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08 luglio 2013


Bentornato Picchiatello!

A cura di Alberto&Alberto

Non che lo avessimo dimenticato, specialmente noi non più giovanissimi, ma il ritorno di Jerry Lewis al cinema, all'età di 87 anni, è di quelle notizie che sorprendono e rallegrano. Anche se il suo nuovo ruolo nel film "Max Rose" che l'attore ha presentato all'ultimo Festival di Cannes, non è propriamente comico come quelli cui ci aveva abituato.

Considerato il più grande comico vivente, Jerry Lewis ha vissuto una carriera straordinaria segnata però da fasi alterne. Uno dei picchi assoluti è stato quando fece coppia fissa con Dean Martin, al cinema, in televisione e a teatro: insieme, regalano allegria e buonumore al popolo americano appena uscito dal periodo cupo della guerra.

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Dopo la fine del suo sodalizio con Martin (ben 17 film insieme in soli 7 anni!), Lewis diventò anche regista di se stesso, con ottima padronanza della macchina da presa e uno stile che si rifaceva a quello delle comiche del muto, quelle più scatenate del genere "slapstick".

In realtà, nel suo Paese, gli Stati Uniti, la sua attività registica è sempre stata sottovalutata mentre in Francia è considerato un Maestro, alla stregua dei grandi autori cinematografici.

Dai primi anni '70, l'attore ha diradato i suoi impegni a causa di alcuni problemi di salute ma è sempre riapparso un po' a sorpresa, ed ogni volta ritrovarlo è stata una festa, proprio come accade oggi.

Parlando di Jerry Lewis non si può non ricordare come sia stato l'inventore del Telethon, la trasmissione televisiva i cui proventi vengono devoluti all'Associazione per la Distrofia Muscolare e che va in onda ininterrottamente ogni anno dal 1966: uno degli show benefici più famosi del mondo (pensate a quanti miliardi di dollari è riuscito a raccogliere in quasi 50 anni!) ma anche uno dei più spettacolari. Memorabile l'edizione del 1976, nella quale Jerry Lewis e Dean Martin fecero pace in diretta televisiva dopo anni di incomprensioni, mandando il pubblico in visibilio!

Una scena da un film di Lewis al posto di un'altra? Difficilissimo. Le mie preferite, ad esempio, sono quelle in cui l'attore "mima" un'azione al ritmo di musica e sono tantissime. Tra queste, mi affido al caso e trovo la gag della "Macchina per scrivere" contenuta in "Dove vai sono guai" del 1963.



Ad 87 anni, Jerry Lewis sembra volersi ancora divertirsi e divertire: al Festival di Cannes, si è prodotto in una serie di smorfie e di battute dimostrando una gran forma e uno spirito immutato. Bentornato, Picchiatello!


01 luglio 2013


Totò, allegria senza confini?

A cura di Alberto&Alberto

Fai zapping con il telecomando e incappi in un film con Totò (potrai spontaneamente dire 'un film di Totò', anche se l'afffermazione è impropria, visto che non ne ha mai diretto neppure uno, ma "solo" interpretati un centinaio). Non puoi fare a meno di fermarti, ti senti come ipnotizzato. Si tratti di capolavori come "La banda degli onesti" o "Guardie e ladri" o di pellicole considerate minori come "Totò contro il pirata nero" o "Totò a Parigi". Ma vostro figlio/a, vostro/a nipote, la vostra moglie/compagna, un amico/a o chiunque ci sia nei paraggi, verrà distratto dalle sue occupazioni del momento e si unirà con te. È pressoché matematico: da quando lo abbiamo conosciuto (ovvero: da sempre), Totò riesce sempre a catalizzare la nostra attenzione, a regalarci qualche momento di sana allegria, meglio se condivisa.

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Quella di un Totò incompreso in vita, strapazzato dai critici e osteggiato dagli intellettuali italiani è una mezza verità. Nel senso che effettivamente il grande comico (ma nel suo caso il termine è riduttivo, Totò è grande "a prescindere", come avrebbe detto lui stesso), al massimo della sua popolarità, accettava spesso progetti chiaramente scadenti, ovvero film scritti e realizzati in modo dozzinale, attirato dai compensi - a volte neppure troppo lauti - lui che, di umili origini, aveva trovato il successo e desiderava mantenere il tenore di vita che gli spettava dal momento che aveva scoperto nientemeno di essere "Il Principe di Bisanzio", titolo cui teneva più di quello - assegnatogli dal pubblico - di "Principe della Risata". E poi, si sa, era un uomo oltremodo generoso.

Finché era in vita, e quindi in attività, questa sua trascuratezza nelle scelte artistiche, talvolta non gli veniva perdonata e da qui nasce la leggenda del Totò "incompreso". Non dal pubblico, però, perché il suo nome sulle locandine è sempre stato un richiamo irresistibile.

Però sì: se il suo genio (perché di questo si tratta) fosse stato pienamente compreso come meritava, altro che Oscar, altro che Nobel! Quando lo si rivede all'opera in una sequenza come questa, non è forse come restare rapiti come di fronte ad un quadro di Renoir o - secondo i gusti - un Picasso?

