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28 November 2017


Sulla bilancia con le castagne

A cura di Alberto&Alberto

Le castagne sono buone, recitava il titolo di un vecchio film di Pietro Germi. Figuriamoci se non lo sappiamo: più che mai in questi giorni in cui si riaffacciano nei centri delle nostre città i mitici “caldarrostari”, da rintracciare seguendo quel profumo invitante (e - ahinoi - quei prezzi da anni saliti alle stelle!) che si avverte anche ad una certa distanza.

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Non solo caldarroste, certo. Le castagne sono anche alla base di tanti dolci, come i marron glaces o la torta Montblanc. Tutte cose non troppo digeribili, certo, come pure le caldarroste che la brace cuoce soprattutto all’esterno, lasciando molto amido nella parte interna. Però fanno bene, si sa: le castagne sono ricche di sali minerali, vitamina B, fibre. Certo hanno anche un alto contenuto calorico, e ciò non le rende particolarmente utili a chi sta affrontando una dieta. Sicuri?

Un articolo apparso qualche giorno fa su la Repubblica sostiene il contrario. “Una castagna per dimagrire in allegria” titolava una pagina intera del quotidiano, che ha interpellato sull’argomento il Presidente emerito della Società Italiana di Scienza dell’alimentazione, Pietro Migliaccio. Il quale spiega nell’articolo che le castagne possono essere effettivamente essere impiegate per rendere una dieta più varia, gustosa e in fondo anche divertente. A certe condizioni, però.

Dice il medico nutrizionista che impiegare le castagne in un regime dietetico richiede che esse vangano consumate durante i pasti, sostituendo il pane: fino a 10 frutti, ovvero 80 grammi di prodotto, corrispondono a 40-50 grammi di pane ma saziano di più. E per quanto riguarda la loro digeribilità, attenzione a come vengono cotte. Delle caldarroste si è già detto, sono le meno digeribili. Ma si digeriscono bene quelle castagne che invece vengono bollite in acqua salata.

L’articolo di Repubblica ci avverte anche sull’importanza della provenienza del prodotto. Perché la maggior parte delle castagne che vengono importate dall’estero sono trattate con i fitofarmaci, ciò che non accade con le castagne nostrane. Capita, però, che le castagne straniere vengano spacciate per italiane. Così che per essere sicuri che si tratti veramente di castagne italiane, è bene affidarsi a coltivatori locali e con vendita diretta.

Allegria e Buona dieta!


14 November 2017


Scende la pioggia ma che fa…

A cura di Alberto&Alberto

Ti alzi al mattino, guardi fuori dalla finestra e scopri che piove. Il che significa che non potrai uscire in moto o in bicicletta (a meno che non sia strettamente necessario), che se esci in macchina troverai più traffico del solito, e poi ricordati l'ombrello, l'impermeabile, un paio di scarpe adeguate.  Il malumore monta e rischia di rovinarti la giornata.

Ma prova ad accogliere la pioggia con uno spirito diverso. Pensa a quante canzoni hanno celebrato la pioggia con allegria, positività o persino entusiasmo. E scopri che ne ricordi più di quanto avresti creduto. E che evocarle, anche solo mentalmente, può trasformare quella che è una avversità in una opportunità di buonumore e dunque di benessere.

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Senza ricorrere ad una ricerca dedicata (almeno non subito) posso citarne a memoria almeno sette.

Cominciando con un celebre motivetto di cui però non ricordo il titolo e che recita: "Le gocce cadono ma che fa/se ci bagniamo un po'/domani il sole ci potrà asciugar./Non ti rovini il frack,/le scarpe fan cic ciac,/seguiam la strada del destin.". Mi aiuto con Google e scopro che la canzone in questione si intitola "Camminando sotto la pioggia" e che è stata portata al successo dal Trio Lescano dopo essere stata scritta nel 1941, tra gli altri, dal comico piemontese Erminio Macario che ne ha offerto anch'egli una versione mentre tra le più recenti (si fa per dire) si annoverano quelle di Gigliola Cinquetti (1972) e di Raffaella Carrà che la eseguì nel programma Milleluci nel 1974.

