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07 ottobre 2013


R4 positiva

A cura di Alberto&Alberto

Ha fatto un certo scalpore - positivo s'intende, come tutto quello che lo riguarda - la notizia che Papa Francesco abbia fatto un giro a bordo di una Renault 4 del 1984, regalatagli da un parroco della periferia veronese.

E ci credo: in un'epoca nella quale siamo bombardati dalle pubblicità di macchine sempre più veloci, dalle forme elaborate e superaccessoriate, l'immagine della Renault 4 appare quantomai modesta, per nulla attraente, "francescana" appunto.

Eppure quanta allegria mi mette la visione di quella macchina, e credo non solo a me. Oggi di Renault 4 o R4 come la si voglia chiamare (e anche di R5, per la verità) se ne vedono ben poche sulle nostre strade, così come si vedono pochi "Maggiolini" (il modello VW Typ 1 della Volkswagen) e anche poche 2 cavalli (Citroën 2CV) o nella sua versione più "moderna", la Dyane.
Se la cavano un po' meglio, in quanto a presenze, le Fiat 500 originali, evidentemente più amate dai loro padroni che hanno saputo difenderle dall'usura del tempo (o abilmente restaurarle).

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Tra gli anni '70 i primi anni '80 queste macchine caratterizzavano il paesaggio urbano. All'epoca, quei giovani che potevano permettersi un'automobile (forse più di quanti se la possano permettere oggi, anche se l'"usato" allora imperava di più), uno su tre possedevano una R4 o una Diane o un Maggiolino o una 500. Chi aveva, per dire, una Mini Minor veniva considerato un privilegiato.

Macchine, diciamolo pure, scomodissime nelle quali però ci si stipava senza protestare anzi: se l'alternativa era fare l'autostop (oggi impensabile, ieri una consuetudine tra i giovani) o aspettare per ore un autobus magari sotto le intemperie (le pensiline sono una "invenzione" relativamente recente) o avventurarsi in infiniti tragitti a piedi, potersi accomodare in qualsivoglia automobile era un piacere secondo a nessuno.

Scomode lo erano davvero. Sedili rigidi, sterzi che richiedevano sforzi quasi sovrumani, cambi ingombranti, autoradio gracchianti (quando c'erano), sospensioni instabili, il tutto in una nuvola perenne di fumo, perché all'epoca si fumava tutti e senza scrupolo alcuno per la salute (soprattutto altrui, ma tanto fumavano tutti, appunto).

Si stava bene, però, in quelle macchinette che ai ragazzi di oggi appaiono come apparivano a noi le rare Fiat "Topolino" che circolavano ancora. Perché si era giovani e spensierati? Certo che sì. Ma anche perché si andava piano, quelle auto non erano fatte certe per correre e di conseguenza non si aveva mai fretta di arrivare da nessuna parte.

Durante l'estate le auto si caricavano fino all'inverosimile e si partiva, per andare più lontano possibile (sempre lentamente, però). E intanto si rideva, si flirtava, o ci si lanciava in interminabili discussioni perché negli anni '70, dopo una certa ora, bar e locali erano tutti chiusi, anche nelle grandi città. Un microcosmo micro in tutti i sensi ma allegro e vitale.

Tutto questo mi è tornato in mente vedendo Francesco accanto a quella R4. Anche perché, in quella circostanza e certo inconsapevolmente, ha riscattato quella mitica macchina da altri ricordi, sempre di quegli anni, tutt'altro che allegri…




30 settembre 2013


Sei forte, Papa

A cura di Alberto&Alberto

Da un po' di settimane meditavo se occuparmi o meno di Papa Francesco (anzi di Francesco) nel blog, ma ero abbastanza titubante. Perché ero consapevole del terreno spinoso nel quale mi sarei addentrato sfiorando un argomento - a prescindere dalla persona - che tocca diverse sensibilità, non tutte compatibili. Proprio questo, però, infine mi ha convinto: Francesco sembra essere un paladino del dialogo, della piena accettazione delle diversità e del rispetto per tutto e per tutti. Che con la sua irritualità sta conquistando, o quantomeno incuriosendo tutti positivamente, ed a ogni latitudine.

A dire la verità, quello che mi ha convinto definitivamente è stata una ricerca di fotografie di Francesco sulla Rete che dovevo fare per mio figlio per un suo compito a scuola. Non solo di Francesco ma anche di Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, il Mahatma Gandhi, il Dalai Lama e Giovanni Paolo II.
Il risultato è che, nella maggior parte delle foto che ritraggono Francesco, quest'ultimo sorride o addirittura si abbandona ad una sana e aperta risata. Un perfetto protagonista per "Allegria e benessere", mi sono detto.

