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26 agosto 2013


Mare Canem!

A cura di Alberto&Alberto

Si parla tanto, e da diverso tempo, di Pet Therapy come terapia finalizzata principalmente a trarre benessere dalla vicinanza e dalla cura del proprio cane (o di un gatto, o altro animale domestico). Si parla poco, invece, del benessere che il cane può provare in determinate situazioni ed effettivamente gli studi in materia non offrono responsi certi e definitivi. Ma chi possiede un cane (o un gatto, o altro animale domestico) ed ha con lui un rapporto quotidiano e costante non ha bisogno di un conforto scientifico perché "sente" istintivamente (e il più delle volte, credo, a ragione) ciò che fa bene al proprio animale e cosa no.

Restringendo il discorso ai soli cani, appare ovvio ad ogni "padrone" che portare il proprio cane a spasso, meglio se in un parco o un giardino ove lasciarlo libero di correre e annusare dove e quanto vuole, è quanto di meglio si possa fare per il suo benessere, perché così si asseconda il suo istinto e quindi la sua natura, che è improntata alla curiosità (come quella di noi esseri umani, d'altronde).
Ma un'esperienza che, secondo me, non dovrebbe essere negata all'animale è quella del contatto con l'acqua, elemento naturale che - con poche eccezioni, il gatto per esempio - la maggior parte degli animali affronta "naturalmente", appunto.

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Fino all'età di un anno, il mio cane ha conosciuto l'acqua soltanto in occasione del periodico lavaggio nei negozi specializzati, ove viene immobilizzato, il che posso immaginare non sia un'esperienza del tutto piacevole. Più che immaginarlo, l'ho direttamente verificato: la nostra Sandy ad ogni lavaggio si dimena, guaisce, cerca implorante il nostro sguardo e quando infine si lascia insaponare e sciacquare credo sia solo per rassegnazione, non certo per piacere.

Ben altro atteggiamento l'ha avuto la prima volta che con la mia famiglia l'ho portata al mare, in primavera, quando non c'è (quasi) nessuno e dunque non c'è pericolo che possa importunare chicchessia (Sandy è molto affettuosa, e non tutti gradiscono). E però, benché avesse corso festosa sul bagnasciuga senza temere di bagnarsi, non si era spinta oltre quest'ultimo, non avendone ragione.

Arrivata l'estate, decisi di seguire il suggerimento di un amico che mi aveva segnalato una spiaggia dedicata ai cani, con nessuna restrizione che non fosse quella di essere in regola con il libretto sanitario e - se femmina - di non essere in calore (ma questa è una regola di buon senso). La spiaggia, credo l'unica del litorale romano, si chiama - con scarsa fantasia ma con indubbio potere evocativo - Bau Beach. Al termine di un vialetto, il personale mi ha intimato di slegare l'animale del guinzaglio e lasciarlo libero: dopodiché ho pagato una quota associativa, per me e per il cane, e poi ci è stato fatto omaggio di un pasto "canino" e forniti di una ciotola per l'acqua e … persino di un ombrellino per ripararla dal sole (ma Sandy ha preferito stendersi sotto il nostro lettino). E la festa è cominciata…

Sconsiglio vivamente di recarsi ad una spiaggia per cani per semplice curiosità, se non si amano o comunque non si tollerano gli animali. Perché qui i cani la fanno da padroni (e viceversa). Se cercate pace e tranquillità andate altrove: nella spiaggia per i cani, dopo essersi immersi nell'acqua, essi vengono a sgrullarsi proprio accanto a te, si inseguono l'uno con l'altro, talvolta ti si accucciano accanto (o ti si stendono sopra!) anche se non ti hanno mai visto (o annusato) prima.

Ma torniamo alla nostra Sandy. Sulle prime si è ripetuto l'atteggiamento che aveva mostrato nella primavera precedente: nessun timore di bagnarsi ma anche nessuna intenzione di immergersi in mare né tantomeno di nuotare. Solo quando io e i miei figli siamo entrati in acqua, dopo un attimo di esitazione, è entrata anche lei e… ha nuotato!!! (senza mai averlo fatto prima).

