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03 giugno 2013


Can che ride fa benessere

A cura di Alberto&Alberto

Anche i cani ridono? Sorridono, quanto meno. E solo agli umani. Almeno a giudicare dalle tante testimonianze di cui è piena la Rete, da parte di persone i cui amici a quattro zampe riservano il trattamento particolare di un sorriso proprio come quello umano: bocca un po' aperta, labbra indietro, denti in fuori. Ma che il sorriso di un cane rifletta un particolare stato d'animo come quello da cui scaturisce il sorriso delle persone… beh, questo è difficilmente dimostrabile.

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È invece assodato quanto la vicinanza di un cane o di un gatto (o altro animale domestico e non) possa favorire il benessere psicofisico delle persone. È la cosiddetta "Pet Therapy" che proprio quest'anno compie 60 anni, dal momento che le prime ricerche sul rapporto uomo-animale e sui benefici che esso può apportare furono intraprese nel 1953 dallo psichiatra infantile americano, Boris Levinson, lo stesso che qualche anno più tardi coniò il termine.

Alla Pet Therapy è dedicato il sondaggio di benessere.com tv di questo mese. A noi qui piace evidenziare come certi comportamenti dei cani o dei gatti possano rivelarsi davvero esilaranti nella loro bizzarria. Il nostro divertimento e il benessere che ne può scaturire, tuttavia, non possono essere assimilabili alla Pet Therapy che si esercita in forma strutturate e prevede valutazioni e monitoraggio da parte di diverse figure professionali e operatori tecnici specializzati nel settore. Ciò almeno nella sua applicazione ortodossa (TAA, Terapie Assistite con Animali) per cui gli animali vengono utilizzati dai terapeuti come strumenti per intervenire sulle aree cognitive, emotive, comportamentali, psicosociali con obiettivi specifici da raggiungere. Una tipologia meno strutturata di Pet Therapy è invece la AAA, Attività Assistite con Animali, che si affida in gran parte a comportamenti spontanei e improvvisati, in ogni caso finalizzati a migliorare la vita dei "pazienti".

E però anche un rapporto "normale" con il proprio animale, aldilà di qualsiasi premeditazione e obiettivo dichiarato, può riservare momenti di assoluto benessere. Così come può indurre allegria semplicemente assistere al gioco tra un cane e un bambino, ove spesso si crea un clima di grande empatia tra loro (di questo sono testimone pressoché quotidiano).

Tornando alla presunta capacità degli animali, e dei cani in particolare, di sorridere o addirittura di ridere, una rapida ricerca su You Tube offre una miriade di risultati, con alcuni filmati davvero sorprendenti. Ne ho scelto uno che trovo particolarmente singolare perché sembra rovesciare sull'animale, anziché sull'uomo, l'approccio terapeutico. Mi piace, infatti, immaginare che il cane provi davvero una sensazione di benessere ascoltando il suo padrone che suona la chitarra…

Comportamenti come questo (beh, magari non proprio come questo…) li può osservare chiunque abbia in casa un cane. Ma solo se trattato con amore e con rispetto, gli stessi che egli prova per noi e che ne fanno, come da proverbio, il "nostro migliore amico".


27 maggio 2013


Lui pensa positivo. E noi?

A cura di Alberto&Alberto

Confesso che quando Jovanotti si affacciò sui teleschermi - alla fine degli anni '80 - lo detestai subito. Quello spilungone che saltava e rideva come uno scemo, urlando stupidaggini tipo "E' qui la festa?" o "Gimme Five!" o "Yo!"; mi sembrava un perfetto compendio di quel decennio culturalmente infausto, tra edonismo e superficialità.

La musica era improntata alla disco-music più banale del periodo, i testi recitati in forma 'rap' erano ben distanti da quelli (traduzioni alla mano, si intende) dei grandi artisti hip hop d'oltreoceano. E poi lo vedevi apparire zompettare in tv urlando sguaitamente (ma con quella voce, dove pensava di andare?): "Ciao mamma, guarda come mi diverto!" (che qualche spiritosone trasformò subitaneamente in "Ciao mamma, guarda come mi divelto!"). E quel nome, infine: Jovanotti, che razza di pseudonimo! (solo recentemente ho saputo che fu adottato per errore, dopo che un tipografo male interpretò il nome originariamente scelto dall'artista, Joe Vanotti!).