Da "Camminando sotto la pioggia" si passa facilmente all'ancora più celebre (almeno a livello internazionale) "Singin' in the Rain" che Gene Kelly rese immortale nell'omonimo film ("Cantando sotto la pioggia" nell'edizione italiana). Ma che prima di lui furono in molti ad eseguire fin dal 1929, l'anno nel quale fu cantata per la prima volta da Cliff Edwards nel film musicale "Hollywood che canta". Scritta in quello stesso anno da Arthur Freed (testo) e Nacio Herb Brown (musica), è forse l'inno alla pioggia più allegro che ci sia. Il testo recita infatti: "Sto cantando nella pioggia,/soltanto cantando sotto la pioggia…/che magnifica sensazione/sono di nuovo felice/Sorrido alle nuvole/che sono così scure sopra di me/Il sole è nel mio cuore/e sono pronto per l'amore."

"Scende la pioggia ma che fa/Amo la vita più che mai" cantava invece Gianni Morandi in uno dei suoi più grandi successi, che gli meritò la vittoria a Canzonissima nel 1968 e cinque settimane ai vertici della classifica dei dischi più venduti. Ma che in realtà era la versione in italiano di una canzone anglosassone, "Elenore" degli americani The Turtles nel cui testo la pioggia non è mai citata.

A lamentarsi della pioggia non ci pensa nemmeno Burt Bacharach che insieme a Hal David (testo) scrisse la bellissima "Raindrops Keep Fallin on My Head" per il film "Butch Cassidy" aggiudicandosi un Oscar nel 1970 per la migliore canzone. Che recitava: "Continuano a cadere gocce di pioggia sulla mia testa/ma questo non vuol dire che i miei occhi diverranno rossi presto/piangere non fa per me/perché non fermerò mai la pioggia lamentandomi/perché sono libero/niente mi sta preoccupando". Si preoccupava invece Patty Pravo nell'edizione italiana della canzone: "Gocce di pioggia su di me/mentre cammino sono triste senza te oggi che farò".

Non smentisce la sua positività Jovanotti, invece, quando canta il suo fortunato e trascinante elogio della pioggia: "Piove senti come piove/madonna come piove/senti come viene giù/senti le gocce che battono sul tetto/senti il rumore girandoti nel letto/rinascerà sta già nascendo ora/senti che piove e il grano si matura/e tu diventi grande e ti fai forte/e quelle foglie che ti sembravan morte/ripopolano i rami un'altra volta."

Per non parlare del grande Pino Daniele, che ci ha consegnato un testo che sfiora la poesia: "E aspiette che chiove/l’acqua te ‘nfonne e va/tanto l’aria s’adda cagna" (per chi non "mastica" il napoletano: e aspetti che piove/l’acqua ti inzuppa e se ne va/tanto l’aria dovrà cambiare)

Insomma, c'è del buono (e non solo per gli agricoltori) anche nella pioggia. Tanto più che, come cantavano i Rokes: "È la pioggia che va/ e ritorna il sereno".


07 November 2017


Tanti amici, tanta memoria e benessere!

A cura di Alberto&Alberto

Ci vorrebbe un amico… anzi tanti amici per favorirsi una lunga e sana vita. Ho scritto tante volte qui dell’importanza dell’amicizia e del piacere e l’allegria di tanti momenti passati in compagnia. Ci fa stare bene, è fuori di dubbio. Ce lo dice anche la scienza.

“L’amicizia è un antidoto contro le malattie”, titolava un articolo uscito nel luglio scorso sul sito del quotidiano La Repubblica. Vi si illustravano i risultati di uno studio realizzato da un ricercatore della University State of Michigan, per cui avere buoni amici in età avanzata può essere fonte di felicità e benessere persino più di quanto non possa essere la propria famiglia. Più in generale, la vita sociale (come spiega nello stesso articolo una geriatra del Policlinico Gemelli di Roma) agisce da elemento preventivo contro la depressione, la quale a sua volta può incidere anche su diverse malattie.