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A me basta solo sentire la parola "dialogo" per mettermi di buon umore, sempre che non sia usata con malafede. Così come - prendetemi pure per ingenuo - la parola "pace".

Pace e benessere (nel senso più allargato del termine) sono due concetti molto legati e la Storia lo dimostra ampiamente. Non sempre, purtroppo, sono andati o vanno a braccetto e, quando ciò non è accaduto, le conseguenze negative sono state e sono inevitabili.

Ma torniamo a Francesco: a me piace pensare che una sua parola una volta tanto inequivocabile sia stata in grado di fermare una guerra che nelle scorse settimane sembrava, appunto, inevitabile (almeno per il momento). Questa parola arrivava da una persona che personalmente trasmette allegria, positività e anche questo a me pare un fatto rimarchevole.

Penso che sia chiaro a tutti che la Chiesa, quella cattolica romana ma non solo quella, abbia commesso errori anche molto gravi ma Francesco sembra imporsi come figura in grado di superare la Chiesa stessa, ponendosi come un esempio per tutti, credenti e non. Fosse solo con il suo sorriso e la sua professione di umiltà, di semplicità, di (lo ripeto) positività.

Sui temi che da sempre dividono credenti e non credenti, fino ad oggi Francesco (dal nome felicemente evocativo) ha avuto parole mai definitive, che potessero acuire differenze che si pensano incolmabili. Ma c'è una parola - una, semplicissima, banale, ahimè in via di estinzione - che mi ha tanto rallegrato e che, comunque prosegua il difficile compito di cui è fatto carico (quello di riformare la Chiesa, innanzitutto), penso che non dimenticherò mai. Quella parola è: Buonasera!



P.S.: E vogliamo parlare della Renault 4 che, a quanto pare, è l'automobile preferita da Francesco? Una macchina allegra, che di più non si può? Allora ne parliamo la prossima settimana!


26 agosto 2013


Mare Canem!

A cura di Alberto&Alberto

Si parla tanto, e da diverso tempo, di Pet Therapy come terapia finalizzata principalmente a trarre benessere dalla vicinanza e dalla cura del proprio cane (o di un gatto, o altro animale domestico). Si parla poco, invece, del benessere che il cane può provare in determinate situazioni ed effettivamente gli studi in materia non offrono responsi certi e definitivi. Ma chi possiede un cane (o un gatto, o altro animale domestico) ed ha con lui un rapporto quotidiano e costante non ha bisogno di un conforto scientifico perché "sente" istintivamente (e il più delle volte, credo, a ragione) ciò che fa bene al proprio animale e cosa no.

Restringendo il discorso ai soli cani, appare ovvio ad ogni "padrone" che portare il proprio cane a spasso, meglio se in un parco o un giardino ove lasciarlo libero di correre e annusare dove e quanto vuole, è quanto di meglio si possa fare per il suo benessere, perché così si asseconda il suo istinto e quindi la sua natura, che è improntata alla curiosità (come quella di noi esseri umani, d'altronde).
Ma un'esperienza che, secondo me, non dovrebbe essere negata all'animale è quella del contatto con l'acqua, elemento naturale che - con poche eccezioni, il gatto per esempio - la maggior parte degli animali affronta "naturalmente", appunto.

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Fino all'età di un anno, il mio cane ha conosciuto l'acqua soltanto in occasione del periodico lavaggio nei negozi specializzati, ove viene immobilizzato, il che posso immaginare non sia un'esperienza del tutto piacevole. Più che immaginarlo, l'ho direttamente verificato: la nostra Sandy ad ogni lavaggio si dimena, guaisce, cerca implorante il nostro sguardo e quando infine si lascia insaponare e sciacquare credo sia solo per rassegnazione, non certo per piacere.

Ben altro atteggiamento l'ha avuto la prima volta che con la mia famiglia l'ho portata al mare, in primavera, quando non c'è (quasi) nessuno e dunque non c'è pericolo che possa importunare chicchessia (Sandy è molto affettuosa, e non tutti gradiscono). E però, benché avesse corso festosa sul bagnasciuga senza temere di bagnarsi, non si era spinta oltre quest'ultimo, non avendone ragione.