Jovanotti nasceva come disc-jockey ed aveva dunque un approccio alla musica festaiolo e un po' 'caciarone'; come musicista, non riuscivo proprio a prenderlo sul serio.

Poi accadde qualcosa: i testi iniziarono a mutare e ad acquisire significati più profondi, la musica cominciò a nutrirsi degli stimoli più diversi, lo stile diventava sempre più percussivo e moderno. Una vera trasformazione, quella di Jovanotti, che infatti ad un certo punto cercò di imporre il suo vero nome, Lorenzo, e che nelle sue canzoni introduceva sempre più elementi presi dalla società e dalla "vita vera". Si trasformò anche fisicamente: facendosi crescere la barba, voleva probabilmente lanciare un messaggio: "Sono cresciuto, adesso prendetemi sul serio!".

E lo abbiamo preso sul serio, da lì a breve ci siamo sorpresi a canticchiare "Sono un ragazzo fortunato perché m'hanno regalato un sogno" e, soprattutto, "Io penso positivo perché son vivo, perché son vivo". Canzoni allegre, positive, canticchiabili da chiunque (la ricetta di un vero successo) eppure assai distanti dalla superficialità di qualche anno prima.

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Oggi le canzoni di Jovanotti emettono positività e regalano il sorriso a tanta gente, delle età più diverse. E i suoi testi parlano, in effetti, di valori universali e senza età come l'amore, la pace, la fratellanza, la solidarietà.

Ma com'è stata possibile questa trasformazione? Come mai un giovane che ha passato nottate e nottate nelle discoteche e che per il resto del tempo ha vissuto nel mondo ovattato degli studi televisivi è riuscito ad evolversi artisticamente (e umanamente, oserei dire) in modo così straordinario? Mi sembrava impossibile e poi ho pensato ai Beatles. La cosiddetta "beatlemania" colse quattro musicisti che avevano appena vent'anni, costringendoli ad un'attività praticamente senza soste, tra concerti, dischi da 'sfornare' uno dietro l'altro, apparizioni pubbliche. Ma ciò non impedì loro di cogliere i cambiamenti in atto nel mondo, di conoscere e frequentare personaggi illustri, di visitare le gallerie d'arte, di accostarsi a forme artistiche d'avanguardia. Grazie alla loro innata curiosità, la loro musica si è evoluta fino a forme impensabili fino a pochi anni prima, lasciando una traccia indelebile nella storia della musica moderna.

Jovanotti, anzi Lorenzo, si è evoluto anch'egli attraverso la curiosità: letture, viaggi, incontri. Esperienze che si sono tradotte in canzoni (e libri, anche) che oggi trasmettono ad un pubblico vastissimo allegria, positività, apertura al mondo.

Quest'estate Lorenzo/Jovanotti sarà per la prima volta in tournee negli stadi italiani e i suoi concerti si annunciano come una vera e propria festa alla quale sono invitati tutti - bambini, ragazzi, adulti, famiglie. E tutti si lasceranno contagiare dall'allegria e dalla sensibilità che trasmette un ex ragazzo che un tempo urlava incoscientemente "1, 2, 3 casino!" e che poi seppe mettere insieme versi importanti come "Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa/che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa/passando da Malcolm X attraverso Gandhi e San Patrignano/arriva a un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano."

Si potrebbe pensare: Jovanotti è bello, giovane (ora neanche più tanto), famoso, ricco e ha talento. Come potrebbe, uno così, essere "negativo"? Potrebbe, potrebbe… la storia della musica è piena di cattivi esempi, in questo senso. E altri, nelle sue stesse condizioni, non ci trasmettono tale e tanta positività!


20 maggio 2013


A letto dopo Carosello!

A cura di Alberto&Alberto

Dal 6 maggio scorso va nuovamente in onda sul primo canale della Rai, "Carosello", lo storico contenitore di pubblicità, a distanza di oltre 35 anni dalla sua ultima puntata. Ufficialmente, il nuovo programma (il cui nome completo è "Carosello Reloaded") nasce con l'obiettivo di stimolare la creatività delle agenzie pubblicitarie, considerata in crisi da diverso tempo e dunque per riavvicinare anche gli spettatori alla pubblicità (e incrementare i consumi, of course). Inevitabile, però, pensare anche all'effetto nostalgia che può provocare nel pubblico adulto, soltanto a sentirne il nome. E, allora, giù a raccontare a figli e nipoti di quando si andava "a letto dopo Carosello". Cioè più o meno alle 21, per garantire quelle ore di sonno che giustamente vengono considerate alla base del benessere psicofisico.

