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03 marzo 2014


Il cinema a casa, ma in allegria...

A cura di Alberto&Alberto

Per apprezzare veramente un film non c'è niente di meglio che vederlo in una sala cinematografica, dove il buio e il silenzio (ah, quando era veramente tale e non si veniva distratti dalla suoneria dei telefonini!) favoriscono la concentrazione, la comprensione e soprattutto il flusso di emozioni. Personalmente amo molto andare al cinema da solo, abbandonarmi alla visione del film e, alla fine, riflettere su ciò che ho visto, senza sentirmi obbligato a commentare - o rivelare - le mie sensazioni a chicchessia. Ciò non vuol dire che non ami andare in cinema in coppia, o con la famiglia o con uno o più amici… ma insomma, a me spesso e volentieri piace così!

Ci sono film e film, tuttavia e i film comici, in particolare, si vedono più volentieri in compagnia, in virtù dell'effetto contagioso che accompagna l'allegria. Per questo, nonostante resti un fan assoluto e irriducibile del "cinema al cinema", non ho mai disdegnato di vedere un film in casa con gli amici ma prediligendo in questo caso la leggerezza, il divertimento, il disimpegno.

Per una allegra serata di cinema casalingo con gli amici, suggerisco film comici che tutti hanno già visto ma cui la visione collettiva conferisce una dimensione diversa, legata al piacere di stare e divertirsi insieme, tra battute da anticipare, risate anche sguaiate, reciproca complicità e libertà assoluta di commento.

Esiste un filone, più che un genere, molto adatto allo scopo che è quello del cinema cosiddetto "demenziale" che, a dispetto dell'aggettivo apparentemente denigratorio, è stato frequentato da registi, autori ed attori di acclarato talento, altre volte impegnati in - mettiamola così - maggiore "spessore artistico".

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Prendiamo il caso del trio di registi conosciuti come ZAZ, iniziali dei cognomi dei due fratelli Jerry e David Zucker e di quello di Jim Abrahams. Jerry Zucker ha diretto una commedia sentimentale diventata un vero classico come "Ghost" e un film avventuroso, "Il primo cavaliere" con Sean Connery nei panni di Re Artù e Richard Gere in quelli di Lancillotto. Insieme, però, i tre hanno firmato quello che è diventato negli anni un vero classico del cinema comico, nonché "demenziale" che è "L'aereo più pazzo del mondo". Spassosa parodia del genere catastrofico, in particolare di "Airport '75", il film inanella una gag dietro l'altra e anche se può sembrare oggi un po' datato, stando al ritmo e ad una certa ingenuità delle trovate visive, resta uno dei miei film preferiti tra quelli da (ri)vedere con gli amici, garanzia di risate e allegria generale. In subordine, vanno bene anche altri film realizzati precedentemente dal trio, come "Ridere per ridere" (da loro scritto e prodotto, ma diretto da John Landis, "maestro" del genere) o "Top secret" e la serie di "Una pallottola spuntata".

E, ancora, per una serata davvero allegra tra amici e senza troppe remore nel divertirsi con situazioni e battute "demenziali", suggerisco di inserire nel lettore DVD uno dei seguenti titoli (ve li elenco in ordine alfabetico, premettendo che la lista potrebbe essere ancora più lunga, resto disponibile per ulteriori suggerimenti):

"Alta tensione" (1977) di Mel Brooks
"Animal House" (1978) di John Landis
"Arrapaho" (1984) di Ciro Ippolito
"Austin Powers – Il Controspione" (1997) di Jay Roach
"Balle spaziali" (1987) di Mel Brooks.
"Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan" (2006) di Larry Charles
"Brian di Nazareth" (1979) di Terry Jones
"Brüno" (2009) di Larry Charles.
"Decameron Pie" (2007) di David Leland
"Disaster Movie" (2008) di Jason Friedberg, Aaron Seltzer
"Donne amazzoni sulla Luna" (1987) di Joe Dante, John Landis e altri
"L'esorciccio" (1975) di Ciccio Ingrassia
"Fatal Instinct" (1993) di Carl Reiner
"Flesh Gordon" (1974) di Howard Ziehm
"Le folli notti Del Dottor Jerryl" (1963) di Jerry Lewis
"Fusi di testa" (1992) di Penelope Spheeris
"Hot Shots! " (1991) di Jim Abrahams
"Ku Fu? Dalla Sicilia con furore" (1974) di Nando Cicero
"La pazza storia del mondo" (1981) di Mel Brooks
"Porky’s" (1981) di Bob Clark
"Riposseduta" (1990) di Bob Logan
"Scary Movie" (2000) di Keenen Ivory Wayans
"Scemo e più scemo" (1995) di Peter Farrelly
"Scuola di polizia" (1984) di Hugh Wilson
"I sette magnifici Jerry" (1965) di Jerry Lewis
"Shaolin Soccer" (2001) di Stephen Chow Sing-chi
"Il silenzio dei prosciutti" (1993) di Ezio Greggio
"Ultimo tango a Zagarol" (1973) di Nando Cicero
"Zoolander" (2001) di Ben Stiller