Arrivata l'estate, decisi di seguire il suggerimento di un amico che mi aveva segnalato una spiaggia dedicata ai cani, con nessuna restrizione che non fosse quella di essere in regola con il libretto sanitario e - se femmina - di non essere in calore (ma questa è una regola di buon senso). La spiaggia, credo l'unica del litorale romano, si chiama - con scarsa fantasia ma con indubbio potere evocativo - Bau Beach. Al termine di un vialetto, il personale mi ha intimato di slegare l'animale del guinzaglio e lasciarlo libero: dopodiché ho pagato una quota associativa, per me e per il cane, e poi ci è stato fatto omaggio di un pasto "canino" e forniti di una ciotola per l'acqua e … persino di un ombrellino per ripararla dal sole (ma Sandy ha preferito stendersi sotto il nostro lettino). E la festa è cominciata…

Sconsiglio vivamente di recarsi ad una spiaggia per cani per semplice curiosità, se non si amano o comunque non si tollerano gli animali. Perché qui i cani la fanno da padroni (e viceversa). Se cercate pace e tranquillità andate altrove: nella spiaggia per i cani, dopo essersi immersi nell'acqua, essi vengono a sgrullarsi proprio accanto a te, si inseguono l'uno con l'altro, talvolta ti si accucciano accanto (o ti si stendono sopra!) anche se non ti hanno mai visto (o annusato) prima.

Ma torniamo alla nostra Sandy. Sulle prime si è ripetuto l'atteggiamento che aveva mostrato nella primavera precedente: nessun timore di bagnarsi ma anche nessuna intenzione di immergersi in mare né tantomeno di nuotare. Solo quando io e i miei figli siamo entrati in acqua, dopo un attimo di esitazione, è entrata anche lei e… ha nuotato!!! (senza mai averlo fatto prima).

La felicità di Sandy era evidente come lo è stata anche l'anno successivo quando, motivati quasi esclusivamente dal regalarle un'altra giornata di benessere, siamo tornati a trascorrere una domenica al Bau Beach. Senza "quasi": sono pochissimi, credo - e io non sono tra loro - le persone che restano indifferenti se un cane ti si "sgrulla" addosso, soprattutto se non è il tuo. Ma non posso negare che, in entrambe le occasioni, mi sono e ci siamo divertiti molto.

Nella Rete non mancano i filmati, per lo più amatoriali, di cani che sguazzano tra spiagge, piscine, stagni e quant'altro contenga acqua. Tra i tantissimi, ho scelto un video di provenienza ungherese, molto divertente e assai 'cliccato' che forse appare un po' "costruito" ma giusto un po': l'effetto allegria - sempre per chi ama i cani s'intende - è assicurato…



Da residente a Roma, l'unica spiaggia per cani che conosco è per l'appunto il Bau Beach di Maccarese ma sono certo che non sia l'unica in Italia. Se avete da segnalare iniziative simili, accomodatevi pure nello spazio sottostante dei commenti…


19 agosto 2013


Get Lucky, un'estate in allegria

A cura di Alberto&Alberto

Gli anni del benessere (economico, intendo) ebbero una colonna sonora formidabile, talmente formidabile da avere garantito ai suoi interpreti una notevole longevità artistica. Cantanti come Edoardo Vianello o Peppino Di Capri, per fare due esempi, non hanno mai smesso di battere con successo le piazze estive, a dispetto dell'età e dei mutamenti delle mode (e d'altronde anche star internazionali come Paul McCartney o Rolling Stones sono ancora ampiamente attivi, attirando spettatori di ogni età).

L'allegria, nei primi anni '60 e fin quasi alla fine di quel decennio, era il riflesso condizionato di un benessere diffuso che riscattava una generazione provata dagli stenti e le sofferenze della guerra, infondendo un ottimismo e un'euforia che contagiavano anche la generazione successiva. La musica era l'espressione più evidente di quella allegria che nei mesi estivi raggiungeva il suo apice, con la scoperta della vacanza, fino ad allora sconosciuta (o quantomeno negata) ai più e con le spiagge italiane che si affollavano improvvisamente di persone di ogni ceto e cultura, per nulla imbarazzati di convivere l'uno accanto all'altro, gli ombrelloni talmente attigui da confondersi e per ritrovarsi, sempre insieme, ad ancheggiare allegramente ai ritmi di "Guarda come dondolo" o "Saint Tropez Twist", "I Watussi", "Sei diventata nera". Giovani e vecchi, ricchi e poveri, belli e brutti: vedere, per credere, alcuni film dell'epoca, primo tra tutti "Il sorpasso" di Dino Risi.