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A letto, quindi, e però dopo aver fatto il pieno di buonumore! Se Carosello (quello originale) godeva di così tanto successo all'epoca in cui veniva trasmesso - ben 20 anni, dal 1957 al 1977 - era perché pur nelle finalità pubblicitarie, la trasmissione proponeva in gran parte sketches comici o intermezzi musicali, spesso anche cartoni animati, intrattenendo e divertendo un pubblico vastissimo per età e cultura.

Su Carosello sono stati versati fiumi di inchiostro, anche da parte di illustri intellettuali; aldilà di ogni valutazione sociologica, non vi è dubbio che la trasmissione sia stata anche una formidabile parata di talenti ai più diversi livelli. Vi si sono, infatti, cimentati tanto i creativi (pubblicitari, autori, registi, scenografi, musicisti) quanto attori, attrici e cantanti di fama, attirati soprattutto dai generosi compensi che la pubblicità ha sempre loro garantito.

Ma se lo spettacolo tanto ha dato a Carosello, non si può dire che Carosello non abbia dato tanto allo spettacolo. Penso, ad esempio, all'animazione che in quegli anni, al cinema quantomeno, era una prerogativa pressoché assoluta di Disney. Carosello ha avuto il merito di valorizzare o scoprire più di una generazione di animatori e grafici, a loro volta ideatori di personaggi e serie che sono oggi parte dell'immaginario di milioni di italiani. Penso al grande Osvaldo Cavandoli e la sua "Linea" ma anche a Calimero (caso di personaggio che ha surclassato, per riconoscibilità e popolarità, il marchio che supportava), all'"omino con i baffi" o Caballero e Carmencita. Personalmente, mi piacevano gli sketches dei grandi comici dell'epoca (nemmeno l'immenso Totò disdegnò di interpretarne una serie per Carosello), adoravo gli intermezzi musicali ma più di tutti mi divertivano certe animazioni, sia che fossero realizzate con la tecnica tradizionale che con la tecnica del 'passo uno', quella con i pupazzi per intenderci.

Se poi l'animazione si sposava con musichette o jingles ad alta riconoscibilità, allora il divertimento era raddoppiato. Come in questo celebre spot che si ripeteva pressoché uguale settimana dopo settimana:

Nonostante Carosello abbia segnato parte della mia infanzia e adolescenza - garantendomi anche una buona quantità di sonno - non ho ancora visto una singola puntata di questo "Carosello Reloaded" che in via sperimentale verrà trasmesso fino al prossimo luglio. Dubito, tuttavia, che possa riscuotere una infinitesima parte del successo che spettò alla trasmissione originale. Tantomeno a tornare a fungere da regolatore del sonno dei bambini…


13 maggio 2013


Maccarone… io te distruggo!

A cura di Alberto&Alberto

Qualche anno fa una importante emittente radiofonica fece un sondaggio tra i propri ascoltatori, invitandoli a scegliere quale fosse per loro la migliore battuta di sempre nel cinema italiano. La più votata risultò essere "Maccarone... m'hai provocato e io te distruggo, adesso, maccarone! Io me te magno!" pronunciata da Alberto Sordi nella celebre scena degli spaghetti di "Un americano a Roma".

Una battuta, quella di Sordi, totalmente improvvisata così come l'intera sequenza (per la quale fu sufficiente un unico 'ciak', a partire da un esile canovaccio), il che la dice lunga sulla genialità di un attore che non finiremo mai di rimpiangere.

L'immagine di Sordi che si avventa su un piatto di "maccheroni" dopo aver allontanato l'indigesta pietanza che nel suo immaginario doveva essere prediletta dagli americani (una fetta di pane con marmellata, latte, yogurt e… mostarda!), campeggia da anni nelle cucine di tanti italiani, oltre che in tante pizzerie e trattorie, specie nella Capitale. Una vera icona che mette sempre allegria e che bene si associa, quindi, con il benessere a tavola.