24 febbraio 2014


A Carnevale ogni Zorro vale

A cura di Alberto&Alberto

Inizia il Carnevale e spero di imbattermi anche quest'anno in qualche bambino travestito da Zorro. Mi mette allegria: era il mio travestimento preferito da bambino e richiama un personaggio che mi è sempre stato molto simpatico.

Mi mette allegria anche il fatto che Zorro possa farsi ancora largo, nell'immaginario dei bambini, tra i vari supereroi (che restano tra i più gettonati) come Spiderman o Batman e che non sia stato ancora "rottamato" insieme alle maschere più classiche come Arlecchino e Pulcinella (questi ormai davvero introvabili!).

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Zorro, com'è noto, non ha alcun superpotere. È abilissimo con la spada (Z!) ed è un cavallerizzo provetto ma nulla di più. Ciò, tuttavia, lo rende simpatico, a parte che simpatico lo è di suo, dotato di grande ironia oltre che di coraggio e di valori positivi. Ho sempre trovato divertente il fatto che gli basti indossare una mascherina sugli occhi (o una benda dotata di fessure) per non essere riconosciuto, dagli amici ma soprattutto dai nemici. Per la verità, Superman in questo lo batte: a lui basta togliere gli occhiali che indossa il suo alterego, Clark Kent, per diventare un'altra persona!

L'altro giorno leggevo un articolo in cui si raccontava come un nuovo approccio psicoanalitico, negli Stati Uniti, contempli che il paziente, durante le sedute, legga a voce alta i fumetti dei supereroi con l'obiettivo di aumentare la propria autostima. I nomi, a quanto pare, sono i soliti: Superman, Batman, l'Uomo Ragno. E perché non Zorro? Privo di superpoteri e quindi umano come noi, il personaggio contiene in sé un potenziale di empatia decisamente superiore a quello di Hulk & Co.

Più di molti altri personaggi del genere "avventuroso", Zorro ha mantenuto più o meno inalterata la sua fama nel tempo anche se la produzione di film o albi a fumetti è decisamente diminuita: di appena pochi anni fa sono due film interpretati da Antonio Banderas ("La maschera di Zorro" e "The Legend of Zorro", quest'ultimo del 2005) ma per ritrovare il giustiziere mascherato al cinema bisogna tornare alla metà degli anni '70. Il suo debutto al cinema risale al 1920, appena un anno dopo la sua prima apparizione in assoluto, nel romanzo breve "La maledizione di Capistrano" di Johnston McCulley; lo interpretava Douglas Faibanks ed ebbe un successo straordinario aprendo le porte ad una produzione davvero notevole per quantità, comprendendo anche vari cartoons, albi a fumetti, romanzi, film apocrifi e parodie. Oltre a Fairbanks e Banderas, nel tempo il personaggio è stato interpretato tra gli altri da Tyrone Power e Alain Delon ma il mio Zorro preferito, e credo non valga solo per me, è quello di Guy Williams, protagonista della serie di telefilm realizzati alla fine degli anni '50 ma che in Italia furono trasmessi tra la fine degli anni '60 e gli inizi dei '70. Ne posto qui sotto la celebre sigla. Buon carnevale!




17 febbraio 2014


Che bello, due amici, una chitarra (e basta)

A cura di Alberto&Alberto

Chiunque, a qualsiasi età, può imparare a suonare uno strumento musicale, anche se approssimativamente. Più che una buona conoscenza musicale, dovranno servirgli un po' d'orecchio, tanta passione e costanza. Le soddisfazioni sono assicurate, a meno che gli obiettivi che si prefigge non siano troppo alti rispetto alle proprie effettive possibilità.

