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17 febbraio 2014


Che bello, due amici, una chitarra (e basta)

A cura di Alberto&Alberto

Chiunque, a qualsiasi età, può imparare a suonare uno strumento musicale, anche se approssimativamente. Più che una buona conoscenza musicale, dovranno servirgli un po' d'orecchio, tanta passione e costanza. Le soddisfazioni sono assicurate, a meno che gli obiettivi che si prefigge non siano troppo alti rispetto alle proprie effettive possibilità.

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Sarò melenso ma penso veramente che uno strumento sia per la vita. Può consolarci nei momenti tristi, può rallegrare tante situazioni, è un eccezionale collante per stare insieme agli altri e, in molti casi, un mezzo per esprimersi e liberare la propria creatività. Suonare uno strumento, inoltre, aiuta a crescere e ad acquisire una maggiore consapevolezza di sè.

Qui mi interessa, però, mettere in luce soprattutto l'aspetto della musica "suonata" rispetto all'allegria cui si può accompagnare in alcune circostanze. Non avete idea di quante serate sono stato testimone nelle quali le conversazioni languivano, noia e disagio emergevano finché qualcuno non ha tirato fuori una chitarra (e talvolta anche un paio di bonghetti, perché no?) e l'atmosfera improvvisamente si trasformava, virando decisamente sull'allegria e sul gusto e il piacere di stare insieme.

Riuscire ad essere artefici di situazioni come quella su descritta può essere davvero fonte di grande soddisfazione, purché si sia in grado di coinvolgere gli altri (intonando canzoni che tutti o quasi conoscono, per esempio, e invitandoli ad unirsi al canto) e di resistere alle smanie da protagonisti o lanciarsi in virtuosismi fuori luogo.

Chi ha imparato a suonare presto uno strumento, difficilmente soffrirà di solitudine o sarà oggetto di emarginazione. Al contrario sarà rispettato, ammirato e cercato. Ma quando e come iniziare?

I pareri qui sono molto discordanti, anche tra i più esperti in materia, e naturalmente variano da strumento a strumento. È opinione abbastanza comune che se si inizia da bambini (a partire dai 5 anni), la musica debba essere approcciata come un gioco, un divertimento, senza forzature e soprattutto trascurando, o limitando al massimo, la parte teorica.

Secondo la mia esperienza (da ex studente di musica ma fondamentalmente autodidatta e poi testimone di alcune "iniziazioni"), è molto importante consentire a chi si avvicina ad uno strumento di imparare il più presto possibile qualcosa di semplice ma efficace da ripetere. In fondo, con qualsiasi strumento, bastano due o tre note per replicare una melodia conosciuta, tanto più se si tratta di accordi. Con la chitarra, ad esempio, il classico, semplice giro di Do (quattro accordi, semplici da eseguire) consente di intonare una quantità notevole di motivi celebri, a partire da "La gatta" di Gino Paoli. Per "La canzone del sole" di Lucio Battisti di accordi ne bastano tre, anche questi semplici da impostare sulla chitarra.

Sempre a mio modesto parere, quando si tratta di musicisti o strimpellatori "in erba", può essere deleterio - parlo da genitore - acquistare loro strumenti costosi e raffinati e accessori vari: qualità di strumenti e quantità di strumentazioni dovrebbero essere direttamente proporzionati ai progressi compiuti nell'apprendimento e nell'esecuzione.

Ultimo consiglio personale: insegnare il rispetto e la cura nei confronti dello strumento, che va mantenuto integro, pulito se necessario, riposto nella sua custodia ogni qual volta si è terminato di suonarlo, sopratutto se ci si trova in situazioni caotiche o in spazi aperti.

Postilla: se qualche giovanissimo fosse incappato in queste mie note, si fermi qui nella lettura e non veda - per non scoraggiarsi anzitempo - il filmato che posto qui sotto, protagonista una ragazzina francese - Tina S. - di 14 anni che si produce in una esecuzione mozzafiato di arie di Vivaldi alla chitarra elettrica. I suoi video spopolano sul web (un altro, in appena 8 mesi, ha totalizzato oltre 8 milioni di visualizzazioni), come peraltro accaduto in passato con altri giovanissimi musicisti prodigio che grazie alla Rete hanno avuto la possibilità di rallegrarci e stupisci con il loro sorprendente virtuosismo, senza transitare nei prolissi e spesso noiosi talent show.