Di giorno si faceva tutti la fila davanti al juke box, dal quale usciva un suono gracchiante ma sempre migliore di quelli dei mangiadischi che pure erano diffusissimi in spiaggia. Di sera ci si ritrovava tutti nelle balere o nelle piazze o, ancora nelle spiagge illuminate dai falò: e dài ancora con il twist, il rock'n'roll, lo 'shake'. I 45 giri, allora si vendevano a milioni: l'allegria era assicurata per tutti, a prezzi per tutti "popolari".

Molto è cambiato da allora e non solo in termini economici. I cosiddetti "tormentoni" estivi, quelli che te li ritrovavi risuonare ovunque, dai bar alle potenti autoradio delle macchine che ti sfioravano sulle strade, non esistono più. Più precisamente: non esistono più come elemento aggregante e di condivisione. Prova ne è, per quello che mi riguarda, è che pur essendo un ascoltatore curioso ed attento, quando negli ultimi anni ho letto sui giornali o comunque sentito parlare dell'esistenza di sedicenti "tormentoni estivi" ho dovuto constatare di non averli mai ascoltati, e se pure mi era accaduto non mi avevano "contagiato". Nel frattempo il benessere è diventato una chimera del passato e un miraggio del futuro e il gap generazionale si è ampliato al punto che di condiviso o condivisibile, tra padri e figli, non è rimasto un granché (tranne forse il calcio, e non per tutti)

La lunga premessa, della quale mi scuso, è funzionale a richiamare l'attenzione su una eccezione, rispetto a questi ultimi anni, in tema di "tormentoni estivi". Ribadendo la mia curiosità ed attenzione rispetto ai fenomeni musicali e di costume, non ho memoria recente di un successo così indiscutibile e "trasversale" come quello che, in questa estate 2013, sta riscuotendo la canzone "Get Lucky" del duo francese Daft Punk. Tanto più che la canzone è stata pubblicata nella primavera scorsa e che, se pure mi ha colpito al primo ascolto, mai avrei immaginato che avesse avuto una vita così lunga e fortunata.

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Qualche rapidissima nota sui Daft Punk. Si tratta di due francesi - si chiamano Guy-Manuel de Homen-Christo e Thomas Bangalter - attivi discograficamente da quasi vent'anni. Fino ad oggi le loro produzioni sono state molto apprezzate, ma relegate soprattutto al circuito degli amanti della musica elettronica e della "dance". La loro particolarità è che non si conoscono i loro volti, nascosti come sono da due caschi (vedi foto) che indossano anche durante le loro esibizioni dal vivo e che nel tempo sono diventate vere e proprie icone (seppure modificate rispetto ai loro esordi).

Qual è il segreto di "Get Lucky", ciò che l'ha resa popolare in tutto il mondo e consegnatole l'invidiabile primato di "regina" assoluta dell'estate 2013? L'allegria che trasmette, non c'è dubbio. E la sua fantastica trasversalità, quel suo riuscire a piacere ai bambini, ai ragazzi, ai "modaioli", agli snob, a quelli di sinistra e quelli di destra, in Europa e in Sudamerica, in Africa e in Australia. In tempi in cui tante cose e tanti personaggi dividono, trovo che sia confortante constatare che c'è qualcosa che unisca. Personalmente mi fa sentire bene ed essere ottimista rispetto al futuro.

Sulla canzone in sé ha scritto molto bene il critico musicale di Repubblica Ernesto Assante: "se pure per sbaglio siete vivi, è letteralmente impossibile che non ascoltiate 'Get Lucky'. E, come capita con tutti i tormentoni, potrà anche farci letteralmente schifo al primo ascolto, poi al secondo diventerà quantomeno accettabile, al terzo inizieremo a battere il piede a tempo, al quarto ricorderemo il ritornello, dal quinto in poi irrimediabilmente lo sapremo a memoria per poi cantarlo sotto la doccia e quindi, anni dopo, ricordarlo con nostalgia."
E ancora: "Perfetto nel ritmo e nella costruzione, un po' retrò e un po' futuribile, perfetto nella struttura da 'tormentone' con un ritornello che, al di là del giro di parole sul quale è costruito, va a memoria con straordinaria rapidità. Perfetto per la qualità intrinseca che ha come brano pop, intelligente e originale, controcorrente rispetto alla supertechno dei dj contemporanei, ma allo stesso tempo nostalgico e innovativo, perché strutturato come una canzone, per quanto ballabile e contagiosa. Caratteristiche che poche canzoni oggi hanno. 'Get Lucky' non scomparirà presto, anzi, è destinata con buona probabilità a diventare un classico che balleremo ancora per molti anni."