(e prima o poi ci occuperemo anche del grande Peppino!)

Certa è l'ammirazione che avevano per lui artisti sublimi come Federico Fellini o Luchino Visconti (che però non lavorarono mai con lui, malgrado le reciproche buone intenzioni) o intellettuali illuminati come Pier Paolo Pasolini (che ebbe il coraggio e l'intuizione di rivelarne anche l'inedita vis drammatica). Resta un mistero, invece, il fatto che nessun grande regista straniero ne avesse riconosciuto (o conosciuto?) la capacità di parlare un linguaggio universale al pari, per citare solo il primo nome che mi viene in mente, di Charlie Chaplin. Pensate un po': Totò è allegria. Totò è condivisione. Condivisione, con Totò, è benessere. E se questo benessere fosse stato universale, chissà che non avremmo avuto un mondo migliore


24 giugno 2013


Jerome, malato immaginario

A cura di Alberto&Alberto

Qualche post fa ci siamo occupati di Woody Allen e della ipocondria che è parte integrante del suo personaggio, tanto nella vita quanto nel cinema (e pure nei suoi racconti). Il regista e attore newyorchese è sicuramente l'esponente più noto della tendenza ad avvertire su di sé i segni delle più diverse malattie, pur se in buona salute. Ma non è stato certamente l'unico a sdrammatizzare quello che è classificato come un disturbo psicologico, facendone fonte di comicità.

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Sorvolando su Molière e il suo "malato immaginario", esilarante, ad esempio, era Rock Hudson nella commedia "Non mandarmi fiori" (1964): recatosi dal suo medico per un ennesimo controllo, coglie una conversazione di quest'ultimo con un collega riguardo la malattia mortale di un paziente e si convince di essere lui. Ciò genera una serie di equivoci il cui intreccio aveva già divertito per anni le platee di Broadway.

E però Jerome, uno dei tre protagonisti di "Tre uomini in barca (per non parlare del cane)" si direbbe la quintessenza dell'ipocondria. Che è un malessere, lo ripeto, ma forse l'unico sul quale si riesce a scherzare senza essere tacciati di cinismo.

Nelle prime pagine del suo romanzo più famoso, Jerome K. Jerome va subito al dunque e traccia uno spassoso ritratto (e dovremmo dire, autoritratto?) di un uomo che pensa di aver contratto tutte le malattie possibili ad eccezione del ginocchio della lavandaia. Ciò che trova persino offensivo finché non si convince di poterne fare a meno, dal momento che ha già "tutte le malattie note in farmacologia".

Non dico oltre e invito a rileggersi Jerome, che ha saputo elevare il classico humour inglese a vera e propria arte. Ma se si crede di aver contratto la malattia della pigrizia, può venire in aiuto l'intraprendenza di un gruppo di appassionati lettori che si sono prodotti in una serie di "videoletture" dei loro autori preferiti. Qui trovate, per l'appunto, il primo capitolo di "Tre uomini in barca (per non parlare del cane)".

Come altri capolavori, anche quello di Jerome K. Jerome paga pegno al caso: il suo romanzo, infatti, nacque come una specie di guida turistica sul Tamigi che lo scrittore volle condire di note umoristiche e che l'editore decide di alleggerire delle nozioni storico-geografiche trasformandolo così in un capolavoro assoluto di comicità capace di sfidare i tempi e le evoluzioni del gusto.


10 giugno 2013


Che allegria con Mr. Brooks!

A cura di Alberto&Alberto

Una passione che ho coltivato fin da ragazzino, quella per Mel Brooks. Dopo essere stato letteralmente folgorato da "Frankenstein Junior", ho recuperato i tre film precedenti, scoprendo così altre perle come "Per favore non toccate le vecchiette" (diventato poi un grande successo a Broadway con conseguente remake al cinema)  e "Mezzogiorno e mezzo di fuoco". Commedie irresistibili (con la prima, Brooks ricevette un Oscar per la migliore sceneggiatura) ma tutte destinate ad essere surclassate da quel capolavoro che è "Frankenstein Junior".

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Un paio di anni fa "Frankenstein Junior" è tornato nelle sale cinematografiche per un solo giorno ed io non mi sono lasciato sfuggire la preziosa occasione di rivederlo su grande schermo. Ho avuto l'ennesima conferma che il film riesce a divertirmi ad ogni visione, benché ormai lo conosca praticamente a memoria.

Quello che, però, mi sorprende e mi affascina di fronte alla comicità di film come "Frankenstein Junior" è la sua universalità. Questa geniale parodia in bianco e nero dei vecchi film horror può essere apprezzata ed amata da spettatori di ogni età e latitudine. Vi è dunque, in chi l'ha concepita, una sensibilità particolare, una profonda conoscenza dell'animo umano e dei meccanismi che suscitano le emozioni.