27 gennaio 2014


Mr. Allegria (e benessere)

A cura di Alberto&Alberto

A distanza di un anno esatto dal primo 'post' di Allegria e Benessere, mi decido solo ora a rendere omaggio ad un personaggio che dell'allegria ne ha fatto un fortunato e indimenticabile slogan. Mike Bongiorno, ovviamente, con un cognome che è già evocativo e allegro di suo ('nomen omen', dicevano i nostri avi). C'entra pienamente anche il benessere, visto che è stato sempre uno sportivo, anche in età avanzata. Fu proprio lo sport a segnare la sua adolescenza e ad aiutarlo a superare un periodo difficile, quale quello che visse quando dalla natia New York si trasferì a Torino con la madre, dopo la separazione dei genitori e il fallimento del padre dopo il crollo della Borsa americana del '29. Timido e tormentato, si sfogava praticando, ed eccellendo, come scalatore e atleta nel salto in alto. Lo sport accompagnò anche i suoi esordi professionali da giornalista, il suo primo lavoro: ancora liceale, ottenne un incarico dal quotidiano La Stampa per seguire il calcio, il ciclismo e le regate. Prima della guerra e della famosa prigionia.

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Lo sport e il benessere sono rimasti una costante nella vita privata di Mike Bongiorno. Lo sci era la sua disciplina preferita, e non a caso ad una impresa in montagna è legata una celebre pubblicità di una grappa che lo vide protagonista (anni più tardi fece pubblicità ad un olio, e fu ritratto sulle piste da sci insieme ad uno dei suoi figli). Ancora nel 2001, quando aveva ben 77 anni, partecipò ad una spedizione al Polo Nord. Diversi anni prima, nel 1978 (già ultracinquantenne) si accostò al tennis come terapia fisioterapica e vi si appassionò, proseguendo a giocare pressoché tutta la vita. Ma praticò con successo anche l'equitazione e le immersioni subacquee, in una continua sfida con se stesso e con i suoi limiti.

Quella stessa carica positiva ed energica che metteva nelle sue prodezze sportive, si riflettevano nella sua attività, ben più nota per il grande pubblico, di presentatore televisivo. Con un particolare senso dello humour che spesso veniva confuso con l'ingenuità ma che invece era il segno di un'autenticità che gli consentiva di stabilire una particolare empatia con il pubblico di tutte le età.

Ricordo che quando andava in onda Rischiatutto, forse il suo programma di maggiore successo (ma prima c'era stato "Lascia o raddoppia"), ero poco più che un bambino, capivo poco o nulla delle domande che venivano rivolte ai concorrenti (ben più dotte e complesse di quanto lo siano quello dei telequiz che lo hanno seguito) ma ero rapito dalla verve del presentatore, dal suo modo di interagire con i concorrenti o con gli ospiti, e non mancavo una puntata, con disperazione dei miei genitori (il programma andava in onda il giovedì sera e il giorno dopo dovevo andare a scuola).

Mike Bongiorno è stata una presenza costante dalla televisione italiana, prima sulle reti statali e poi private, con programmi dall'alterna fortuna che non hanno mai intaccato né la sua popolarità né la sua espressività che è rimasta sempre tale. Anzi, addirittura rafforzata ad età ormai avanzata nelle sue varie sortite a fianco di Fiorello con il quale fu protagonista di gag esilaranti, sia alla radio che in televisione.

Lo stesso Fiorello, nell'ultimo saluto all'amico, fu la persona più adatta a ricordare la sua allegria e il suo senso dell'umorismo, i tratti distintivi di un personaggio positivo che ha conquistato diverse generazioni di spettatori.


13 gennaio 2014


Mr. Bean, l'allegria condivisa

A cura di Alberto&Alberto

Ho scritto, in passato, di grandi attori comici del muto che hanno rallegrato la mia infanzia e che seguitano a mettermi allegria ogni volta che mi imbatto in qualche vecchia comica in TV (ma, all'uopo, ho anche una buona scorta di DVD, soprattutto di Stanlio&Ollio). Tuttavia mi rendo conto che le giovani generazioni, i ragazzini soprattutto, fanno una certa fatica a seguire filmati in bianco e nero, dalla fotografia generalmente sgranata e con il sonoro (quando c'è!) gracchiante. Proprio ieri sera mi sono imbattuto in una coppia di conoscenti con figlio adolescente; parlando di cinema con quest'ultimo, mi ha raccontato come un suo amichetto gli avesse proposto la visione di un film con Buster Keaton e di come la sua reazione sia stata tutt'altro che entusiasta.

