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12 August 2013


Meglio avere un secchio…

A cura di Alberto&Alberto

Nell'interessante trattazione sul tema "psicologia e umorismo" che sarà disponibile su benessere.com a partire dal 1 settembre, si parla di una "sana ironia" come preziosa risorsa da non confondere con la ridicolizzazione, la presa in giro e il sarcasmo che non sono funzionali al benessere psicologico.

In linea di massima, la considerazione è certamente condivisibile. Se non fosse che ogni regola contiene l'eccezione e in questo caso una eccezione è rappresentata da quell'umorismo che, pur non risparmiando niente e nessuno, riesce ugualmente ad essere divertente. Non ci sono molti umoristi capaci di ciò ma tra questi si annoverano senz'altro i Monty Python, collettivo inglese (con un "innesto" americano, il geniale regista Terry Gilliam) che è stato attivo tra il 1969 e il 1983 e la cui comicità è sempre stata basata sulla dissacrazione, in senso letterale (penso alla religione, uno dei loro bersagli preferiti).

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Molto attivi in televisione - il loro programma "Monty Python's Flying Circus" è ancora oggetto di culto soprattutto nei paesi anglosassoni - i Monty Python hanno realizzato anche un pugno di film, anch'essi considerati "cult". Uno di questi - "Monty Python e il Sacro Graal" - nell'edizione italiana fu letteralmente "massacrato" dal doppiaggio, ove uno sciagurato distributore pensò bene di far prestare le voci ai vari personaggi dagli attori del Bagaglino, riprendendone anche il genere di umorismo che a me non solo non hai mai fatto ridere ma spesso mi ha anche profondamente intristito quando non irritato (se un giorno dovessi pensare ad un blog "Allegria e malessere", il primo post giuro che riguarderebbe loro).

Il quinto e ultimo film dei Monty Python si intitolava "Il senso della vita" e fece conoscere il gruppo di comici - già apprezzato, tra gli altri, dai Beatles - al mondo, dopo che ottenne il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, caso quasi unico per un film umoristico. Strutturato ad episodi più o meno lunghi (folgorante quello  sulla prolificità dei cattolici, in forma di musical), il film contiene una esilarante sequenza che si fa gioco dell'obesità ma che sfido qualsiasi obeso a trovare - uso un termine scherzoso, visto il nostro contesto - "diffamatorio".

Il problema dell'obesità è serio: esso risulta essere il disordine nutrizionale più frequente nei paesi sviluppati. Essa è tra l'altro un fattore favorente il manifestarsi del diabete e causa un aumento della probabilità del manifestarsi dell'ipertensione arteriosa e di disturbi cardiovascolari oltre alla calcolosi biliare, il cancro colonrettale ed endometriale.

Nessun senso di colpa, tuttavia, nel ridere alla visione di questa scena che, come tante famose scene comiche della Storia del Cinema, si regge su un meccanismo semplicissimo per cui si potrebbe addirittura fare a meno del dialogo. Se poi qualcuno volesse interpretarla come un monito ad adottare un regime alimentare più sano ed equilibrato, beh, meglio così…



05 August 2013


Carlo Verdone, medico mancato, comico riuscito

A cura di Alberto&Alberto

Dottore, in effetti, è un titolo che gli spetta di diritto. Si è infatti laureato in Lettere ed è anche diplomato anche al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ma Carlo Verdone non ha mai fatto mistero che la sua vera, grande passione (insieme alla musica e al cinema, non sappiamo in quale posizione di graduatoria) è la medicina. "Sarei stato un bravo medico di base", ha affermato più di una volta nelle interviste. E i suoi amici conoscono bene la sua competenza, seppure da autodidatta, dal momento che è spesso prodigo di consigli su come affrontare le malattie e come ritrovare la salute e il benessere, consigli che si rivelano sempre puntuali e affidabili. Da parte sua Verdone si vanta di fare, da qualche anno a questa parte, almeno un paio di check up l'anno, dalla colonscopia all'esame della prostata oltre alle analisi del sangue e quant'altro. Sfido la maggior parte di voi (me compreso) ad affermare altrettanto.

Nel suo cinema (ma anche nei suoi sketches televisivi) la medicina ricorre spesso, naturalmente in chiave comica o comunque ironica. Indimenticabili sono i dialoghi sui tranquillanti con Margherita Buy in "Maledetto il giorno che ti ho incontrato" o il personaggio del pedante barone della medicina di "Viaggi di nozze" o, ancora, quei vecchi e ancora gustosissimi sketches della farmacia notturna nell'edizione 1984 di "Fantastico".

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Come per Woody Allen, anche per Carlo Verdone si è creata la convinzione popolare che si tratti di un inguaribile ipocondriaco. Nel caso del regista ed attore newyorchese forse è più che un'illazione. Nel caso di Verdone, invece, egli rivendica un interesse sincero e genuino per la medicina che coltiva attraverso la periodica lettura delle enciclopedie mediche, delle riviste e dei siti specializzati (sicuramente anche il nostro!) e persino dei prontuari farmaceutici, nei suoi periodici aggiornamenti.

