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13 gennaio 2014


Mr. Bean, l'allegria condivisa

A cura di Alberto&Alberto

Ho scritto, in passato, di grandi attori comici del muto che hanno rallegrato la mia infanzia e che seguitano a mettermi allegria ogni volta che mi imbatto in qualche vecchia comica in TV (ma, all'uopo, ho anche una buona scorta di DVD, soprattutto di Stanlio&Ollio). Tuttavia mi rendo conto che le giovani generazioni, i ragazzini soprattutto, fanno una certa fatica a seguire filmati in bianco e nero, dalla fotografia generalmente sgranata e con il sonoro (quando c'è!) gracchiante. Proprio ieri sera mi sono imbattuto in una coppia di conoscenti con figlio adolescente; parlando di cinema con quest'ultimo, mi ha raccontato come un suo amichetto gli avesse proposto la visione di un film con Buster Keaton e di come la sua reazione sia stata tutt'altro che entusiasta.

I giovanissimi ridono a crepapelle con "I soliti idioti" che la maggior parte degli adulti non capiscono, con i cinepanettoni e con molti comici dalla "parolaccia" facile e dal talento discutibile. Niente di male: la comicità, nel bene e nel male, insegue il cambiamento dei tempi e trovo fisiologico che una nuova generazione si appassioni a certi personaggi o si diverta con certe battute che non appassionano o divertono le generazioni che l'hanno preceduta.

Interrogandomi in questo blog su un'allegria che si fa benessere quando viene condivisa rafforzando così i legami (quello tra genitori e figli, ad esempio), mi sono chiesto se esistono oggi figure in grado di creare tale condivisione. Escludendo fenomeni "nazionali" come Totò, Alberto Sordi o anche Checco Zalone, se vogliamo pensare in termini "globali" la risposta può essere probabilmente una sola: Mr. Bean.

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Mr. Bean è stato creato dall'attore inglese Rowan Atkinson insieme allo sceneggiatore Richard Curtis alla fine degli anni '80, anche se alcuni tratti del personaggio erano già presenti in un'altra caratterizzazione di Atkinson in una sit-com del 1979. Le potenzialità di Mr. Bean furono chiare all'attore nel 1987 quando fu invitato ad un festival della comicità in Canada dove c'erano due programmi distinti, uno in francese e uno in inglese. Benché di nascita britannica, Atkinson chiese ed ottenne dagli organizzatori di potersi esibire nel programma in lingua francese, dal momento che il suo personaggio era muto. Ebbe così un primo, significativo riscontro di come Mr. Bean sarebbe potuto essere un fenomeno senza barriere linguistiche né culturali. E così fu, effettivamente, quando nacque la serie televisiva "Mr. Bean", nel 1990, riscuotendo un successo tale da essere venduta in ben 200 paesi!

La comicità di Mr. Bean, a ben vedere, non è tanto diversa da quella di Buster Keaton, Charlot o Stanlio & Ollio; una comicità "situazionale" fondata su personaggi ben riconoscibili nelle loro peculiarità cui capitano avventure - o meglio disavventure - sempre diverse, cui reagiscono da par loro, quasi sempre con goffaggine. La mimica è ovviamente fondamentale ma Mr. Bean non deve sforzarsi molto per divertire, come pure avveniva con gli illustri precedenti già citati. Con il suo abbigliamento sempre uguale ed elementi ricorrenti come la sua auto Mini e l'orsetto Teddy, allo spettatore basta la visione di un episodio o poco più per affezionarsi al personaggio e proseguire a divertirsi sempre di più, episodio dopo episodio.

Episodi che, se rapportati al successomondiale riscosso dal personaggio, sono insolitamente pochi: appena 14 (19 se si contano anche gli inediti poi inseriti nelle edizioni home video), trasmessi per la prima volta dalla Tv inglese tra il 1990 e il 1995. Così ha voluto Atkinson e probabilmente ha avuto ragione, dal momento che ogni singolo episodio è diventato un "cult" assoluto e che a distanza di tanti anni la serie viene regolarmente riproposta da varie emittenti televisive. Per chi non è riuscito proprio ad accontentarsi, comunque, Atkinson ha anche interpretato Mr. Bean per due volte al cinema e ha prestato la sua voce (che si limita a qualche mugugno incomprensibile) ad una serie animata.