La felicità di Sandy era evidente come lo è stata anche l'anno successivo quando, motivati quasi esclusivamente dal regalarle un'altra giornata di benessere, siamo tornati a trascorrere una domenica al Bau Beach. Senza "quasi": sono pochissimi, credo - e io non sono tra loro - le persone che restano indifferenti se un cane ti si "sgrulla" addosso, soprattutto se non è il tuo. Ma non posso negare che, in entrambe le occasioni, mi sono e ci siamo divertiti molto.

Nella Rete non mancano i filmati, per lo più amatoriali, di cani che sguazzano tra spiagge, piscine, stagni e quant'altro contenga acqua. Tra i tantissimi, ho scelto un video di provenienza ungherese, molto divertente e assai 'cliccato' che forse appare un po' "costruito" ma giusto un po': l'effetto allegria - sempre per chi ama i cani s'intende - è assicurato…



Da residente a Roma, l'unica spiaggia per cani che conosco è per l'appunto il Bau Beach di Maccarese ma sono certo che non sia l'unica in Italia. Se avete da segnalare iniziative simili, accomodatevi pure nello spazio sottostante dei commenti…


19 agosto 2013


Get Lucky, un'estate in allegria

A cura di Alberto&Alberto

Gli anni del benessere (economico, intendo) ebbero una colonna sonora formidabile, talmente formidabile da avere garantito ai suoi interpreti una notevole longevità artistica. Cantanti come Edoardo Vianello o Peppino Di Capri, per fare due esempi, non hanno mai smesso di battere con successo le piazze estive, a dispetto dell'età e dei mutamenti delle mode (e d'altronde anche star internazionali come Paul McCartney o Rolling Stones sono ancora ampiamente attivi, attirando spettatori di ogni età).

L'allegria, nei primi anni '60 e fin quasi alla fine di quel decennio, era il riflesso condizionato di un benessere diffuso che riscattava una generazione provata dagli stenti e le sofferenze della guerra, infondendo un ottimismo e un'euforia che contagiavano anche la generazione successiva. La musica era l'espressione più evidente di quella allegria che nei mesi estivi raggiungeva il suo apice, con la scoperta della vacanza, fino ad allora sconosciuta (o quantomeno negata) ai più e con le spiagge italiane che si affollavano improvvisamente di persone di ogni ceto e cultura, per nulla imbarazzati di convivere l'uno accanto all'altro, gli ombrelloni talmente attigui da confondersi e per ritrovarsi, sempre insieme, ad ancheggiare allegramente ai ritmi di "Guarda come dondolo" o "Saint Tropez Twist", "I Watussi", "Sei diventata nera". Giovani e vecchi, ricchi e poveri, belli e brutti: vedere, per credere, alcuni film dell'epoca, primo tra tutti "Il sorpasso" di Dino Risi.

Di giorno si faceva tutti la fila davanti al juke box, dal quale usciva un suono gracchiante ma sempre migliore di quelli dei mangiadischi che pure erano diffusissimi in spiaggia. Di sera ci si ritrovava tutti nelle balere o nelle piazze o, ancora nelle spiagge illuminate dai falò: e dài ancora con il twist, il rock'n'roll, lo 'shake'. I 45 giri, allora si vendevano a milioni: l'allegria era assicurata per tutti, a prezzi per tutti "popolari".

Molto è cambiato da allora e non solo in termini economici. I cosiddetti "tormentoni" estivi, quelli che te li ritrovavi risuonare ovunque, dai bar alle potenti autoradio delle macchine che ti sfioravano sulle strade, non esistono più. Più precisamente: non esistono più come elemento aggregante e di condivisione. Prova ne è, per quello che mi riguarda, è che pur essendo un ascoltatore curioso ed attento, quando negli ultimi anni ho letto sui giornali o comunque sentito parlare dell'esistenza di sedicenti "tormentoni estivi" ho dovuto constatare di non averli mai ascoltati, e se pure mi era accaduto non mi avevano "contagiato". Nel frattempo il benessere è diventato una chimera del passato e un miraggio del futuro e il gap generazionale si è ampliato al punto che di condiviso o condivisibile, tra padri e figli, non è rimasto un granché (tranne forse il calcio, e non per tutti)

La lunga premessa, della quale mi scuso, è funzionale a richiamare l'attenzione su una eccezione, rispetto a questi ultimi anni, in tema di "tormentoni estivi". Ribadendo la mia curiosità ed attenzione rispetto ai fenomeni musicali e di costume, non ho memoria recente di un successo così indiscutibile e "trasversale" come quello che, in questa estate 2013, sta riscuotendo la canzone "Get Lucky" del duo francese Daft Punk. Tanto più che la canzone è stata pubblicata nella primavera scorsa e che, se pure mi ha colpito al primo ascolto, mai avrei immaginato che avesse avuto una vita così lunga e fortunata.

