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22 agosto 2017


Disco music, allegria in pista

A cura di Alberto&Alberto

Come osservavamo nel post della settimana scorsa dedicato al quarantennale della “Febbre del sabato sera” e ai Bee Gees, la maggior parte della musica che viene suonata nelle discoteche da diversi anni a questa parte, risulta indigesta a chi non è appassionato di techno o house. Non è così con la classica disco music, quella degli anni ’70 per intenderci, che risulta invece gradita ai più, e indipendentemente dall’età degli ascoltatori.

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Le canzoni di Barry White, dei KC & The Sunshine Band, di Donna Summer o Gloria Gaynor, d’altronde, risuonano ancora nelle discoteche e nelle radio di tutto il mondo, accolte con la stessa allegria che contagiava i frequentatori delle piste da ballo dell’epoca d’oro del genere, tra il 1974 e il 1977.

Non solo discoteca: molti brani di disco music, durante quegli anni, ottenevano clamorosi riscontri di vendite, figurando spesso al primo posto delle classifiche. Ricordo ancora come Barry White, per alcuni mesi del 1974, era riuscito a dominare la Top 10 italiana (!) con più brani contemporaneamente. O l’impatto che ebbe, per il genere, la svolta elettronica imposta dall’italiano Giorgio Moroder con la produzione dell’ex modella Donna Summer e l’exploit di canzoni lunghe, ammalianti e insolitamente ipnotiche come “Love to Love You Baby” e “I Feel Love”. O quando persino i gruppi e artisti rock dovettero piegarsi alla disco imperante, sciorinando brani da dancefloor come "Da Ya Think I'm Sexy?" (Rod Stewart), "I Was Made For Lovin' You" (Kiss), "Miss you" (Rolling Stones), "Another One Bites the Dust" (Queen). E dire che la disco nacque anche come reazione contro il dominio della musica rock ! (cfr. Wikipedia)

Ma veniamo all’oggi. Artiste come Gloria Gaynor e Amii Stewart girano ancora in lungo e largo per il nostro Paese (e non solo), riproponendo successi come “Reach Out I'll Be There”, “Never Can Say Goodbye”, “I Will Survive” o “Knock on Wood” (che poi in gran parte erano brani di rhythm'n'blues degli anni '60 riadattati nel ritmo e nelle sonorità).

Lo stile unico degli Chic, caratterizzato dalla chitarra di Nile Rodgers, aveva entusiasmato negli anni ’70 con hit come “Le Freak” e “Good Times”. Dopo che il loro sound è stato riscoperto e riproposto dal duo elettronico francese dei Daft Punk (“Get Lucky”), Rodgers è tornato sulla cresta dell’onda, con ulteriori collaborazioni e tour mondiali. Lo stesso già citato Giorgio Moroder, sempre grazie al ripescaggio ad opera dei Daft Punk, all’età di 76 anni è più attivo che mai con dischi e performance da disc-jockey nelle discoteche più in voga del pianeta.

KC & the Sunshine Band, capitanati da Harry Wayne Casey, furono tra i primi artisti ad avere un successo internazionale con un brano di disco music, “Get down tonight”, nell’agosto del 1975. Seguirono i trionfi di "(That's the way) I like it”, "I'm Your Boogie Man”, "(Shake, Shake, Shake) Shake Your Booty”. Dopo anni di oblio si sono riaffacciati proprio quest’anno sulle scene con un nuovo singolo, "Movin' your body", il primo dopo oltre tre lustri.

L’allegria è ancora rinnovata per tutti quando alla radio trasmettono (come avviene con regolarità), classici come “Disco Inferno” dei The Trammps, “Kung fu Fighting” di Carl Douglas, “Born to be Alive” di Patrick Hernandez, “YMCA” dei Village People, “Daddy Cool” dei Boney M, “We Are Family” delle Sister Sledge o “You make me feel” di Sylvester. Per non parlare dei classici di disco music ad opera degli Abba, di Michael Jackson e, naturalmente, dei Bee Gees.

Non era così scontata, questa longevità della disco music che ha ormai travalicato il semplice revival. L’allegria, d’altronde, non conosce tempo


15 agosto 2017


40 anni di febbre e di allegria

A cura di Alberto&Alberto

Forse se ne parlerà di più l’anno prossimo, quando cadrà il quarantennale dall’uscita nelle sale cinematografiche italiane (13 marzo 1978). Ma “La febbre del sabato sera”, film epocale per diversi motivi e comunque una delle pellicole musicali più belle e amate della Storia del Cinema, data in realtà 1977, uscito negli Stati Uniti il 16 dicembre di quell’anno.