Come altri attori comici, a dispetto del suo personaggio, Rowan Atkinson (uno degli uomini più ricchi d'Inghilterra!) è nella realtà una persona schiva, non particolarmente brillante, persino snob: si pensi che ha impedito per diversi anni che la serie televisiva fosse trasmessa in Italia per potersi godere in santa pace le sue vacanze in Sardegna senza essere riconosciuto! Di due anni fa la dichiarazione che non avrebbe mai più interpretato Mr. Bean, né per la televisione né per il cinema, considerandolo un personaggio troppo faticoso per la sua età (per la verità, oggi ha appena 59 anni, cinque in meno di quanti ne aveva Harrison Ford quando ha interpretato l'ultima volta Indiana Jones!). Ma forse è meglio così: non so se un Mr. Bean rugoso e ingrigito sarebbe la stessa cosa. E in ogni caso, la storia del cinema è piena di ripensamenti (e c'è persino un nuovo Indiana Jones dietro l'angolo…).



N.B. Allo sketch che avete visto qui sopra è legato un curioso aneddoto che appendo solo ora da Wikipedia. In una serie televisiva dell'emittente Discovery Channel sono stati effettuati alcuni esperimenti ispirati alle avventure di Mr. Bean, compreso quello di imbiancare una stanza con gli stessi mezzi utilizzati dal personaggio interpretato da Rowan Atkinson. I risultati, però, non sono stati altrettanto brillanti


06 gennaio 2014


La Befana vien di notte…

A cura di Alberto&Alberto

È una delle ricorrenze più allegre e attese dai bambini, quella di oggi della Befana. Tanto più che l'atmosfera permanente di festa distrae o consola dal fatto che manca solo un giorno alla ripresa della scuola e della quotidianità, a meno di rari rinvii del calendario - a proposito: accadrà solo nel 2017 che il 6 gennaio cada di venerdì, facendo sì che la fine delle vacanze sia rinviata al 9!

Spero che tutti, come me, ricordino l'eccitazione del mattino, quando - appena svegli - si correva in cucina e si trovava la calza appesa alla cappa o sotto di essa, piena di dolci (o anche qualche regalo, come accadeva a me da bambino). Nella felice ingenuità della prima infanzia, si rimaneva incantati di fronte a quella tazza di latte che avevamo lasciato piena sul tavolo della cucina prima di andare a dormire e che ora era vuota, con i resti dei biscotti lì accanto (le generazioni che ci hanno preceduto, usavano invece lasciare un frutto e un bicchiere di vino, ma non è che nei decenni la Befana sia diventata astemia?).

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Ancora una volta la Befana era arrivata ed aveva avuto pietà delle nostre marachelle e capricci. E se pure ci aveva portato il carbone, come da giorni minacciavano i nostri genitori se non ci fossimo comportati bene, la delusione durava un attimo, giusto il tempo di scoprire che il carbone anche quell'anno era fatto di zucchero, tanto duro da masticare (era forse quella la punizione?) quanto buono.

Aldilà delle poche informazioni desumibili dalla filastrocca "La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte…", della Befana abbiamo saputo sempre poco. La sua immagine la conosciamo bene: vecchia, a cavallo di una scopa, la gonna lunga e svolazzante, il naso adunco, il mento aguzzo, i brufoli. Ma chi è veramente? E perché vuole bene a tutti i bambini?

La questione, diciamolo subito, è controversa. Certa è l'origine del suo nome legato all'Epifania (dal greco: "avvento") e dunque al giorno in cui, secondo tradizione, i re Magi si recavano al luogo della natività di Gesù per portargli offerte di oro, incensa e mirra. Ok, ma che c'entra la Befana? Una leggenda narra che, durante il loro viaggio verso Betlemme, i tre Magi si persero e, in cerca di indicazioni, bussarono alla porta di una vecchietta che indicò loro la strada ma che si rifiutò di accompagnarli perché troppo indaffarata. Salvo pentirsene poco dopo, quando i Magi si erano già incamminati. Da qui l'iniziativa della Befana di uscire anch'essa alla ricerca di Gesù, regalando doni a tutti i bambini che incontrava sul suo cammino.