I giovanissimi ridono a crepapelle con "I soliti idioti" che la maggior parte degli adulti non capiscono, con i cinepanettoni e con molti comici dalla "parolaccia" facile e dal talento discutibile. Niente di male: la comicità, nel bene e nel male, insegue il cambiamento dei tempi e trovo fisiologico che una nuova generazione si appassioni a certi personaggi o si diverta con certe battute che non appassionano o divertono le generazioni che l'hanno preceduta.

Interrogandomi in questo blog su un'allegria che si fa benessere quando viene condivisa rafforzando così i legami (quello tra genitori e figli, ad esempio), mi sono chiesto se esistono oggi figure in grado di creare tale condivisione. Escludendo fenomeni "nazionali" come Totò, Alberto Sordi o anche Checco Zalone, se vogliamo pensare in termini "globali" la risposta può essere probabilmente una sola: Mr. Bean.

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Mr. Bean è stato creato dall'attore inglese Rowan Atkinson insieme allo sceneggiatore Richard Curtis alla fine degli anni '80, anche se alcuni tratti del personaggio erano già presenti in un'altra caratterizzazione di Atkinson in una sit-com del 1979. Le potenzialità di Mr. Bean furono chiare all'attore nel 1987 quando fu invitato ad un festival della comicità in Canada dove c'erano due programmi distinti, uno in francese e uno in inglese. Benché di nascita britannica, Atkinson chiese ed ottenne dagli organizzatori di potersi esibire nel programma in lingua francese, dal momento che il suo personaggio era muto. Ebbe così un primo, significativo riscontro di come Mr. Bean sarebbe potuto essere un fenomeno senza barriere linguistiche né culturali. E così fu, effettivamente, quando nacque la serie televisiva "Mr. Bean", nel 1990, riscuotendo un successo tale da essere venduta in ben 200 paesi!

La comicità di Mr. Bean, a ben vedere, non è tanto diversa da quella di Buster Keaton, Charlot o Stanlio & Ollio; una comicità "situazionale" fondata su personaggi ben riconoscibili nelle loro peculiarità cui capitano avventure - o meglio disavventure - sempre diverse, cui reagiscono da par loro, quasi sempre con goffaggine. La mimica è ovviamente fondamentale ma Mr. Bean non deve sforzarsi molto per divertire, come pure avveniva con gli illustri precedenti già citati. Con il suo abbigliamento sempre uguale ed elementi ricorrenti come la sua auto Mini e l'orsetto Teddy, allo spettatore basta la visione di un episodio o poco più per affezionarsi al personaggio e proseguire a divertirsi sempre di più, episodio dopo episodio.

Episodi che, se rapportati al successomondiale riscosso dal personaggio, sono insolitamente pochi: appena 14 (19 se si contano anche gli inediti poi inseriti nelle edizioni home video), trasmessi per la prima volta dalla Tv inglese tra il 1990 e il 1995. Così ha voluto Atkinson e probabilmente ha avuto ragione, dal momento che ogni singolo episodio è diventato un "cult" assoluto e che a distanza di tanti anni la serie viene regolarmente riproposta da varie emittenti televisive. Per chi non è riuscito proprio ad accontentarsi, comunque, Atkinson ha anche interpretato Mr. Bean per due volte al cinema e ha prestato la sua voce (che si limita a qualche mugugno incomprensibile) ad una serie animata.

Come altri attori comici, a dispetto del suo personaggio, Rowan Atkinson (uno degli uomini più ricchi d'Inghilterra!) è nella realtà una persona schiva, non particolarmente brillante, persino snob: si pensi che ha impedito per diversi anni che la serie televisiva fosse trasmessa in Italia per potersi godere in santa pace le sue vacanze in Sardegna senza essere riconosciuto! Di due anni fa la dichiarazione che non avrebbe mai più interpretato Mr. Bean, né per la televisione né per il cinema, considerandolo un personaggio troppo faticoso per la sua età (per la verità, oggi ha appena 59 anni, cinque in meno di quanti ne aveva Harrison Ford quando ha interpretato l'ultima volta Indiana Jones!). Ma forse è meglio così: non so se un Mr. Bean rugoso e ingrigito sarebbe la stessa cosa. E in ogni caso, la storia del cinema è piena di ripensamenti (e c'è persino un nuovo Indiana Jones dietro l'angolo…).