La Rete è stata, com'è ovvio, uno straordinario volano per "Get Lucky" che è da diversi mesi oggetto di reinterpretazioni, giochi, espressioni varie e transnazionali di creatività. Su YouTube la versione solo 'audio' della canzone conta, al momento in cui scrivo, quasi 110 milioni di contatti. Qui sotto potete invece vedere il video che non è particolarmente fantasioso (ciò che invece caratterizza la maggior parte dei videoclip) ma che opportunamente regge tutto sulla canzone e sull'allegria che sa trasmettere.



A chi interessasse approfondire: tutto il CD dei Daft Punk nel quale è contenuto "Get Lucky" - il titolo è "Random Access Memories" - vale l'ascolto nella sua interezza, perché di grande qualità, sia compositiva che sonora. È stato scritto, giustamente, che il prodotto dei Daft Punk (cui hanno lavorato per ben otto anni!) riscatta il formato dell'album intero, da contrapporre al consumo della singola canzone, ciò che accade sempre più nel panorama discografico. Che volete… anche questo, da musicofilo un po' nostalgico, mi fa stare bene…


12 agosto 2013


Meglio avere un secchio…

A cura di Alberto&Alberto

Nell'interessante trattazione sul tema "psicologia e umorismo" che sarà disponibile su benessere.com a partire dal 1 settembre, si parla di una "sana ironia" come preziosa risorsa da non confondere con la ridicolizzazione, la presa in giro e il sarcasmo che non sono funzionali al benessere psicologico.

In linea di massima, la considerazione è certamente condivisibile. Se non fosse che ogni regola contiene l'eccezione e in questo caso una eccezione è rappresentata da quell'umorismo che, pur non risparmiando niente e nessuno, riesce ugualmente ad essere divertente. Non ci sono molti umoristi capaci di ciò ma tra questi si annoverano senz'altro i Monty Python, collettivo inglese (con un "innesto" americano, il geniale regista Terry Gilliam) che è stato attivo tra il 1969 e il 1983 e la cui comicità è sempre stata basata sulla dissacrazione, in senso letterale (penso alla religione, uno dei loro bersagli preferiti).

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Molto attivi in televisione - il loro programma "Monty Python's Flying Circus" è ancora oggetto di culto soprattutto nei paesi anglosassoni - i Monty Python hanno realizzato anche un pugno di film, anch'essi considerati "cult". Uno di questi - "Monty Python e il Sacro Graal" - nell'edizione italiana fu letteralmente "massacrato" dal doppiaggio, ove uno sciagurato distributore pensò bene di far prestare le voci ai vari personaggi dagli attori del Bagaglino, riprendendone anche il genere di umorismo che a me non solo non hai mai fatto ridere ma spesso mi ha anche profondamente intristito quando non irritato (se un giorno dovessi pensare ad un blog "Allegria e malessere", il primo post giuro che riguarderebbe loro).

Il quinto e ultimo film dei Monty Python si intitolava "Il senso della vita" e fece conoscere il gruppo di comici - già apprezzato, tra gli altri, dai Beatles - al mondo, dopo che ottenne il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, caso quasi unico per un film umoristico. Strutturato ad episodi più o meno lunghi (folgorante quello  sulla prolificità dei cattolici, in forma di musical), il film contiene una esilarante sequenza che si fa gioco dell'obesità ma che sfido qualsiasi obeso a trovare - uso un termine scherzoso, visto il nostro contesto - "diffamatorio".

Il problema dell'obesità è serio: esso risulta essere il disordine nutrizionale più frequente nei paesi sviluppati. Essa è tra l'altro un fattore favorente il manifestarsi del diabete e causa un aumento della probabilità del manifestarsi dell'ipertensione arteriosa e di disturbi cardiovascolari oltre alla calcolosi biliare, il cancro colonrettale ed endometriale.

Nessun senso di colpa, tuttavia, nel ridere alla visione di questa scena che, come tante famose scene comiche della Storia del Cinema, si regge su un meccanismo semplicissimo per cui si potrebbe addirittura fare a meno del dialogo. Se poi qualcuno volesse interpretarla come un monito ad adottare un regime alimentare più sano ed equilibrato, beh, meglio così…



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