizia della localizzazione del tesoro di un noto pirata al largo del Madagascar), di Twitter (da quel giorno l'utilizzo delle vocali nei messaggi sarebbe stato a pagamento) e di Nokia, che si apprestava a mettere sul mercato un forno a microonde con schermo interfacciato a Windows 8.

Scherzi notevoli, non c'è dubbio. Ma il mio prediletto resta il classico pesce di carta da attaccare a tradimento sulla schiena del professore a scuola; sempre che egli sia dotato di sano senso dell'umorismo!



24 marzo 2014


È primavera, svegliatevi bambini/e

A cura di Alberto&Alberto

Quando venerdì scorso ho scoperto che, per nulla annunciata nei giorni precedenti, era il primo giorno di primavera ho pensato che da quando non ci sono più le mezze stagioni non si notano neanche più le stagioni!

L'appunto è un po' triste e poco consono al tono di queste nostre note settimanali. Ma va da sé che la primavera c'è, o almeno ci sarà, incoraggiandoci ad uscire un po' più spesso, a goderci qualche sana passeggiata, a cogliere nell'aria il profumo dei fiori, ad alleggerire il nostro abbigliamento (e anche il nostro spirito!) e a sentire sulla pelle il calore del sole, insomma: a stare bene!

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Per quello che mi riguarda, dopo il primo attimo di sorpresa rispetto ad un evento cui non mi sentivo preparato, ho colto subito un'occasione di personale divertimento richiamando alla memoria, mentre mi tagliavo la barba, le canzoni che conosco che citano la primavera fin dal titolo (per dire "I giardini di marzo" o "Fiori rosa, fiori di pesco" di Lucio Battisti, non valgono). Le elenco qui, aggiungendone qualcuna cui non ho pensato subito ma che sono il frutto di una breve ricerca sulla Rete.

1) Il primo giorno di primavera.
La prima canzone che mi è venuta in mente. Un successo del 1969 dei Dik Dik. Che si ripeterono dopo pochi mesi con "Primavera, primavera". Ma il singolo immediatamente successivo era "Io mi fermo qui"!

2) E' primavera, svegliatevi bambine
Che in realtà era il sottotitolo di "Mattinata fiorentina" e fu portata al successo da Alberto Rabagliati. L'unica versione da me conosciuta (ma è celebre anche quella di Claudio Villa) è quella di mia madre, che quando la cantava a me e i miei fratelli per svegliarci, l'aveva cambiata in "E' primavera, svegliatevi bambini", e si fermava a questa strofa, non potendo avvalersi della rima sulla strofa successiva che termina con "cascine".

3) Maledetta primavera
Loretta Goggi. E l'aggettivo "maledetta" non sembra usato in senso dispregiativo ma tutto sommato affettuoso.

4) Primavera
Su una base contagiosamente allegra, nel 1997, Marina Rei cantava " Oh, respiriamo l'aria e viviamo aspettando primavera, nanana".

5) Cervo a primavera
"Io rinascerò cervo a primavera" oppure anche "…gabbiano da scogliera". A quanto pare, per Riccardo Cocciante (ma non solo per lui), primavera è sinonimo di rinascita…

La ricerca su Internet mi consegna invece i seguenti, ulteriori titoli:
"Primavera" di Ludovico Einaudi
"Primavera" di Luca Carboni
"Primavera" di Angelo Branduardi
"Primavera" di Mango
"Canto di primavera" del Banco del Mutuo Soccorso
"Anna di primavera" di Ivano Fossati
"Questa primavera" di Pino Daniele
"Primavera in anticipo" di Laura Pausini
"Risveglio di primavera" di Franco Battiato
"Primavera a Sarajevo" di Enrico Ruggeri
"Inverno a primavera" dei Modà
"Primavera di Praga" di Francesco Guccini
"Era l'inizio della Primavera" - Franco Battiato

Tacendo di tutte la canzoni straniere sul tema, tra le quali cito solo - per il titolo latinofono - "Primavera" di Santana.

Da cinefilo, tuttavia, durante quel delicato momento di rasatura del quale dicevo all'inizio, ho rischiato di tagliarmi per l'ilarità sopraggiunta quando mi è venuta in mente "Springtime for Hitler" (Primavera per Hitler) di Mel Brooks che si ascolta e soprattutto si vede nel film  "Per favore non toccate le vecchiette" dello stesso Brooks ("The Producers", in originale; per chi non se lo ricordasse e a beneficio della comprensione della sequenza che posto qui sotto, vi si racconta di una coppia di impresari teatrali che producono un musical che sarà per loro redditizio solo se si rivelerà un fallimento ma…).




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