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Il successo del film, negli Usa come in Italia come altrove, fu travolgente in linea con il cognome del suo protagonista allora misconosciuto e poi diventato, dopo quella pellicola, uno degli attori più amati e popolari di tutti i tempi. Una fama imperitura, quella di “La febbre del sabato sera”, solo in parte da attribuire al carisma di John Travolta e all’ottima fattura della pellicola, diretta dal bravo John Badham. Un film che – lo ricordiamo – era iscrivibile nel genere drammatico e che affrontava temi seri come – citiamo da Wikipedia – l’emigrazione, l’uso degli stupefacenti nelle discoteche, il razzismo e la guerra tra bande.

Ma tutto questo passa quasi in secondo piano rispetto alla fama conquistata dalla sua colonna sonora, che metteva insieme alcuni successi dell’allora emergente disco music e canzoni di un gruppo pop che si era abilmente (e intelligentemente) riciclato con il genere: i Bee Gees.

Benché per un certo periodo, alla fine degli anni ’60, i Bee Gees avevano inanellato una serie di “hit” tali da farli competere con i Beatles e con altri famosi gruppi del periodo, il gruppo formato dagli australiani fratelli Gibb, aveva conosciuto un periodo di crisi all’inizio del decennio successivo da cui si risollevarono cavalcando l’onda del fenomeno di un genere nato nella comunità nera all’inizio degli anni ’70 e poi evoluto in varie direzioni incrociando anche il genere vocale, di cui erano proprio campioni i Bee Gees.

Stayin’ Alive”, “Night Fever”, “More Than a Woman” e “You Should Be Dancing”, per citare solo i titoli presenti nella colonna sonora della “Febbre del sabato sera” scritti ed eseguiti dal gruppo (ma sia prima che dopo, i Bee Gees hanno visto trionfare nelle classifiche anche altri brani in stile ‘disco’) sono canzoni che ancora oggi trasmettono allegria ad alto tasso transgenerazionale. Se pure chi oggi ha più di trent’anni fatica generalmente (o rifiuta, non senza buoni motivi) ad adeguarsi all’evoluzione che ha conosciuto la musica da discoteca dagli anni ’80 in poi, quelle canzoni sono conosciute e gradite pressoché da tutti. Sono assurte, con merito, alla statura di “classici”. Sono stati oggetto (lo è stato anche il film, per la verità) di innumerevoli tentativi di imitazione, talvolta anche riusciti ma sempre un passo indietro rispetto agli originali.

Mi è capitato di partecipare a serate in discoteca in cui la ‘scaletta’ dei brani del momento veniva spezzata dalla riproposizione di “Stayin’ Alive”, o “Night Fever”. E’ quello il momento in cui sulla pista da ballo si riversano tutti, ma proprio tutti, magari muovendosi in maniera goffa o comunque appesantita dall’età avanzata ma il richiamo resta irresistibile. E il divertimento sempre assicurato.

(Tornerò, la prossima settimana, a scrivere della disco music degli anni ’70 che tanta allegria ha regalato a livello planetario, raccontando le sue origini e i suoi sviluppi, ma soffermandomi soprattutto su quei brani la cui onda ci travolge allegramente ancora oggi).


01 agosto 2017


Il benessere nei piedi nudi

A cura di Alberto&Alberto

Via le scarpe, via i calzini e… via! Lo facciamo pressoché sempre quando ci troviamo in spiaggia, talvolta sui prati, quasi mai in città. Ma quando lo facciamo proviamo un innegabile sensazione di libertà e allegria, a diretto contatto con la terra con la quale ci sembra di "ricongiungerci" dopo la lunga parentesi invernale.

Camminare a piedi nudi è quanto di più naturale possa esserci: per i bambini, togliersi le scarpe, è un gesto spontaneo (chi ne ha, sa quante volte lo fanno a casa), per gli adulti molto meno e ci sarebbe da riflettere su quanto la scarpa abbia un valore protettivo forse sopravvalutato.

Ma c'è anche chi - e quanto pare sono sempre di più - ama camminare a piedi nudi per la città, ove il piacere di essere scalzi supera evidentemente il pericolo di incappare nelle insidie delle strade, dai vetri ai sassi ai mozziconi di sigaretta accesi ecc.