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Ma oggi vorrei scrivere di un altro studio, stavolta condotto dalla Northwestern University di Evanston, Illinois. Per cui l’amicizia in età avanzata favorisce il mantenimento della memoria, come pure delle abilità cognitive. Il risultato lo si è ottenuto mettendo a confronto un gruppo di ultraottantenni la cui salute mentale è paragonabile a quella dei 50-60enni con un altro gruppo che non ha le stesse relazioni di amicizia, in termini di qualità. Entrambi hanno compilato un lungo questionario che affrontava i vari aspetti del benessere e il risultato ha visto primeggiare il primo gruppo, rivelando la migliore qualità della loro memoria.

Tra le responsabili dell’indagine Emily Rogalski, professoressa associata al Cognitive Neurology and Alzheimer's Disease Center della Scuola di medicina Feinberg della Northwestern, ha spiegato: “Socializzare è un processo dinamico e ci rende più veloci. Ecco perché una ricca rete di contatti e amicizie può aiutare le persone a mantenere una mente attiva, abbassando il rischio di declino cognitivo. Non significa ovviamente che dobbiamo ubriacarci di feste e uscite con gli amici. Alcune persone, poi, preferiscono mantenere rapporti molto forti con pochi individui mentre altri preferiscono interagire con gruppi più ampi: la socialità può assumere forme differenti.”

L’importanza di questo tipo di studi risiede nel quadro delle ricerche su come poter rallentare o meglio ancora prevenire i vari tipi di demenza senile, compreso l’Alzheimer, un tema sul quale la comunità scientifica si interroga da tempo senza avere risposte significative.


31 October 2017


Un sorriso per gli anziani

A cura di Alberto&Alberto

Due anni fa, in questo spazio, ci siamo occupati di una iniziativa con cui una fondazione, Dottor Sorriso Onlus, ha portato la clownterapia in diversi reparti pediatrici di ospedali italiani. Non era la prima iniziativa del genere e fortunatamente neppure l’ultima: quella di cui ci occupiamo oggi, però, ha la peculiarità di rivolgersi non ai piccoli pazienti ma agli anziani, in particolare ai pazienti affetti da demenza senile.

Il nuovo progetto si chiama “Un sorriso per gli anziani” e vede coinvolta un’altra associazione no-profit, Soccorso Clown, che da 20 anni affianca veri professionisti dell’Arte del Teatro e del Circo per la salute ai vari staff ospedalieri, uniti nell’intento di portare negli ospedali una nuova forma di spettacolo finalizzata a rendere meno gravosa la degenza, coniugando così approccio clinico e approccio umano.

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Il progetto in questione vede le tecniche della “terapia del sorriso” entrare a far parte del protocollo di alcuni reparti del Centro di Medicina dell’Invecchiamento (CEMI) del Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma. Attori, attrici, studenti di medicina volontari si stanno scambiando le reciproche conoscenze per affrontare quel muro dietro il quale si celano spesso i malati di demenza, un muro di solitudine, paura e disorientamento.

Nel comunicato stampa che ho ricevuto e che presenta l’iniziativa, c’è una dichiarazione di un geriatra, il Professor Francesco Landi, Direttore della UOC di Riabilitazione e Medicina Fisica: “Un sorriso può fare molto per i pazienti con Alzheimer o con qualunque altra forma di demenza  perché aiuta a rilassarsi, a recuperare quel rapporto umano che spesso la malattia tende a cancellare. La ‘clownterapia’ nasce per i bambini e la sfida con gli anziani è ancora più difficile: perché spesso sono diffidenti, impauriti, disorientati persino meno disposti alla risata. Bisogna saper dosare l’intervento affinché si sentano coinvolti e confortati. Ma è indubbio che la terapia del sorriso è da considerarsi una terapia non farmacologica in grado di alleviare alcuni sintomi. E aiutare il paziente a recuperare dei punti di riferimento, sentirsi ‘vivo’, ‘attivo’. E’ un beneficio sensoriale e uno stimolo positivo. Ovviamente il tutto va saputo dosare: per questo i volontari di ‘Sorrisi Gemelli Onlus’, che sono studenti e specializzandi della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica, sono stati felici di aver avuto l’opportunità di apprendere le tecniche professionali di Soccorso Clown Onlus. Perché non basta mettersi un naso rosso per saper aiutare un paziente”.

