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11 November 2013


Swing e smoking, Luttazzi in mostra

A cura di Alberto&Alberto

"Lelio Luttazzi presenta… Hit Parade!". Bastava quest'annuncio a suscitare, in me bambino, un'eccitazione quasi incontenibile, trattenuto solo perché dovevo mantenere ben saldo l'orecchio incollato alla radiolina che avevo a disposizione all'epoca (fine anni '60). Quello fu il mio primo, approccio - indiretto - con Lelio Luttazzi. Dico indiretto perché ciò che mi interessava allora era solo ascoltare le canzonette più vendute del momento e la parte "parlata" del programma non mi interessava più di tanto. Anzi, non mi interessava affatto.

Da lì a breve, da adolescente, scoprii però che Luttazzi aveva condotto alcune trasmissioni televisive di grande successo come "Studio Uno", in anni in cui davvero troppo piccolo per ricordarle. Più avanti ancora, compresi che Luttazzi, prima ancora che un conduttore e intrattenitore - e anche un "portatore sano di smoking" come acutamente lo ha definito l'autore Enrico Vaime - era un musicista. Più precisamente un musicista jazz. Più precisamente ancora, il "re dello swing". E infatti "LelioSwing" (sottotitolo: 50 anni di storia italiana) è il titolo della mostra che lo ricorda, ripercorrendone tutta la carriera fino alla scomparsa nel 2010, che ha aperto il 7 novembre ai Mercati di Traiano a Roma .

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Lo swing, dunque. Un sottogenere del jazz che è nato negli anni '20 e che si è evoluto fino a diventare un genere vero e proprio nella metà degli anni '30 negli Stati Uniti. E che si distingue (cito da Wikipedia) "per un caratteristico movimento della sezione ritmica e per un tipo di esecuzione delle note con un ritmo 'saltellante' (o 'dondolante', 'swing' in inglese)."

Una musica allegra che seppe consolare gli americani negli anni successivi alla Grande Depressione e poi anche gli italiani, nell'immediato Dopoguerra, quando cominciarono ad arrivare i primi dischi da oltreoceano. E che il grande pubblico televisivo conobbe proprio grazie a Lelio Luttazzi che ne proponeva i brani più celebri nelle trasmissioni che conduceva nei primi anni '60. Perché ne era profondamente innamorato e ne aveva imparato alla perfezione tecniche e sfumature.

Ritmo sostenuto e frizzante sono gli elementi fondanti dello swing che forse è il genere musicale più allegro che ci sia, capace di spingere al movimento a qualsiasi età, di suscitare un pensiero positivo.

Ma non si tratta solo di musica. Nel caso di Luttazzi, infatti, lo "swing" con la sua allegria e leggerezza era un modo di essere, di proporsi al pubblico, di dialogare con i suoi ospiti, di vivere il suo tempo. E chissà a quante persone, nell'arco di 50 anni di carriera, ha regalato un po' di sana spensieratezza!

Assolutamente irresistibile questo breve duetto con un altro gigante dello swing, Lionel Hampton.



Non vedo l'ora di vederla questa mostra che, si dice racconti bene tanto Lelio Luttazzi quanto la sua epoca nel quale è stato più attivo, con oggetti, curiosità, reperti, filmati. Sarà visitabile fino al 2 febbraio 2014.


04 November 2013


A cena con la Roma (allo Stadio)

A cura di Alberto&Alberto

La Roma che ha vinto 10 partite consecutive dall'inizio del campionato di calcio è stata una notizia che ha colpito non soltanto i tifosi della squadra della Capitale ma tutto il mondo sportivo e non solo in Italia.

Ha colpito anche la brillantezza di una squadra che, anche se ha interrotto la sua incredibile serie di vittorie, prosegue a rallegrare il pubblico, con un gioco brioso e spesso fantasioso e che per questo viene ammirata anche dai tifosi di altre squadre.