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Curioso, invece, il destino della suddetta battuta che pur essendo celeberrima (o forse proprio per questo) viene quasi sempre citata erroneamente, talvolta sostituendo 'spaghetti' a 'maccheroni', 'sfidato' a 'provocato' e così via. Nulla di male, si intende, perché il senso resta comunque immutato, ma va da sé che quasi nessuno si ricorda la frase corretta e si resta quasi sempre sorpresi nel riascoltarla dalla viva voce dell'attore.



Che dire? Che forse un Oscar, sia pure alla carriera, non avrebbe sfigurato nel medagliere di uno degli attori più amati e geniali di tutti i tempi!


06 maggio 2013


El(i)ogio degli Elii

A cura di Alberto&Alberto

Domani, 7 maggio, esce il nuovo album di Elio e le Storie Tese. Lo so: da anni il termine 'album' è diventato una prerogativa solo dei puristi e dei collezionisti, ma a me piace ancora chiamarli cosi. Tanto più che il nuovo lavoro del gruppo milanese si intitola, facendo il verso ad un celebre disco dei Beatles, "Album Biango". Ne ho già ascoltato alcune tracce in anteprima, oltre ai due brani che hanno presentato a Sanremo qualche mese fa, e posso garantire che è all'altezza delle aspettative. Le mie, quanto meno.

La prima volta che ho ascoltato gli Elii dal vivo (noi fans li chiamiamo così) fu a Roma, credo fosse il 1990, in una tendostruttura che si trovava nel quartiere dell'Eur. Fino ad allora li avevo intravisti solo in televisione, nella trasmissione "Lupo Solitario" andata in onda un paio di anni prima. Non mi avevano impressionato. Non sembravano più che dei cabarettisti e alla loro musica non avevo neppure fatto molto caso. Ma quel concerto fu una folgorazione: grazie anche all'abilità del cantante nello scandire bene tutte le parole dei testi e renderli quindi comprensibili, mi sono sorpreso a ridere a crepapelle per l'intera durata del concerto. Una cosa che non mi era mai capitata. Ma mi sarebbe capitata ancora, tornando più e più volte ai loro concerti, anche con i miei figli che li adorano.

Ricordo che nei giorni successivi a quella prima volta mi sono procurato il loro primo Lp appena uscito e che, in barba alle leggi del mercato, aveva un titolo che immaginate di averlo dovuto chiedere al negoziante: "Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu"!
Testi alla mano e con ascolti ripetuti, ancora tante risate e la conferma di un'ironia capace di non risparmiare niente e nessuno pur senza mai essere offensiva. Giochi di parole abilissimi: in "John Holmes", dedicato al celebre porno attore (!) Elio canta: 30 centimetri di dimensione artistica/su di ciò la critica è concorde/nel ritenermi sudicio". In un altro brano affrontavano un tema che non avresti mai pensato potesse ispirare una canzone ("Cassonetto differenziato per il frutto di peccato", un titolo che è tutto un programma) o in un altro ancora elencavano diligentemente tutti i rifiuti corporali ("Silos").

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Il secondo album - uscito due anni dopo - era se possibile anche migliore del primo (e il titolo ancora più impronunciabile: "Italyan, rum casusu çikti"). Mi apparve definitivamente chiaro che gi Elii, oltre a scrivere testi che rasentavano la genialità, erano dei musicisti estremamente dotati tecnicamente e ispirati dal punto di vista compositivo, capaci di destreggiarsi tra i generi più diversi e di fare un uso creativo e a tratti sorprendente della tecnologia. In quell'album c'era la loro prima canzone di successo, "Pipppero" per la quale avevano registrato e poi 'campionato' nientemeno che il coro femminile della tv di stato bulgara, già protagonista di un paio di album che circolavano da qualche tempo tra i musicofoli più raffinati ("Le Mystère des Voix Bulgares").

Anche con i testi si stavano superando, moltiplicando i riferimenti alla cultura popolare degli anni '70, qualche anno prima della catalogazione revival decisamente più 'mainstream' di Fabio Fazio e Claudio Baglioni e della loro "Anima mia". Mi sono davvero divertito (e mi diverto ancora) a riconoscere quei segni della mia adolescenza: i borselli da uomo ("Uomini col borsello", guest star un insospettabilmente ironico Riccardo Fogli, antica voce dei Pooh), il comico del cinema muto Ben Turpin (riscoperto proprio da una trasmissione tv degli anni '70, come ho già ricordato in un precedente post), e tanto lessico dell'epoca, da 'cingomma' al posto di chewing gum, a 'matusa' (con cui peraltro, faccio ancora personalmente e quotidianamente i conti), limonare. Fino ai miei prediletti artifizi per evitare le 'parolacce' nei momenti d'ira ('vaffancuore').