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Sarò melenso ma penso veramente che uno strumento sia per la vita. Può consolarci nei momenti tristi, può rallegrare tante situazioni, è un eccezionale collante per stare insieme agli altri e, in molti casi, un mezzo per esprimersi e liberare la propria creatività. Suonare uno strumento, inoltre, aiuta a crescere e ad acquisire una maggiore consapevolezza di sè.

Qui mi interessa, però, mettere in luce soprattutto l'aspetto della musica "suonata" rispetto all'allegria cui si può accompagnare in alcune circostanze. Non avete idea di quante serate sono stato testimone nelle quali le conversazioni languivano, noia e disagio emergevano finché qualcuno non ha tirato fuori una chitarra (e talvolta anche un paio di bonghetti, perché no?) e l'atmosfera improvvisamente si trasformava, virando decisamente sull'allegria e sul gusto e il piacere di stare insieme.

Riuscire ad essere artefici di situazioni come quella su descritta può essere davvero fonte di grande soddisfazione, purché si sia in grado di coinvolgere gli altri (intonando canzoni che tutti o quasi conoscono, per esempio, e invitandoli ad unirsi al canto) e di resistere alle smanie da protagonisti o lanciarsi in virtuosismi fuori luogo.

Chi ha imparato a suonare presto uno strumento, difficilmente soffrirà di solitudine o sarà oggetto di emarginazione. Al contrario sarà rispettato, ammirato e cercato. Ma quando e come iniziare?

I pareri qui sono molto discordanti, anche tra i più esperti in materia, e naturalmente variano da strumento a strumento. È opinione abbastanza comune che se si inizia da bambini (a partire dai 5 anni), la musica debba essere approcciata come un gioco, un divertimento, senza forzature e soprattutto trascurando, o limitando al massimo, la parte teorica.

Secondo la mia esperienza (da ex studente di musica ma fondamentalmente autodidatta e poi testimone di alcune "iniziazioni"), è molto importante consentire a chi si avvicina ad uno strumento di imparare il più presto possibile qualcosa di semplice ma efficace da ripetere. In fondo, con qualsiasi strumento, bastano due o tre note per replicare una melodia conosciuta, tanto più se si tratta di accordi. Con la chitarra, ad esempio, il classico, semplice giro di Do (quattro accordi, semplici da eseguire) consente di intonare una quantità notevole di motivi celebri, a partire da "La gatta" di Gino Paoli. Per "La canzone del sole" di Lucio Battisti di accordi ne bastano tre, anche questi semplici da impostare sulla chitarra.

Sempre a mio modesto parere, quando si tratta di musicisti o strimpellatori "in erba", può essere deleterio - parlo da genitore - acquistare loro strumenti costosi e raffinati e accessori vari: qualità di strumenti e quantità di strumentazioni dovrebbero essere direttamente proporzionati ai progressi compiuti nell'apprendimento e nell'esecuzione.

Ultimo consiglio personale: insegnare il rispetto e la cura nei confronti dello strumento, che va mantenuto integro, pulito se necessario, riposto nella sua custodia ogni qual volta si è terminato di suonarlo, sopratutto se ci si trova in situazioni caotiche o in spazi aperti.

Postilla: se qualche giovanissimo fosse incappato in queste mie note, si fermi qui nella lettura e non veda - per non scoraggiarsi anzitempo - il filmato che posto qui sotto, protagonista una ragazzina francese - Tina S. - di 14 anni che si produce in una esecuzione mozzafiato di arie di Vivaldi alla chitarra elettrica. I suoi video spopolano sul web (un altro, in appena 8 mesi, ha totalizzato oltre 8 milioni di visualizzazioni), come peraltro accaduto in passato con altri giovanissimi musicisti prodigio che grazie alla Rete hanno avuto la possibilità di rallegrarci e stupisci con il loro sorprendente virtuosismo, senza transitare nei prolissi e spesso noiosi talent show.