Vabbè, ma la scopa che c'entra allora? La questione si fa un po' più complicata, poiché si fondono credenze e tradizioni diverse, alcune anche estranee alla cristianità. Come quella, Romana e pagana, per cui nella dodicesima notte dopo il solstizio invernale, la Natura rinasceva dopo gli stenti dell'inverno e dopo che un gruppo di figure femminili avevano propiziato i nuovi raccolti, volando sopra i campi (da qui la scopa?). Una credenza che ebbe una certa fortuna, tramandata per secoli e secoli finché nel Medioevo non prese forma la figura (rimasta però ambigua) della Befana.

Epifania e Befana assumono significati e forme diverse a seconda dei Paesi e delle diverse tradizioni tramandate. In Russia, la Befana è chiamata Babuschka (letteralmente: nonna) e porta i suoi doni nello stesso giorno della nostra Epifania che però in Russia corrisponde al Natale ortodosso. Nella stessa Italia, l'Epifania ha riti diversi, secondo regioni e tradizioni. Ma l'allegria per l'arrivo della Befana è uguale a tutte le latitudini. Chiunque essa sia…

Contrariamente a Babbo Natale che vanta un ricchissimo repertorio di canzoni dedicate, la Befana è in forte deficit di omaggi canori. L'unico rimarchevole è quello di Gianni Morandi, con una canzone del 1978 della quale, onestamente, non conservavo memoria…


30 dicembre 2013


C'era una volta il Corriere dei Ragazzi

A cura di Alberto&Alberto

Mettendo un po' d'ordine nella mia libreria, l'occhio è caduto sul bel volume che ebbi in regalo un paio d'anni fa e che raccoglie alcune tavole e rubriche del "Corriere dei Ragazzi". Ne ho ripreso la lettura interrotta a suo tempo ed ho (ri)scoperto alcune meraviglie di creatività artistica che rallegravano le mie giornate di adolescente e che, a distanza di tanti anni, tornano a mettermi di buonumore e a farmi sentire bene.

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Non per effetto della nostalgia. Ma per l'intelligenza, il senso dell'humor e la bravura di alcuni autori che sono passati alla Storia del fumetto italiano e che in qualche caso hanno mosso i loro primi passi nel settimanale che nacque da una costola del Corriere dei Piccoli, a sua volta emanazione del Corriere della Sera.

Le pubblicazioni del Corriere dei Ragazzi durarono 5 anni, dal 1972 al 1976; nel suo periodo più fortunato arrivò a vendere 250.000 copie alla settimana (il prezzo era di 200 lire). Dopo il 1976 la rivista cambiò nome, formato e contenuti per inseguire il successo di albi di fumetti come Il Monello e l'Intrepido, ma senza molta fortuna.

Quello del quadriennio 1972-1975 viene considerato a ragione il periodo aureo della rivista nella quale si sono formati giornalisti come Ferruccio De Bortoli e autori come Tiziano Sclavi ("Dylan Dog"). Nel bel libro antologico in mio possesso, si racconta come la redazione fosse molto affiatata e che il divertimento e l'allegria che procuravano ai lettori era prima di tutto il divertimento e l'allegria degli autori nei confronti del loro lavoro.

A dire la verità, Il Corriere dei Ragazzi non era solo divertimento, era anche un tentativo di suscitare l'interesse degli adolescenti nei confronti dell'attualità, in attesa di "traghettarli" nella lettura del 'papà' Corriere della Sera. E oltre che di attualità si parlava di un po' di tutto, dallo sport al cinema, dalla musica alla Storia. E c'era poi una parte del giornale che era di puro divertimento, con fumetti o tavole decisamente fuori dalle righe, uno spazio di grande libertà espressiva nel quale dominava una rubrica chiamata "Tilt" (sottotitolo "La rubrica pazza pazza pazza") curata da Alfredo Castelli, Daniele Fagarazzi e da quel genio del fumetto italiano che era Franco Bonvicini, meglio conosciuto come Bonvi.

Il successo della rubrica era tale che io, come tanti, dopo aver acquistato il Corriere dei Ragazzi, andavo subito a cercare e leggere "Tilt", senza neppure soffermarmi sulla copertina della settimana. E il divertimento raddoppiava se nella rubrica compariva il personaggio dell'"omino bufo" (vedi tavole sopra), una delle creazioni più fortunate e surreali di Alfredo Castelli poi meritevole, qualche decennio dopo, di una raccolta interamente dedicata.