Qualcuno potrà rubricare tutto questo (e altro) come 'cazzeggio' (mi si passi il termine a smentita di quanto prima). Non è assolutamente così. Ci sono sapienza e intelligenza in buona parte del repertorio - oggi assai congruo - di Elio e le Storie Tese - tanto sul piano dei testi che della musica. E anche del lodevole rigore, tanto che quando furono definitivamente consacrati al successo popolare con il trionfo del secondo posto al Festival di Sanremo (ma dovevano essere i vincitori) lo furono non perché avevano snaturato la loro proposta in nome del consenso ma perché il grande pubblico li aveva semplicemente - e direi anche miracolosamente - capiti. Ciò che è accaduto a distanza di 17 anni, quando hanno portato a Sanremo la loro geniale "Canzone mononota" e in tempi (ahinoi perduranti) di banalità musicale hanno nuovamente conquistato pubblico e critica (e un ulteriore secondo posto) senza abdicare alla loro originalità, anzi, con una canzone più ardita di quella precedente.

Nel frattempo, gli Elii non hanno mai riposato sugli allori di un meritato successo ma hanno proseguito a mantenere sempre alta la qualità della loro musica e dei loro testi.

Ricordo l'emozione che mi colpì la prima volta che ascoltai una delle loro canzoni che sarebbe poi diventata uno dei loro cavalli di battaglia nelle esibizioni dal vivo, "Tapparella", contenuta dell'album "Eat the Phikis" del 1996 (quello che in copertina raffigura uno squalo con l'apparecchio odontoiatrico!). Qui il divertimento provocato dal testo interlocutorio  - un adolescente dialoga con un gruppo di compagni di scuola che lo respingono ad una festa -, si sposa con una base musicale che inizia con un giro di chitarra nello stile di Jimi Hendrix e termina con una citazione di "Impressioni di settembre" della Premiata Forneria Marconi. Ebbene, questa canzone mi ha tanto divertito quanto commosso perché, pur nell'ironia e nell'iperbole, riusciva superbamente ad evocare la mia adolescenza che evidentemente è stata anche la loro: vi si parla delle feste del sabato nel periodo della scuola media, tra tapparelle abbassate per ballare i lenti, il rito del gioco della bottiglia, le aranciate amare e la spuma come massime trasgressioni bevitorie. Una canzone, "Tapparella" che mi commuove, mi diverte ma che mi fa anche sentire bene, perché la percepisco come una condivisione con persone (gli Elii) che non conosco di persona ma che hanno vissuto le mie stesse esperienze e che sanno restituirmele come io meglio non saprei fare, seppure filtrate dall'ironia. Più recentemente ho provato la stessa sensazione con una canzone meno 'struggente', "Gargaroz" (dal cd "Studentessi" del 2008) ove si racconta di una madre che convince il figlio a sottoporsi all'asportazione delle tonsille nella prospettiva di mangiare tanti gelati (al limone!).

Sulla base di una bella versione 'live' di "Tapparella' (con qualche variazione rispetto al testo originale) gli Elii ne hanno tratto un video davvero spassoso.



Potrei scrivere ancora a lungo di Elio e le Storie Tese, magari sottolineando ancora la loro perizia di musicisti che ti rifanno alla perfezione un'aria di Rossini sul palco dell'Ariston o l'intricatissimo Frank Zappa in qualche locale underground o suonano con un mito come Carlos Santana uscendone a testa alta. Chissà, magari un giorno ci tornerò su. Concludo con dire che domani. 7 maggio, io acquisterò il Cd (quello vero, non quello 'impalbabile" in formato MP3) degli Elii e per un'oretta mi estranierò dal mondo, con in mano il libretto per seguire in religiosa attenzione i testi. Per dirla con un altro glorioso e talentuoso gruppo questo sì degli anni '70, il Banco del Mutuo Soccorso: Non mi rompete!


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