N.B. Allo sketch che avete visto qui sopra è legato un curioso aneddoto che appendo solo ora da Wikipedia. In una serie televisiva dell'emittente Discovery Channel sono stati effettuati alcuni esperimenti ispirati alle avventure di Mr. Bean, compreso quello di imbiancare una stanza con gli stessi mezzi utilizzati dal personaggio interpretato da Rowan Atkinson. I risultati, però, non sono stati altrettanto brillanti


06 gennaio 2014


La Befana vien di notte…

A cura di Alberto&Alberto

È una delle ricorrenze più allegre e attese dai bambini, quella di oggi della Befana. Tanto più che l'atmosfera permanente di festa distrae o consola dal fatto che manca solo un giorno alla ripresa della scuola e della quotidianità, a meno di rari rinvii del calendario - a proposito: accadrà solo nel 2017 che il 6 gennaio cada di venerdì, facendo sì che la fine delle vacanze sia rinviata al 9!

Spero che tutti, come me, ricordino l'eccitazione del mattino, quando - appena svegli - si correva in cucina e si trovava la calza appesa alla cappa o sotto di essa, piena di dolci (o anche qualche regalo, come accadeva a me da bambino). Nella felice ingenuità della prima infanzia, si rimaneva incantati di fronte a quella tazza di latte che avevamo lasciato piena sul tavolo della cucina prima di andare a dormire e che ora era vuota, con i resti dei biscotti lì accanto (le generazioni che ci hanno preceduto, usavano invece lasciare un frutto e un bicchiere di vino, ma non è che nei decenni la Befana sia diventata astemia?).

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Ancora una volta la Befana era arrivata ed aveva avuto pietà delle nostre marachelle e capricci. E se pure ci aveva portato il carbone, come da giorni minacciavano i nostri genitori se non ci fossimo comportati bene, la delusione durava un attimo, giusto il tempo di scoprire che il carbone anche quell'anno era fatto di zucchero, tanto duro da masticare (era forse quella la punizione?) quanto buono.

Aldilà delle poche informazioni desumibili dalla filastrocca "La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte…", della Befana abbiamo saputo sempre poco. La sua immagine la conosciamo bene: vecchia, a cavallo di una scopa, la gonna lunga e svolazzante, il naso adunco, il mento aguzzo, i brufoli. Ma chi è veramente? E perché vuole bene a tutti i bambini?

La questione, diciamolo subito, è controversa. Certa è l'origine del suo nome legato all'Epifania (dal greco: "avvento") e dunque al giorno in cui, secondo tradizione, i re Magi si recavano al luogo della natività di Gesù per portargli offerte di oro, incensa e mirra. Ok, ma che c'entra la Befana? Una leggenda narra che, durante il loro viaggio verso Betlemme, i tre Magi si persero e, in cerca di indicazioni, bussarono alla porta di una vecchietta che indicò loro la strada ma che si rifiutò di accompagnarli perché troppo indaffarata. Salvo pentirsene poco dopo, quando i Magi si erano già incamminati. Da qui l'iniziativa della Befana di uscire anch'essa alla ricerca di Gesù, regalando doni a tutti i bambini che incontrava sul suo cammino.

Vabbè, ma la scopa che c'entra allora? La questione si fa un po' più complicata, poiché si fondono credenze e tradizioni diverse, alcune anche estranee alla cristianità. Come quella, Romana e pagana, per cui nella dodicesima notte dopo il solstizio invernale, la Natura rinasceva dopo gli stenti dell'inverno e dopo che un gruppo di figure femminili avevano propiziato i nuovi raccolti, volando sopra i campi (da qui la scopa?). Una credenza che ebbe una certa fortuna, tramandata per secoli e secoli finché nel Medioevo non prese forma la figura (rimasta però ambigua) della Befana.