27 gennaio 2014


Mr. Allegria (e benessere)

A cura di Alberto&Alberto

A distanza di un anno esatto dal primo 'post' di Allegria e Benessere, mi decido solo ora a rendere omaggio ad un personaggio che dell'allegria ne ha fatto un fortunato e indimenticabile slogan. Mike Bongiorno, ovviamente, con un cognome che è già evocativo e allegro di suo ('nomen omen', dicevano i nostri avi). C'entra pienamente anche il benessere, visto che è stato sempre uno sportivo, anche in età avanzata. Fu proprio lo sport a segnare la sua adolescenza e ad aiutarlo a superare un periodo difficile, quale quello che visse quando dalla natia New York si trasferì a Torino con la madre, dopo la separazione dei genitori e il fallimento del padre dopo il crollo della Borsa americana del '29. Timido e tormentato, si sfogava praticando, ed eccellendo, come scalatore e atleta nel salto in alto. Lo sport accompagnò anche i suoi esordi professionali da giornalista, il suo primo lavoro: ancora liceale, ottenne un incarico dal quotidiano La Stampa per seguire il calcio, il ciclismo e le regate. Prima della guerra e della famosa prigionia.

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Lo sport e il benessere sono rimasti una costante nella vita privata di Mike Bongiorno. Lo sci era la sua disciplina preferita, e non a caso ad una impresa in montagna è legata una celebre pubblicità di una grappa che lo vide protagonista (anni più tardi fece pubblicità ad un olio, e fu ritratto sulle piste da sci insieme ad uno dei suoi figli). Ancora nel 2001, quando aveva ben 77 anni, partecipò ad una spedizione al Polo Nord. Diversi anni prima, nel 1978 (già ultracinquantenne) si accostò al tennis come terapia fisioterapica e vi si appassionò, proseguendo a giocare pressoché tutta la vita. Ma praticò con successo anche l'equitazione e le immersioni subacquee, in una continua sfida con se stesso e con i suoi limiti.

Quella stessa carica positiva ed energica che metteva nelle sue prodezze sportive, si riflettevano nella sua attività, ben più nota per il grande pubblico, di presentatore televisivo. Con un particolare senso dello humour che spesso veniva confuso con l'ingenuità ma che invece era il segno di un'autenticità che gli consentiva di stabilire una particolare empatia con il pubblico di tutte le età.

Ricordo che quando andava in onda Rischiatutto, forse il suo programma di maggiore successo (ma prima c'era stato "Lascia o raddoppia"), ero poco più che un bambino, capivo poco o nulla delle domande che venivano rivolte ai concorrenti (ben più dotte e complesse di quanto lo siano quello dei telequiz che lo hanno seguito) ma ero rapito dalla verve del presentatore, dal suo modo di interagire con i concorrenti o con gli ospiti, e non mancavo una puntata, con disperazione dei miei genitori (il programma andava in onda il giovedì sera e il giorno dopo dovevo andare a scuola).

Mike Bongiorno è stata una presenza costante dalla televisione italiana, prima sulle reti statali e poi private, con programmi dall'alterna fortuna che non hanno mai intaccato né la sua popolarità né la sua espressività che è rimasta sempre tale. Anzi, addirittura rafforzata ad età ormai avanzata nelle sue varie sortite a fianco di Fiorello con il quale fu protagonista di gag esilaranti, sia alla radio che in televisione.

Lo stesso Fiorello, nell'ultimo saluto all'amico, fu la persona più adatta a ricordare la sua allegria e il suo senso dell'umorismo, i tratti distintivi di un personaggio positivo che ha conquistato diverse generazioni di spettatori.


13 gennaio 2014


Mr. Bean, l'allegria condivisa

A cura di Alberto&Alberto

Ho scritto, in passato, di grandi attori comici del muto che hanno rallegrato la mia infanzia e che seguitano a mettermi allegria ogni volta che mi imbatto in qualche vecchia comica in TV (ma, all'uopo, ho anche una buona scorta di DVD, soprattutto di Stanlio&Ollio). Tuttavia mi rendo conto che le giovani generazioni, i ragazzini soprattutto, fanno una certa fatica a seguire filmati in bianco e nero, dalla fotografia generalmente sgranata e con il sonoro (quando c'è!) gracchiante. Proprio ieri sera mi sono imbattuto in una coppia di conoscenti con figlio adolescente; parlando di cinema con quest'ultimo, mi ha raccontato come un suo amichetto gli avesse proposto la visione di un film con Buster Keaton e di come la sua reazione sia stata tutt'altro che entusiasta.

I giovanissimi ridono a crepapelle con "I soliti idioti" che la maggior parte degli adulti non capiscono, con i cinepanettoni e con molti comici dalla "parolaccia" facile e dal talento discutibile. Niente di male: la comicità, nel bene e nel male, insegue il cambiamento dei tempi e trovo fisiologico che una nuova generazione si appassioni a certi personaggi o si diverta con certe battute che non appassionano o divertono le generazioni che l'hanno preceduta.