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Qualche rapidissima nota sui Daft Punk. Si tratta di due francesi - si chiamano Guy-Manuel de Homen-Christo e Thomas Bangalter - attivi discograficamente da quasi vent'anni. Fino ad oggi le loro produzioni sono state molto apprezzate, ma relegate soprattutto al circuito degli amanti della musica elettronica e della "dance". La loro particolarità è che non si conoscono i loro volti, nascosti come sono da due caschi (vedi foto) che indossano anche durante le loro esibizioni dal vivo e che nel tempo sono diventate vere e proprie icone (seppure modificate rispetto ai loro esordi).

Qual è il segreto di "Get Lucky", ciò che l'ha resa popolare in tutto il mondo e consegnatole l'invidiabile primato di "regina" assoluta dell'estate 2013? L'allegria che trasmette, non c'è dubbio. E la sua fantastica trasversalità, quel suo riuscire a piacere ai bambini, ai ragazzi, ai "modaioli", agli snob, a quelli di sinistra e quelli di destra, in Europa e in Sudamerica, in Africa e in Australia. In tempi in cui tante cose e tanti personaggi dividono, trovo che sia confortante constatare che c'è qualcosa che unisca. Personalmente mi fa sentire bene ed essere ottimista rispetto al futuro.

Sulla canzone in sé ha scritto molto bene il critico musicale di Repubblica Ernesto Assante: "se pure per sbaglio siete vivi, è letteralmente impossibile che non ascoltiate 'Get Lucky'. E, come capita con tutti i tormentoni, potrà anche farci letteralmente schifo al primo ascolto, poi al secondo diventerà quantomeno accettabile, al terzo inizieremo a battere il piede a tempo, al quarto ricorderemo il ritornello, dal quinto in poi irrimediabilmente lo sapremo a memoria per poi cantarlo sotto la doccia e quindi, anni dopo, ricordarlo con nostalgia."
E ancora: "Perfetto nel ritmo e nella costruzione, un po' retrò e un po' futuribile, perfetto nella struttura da 'tormentone' con un ritornello che, al di là del giro di parole sul quale è costruito, va a memoria con straordinaria rapidità. Perfetto per la qualità intrinseca che ha come brano pop, intelligente e originale, controcorrente rispetto alla supertechno dei dj contemporanei, ma allo stesso tempo nostalgico e innovativo, perché strutturato come una canzone, per quanto ballabile e contagiosa. Caratteristiche che poche canzoni oggi hanno. 'Get Lucky' non scomparirà presto, anzi, è destinata con buona probabilità a diventare un classico che balleremo ancora per molti anni."

La Rete è stata, com'è ovvio, uno straordinario volano per "Get Lucky" che è da diversi mesi oggetto di reinterpretazioni, giochi, espressioni varie e transnazionali di creatività. Su YouTube la versione solo 'audio' della canzone conta, al momento in cui scrivo, quasi 110 milioni di contatti. Qui sotto potete invece vedere il video che non è particolarmente fantasioso (ciò che invece caratterizza la maggior parte dei videoclip) ma che opportunamente regge tutto sulla canzone e sull'allegria che sa trasmettere.



A chi interessasse approfondire: tutto il CD dei Daft Punk nel quale è contenuto "Get Lucky" - il titolo è "Random Access Memories" - vale l'ascolto nella sua interezza, perché di grande qualità, sia compositiva che sonora. È stato scritto, giustamente, che il prodotto dei Daft Punk (cui hanno lavorato per ben otto anni!) riscatta il formato dell'album intero, da contrapporre al consumo della singola canzone, ciò che accade sempre più nel panorama discografico. Che volete… anche questo, da musicofilo un po' nostalgico, mi fa stare bene…


12 agosto 2013


Meglio avere un secchio…

A cura di Alberto&Alberto

Nell'interessante trattazione sul tema "psicologia e umorismo" che sarà disponibile su benessere.com a partire dal 1 settembre, si parla di una "sana ironia" come preziosa risorsa da non confondere con la ridicolizzazione, la presa in giro e il sarcasmo che non sono funzionali al benessere psicologico.