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Si chiamano "barefooters" i seguaci di una pratica (Il Barefooting, appunto) nata in Nuova Zelanda, diffusa ben presto negli Stati Uniti e poi in Europa, Italia compresa. Nel nostro paese è nata anche una associazione, il "Club dei Nati Scalzi" che per alcuni anni è stato solo un luogo virtuale su Internet e che dal 2006 invece organizza periodicamente incontri tra gli appassionati delle camminate a piedi a nudi.

I vantaggi della pratica (in italiano Gimnopodismo o Scalzismo), a parte il piacere che essa trasmette, sono molteplici e in gran parte legati al benessere individuale. Ne elenco alcuni: la libertà di movimento del piede ha un effetto preventivo su patologie alla schiena, alle anche e alle ginocchia; la camminata a piedi nudi, inoltre, attiva la muscolatura di cosce e glutei, sostiene i dischi intervertebrali e la spina dorsale, riduce le vene varicose e stimola la circolazione sanguigna. Lasciare che i piedi vengano direttamente a contatto con superfici fresche aumenta le difese immunitarie in coloro che soffrono di malattie da raffreddamento. Esistono poi delle connessioni tra una cattiva salute dei piedi e patologie anche gravi come le cardiopatie, le malattie dell'apparato digerente e persino i tumori e le malattie renali. Oltre a ciò, i sostenitori del Barefooting osservano come la mancanza di scarpe aiuti il piede ad essere sempre asciutto e inodore.

Insomma più vantaggi che svantaggi, si direbbe, eppure c'è da riscontrare una persistente diffidenza verso chi cammina a piedi nudi in città, considerato uno stravagante se non "fuori di testa" (oltre che di scarpa). Preconcetti che i barefooters cercano di combattere muovendosi in gruppo (ma non chiamateli "settari"!) e dando così un'impressione di normalità a ciò che dovrebbe essere in effetti normale ma che la cultura occidentale considera invece disdicevole.

Pur affermando nel loro sito di non voler fare proselitismo (e non c'è motivo di non credergli), gli associati del Club dei Nati Scalzi hanno "postato" su YouTube alcuni video delle loro "imprese". Ne ho scelto uno, amatoriale ma molto eloquente (anche se un po' prolisso), girato a Venezia nel novembre del 2011. Occhio al simpatico slogan: su e giù per le calli senza calli!


25 luglio 2017


Wow Therapy, l’allegria fa bene al cuore

A cura di Alberto&Alberto

Wow!’ è l’espressione che nei fumetti (talvolta anche nella realtà) rappresenta lo stupore. La “Wow Therapy” è un nuovo termine che si associa alla cosiddetta “psicologia positiva”; il nesso è che stupirsi delle piccole gioie quotidiane, valorizzare gli aspetti positivi della vita, cogliere il meglio di ciò che ci circonda aiuta a ridurre lo stress e a vivere meglio.

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Ho ricevuto, nei giorni scorsi, un comunicato che ho visto poi ripreso da vari giornali, on line e non, in cui si presentava questo approccio della “Wow Therapy” come risolutivo nei confronti di uno stato d’animo generalmente portato alla negatività. Generalmente, sì, lo dicono le statistiche: il 48,7% degli italiani non sa apprezzare gli aspetti positivi della giornata; il 58,2%, poi, è stressato dal lavoro, il 55,4% dalla vita frenetica quotidiana, il 52,3% è preoccupato dalle proprie condizioni economiche.

Una campagna sociale, “Io mi meraviglio” ha coinvolto qualche tempo fa 1200 persone e 50 esperti di medicina e psicologia. L’obiettivo dello studio promosso da Bibite Sanpellegrino era quello di capire quale fosse lo stato d’animo quotidiano degli italiani. Ai suddetti risultati, seguono quelli relativi agli aspetti positivi della vita: le piccole gioie, per gli italiani, sono rappresentati dall’ammirare un bel tramonto (15%), dal sorriso dei bambini (12,3%), dal sentirsi stimati (10,2%). Infine c’è chi gioisce della compagnia degli amici (4,55) e chi di un bacio o un abbraccio dalla persona amata (5,8%).

L’importanza del buonumore e della positività lo abbiamo più volte (anzi settimanalmente) ribadito in questo blog. Gli studi in materia si susseguono da anni: tra gli ultimi quello della Columbia University da cui risulta che le persone arrabbiate o stressate hanno una maggiore possibilità di sviluppare malattie cardiache rispetto a chi vive la vita con entusiasmo. E il nesso tra negatività e malattie cardiovascolari è confermato anche dall’European Heart Journal mentre, sempre recentemente, The Times riprende studi scientifici in campo medico e psicologico per arrivare alle stesse conclusioni.