Interrogandomi in questo blog su un'allegria che si fa benessere quando viene condivisa rafforzando così i legami (quello tra genitori e figli, ad esempio), mi sono chiesto se esistono oggi figure in grado di creare tale condivisione. Escludendo fenomeni "nazionali" come Totò, Alberto Sordi o anche Checco Zalone, se vogliamo pensare in termini "globali" la risposta può essere probabilmente una sola: Mr. Bean.

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Mr. Bean è stato creato dall'attore inglese Rowan Atkinson insieme allo sceneggiatore Richard Curtis alla fine degli anni '80, anche se alcuni tratti del personaggio erano già presenti in un'altra caratterizzazione di Atkinson in una sit-com del 1979. Le potenzialità di Mr. Bean furono chiare all'attore nel 1987 quando fu invitato ad un festival della comicità in Canada dove c'erano due programmi distinti, uno in francese e uno in inglese. Benché di nascita britannica, Atkinson chiese ed ottenne dagli organizzatori di potersi esibire nel programma in lingua francese, dal momento che il suo personaggio era muto. Ebbe così un primo, significativo riscontro di come Mr. Bean sarebbe potuto essere un fenomeno senza barriere linguistiche né culturali. E così fu, effettivamente, quando nacque la serie televisiva "Mr. Bean", nel 1990, riscuotendo un successo tale da essere venduta in ben 200 paesi!

La comicità di Mr. Bean, a ben vedere, non è tanto diversa da quella di Buster Keaton, Charlot o Stanlio & Ollio; una comicità "situazionale" fondata su personaggi ben riconoscibili nelle loro peculiarità cui capitano avventure - o meglio disavventure - sempre diverse, cui reagiscono da par loro, quasi sempre con goffaggine. La mimica è ovviamente fondamentale ma Mr. Bean non deve sforzarsi molto per divertire, come pure avveniva con gli illustri precedenti già citati. Con il suo abbigliamento sempre uguale ed elementi ricorrenti come la sua auto Mini e l'orsetto Teddy, allo spettatore basta la visione di un episodio o poco più per affezionarsi al personaggio e proseguire a divertirsi sempre di più, episodio dopo episodio.

Episodi che, se rapportati al successomondiale riscosso dal personaggio, sono insolitamente pochi: appena 14 (19 se si contano anche gli inediti poi inseriti nelle edizioni home video), trasmessi per la prima volta dalla Tv inglese tra il 1990 e il 1995. Così ha voluto Atkinson e probabilmente ha avuto ragione, dal momento che ogni singolo episodio è diventato un "cult" assoluto e che a distanza di tanti anni la serie viene regolarmente riproposta da varie emittenti televisive. Per chi non è riuscito proprio ad accontentarsi, comunque, Atkinson ha anche interpretato Mr. Bean per due volte al cinema e ha prestato la sua voce (che si limita a qualche mugugno incomprensibile) ad una serie animata.

Come altri attori comici, a dispetto del suo personaggio, Rowan Atkinson (uno degli uomini più ricchi d'Inghilterra!) è nella realtà una persona schiva, non particolarmente brillante, persino snob: si pensi che ha impedito per diversi anni che la serie televisiva fosse trasmessa in Italia per potersi godere in santa pace le sue vacanze in Sardegna senza essere riconosciuto! Di due anni fa la dichiarazione che non avrebbe mai più interpretato Mr. Bean, né per la televisione né per il cinema, considerandolo un personaggio troppo faticoso per la sua età (per la verità, oggi ha appena 59 anni, cinque in meno di quanti ne aveva Harrison Ford quando ha interpretato l'ultima volta Indiana Jones!). Ma forse è meglio così: non so se un Mr. Bean rugoso e ingrigito sarebbe la stessa cosa. E in ogni caso, la storia del cinema è piena di ripensamenti (e c'è persino un nuovo Indiana Jones dietro l'angolo…).



N.B. Allo sketch che avete visto qui sopra è legato un curioso aneddoto che appendo solo ora da Wikipedia. In una serie televisiva dell'emittente Discovery Channel sono stati effettuati alcuni esperimenti ispirati alle avventure di Mr. Bean, compreso quello di imbiancare una stanza con gli stessi mezzi utilizzati dal personaggio interpretato da Rowan Atkinson. I risultati, però, non sono stati altrettanto brillanti


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