Dopodiché, certo, esiste anche la difficoltà a tradurre con continuità tale sensibilità in un'opera di ingegno: dopo "Frankenstein Junior", Brooks ha realizzato diverse commedie pregevoli, come "Balle Spaziali" ad esempio, ma non è più riuscito, nei sette film che ha girato in circa vent'anni dopo il suo capolavoro, ad eguagliarlo.

Non credo che il regista avesse minimamente l'ambizione di superarsi con quello che è rimasto il suo ultimo film, un'altra parodia horror, "Dracula morto e contento", del 1995. Viene così anche da pensare che l'allegria che suscita "Frankestein Junior" sia anche il frutto di un clima allegro e complice sul set con i suoi attori che erano anche suoi amici: Gene Wilder, Marty Feldman, Madeline Kahn…

Difficile scegliere una scena, sono una più esilarante dell'altra. Scelgo questa solo per rimarcare la bravura degli adattatori italiani del film, che hanno escogitato un gioco di parole totalmente differente da quello originale e sono purtuttavia riusciti a farne un divertente tormentone.



Forse volevate sapere com'era il dialogo originale? Cosi:
Inga: Werewolf
Dr. Frederick Frankenstein: Werewolf?
Igor: There.
Dr. Frederick Frankenstein: What?
Igor: There wolf. There castle.
Inga: Werewolf!
Dr. Frederick Frankenstein: Werewolf?
Igor: There.
Dr. Frederick Frankenstein: What?
Igor: There, wolf. There, castle.
Dr. Frederick Frankenstein: Why are you talking that way.
Igor: I thought you wanted to.
Dr. Frederick Frankenstein: No, I don't want to.
Igor: Suit yourself. I'm easy.

Nel 2000, quello stesso American Film Institute che pochi giorni fa ha premiato Mel Brooks, ha inserito "Frankenstein Junior" al 13° posto delle migliori 100 commedie americane di tutti i tempi. E c'è anche un primato italiano: 500.000 Dvd venduti, ovvero il classico più acquistato nella storia dell'home video in Italia.


03 giugno 2013


Can che ride fa benessere

A cura di Alberto&Alberto

Anche i cani ridono? Sorridono, quanto meno. E solo agli umani. Almeno a giudicare dalle tante testimonianze di cui è piena la Rete, da parte di persone i cui amici a quattro zampe riservano il trattamento particolare di un sorriso proprio come quello umano: bocca un po' aperta, labbra indietro, denti in fuori. Ma che il sorriso di un cane rifletta un particolare stato d'animo come quello da cui scaturisce il sorriso delle persone… beh, questo è difficilmente dimostrabile.

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È invece assodato quanto la vicinanza di un cane o di un gatto (o altro animale domestico e non) possa favorire il benessere psicofisico delle persone. È la cosiddetta "Pet Therapy" che proprio quest'anno compie 60 anni, dal momento che le prime ricerche sul rapporto uomo-animale e sui benefici che esso può apportare furono intraprese nel 1953 dallo psichiatra infantile americano, Boris Levinson, lo stesso che qualche anno più tardi coniò il termine.

Alla Pet Therapy è dedicato il sondaggio di benessere.com tv di questo mese. A noi qui piace evidenziare come certi comportamenti dei cani o dei gatti possano rivelarsi davvero esilaranti nella loro bizzarria. Il nostro divertimento e il benessere che ne può scaturire, tuttavia, non possono essere assimilabili alla Pet Therapy che si esercita in forma strutturate e prevede valutazioni e monitoraggio da parte di diverse figure professionali e operatori tecnici specializzati nel settore. Ciò almeno nella sua applicazione ortodossa (TAA, Terapie Assistite con Animali) per cui gli animali vengono utilizzati dai terapeuti come strumenti per intervenire sulle aree cognitive, emotive, comportamentali, psicosociali con obiettivi specifici da raggiungere. Una tipologia meno strutturata di Pet Therapy è invece la AAA, Attività Assistite con Animali, che si affida in gran parte a comportamenti spontanei e improvvisati, in ogni caso finalizzati a migliorare la vita dei "pazienti".

E però anche un rapporto "normale" con il proprio animale, aldilà di qualsiasi premeditazione e obiettivo dichiarato, può riservare momenti di assoluto benessere. Così come può indurre allegria semplicemente assistere al gioco tra un cane e un bambino, ove spesso si crea un clima di grande empatia tra loro (di questo sono testimone pressoché quotidiano).

Tornando alla presunta capacità degli animali, e dei cani in particolare, di sorridere o addirittura di ridere, una rapida ricerca su You Tube offre una miriade di risultati, con alcuni filmati davvero sorprendenti. Ne ho scelto uno che trovo particolarmente singolare perché sembra rovesciare sull'animale, anziché sull'uomo, l'approccio terapeutico. Mi piace, infatti, immaginare che il cane provi davvero una sensazione di benessere ascoltando il suo padrone che suona la chitarra…

Comportamenti come questo (beh, magari non proprio come questo…) li può osservare chiunque abbia in casa un cane. Ma solo se trattato con amore e con rispetto, gli stessi che egli prova per noi e che ne fanno, come da proverbio, il "nostro migliore amico".


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