In cosa differisce la “Wow Therapy” da altre discipline psicologiche come la terapia del sorriso et similia? Non molto credo ma penso che anche con gli abiti del marketing, l’allegria è sempre benvenuta. E per la cronaca, riporto qui di seguito le 5 regole della “Wow Therapy” (sul alcuni siti diventano arbitrariamente otto ma immagino possano essere integrate a piacere!):

1) TO BE REALISTIC. È importante porsi degli obiettivi realistici e raggiungibili. Inutile tormentarsi perché non ci si può permettere un atollo delle Maldive, si rischia di non apprezzare le meraviglie che ci circondano.
2) BICCHIERE MEZZO PIENO. Di fronte ad una situazione che suscita emozioni negative, è importante chiedersi se esiste anche qualche aspetto positivo che non è stato notato.
3) OK ALLA ROUTINE. Fare attenzione alle sensazioni positive che alcune azioni quotidiane provocano in noi: il profumo del caffè la domenica mattina, la bella sensazione di stanchezza che si prova dopo una corsa faticosa, la gratificazione che ci dà nostro figlio quando ci regala un disegno, ecc.
4) ALLENAMENTO EMOTIVO. È importante allenarsi a distinguere meglio i propri vissuti e le emozioni che si provano. In questo modo le persone si possono rendere conto che provano sentimenti/emozioni variegatissimi e che certe esperienze procurano sorpresa, gratificazione, commozione, entusiasmo, tenerezza, sollievo e incoraggiamento.
5) LARGO ALLE NOVITÀ. Iniziare a fare qualcosa di nuovo, che rompa in parte con le abitudini, come variare il percorso che solitamente facciamo a piedi per andare al lavoro, andare in piscina, cambiare palestra, ecc. Qualcosa, al quale nessuno credeva, potrebbe stupire.

Sulla “Wow Therapy” non trovo contributi video in Rete. Così che oggi posto il primo video intitolato allo stupore che attira la mia attenzione, contenente immagini davvero sorprendenti.


18 luglio 2017


Chi va in treno, va sano e va lontano

A cura di Alberto&Alberto

Oggi più che mai il treno è il mezzo più giusto per spostarsi, per lavoro o per diletto: è (abbastanza) ecologico, (abbastanza) economico e (tanto) romantico, nel senso più largo del termine. E comodo. Sali a bordo e puoi fare di tutto: leggere un libro, guardare un film, ascoltare musica, dormire, e intanto il treno corre verso la tua destinazione, talvolta arrivando prima ancora che tu te ne renda conto. A me è sempre piaciuto durante il viaggio, almeno per qualche minuto, guardare fuori dal finestrino e vedere il paesaggio mutare rapidamente, con i colori che si confondono davanti agli occhi. Ma mi piace anche chiuderli, gli occhi, e lasciarmi cullare dal movimento e dal rumore dello sferragliare (anche se oggi quasi impercettibile, con i treni moderni).

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Niente traffico, niente semafori, niente smog, zero stress: il treno è un mezzo sano. E affascinante, presenza ricorrente nella letteratura, nel cinema, nelle canzoni. Per quanto riguarda il cinema, in particolare, un treno è tra i protagonisti delle prime proiezioni pubbliche dei fratelli Lumiere: sembra che alla visione di "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat", gli spettatori avevano l'impressione che un vero treno li stesse investendo, così da farli fuggire terrorizzati.

Sui treni del cinema si commettono delitti ("Assassinio sull'Orient Express" dal romanzo di Agatha Christie), si ricompongono famiglie ("Il treno per il Darjeeling") o ci si avvia verso un tragico destino ("A 30 secondi dalla fine"). Se si fa per ridere, se ne vedono delle belle, come per lo sketch di Totò in treno con l'onorevole Trombetta o la cricca di Mandrake (Gigi Proietti) in "Febbre da cavallo" costretta a percorrere su e giù i vagoni per non farsi sorprendere senza biglietto dal controllore.

Sulla Rete ho trovato una lista davvero impressionante di canzoni che hanno il treno nel titolo, sia italiane che straniere. Ma instintivamente, io associo il treno a quello "dei desideri/nei miei pensieri all'incontrario va" dell'"Azzurro" di Celentano, secondo solo al treno che parte alle 7 e 40 di battistiana memoria (poi sostituito dal volo che parte alle 8 e 50).

A tutti coloro che useranno il treno per spostarsi quest'estate: una scelta felice, che darà alle vacanze un pizzico di allegria in più!


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