Epifania e Befana assumono significati e forme diverse a seconda dei Paesi e delle diverse tradizioni tramandate. In Russia, la Befana è chiamata Babuschka (letteralmente: nonna) e porta i suoi doni nello stesso giorno della nostra Epifania che però in Russia corrisponde al Natale ortodosso. Nella stessa Italia, l'Epifania ha riti diversi, secondo regioni e tradizioni. Ma l'allegria per l'arrivo della Befana è uguale a tutte le latitudini. Chiunque essa sia…

Contrariamente a Babbo Natale che vanta un ricchissimo repertorio di canzoni dedicate, la Befana è in forte deficit di omaggi canori. L'unico rimarchevole è quello di Gianni Morandi, con una canzone del 1978 della quale, onestamente, non conservavo memoria…


30 dicembre 2013


C'era una volta il Corriere dei Ragazzi

A cura di Alberto&Alberto

Mettendo un po' d'ordine nella mia libreria, l'occhio è caduto sul bel volume che ebbi in regalo un paio d'anni fa e che raccoglie alcune tavole e rubriche del "Corriere dei Ragazzi". Ne ho ripreso la lettura interrotta a suo tempo ed ho (ri)scoperto alcune meraviglie di creatività artistica che rallegravano le mie giornate di adolescente e che, a distanza di tanti anni, tornano a mettermi di buonumore e a farmi sentire bene.

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Non per effetto della nostalgia. Ma per l'intelligenza, il senso dell'humor e la bravura di alcuni autori che sono passati alla Storia del fumetto italiano e che in qualche caso hanno mosso i loro primi passi nel settimanale che nacque da una costola del Corriere dei Piccoli, a sua volta emanazione del Corriere della Sera.

Le pubblicazioni del Corriere dei Ragazzi durarono 5 anni, dal 1972 al 1976; nel suo periodo più fortunato arrivò a vendere 250.000 copie alla settimana (il prezzo era di 200 lire). Dopo il 1976 la rivista cambiò nome, formato e contenuti per inseguire il successo di albi di fumetti come Il Monello e l'Intrepido, ma senza molta fortuna.

Quello del quadriennio 1972-1975 viene considerato a ragione il periodo aureo della rivista nella quale si sono formati giornalisti come Ferruccio De Bortoli e autori come Tiziano Sclavi ("Dylan Dog"). Nel bel libro antologico in mio possesso, si racconta come la redazione fosse molto affiatata e che il divertimento e l'allegria che procuravano ai lettori era prima di tutto il divertimento e l'allegria degli autori nei confronti del loro lavoro.

A dire la verità, Il Corriere dei Ragazzi non era solo divertimento, era anche un tentativo di suscitare l'interesse degli adolescenti nei confronti dell'attualità, in attesa di "traghettarli" nella lettura del 'papà' Corriere della Sera. E oltre che di attualità si parlava di un po' di tutto, dallo sport al cinema, dalla musica alla Storia. E c'era poi una parte del giornale che era di puro divertimento, con fumetti o tavole decisamente fuori dalle righe, uno spazio di grande libertà espressiva nel quale dominava una rubrica chiamata "Tilt" (sottotitolo "La rubrica pazza pazza pazza") curata da Alfredo Castelli, Daniele Fagarazzi e da quel genio del fumetto italiano che era Franco Bonvicini, meglio conosciuto come Bonvi.

Il successo della rubrica era tale che io, come tanti, dopo aver acquistato il Corriere dei Ragazzi, andavo subito a cercare e leggere "Tilt", senza neppure soffermarmi sulla copertina della settimana. E il divertimento raddoppiava se nella rubrica compariva il personaggio dell'"omino bufo" (vedi tavole sopra), una delle creazioni più fortunate e surreali di Alfredo Castelli poi meritevole, qualche decennio dopo, di una raccolta interamente dedicata.

Solo per citare alcuni tra gli altri personaggi più divertenti del "Corriere dei Ragazzi" c'erano la "mitica" Valentina Mela Verde di Grazia Nidasio, Cip l'arcipoliziotto di Benito Jacovitti, Lupo Alberto, Cattivik di Silver, lo zio Boris e Otto Kruntz di Castelli/Fagarazzi e le creazioni più popolari di Bonvi come Sturmtruppen e Nick Carter. Quest'ultimo proveniva nientemeno che dalla televisione, come protagonista di quel "SuperGulp!" che per primo portò i fumetti sul piccolo schermo e che raggiunse, nella sua stagione più seguita, l'83% di indice di gradimento. Qui sotto, l'indimenticabile sigla di apertura.




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