In linea di massima, la considerazione è certamente condivisibile. Se non fosse che ogni regola contiene l'eccezione e in questo caso una eccezione è rappresentata da quell'umorismo che, pur non risparmiando niente e nessuno, riesce ugualmente ad essere divertente. Non ci sono molti umoristi capaci di ciò ma tra questi si annoverano senz'altro i Monty Python, collettivo inglese (con un "innesto" americano, il geniale regista Terry Gilliam) che è stato attivo tra il 1969 e il 1983 e la cui comicità è sempre stata basata sulla dissacrazione, in senso letterale (penso alla religione, uno dei loro bersagli preferiti).

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Molto attivi in televisione - il loro programma "Monty Python's Flying Circus" è ancora oggetto di culto soprattutto nei paesi anglosassoni - i Monty Python hanno realizzato anche un pugno di film, anch'essi considerati "cult". Uno di questi - "Monty Python e il Sacro Graal" - nell'edizione italiana fu letteralmente "massacrato" dal doppiaggio, ove uno sciagurato distributore pensò bene di far prestare le voci ai vari personaggi dagli attori del Bagaglino, riprendendone anche il genere di umorismo che a me non solo non hai mai fatto ridere ma spesso mi ha anche profondamente intristito quando non irritato (se un giorno dovessi pensare ad un blog "Allegria e malessere", il primo post giuro che riguarderebbe loro).

Il quinto e ultimo film dei Monty Python si intitolava "Il senso della vita" e fece conoscere il gruppo di comici - già apprezzato, tra gli altri, dai Beatles - al mondo, dopo che ottenne il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, caso quasi unico per un film umoristico. Strutturato ad episodi più o meno lunghi (folgorante quello  sulla prolificità dei cattolici, in forma di musical), il film contiene una esilarante sequenza che si fa gioco dell'obesità ma che sfido qualsiasi obeso a trovare - uso un termine scherzoso, visto il nostro contesto - "diffamatorio".

Il problema dell'obesità è serio: esso risulta essere il disordine nutrizionale più frequente nei paesi sviluppati. Essa è tra l'altro un fattore favorente il manifestarsi del diabete e causa un aumento della probabilità del manifestarsi dell'ipertensione arteriosa e di disturbi cardiovascolari oltre alla calcolosi biliare, il cancro colonrettale ed endometriale.

Nessun senso di colpa, tuttavia, nel ridere alla visione di questa scena che, come tante famose scene comiche della Storia del Cinema, si regge su un meccanismo semplicissimo per cui si potrebbe addirittura fare a meno del dialogo. Se poi qualcuno volesse interpretarla come un monito ad adottare un regime alimentare più sano ed equilibrato, beh, meglio così…



05 agosto 2013


Carlo Verdone, medico mancato, comico riuscito

A cura di Alberto&Alberto

Dottore, in effetti, è un titolo che gli spetta di diritto. Si è infatti laureato in Lettere ed è anche diplomato anche al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ma Carlo Verdone non ha mai fatto mistero che la sua vera, grande passione (insieme alla musica e al cinema, non sappiamo in quale posizione di graduatoria) è la medicina. "Sarei stato un bravo medico di base", ha affermato più di una volta nelle interviste. E i suoi amici conoscono bene la sua competenza, seppure da autodidatta, dal momento che è spesso prodigo di consigli su come affrontare le malattie e come ritrovare la salute e il benessere, consigli che si rivelano sempre puntuali e affidabili. Da parte sua Verdone si vanta di fare, da qualche anno a questa parte, almeno un paio di check up l'anno, dalla colonscopia all'esame della prostata oltre alle analisi del sangue e quant'altro. Sfido la maggior parte di voi (me compreso) ad affermare altrettanto.

Nel suo cinema (ma anche nei suoi sketches televisivi) la medicina ricorre spesso, naturalmente in chiave comica o comunque ironica. Indimenticabili sono i dialoghi sui tranquillanti con Margherita Buy in "Maledetto il giorno che ti ho incontrato" o il personaggio del pedante barone della medicina di "Viaggi di nozze" o, ancora, quei vecchi e ancora gustosissimi sketches della farmacia notturna nell'edizione 1984 di "Fantastico".