Solo per citare alcuni tra gli altri personaggi più divertenti del "Corriere dei Ragazzi" c'erano la "mitica" Valentina Mela Verde di Grazia Nidasio, Cip l'arcipoliziotto di Benito Jacovitti, Lupo Alberto, Cattivik di Silver, lo zio Boris e Otto Kruntz di Castelli/Fagarazzi e le creazioni più popolari di Bonvi come Sturmtruppen e Nick Carter. Quest'ultimo proveniva nientemeno che dalla televisione, come protagonista di quel "SuperGulp!" che per primo portò i fumetti sul piccolo schermo e che raggiunse, nella sua stagione più seguita, l'83% di indice di gradimento. Qui sotto, l'indimenticabile sigla di apertura.




23 dicembre 2013


Tutti allegri con Zalone

A cura di Alberto&Alberto

Arrivo buon ultimo a scrivere di Checco Zalone e dello straordinario successo del suo film "Sole a catinelle". Con il vantaggio, però, di aver letto diversi articoli sul film e aver riscontrato, una volta tanto, un po' di sano rispetto nei confronti di un fenomeno popolare, ciò che non sempre accade.
50 milioni di euro è il più alto incasso mai ottenuto a un film in Italia, un primato che Zalone aveva già raggiunto con il suo film precedente, "Che bella giornata". Ma il vero primato del quale il comico pugliese può andare veramente fiero è quello di aver divertito tutti, dal meridionale al settentrionale, dal povero al ricco, dall'intellettuale all'ignorante. Tutti a ridere di se stessi, in fondo, ma comunque a ridere. Perché Zalone conosce diversi modi di divertire e li usa tutti, con molta intelligenza, così da strappare una risata anche ai più refrattari alla comicità.

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Ricordo di aver visto per la prima volta Checco Zalone nel programma televisivo che lo ha lanciato, "Zelig". Faceva la parodia dei cantanti cosiddetti neo-melodici, e notai immediatamente che era una spanna sopra tutti gli altri comici che partecipavano al programma. Nei mesi successivi lo vidi fare diverse imitazioni di cantanti - Carmen Consoli, Jovanotti - veramente esilaranti, che poi andavo a rivedermi su YouTube insieme agli amici. Nel frattempo avevo saputo che Checco Zalone era un nome d'arte (Che cozzalone! - si dice in Puglia di quelli che a Roma sono chiamati "burini"), che il suo vero nome era Luca Medici e che era laureato in Giurisprudenza. E avevo scoperto che padroneggiava sia il pianoforte che la chitarra, scrivendo lui stesso le canzoni. Insomma, sono stato un fan della prima ora, anche se leggendo oggi la sua biografia su Wikipedia scopro di essermi perso diversi momenti della sua carriera televisiva.

Ho visto i suoi film appena usciti nelle sale (anzi, a dire la verità li ho visti almeno un paio di volte ciascuno) ed ho avuto la conferma di un grandissimo talento comico, tanto più grande perché spiazzante, difficilmente incasellabile, privo di paragoni. Anche l'utilizzo della parolaccia - una facile scorciatoia per molti comici - è assolutamente diverso da quello degli altri. Come già hanno evidenziato in tanti, la sua comicità non è né rozza né gratuita ma ha la straordinaria capacità di arrivare a tutti. Tutti si esce dal cinema con il sorriso, grandi e piccini, ciascuno con in mente la sua gag o battuta preferita. E nessuno che si offenda minimamente alle sue "scorrettezze".

Zalone è, insomma, unico, anche nella sua capacità di gestire una carriera che si sta rivelando più fortunata di quanto nessuno si sarebbe potuto immaginare ai suoi esordi. Se proprio si deve individuare un suo limite, credo sia quello della non esportabilità della sua comicità che resta saldamente ancorata alla battuta intraducibile e a riferimenti che appartengono strettamente al nostro paese. Il solo fatto, tuttavia, di avere messo d'accordo tutti, in un'Italia proverbialmente rissosa, mi sembra molto significativo. Ecco perché Checco Zalone, dunque, non solo mette allegria ma fa anche bene.