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Bravura? Fortuna? Stregoneria? Da quando è iniziata la vertiginosa escalation della Roma è stato detto e scritto di tutto, specialmente dopo gli infortuni occorsi a due dei suoi giocatori più importanti. Su un punto, però, sono quasi tutti d'accordo, ovvero sulla bravura tecnica e umana del suo allenatore, il francese Rudy Garcia.

Personalmente a me ha colpito un fatto, e credo non solo a me. La sera della vittoria contro il Chievo, ovvero giovedì 31 ottobre, al termine della partita l'allenatore ha intimato ai giocatori di restare nello stadio e lì cenare tutti insieme. Tra giornalisti e giocatori, in molti hanno interpretato la decisione di Garcia come una punizione nei confronti di alcuni giocatori che in occasione di una vittoria precedente si erano lasciati andare a "bagordi" inopportuni per degli sportivi i cui risultati sono legati anche alla loro forma fisica.

Il menu? Non certo un segreto. Per tutelare il benessere dei giocatori il nutrizionista della Roma ha "prescritto" un bel piatto di pasta al pomodoro, seguito da petto di pollo grigliato e verdure. Perché la pasta? Perché al termine di un impegno molto dispendioso di energie come una partita di calcio agonistica, è richiesto un reintegro pressoché immediato di carboidrati.

Carboidrati che non sono invece presenti nel petto di pollo che è però un alimento molto proteico e contiene anche diverse vitamine. In quanto alle verdure se ne possono mangiare in grande quantità, apportando anch'esse proteine e vitamine.

Vista l'eco mediatica di questa famosa cena allo Stadio Olimpico e soprattutto degli straordinari risultati sportivi della Roma, non mi sorprenderei se, almeno nella Capitale, il consumo di petto di pollo e di verdure sia significativamente aumentato!

A proposito di allegria: molto cliccato sul web, il video che mostra l'esultanza del portiere della Roma Morgan De Sanctis dopo il gol che avrebbe deciso il destino della partita Udinese-Roma.




21 October 2013


Dalla Giamaica con allegria

A cura di Alberto&Alberto

È l'uomo più veloce del mondo ed anche uno dei più divertenti. Vederlo prodursi in quella specie di balletto al termine delle sue gare vittoriose (la maggior parte) è ogni volta uno spettacolo tanto quanto le sue performance sulla pista.

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Usain Bolt è una vera leggenda vivente dello sport, nessuno è riuscito a fare come lui nell'atletica leggera. Lo abbiamo visto correre più veloce di tutti tanto alle Olimpiadi quanto ai Mondiali, bruciando un record dopo l'altro e, al termine della gara, trovare sempre il fiato per trasmettere al pubblico la gioia e l'entusiasmo di essere il "numero 1". C'è chi non se lo spiega, in effetti: alle Olimpiadi di Pechino del 2008, il centometrista Tobias Unger accusò pubblicamente Bolt, sostenendo che era impossibile che l'atleta ottenesse quei risultati senza fare riscaldamenti prima della gara e senza mostrare stanchezza al termine della stessa. Aggiungiamo noi che quando Bolt stabilì proprio a Pechino il primato mondiale nella finale dei 100 metri, egli rallentò negli ultimi 30 metri per la felicità di arrivare primo e che ci arrivò pure con una scarpa slacciata!

Anche Carl Lewis, i cui primati Bolt ha eguagliato e poi superato, ha nutrito sospetti sulla buona fede di Usain Bolt che però è sempre risultato negativo agli esami antidoping.

Duro allenamento e tanta voglia di vincere sono il combustibile di Usain Bolt, un atleta che nella vita dicono tranquillo e rilassato e privo di quelle intemperanze che caratterizzano tanti atleti che arrivano ad essere delle "star". La sua allegria, al termine di ogni gara, è autentica e contagiosa: guai se un giorno mancasse di manifestarla!