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Come per Woody Allen, anche per Carlo Verdone si è creata la convinzione popolare che si tratti di un inguaribile ipocondriaco. Nel caso del regista ed attore newyorchese forse è più che un'illazione. Nel caso di Verdone, invece, egli rivendica un interesse sincero e genuino per la medicina che coltiva attraverso la periodica lettura delle enciclopedie mediche, delle riviste e dei siti specializzati (sicuramente anche il nostro!) e persino dei prontuari farmaceutici, nei suoi periodici aggiornamenti.

Fatto sta che nel 2007, l'Università Federico II di Napoli ha conferito a Carlo Verdone la Laurea Honoris Causa in Medicina. Ciò che non gli dà assolutamente il diritto di esercitare la professione medica, ma gli riconosce una competenza che ha stupito gli studenti presenti all'evento, soprattutto quando l'attore e regista ha saputo citare a memoria la composizione molecolare di alcuni farmaci che egli avrebbe prescritto per alcune patologie, evocate dal pubblico.

Decidere di intraprendere l'attività medica deriva, nella stragrande maggioranza dei casi, dalla volontà di agire a favore del benessere altrui. Pur abdicando alla sua aspirazione di diventare un medico, Carlo Verdone non si è allontanato molto dai suoi intenti: da oltre 30 anni, con i suoi film, ci diverte e dunque ci fa stare bene. Crescendo come artista e come uomo, i suoi film si sono fatti anche più riflessivi, e anche questo è meritorio.

Il suo applaudito discorso di accettazione della Laurea Honoris Causa è disponibile su youtube. Ma io ho scelto di porre alla vostra attenzione, più che una delle tante scene dei suoi film che hanno a che fare con la medicina, una sequenza tratta da "Questione di cuore" di Francesca Archibugi, nella quale Verdone fa una fugace e amichevole apparizione nella parte di se stesso, intento a dare consigli medici all'amico Antonio Albanese. Al netto dell'ilarità che suscita la sequenza, non si allontana molto dalla verità


15 luglio 2013


Caro Diario… Vitt

A cura di Alberto&Alberto

È più o meno il periodo in cui i genitori più prudenti iniziano ad acquistare il necessario per la ripresa scolastica dei figli a settembre, prima cioè che le cartolerie vengano prese d'assalto e che sugli scaffali restino solo gli "scarti".

Ricordo che quando ero ragazzo il diario scolastico, ad esempio, si comprava più tardi (la scuola iniziava ad ottobre) ma comunque in anticipo sull'apertura perché quelli più ambiti - il Diario di Linus, il Diario Disney, il Diario Vitt - andavano ben presto esauriti. Ed era un momento emozionante, perché si vedeva per la prima volta la copertina di un volume che sarebbe poi diventato familiare, accompagnandoci ogni giorno (weekend compresi, visto che dovevamo consultare i compiti assegnatici) per nove mesi.

Il Diario Vitt è stato per alcuni anni il mio prediletto. Un prodotto molto fortunato dal punto di vista commerciale: è stato realizzato ininterrottamente dal 1949 al 1980 ed era talmente diffuso che per alcuni anni se ne realizzò anche una versione economica, chiamata "Diario Minor".

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Nel Diario esplodeva tutta la genialità del suo artefice, Benito Jacovitti, libero dalle maglie dei racconti che venivano pubblicati sul Corriere dei Ragazzi e il Corriere dei Piccoli. Sbucavano ovunque personaggi stralunati, battute demenziali ("- Tu bari? - No io brindisi, cin cin") e soprattutto salami, ossa, e altri oggetti che il grande disegnatore amava infilare un po' ovunque nelle sue tavole.

Soffermarsi su qualche tavola particolarmente folle e divertente poteva talvolta rappresentare un momento di benefica fuga dal dovere scolastico e anche un motivo per farsi una risata con il compagno di banco. Nostalgia a parte, credo che ancora oggi, per i ragazzi, portarsi a scuola un diario "allegro" possa risultare utile. Ce ne sono ancora diversi sul mercato…

Nel video che ho scelto, Jacovitti racconta com'è nata la sua mania di disegnare salami.



Una curiosità: Il Diario Vitt non fu più pubblicato dopo il 1980 perché la casa editrice, la cattolica AVE, non gradì la scelta del disegnatore di illustrare un "Kamasutra". Che peraltro si avvaleva dei testi di un altro grande umorista quale Marcello Marchesi.


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