Fatto sta che nel 2007, l'Università Federico II di Napoli ha conferito a Carlo Verdone la Laurea Honoris Causa in Medicina. Ciò che non gli dà assolutamente il diritto di esercitare la professione medica, ma gli riconosce una competenza che ha stupito gli studenti presenti all'evento, soprattutto quando l'attore e regista ha saputo citare a memoria la composizione molecolare di alcuni farmaci che egli avrebbe prescritto per alcune patologie, evocate dal pubblico.

Decidere di intraprendere l'attività medica deriva, nella stragrande maggioranza dei casi, dalla volontà di agire a favore del benessere altrui. Pur abdicando alla sua aspirazione di diventare un medico, Carlo Verdone non si è allontanato molto dai suoi intenti: da oltre 30 anni, con i suoi film, ci diverte e dunque ci fa stare bene. Crescendo come artista e come uomo, i suoi film si sono fatti anche più riflessivi, e anche questo è meritorio.

Il suo applaudito discorso di accettazione della Laurea Honoris Causa è disponibile su youtube. Ma io ho scelto di porre alla vostra attenzione, più che una delle tante scene dei suoi film che hanno a che fare con la medicina, una sequenza tratta da "Questione di cuore" di Francesca Archibugi, nella quale Verdone fa una fugace e amichevole apparizione nella parte di se stesso, intento a dare consigli medici all'amico Antonio Albanese. Al netto dell'ilarità che suscita la sequenza, non si allontana molto dalla verità


15 July 2013


Caro Diario… Vitt

A cura di Alberto&Alberto

È più o meno il periodo in cui i genitori più prudenti iniziano ad acquistare il necessario per la ripresa scolastica dei figli a settembre, prima cioè che le cartolerie vengano prese d'assalto e che sugli scaffali restino solo gli "scarti".

Ricordo che quando ero ragazzo il diario scolastico, ad esempio, si comprava più tardi (la scuola iniziava ad ottobre) ma comunque in anticipo sull'apertura perché quelli più ambiti - il Diario di Linus, il Diario Disney, il Diario Vitt - andavano ben presto esauriti. Ed era un momento emozionante, perché si vedeva per la prima volta la copertina di un volume che sarebbe poi diventato familiare, accompagnandoci ogni giorno (weekend compresi, visto che dovevamo consultare i compiti assegnatici) per nove mesi.

Il Diario Vitt è stato per alcuni anni il mio prediletto. Un prodotto molto fortunato dal punto di vista commerciale: è stato realizzato ininterrottamente dal 1949 al 1980 ed era talmente diffuso che per alcuni anni se ne realizzò anche una versione economica, chiamata "Diario Minor".

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Nel Diario esplodeva tutta la genialità del suo artefice, Benito Jacovitti, libero dalle maglie dei racconti che venivano pubblicati sul Corriere dei Ragazzi e il Corriere dei Piccoli. Sbucavano ovunque personaggi stralunati, battute demenziali ("- Tu bari? - No io brindisi, cin cin") e soprattutto salami, ossa, e altri oggetti che il grande disegnatore amava infilare un po' ovunque nelle sue tavole.

Soffermarsi su qualche tavola particolarmente folle e divertente poteva talvolta rappresentare un momento di benefica fuga dal dovere scolastico e anche un motivo per farsi una risata con il compagno di banco. Nostalgia a parte, credo che ancora oggi, per i ragazzi, portarsi a scuola un diario "allegro" possa risultare utile. Ce ne sono ancora diversi sul mercato…

Nel video che ho scelto, Jacovitti racconta com'è nata la sua mania di disegnare salami.



Una curiosità: Il Diario Vitt non fu più pubblicato dopo il 1980 perché la casa editrice, la cattolica AVE, non gradì la scelta del disegnatore di illustrare un "Kamasutra". Che peraltro si avvaleva dei testi di un altro grande umorista quale Marcello Marchesi.


08 July 2013


Bentornato Picchiatello!

A cura di Alberto&Alberto

Non che lo avessimo dimenticato, specialmente noi non più giovanissimi, ma il ritorno di Jerry Lewis al cinema, all'età di 87 anni, è di quelle notizie che sorprendono e rallegrano. Anche se il suo nuovo ruolo nel film "Max Rose" che l'attore ha presentato all'ultimo Festival di Cannes, non è propriamente comico come quelli cui ci aveva abituato.

Considerato il più grande comico vivente, Jerry Lewis ha vissuto una carriera straordinaria segnata però da fasi alterne. Uno dei picchi assoluti è stato quando fece coppia fissa con Dean Martin, al cinema, in televisione e a teatro: insieme, regalano allegria e buonumore al popolo americano appena uscito dal periodo cupo della guerra.

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Dopo la fine del suo sodalizio con Martin (ben 17 film insieme in soli 7 anni!), Lewis diventò anche regista di se stesso, con ottima padronanza della macchina da presa e uno stile che si rifaceva a quello delle comiche del muto, quelle più scatenate del genere "slapstick".