Pensando al paese dal quale proviene Bolt, la Giamaica, mi viene quindi in mente un altro esempio di allegria abbinata allo sport. Quella che fu capace di trasmettere la nazionale di bob a quattro nei Giochi Olimpici invernali del 1988: vero è che il loro esordio non fu particolarmente felice (il bob si cappottò prima dell'arrivo) ma è vero anche che la sola partecipazione ai giochi invernali di un gruppo proveniente da un paese tropicale dove non nevica mai, fu giudicato giustamente un fatto eccezionale. Talmente eccezionale da avere ispirato un film molto divertente, "Cool Runnings - Quattro sottozero", prodotto nel 1993 dalla Disney. Film che ebbe un buon successo, così come lo ebbe lo spot di una automobile italiana (ma ad interpretare la squadra, così come nel film, furono attori e non i veri atleti) tra i più divertenti visti negli ultimi anni!


14 October 2013


Un eterno, allegro (e sano) ragazzo

A cura di Alberto&Alberto

Grande successo di pubblico televisivo (più due "sold out" in platea) per i concerti che Gianni Morandi ha tenuto qualche giorno fa all'Arena di Verona.
Passano le mode, i fenomeni, le tendenze ma Morandi è sempre lì, l"eterno ragazzo" come viene definito ormai da anni, sempre sorridente, allegro, positivo. E sempre entusiasta, che stia cantando o recitando o presentando un programma televisivo.

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Da bambino, alla fine degli anni '60, era il mio idolo, almeno per quanto riguarda la musica italiana. Costringevo i miei genitori a comprarmi ogni suo nuovo 45 giri per poi suonarlo nel "giradischi" fino a consumarlo. Era l'epoca in cui una canzone di successo durava ben più di una stagione, anche 4 o 5 anni e più; canzoni come "Fatti mandare dalla mamma" (1962) o "In ginocchio da te (1964) potevano così convivere allegramente con le canzoni dei Beatles più recenti o con il sopraggiunto "beat" dell'Equipe 84 o dei Rokes. Gli italiani, e io con loro, si appassionavano alle competizioni canore come Canzonissima o Cantagiro molto più di quanto non facciano ora con X-Factor o Amici.  E io mi appassionai alla competizione (tutta inventata, almeno sul piano personale) tra Gianni Morandi e l'emergente Massimo Ranieri tra il 1969 e il 1970, tifando decisamente per il primo.

Dopo il 1970 Morandi ebbe una lunga stagione di declino, coincidente con l'avvento del rock e soprattutto dei cantautori. Io, che pure seguivo i nuovi fenomeni, non l'avevo mai dimenticato e proseguiva a farmi simpatia, più che mai in quel momento in cui era costretto a cantare sciocchezze come "Sei forte papà" (1976) o "La Befana trullallà" (1978) ma senza mostrare rimpianti, anzi grato di poter proseguire a fare il suo mestiere anche senza i fasti di un tempo. Erano gli stessi anni in cui peraltro lo si poteva incontrare fuori dal Conservatorio di Santa Cecilia a Roma (si era messo a studiare contrabbasso) mentre conversava tranquillamente con i suoi "colleghi" studenti. Capitò anche a me e lì capii che, oltre a quello dell'allegria e della positività, Morandi aveva anche il dono dell'umiltà.

Il resto è storia: un paio di canzoni azzeccate, la contingenza del "riflusso" degli anni '80 e soprattutto la certezza di un talento mai sopito hanno riportato Morandi in auge dove è rimasto fino ad oggi. Nel frattempo, però, il suo modo di porsi al pubblico non è mai cambiato, rimanendo all'insegna dell'allegria, dell'entusiasmo, della familiarità. Rassicurante, almeno lui.

Nei due concerti citati, come anche in tutte le sue esibizioni, lo si è visto sempre tonico, scattante, energico a dispetto dei suoi ormai 69 anni. Perché al contrario di molti suoi colleghi (non tutti, certo) lui ha fatto del benessere e dello sport una parte fondamentale della sua vita. Senza scomodare il suo storico ruolo all'interno della Nazionale Cantanti di Calcio, del quale è stato co-fondatore e due volte Presidente, c'è da dire che Morandi ha corso ben 10 maratone, la prova sportiva più difficile specialmente per un "amatore" e 41 mezze maratone. E ogni volta che ne ha avuto l'occasione, non ha mai mancato di promuovere pubblicamente i valori dello sport e di ricordare l'importanza di svolgere attività fisica a qualsiasi età.