Il binomio ‘Allegria e benessere’ (o quantomeno conforto, a fronte di una situazione di estrema invalidità) trova in iniziative di questo tipo il suo senso compiuto. Piace che si sia pensato, stavolta, di occuparsi anche di anziani e di una patologia, la demenza senile, che ha svariate forme e che mina la vita relazionale. Piace anche che si accenda così un riflettore su una condizione che viene spesso sottovalutata ma che colpisce ben 50 milioni di persone nel mondo (oltre 1.200.000 solo in Italia), con un nuovo caso che emerge ogni 3 secondi.


24 October 2017


L'allegria e il benessere nel cioccolato

A cura di Alberto&Alberto

Porgete un pezzo di cioccolato ad un bambino e ne avrete in cambio un sorriso. È pressoché matematico. E vale anche per tanti adulti, perché la cioccolata mette allegria, piace pressoché a tutti (con predilezioni personali per una qualità o un'altra). Ma non tutti sanno che fa anche bene, nella giusta misura e nella forma più naturale possibile.

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Già nella prima metà del XIX secolo un giurista e magistrato, anche gran buongustaio, Anthelme Brillat-Savarin scriveva nel suo "Fisiologia del gusto": "Le persone che fanno uso di cioccolata sono quelle che godono di una salute più costantemente uguale e che sono meno soggette a una quantità di malucci che insidiano la felicità della vita ".

Definizione da osservatore empirico e pure goloso, all'epoca ancora non suffragata da dati scientifici. Che sono poi arrivati: oggi si sa bene che il cacao, che è l'elemento base del cioccolato, contiene alcaloidi come la caffeina e la teobromina che svolgono attività sul sistema nervoso e agiscono a livello cardiocircolatorio e muscolare, con effetti positivi sia sulla concentrazione mentale che sulla prontezza psico-fisica. Vi è poi un'altra sostanza presente nel cioccolato che è il fenolo, in grado di prevenire l'ossidazione dei grassi nel sangue e la costrizione delle arterie, allungando quindi la vita della persone che ne fa un regolare (ma non smodato) utilizzo. A tale conclusione è giunta una ricerca condotta, qualche anno fa, dagli studiosi della Scuola di Sanità Pubblica dell'Università di Harvard, che osservò per un periodo di 5 anni un gruppo di quasi 8000 persone di età attorno ai 65 anni.

Leggo di un altro studio, questo condotto più recentemente da ricercatori della Harvard Medical School di Boston e anch'esso concentrato sulla popolazione anziana (in questo caso di una media di 73 anni): 60 persone hanno assunto per un mese due tazze di cacao al giorno e alla fine del test hanno rivelato dei miglioramenti significativi relativamente alla memoria, alla capacità di pensiero e alle performance cognitive, rispetto a chi era rimasto "a digiuno" di cioccolato.

Altri studi ancora associano alcune sostanze che vengono messe in circolo nell'organismo dopo avere assunto cioccolato a quelle che si rilasciano in modo naturale nelle persone innamorate. Con un monito: pare che il cioccolato sia un "anti-afrodisiaco", supplendo quindi alla sessualità. Non la pensava così il dio azteco Quetzalcoat che, secondo una leggenda, assumeva cacao durante le sue numerose performance amatorie per via della sue qualità stimolanti. Certo il caco possiede un potere stimolante per la presenza di teobromina ma pare che più di lei faccia la feniletilamina, che stabilizza invece l'umore riducendo l'eccitazione.

Tornando al binomio tra cioccolata e allegria, mi vengono in mente quei bellissimi negozi che si sono diffusi negli ultimi anni soprattutto nelle grandi città dove la cioccolata fa bella mostra di sè dalle vetrine in tutte le fogge e dove spesso vengono installate vere e proprie fontane da cui sgorga nettare ambrato e appetitoso, da ammirare ogni volta con rinnovato stupore (e languore). Niente in confronto, tuttavia, a quello che si vede nei due film, entrambi rimarchevoli, tratti da quel classico della letteratura per ragazzi che è "La fabbrica di cioccolato" di Roald Dahl. Dalla cui versione di Tim Burton, posto qui sotto una breve sequenza.


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