16 dicembre 2013


Franco&Ciccio, elogio dell'idiozia

A cura di Alberto&Alberto

Da bambino, mi divertivo moltissimo con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, andavo a vedere i loro film ed ero felice quando apparivano come ospiti in qualche programma televisivo. I miei genitori deprecavano questa mia passione: mia madre, in particolare, non li sopportava, trovava la loro comicità ai limiti dell'idiozia e non mancava mai di sottolinearlo. Tuttavia, io non mi lasciavo influenzare da loro. Il benessere passa anche attraverso la difesa dei propri gusti e delle proprie scelte.

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Va detto che l'opinione di mia madre non era isolata. Più o meno come accadde con Totò, Franco & Ciccio erano praticamente ignorati dalla critica e dall'élite intellettuale. Con le debite eccezioni: proprio come Totò che si ritrovò a lavorare con Pasolini e Rossellini, anche i due comici siciliani ebbero i propri estimatori tra alcuni grandi registi, come lo stesso Pasolini ("Che cosa sono le nuvole"), Federico Fellini che volle Ciccio Ingrassia nel suo "Amarcord" così come Elio Petri ("Todo modo") fino ai fratelli Taviani che scelsero la coppia per un episodio del loro "Kaos", tratto dalle novelle di Luigi Pirandello.

Ma poi è vero che - anche in questo caso come Totò - Franco & Ciccio interpretarono decine di film, sfruttati fino all'inverosimile dai produttori: nel solo anno 1964 il loro nome figurava in ben 22 pellicole, totalizzando un incasso pari al 10% di tutti i film italiani! Uno stakanovismo che certamente non giovava al loro profilo artistico, visto che si trattata di titoli tutt'altro che memorabili.

Tornando alla loro comicità, era indubbiamente "basica", fondata sulle regole più elementari e quindi in grado di raggiungere un pubblico vastissimo (a parte mia madre). La loro fisicità e diversità era un ingrediente fondamentale del loro successo, in questo assimilabili ad altre famose coppie comiche come Stanlio & Ollio o Gianni & Pinotto. Anche la sicilianità giocò a loro favore: fino alla loro apparizione, gli attori comici provenivano per lo più da Roma, da Napoli o al massimo da Milano e dunque rappresentarono una novità.

La loro carriera come coppia, agli inizi degli anni '70, subì una battuta d'arresto, dovuta a reciproche incomprensioni sul piano personale che emersero più volte nel corso del decennio. Ma ogni qual volta la coppia si ricomponeva - perlopiù per progetti televisivi - era come se non si fossero mai separati.

Certo, oggi al pubblico dei giovanissimi la loro comicità potrà apparire un po' stantia però non è difficile intravedere nelle coppie comiche di oggi - penso ai "Soliti idioti" che sono un fenomeno per nulla disprezzabile a parer mio e in ogni caso moderno - tracce della loro eredità artistica. A pensarci adesso, se ho superato la mia iniziale ritrosia verso "I soliti idioti" - che divertono molto i miei figli - l'ho fatto anche memore della mia osteggiata (ma in fin dei conti tollerata) passione infantile per Franco & Ciccio.

Oggi, ogni qual volta mi imbatto in Franco & Ciccio - qualche vecchio film, qualche sketch in replica - scopro che anche se i miei gusti in fatto di comicità si sono raffinati già durante l'adolescenza, mi piacciono ancora tantissimo. Anzi, forse ancora più di prima perché riconosco il loro "mestiere", comprendo la loro profonda conoscenza dei meccanismi che portano il pubblico a ridere e a divertirsi, ammiro la loro capacità di sembrare affiatati a dispetto di un rapporto personale non sempre idilliaco.

Ancora meglio che al cinema, dove erano pressoché ingabbiati nel genere parodistico che imperava all'epoca (ne fu vittima anche lo stesso Totò per un lungo periodo), Franco & Ciccio davano il loro meglio nelle loro apparizioni televisive, quando recuperavano il repertorio dell'avanspettacolo, che fu il loro trampolino di lancio. Esemplare questo sketch che "posto" qui sotto, tratto da una puntata dedicata al varietà del programma Rai "Milleluci" del 1974. Occhio ai tempi comici: molti attori di oggi, tempi così se li sognano!


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