Chi meglio di lui può rappresentare il binomio tra allegria e benessere? Lunga vita a Gianni Morandi!




07 October 2013


R4 positiva

A cura di Alberto&Alberto

Ha fatto un certo scalpore - positivo s'intende, come tutto quello che lo riguarda - la notizia che Papa Francesco abbia fatto un giro a bordo di una Renault 4 del 1984, regalatagli da un parroco della periferia veronese.

E ci credo: in un'epoca nella quale siamo bombardati dalle pubblicità di macchine sempre più veloci, dalle forme elaborate e superaccessoriate, l'immagine della Renault 4 appare quantomai modesta, per nulla attraente, "francescana" appunto.

Eppure quanta allegria mi mette la visione di quella macchina, e credo non solo a me. Oggi di Renault 4 o R4 come la si voglia chiamare (e anche di R5, per la verità) se ne vedono ben poche sulle nostre strade, così come si vedono pochi "Maggiolini" (il modello VW Typ 1 della Volkswagen) e anche poche 2 cavalli (Citroën 2CV) o nella sua versione più "moderna", la Dyane.
Se la cavano un po' meglio, in quanto a presenze, le Fiat 500 originali, evidentemente più amate dai loro padroni che hanno saputo difenderle dall'usura del tempo (o abilmente restaurarle).

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Tra gli anni '70 i primi anni '80 queste macchine caratterizzavano il paesaggio urbano. All'epoca, quei giovani che potevano permettersi un'automobile (forse più di quanti se la possano permettere oggi, anche se l'"usato" allora imperava di più), uno su tre possedevano una R4 o una Diane o un Maggiolino o una 500. Chi aveva, per dire, una Mini Minor veniva considerato un privilegiato.

Macchine, diciamolo pure, scomodissime nelle quali però ci si stipava senza protestare anzi: se l'alternativa era fare l'autostop (oggi impensabile, ieri una consuetudine tra i giovani) o aspettare per ore un autobus magari sotto le intemperie (le pensiline sono una "invenzione" relativamente recente) o avventurarsi in infiniti tragitti a piedi, potersi accomodare in qualsivoglia automobile era un piacere secondo a nessuno.

Scomode lo erano davvero. Sedili rigidi, sterzi che richiedevano sforzi quasi sovrumani, cambi ingombranti, autoradio gracchianti (quando c'erano), sospensioni instabili, il tutto in una nuvola perenne di fumo, perché all'epoca si fumava tutti e senza scrupolo alcuno per la salute (soprattutto altrui, ma tanto fumavano tutti, appunto).

Si stava bene, però, in quelle macchinette che ai ragazzi di oggi appaiono come apparivano a noi le rare Fiat "Topolino" che circolavano ancora. Perché si era giovani e spensierati? Certo che sì. Ma anche perché si andava piano, quelle auto non erano fatte certe per correre e di conseguenza non si aveva mai fretta di arrivare da nessuna parte.

Durante l'estate le auto si caricavano fino all'inverosimile e si partiva, per andare più lontano possibile (sempre lentamente, però). E intanto si rideva, si flirtava, o ci si lanciava in interminabili discussioni perché negli anni '70, dopo una certa ora, bar e locali erano tutti chiusi, anche nelle grandi città. Un microcosmo micro in tutti i sensi ma allegro e vitale.

Tutto questo mi è tornato in mente vedendo Francesco accanto a quella R4. Anche perché, in quella circostanza e certo inconsapevolmente, ha riscattato quella mitica macchina da altri ricordi, sempre di quegli anni, tutt'altro che allegri…




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