In realtà, nel suo Paese, gli Stati Uniti, la sua attività registica è sempre stata sottovalutata mentre in Francia è considerato un Maestro, alla stregua dei grandi autori cinematografici.

Dai primi anni '70, l'attore ha diradato i suoi impegni a causa di alcuni problemi di salute ma è sempre riapparso un po' a sorpresa, ed ogni volta ritrovarlo è stata una festa, proprio come accade oggi.

Parlando di Jerry Lewis non si può non ricordare come sia stato l'inventore del Telethon, la trasmissione televisiva i cui proventi vengono devoluti all'Associazione per la Distrofia Muscolare e che va in onda ininterrottamente ogni anno dal 1966: uno degli show benefici più famosi del mondo (pensate a quanti miliardi di dollari è riuscito a raccogliere in quasi 50 anni!) ma anche uno dei più spettacolari. Memorabile l'edizione del 1976, nella quale Jerry Lewis e Dean Martin fecero pace in diretta televisiva dopo anni di incomprensioni, mandando il pubblico in visibilio!

Una scena da un film di Lewis al posto di un'altra? Difficilissimo. Le mie preferite, ad esempio, sono quelle in cui l'attore "mima" un'azione al ritmo di musica e sono tantissime. Tra queste, mi affido al caso e trovo la gag della "Macchina per scrivere" contenuta in "Dove vai sono guai" del 1963.



Ad 87 anni, Jerry Lewis sembra volersi ancora divertirsi e divertire: al Festival di Cannes, si è prodotto in una serie di smorfie e di battute dimostrando una gran forma e uno spirito immutato. Bentornato, Picchiatello!


01 July 2013


Totò, allegria senza confini?

A cura di Alberto&Alberto

Fai zapping con il telecomando e incappi in un film con Totò (potrai spontaneamente dire 'un film di Totò', anche se l'afffermazione è impropria, visto che non ne ha mai diretto neppure uno, ma "solo" interpretati un centinaio). Non puoi fare a meno di fermarti, ti senti come ipnotizzato. Si tratti di capolavori come "La banda degli onesti" o "Guardie e ladri" o di pellicole considerate minori come "Totò contro il pirata nero" o "Totò a Parigi". Ma vostro figlio/a, vostro/a nipote, la vostra moglie/compagna, un amico/a o chiunque ci sia nei paraggi, verrà distratto dalle sue occupazioni del momento e si unirà con te. È pressoché matematico: da quando lo abbiamo conosciuto (ovvero: da sempre), Totò riesce sempre a catalizzare la nostra attenzione, a regalarci qualche momento di sana allegria, meglio se condivisa.

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Quella di un Totò incompreso in vita, strapazzato dai critici e osteggiato dagli intellettuali italiani è una mezza verità. Nel senso che effettivamente il grande comico (ma nel suo caso il termine è riduttivo, Totò è grande "a prescindere", come avrebbe detto lui stesso), al massimo della sua popolarità, accettava spesso progetti chiaramente scadenti, ovvero film scritti e realizzati in modo dozzinale, attirato dai compensi - a volte neppure troppo lauti - lui che, di umili origini, aveva trovato il successo e desiderava mantenere il tenore di vita che gli spettava dal momento che aveva scoperto nientemeno di essere "Il Principe di Bisanzio", titolo cui teneva più di quello - assegnatogli dal pubblico - di "Principe della Risata". E poi, si sa, era un uomo oltremodo generoso.

Finché era in vita, e quindi in attività, questa sua trascuratezza nelle scelte artistiche, talvolta non gli veniva perdonata e da qui nasce la leggenda del Totò "incompreso". Non dal pubblico, però, perché il suo nome sulle locandine è sempre stato un richiamo irresistibile.

Però sì: se il suo genio (perché di questo si tratta) fosse stato pienamente compreso come meritava, altro che Oscar, altro che Nobel! Quando lo si rivede all'opera in una sequenza come questa, non è forse come restare rapiti come di fronte ad un quadro di Renoir o - secondo i gusti - un Picasso?

(e prima o poi ci occuperemo anche del grande Peppino!)

Certa è l'ammirazione che avevano per lui artisti sublimi come Federico Fellini o Luchino Visconti (che però non lavorarono mai con lui, malgrado le reciproche buone intenzioni) o intellettuali illuminati come Pier Paolo Pasolini (che ebbe il coraggio e l'intuizione di rivelarne anche l'inedita vis drammatica). Resta un mistero, invece, il fatto che nessun grande regista straniero ne avesse riconosciuto (o conosciuto?) la capacità di parlare un linguaggio universale al pari, per citare solo il primo nome che mi viene in mente, di Charlie Chaplin. Pensate un po': Totò è allegria. Totò è condivisione. Condivisione, con Totò, è benessere. E se questo benessere fosse stato universale, chissà che non avremmo avuto un mondo migliore


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