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24 June 2013


Jerome, malato immaginario

A cura di Alberto&Alberto

Qualche post fa ci siamo occupati di Woody Allen e della ipocondria che è parte integrante del suo personaggio, tanto nella vita quanto nel cinema (e pure nei suoi racconti). Il regista e attore newyorchese è sicuramente l'esponente più noto della tendenza ad avvertire su di sé i segni delle più diverse malattie, pur se in buona salute. Ma non è stato certamente l'unico a sdrammatizzare quello che è classificato come un disturbo psicologico, facendone fonte di comicità.

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Sorvolando su Molière e il suo "malato immaginario", esilarante, ad esempio, era Rock Hudson nella commedia "Non mandarmi fiori" (1964): recatosi dal suo medico per un ennesimo controllo, coglie una conversazione di quest'ultimo con un collega riguardo la malattia mortale di un paziente e si convince di essere lui. Ciò genera una serie di equivoci il cui intreccio aveva già divertito per anni le platee di Broadway.

E però Jerome, uno dei tre protagonisti di "Tre uomini in barca (per non parlare del cane)" si direbbe la quintessenza dell'ipocondria. Che è un malessere, lo ripeto, ma forse l'unico sul quale si riesce a scherzare senza essere tacciati di cinismo.

Nelle prime pagine del suo romanzo più famoso, Jerome K. Jerome va subito al dunque e traccia uno spassoso ritratto (e dovremmo dire, autoritratto?) di un uomo che pensa di aver contratto tutte le malattie possibili ad eccezione del ginocchio della lavandaia. Ciò che trova persino offensivo finché non si convince di poterne fare a meno, dal momento che ha già "tutte le malattie note in farmacologia".

Non dico oltre e invito a rileggersi Jerome, che ha saputo elevare il classico humour inglese a vera e propria arte. Ma se si crede di aver contratto la malattia della pigrizia, può venire in aiuto l'intraprendenza di un gruppo di appassionati lettori che si sono prodotti in una serie di "videoletture" dei loro autori preferiti. Qui trovate, per l'appunto, il primo capitolo di "Tre uomini in barca (per non parlare del cane)".

Come altri capolavori, anche quello di Jerome K. Jerome paga pegno al caso: il suo romanzo, infatti, nacque come una specie di guida turistica sul Tamigi che lo scrittore volle condire di note umoristiche e che l'editore decide di alleggerire delle nozioni storico-geografiche trasformandolo così in un capolavoro assoluto di comicità capace di sfidare i tempi e le evoluzioni del gusto.


10 June 2013


Che allegria con Mr. Brooks!

A cura di Alberto&Alberto

Una passione che ho coltivato fin da ragazzino, quella per Mel Brooks. Dopo essere stato letteralmente folgorato da "Frankenstein Junior", ho recuperato i tre film precedenti, scoprendo così altre perle come "Per favore non toccate le vecchiette" (diventato poi un grande successo a Broadway con conseguente remake al cinema)  e "Mezzogiorno e mezzo di fuoco". Commedie irresistibili (con la prima, Brooks ricevette un Oscar per la migliore sceneggiatura) ma tutte destinate ad essere surclassate da quel capolavoro che è "Frankenstein Junior".

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Un paio di anni fa "Frankenstein Junior" è tornato nelle sale cinematografiche per un solo giorno ed io non mi sono lasciato sfuggire la preziosa occasione di rivederlo su grande schermo. Ho avuto l'ennesima conferma che il film riesce a divertirmi ad ogni visione, benché ormai lo conosca praticamente a memoria.

Quello che, però, mi sorprende e mi affascina di fronte alla comicità di film come "Frankenstein Junior" è la sua universalità. Questa geniale parodia in bianco e nero dei vecchi film horror può essere apprezzata ed amata da spettatori di ogni età e latitudine. Vi è dunque, in chi l'ha concepita, una sensibilità particolare, una profonda conoscenza dell'animo umano e dei meccanismi che suscitano le emozioni.

Dopodiché, certo, esiste anche la difficoltà a tradurre con continuità tale sensibilità in un'opera di ingegno: dopo "Frankenstein Junior", Brooks ha realizzato diverse commedie pregevoli, come "Balle Spaziali" ad esempio, ma non è più riuscito, nei sette film che ha girato in circa vent'anni dopo il suo capolavoro, ad eguagliarlo.

Non credo che il regista avesse minimamente l'ambizione di superarsi con quello che è rimasto il suo ultimo film, un'altra parodia horror, "Dracula morto e contento", del 1995. Viene così anche da pensare che l'allegria che suscita "Frankestein Junior" sia anche il frutto di un clima allegro e complice sul set con i suoi attori che erano anche suoi amici: Gene Wilder, Marty Feldman, Madeline Kahn…

Difficile scegliere una scena, sono una più esilarante dell'altra. Scelgo questa solo per rimarcare la bravura degli adattatori italiani del film, che hanno escogitato un gioco di parole totalmente differente da quello originale e sono purtuttavia riusciti a farne un divertente tormentone.



Forse volevate sapere com'era il dialogo originale? Cosi:
Inga: Werewolf
Dr. Frederick Frankenstein: Werewolf?
Igor: There.
Dr. Frederick Frankenstein: What?
Igor: There wolf. There castle.
Inga: Werewolf!
Dr. Frederick Frankenstein: Werewolf?
Igor: There.
Dr. Frederick Frankenstein: What?
Igor: There, wolf. There, castle.
Dr. Frederick Frankenstein: Why are you talking that way.
Igor: I thought you wanted to.
Dr. Frederick Frankenstein: No, I don't want to.
Igor: Suit yourself. I'm easy.

Nel 2000, quello stesso American Film Institute che pochi giorni fa ha premiato Mel Brooks, ha inserito "Frankenstein Junior" al 13° posto delle migliori 100 commedie americane di tutti i tempi. E c'è anche un primato italiano: 500.000 Dvd venduti, ovvero il classico più acquistato nella storia dell'home video in Italia.


03 June 2013


Can che ride fa benessere

A cura di Alberto&Alberto

Anche i cani ridono? Sorridono, quanto meno. E solo agli umani. Almeno a giudicare dalle tante testimonianze di cui è piena la Rete, da parte di persone i cui amici a quattro zampe riservano il trattamento particolare di un sorriso proprio come quello umano: bocca un po' aperta, labbra indietro, denti in fuori. Ma che il sorriso di un cane rifletta un particolare stato d'animo come quello da cui scaturisce il sorriso delle persone… beh, questo è difficilmente dimostrabile.

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È invece assodato quanto la vicinanza di un cane o di un gatto (o altro animale domestico e non) possa favorire il benessere psicofisico delle persone. È la cosiddetta "Pet Therapy" che proprio quest'anno compie 60 anni, dal momento che le prime ricerche sul rapporto uomo-animale e sui benefici che esso può apportare furono intraprese nel 1953 dallo psichiatra infantile americano, Boris Levinson, lo stesso che qualche anno più tardi coniò il termine.

Alla Pet Therapy è dedicato il sondaggio di benessere.com tv di questo mese. A noi qui piace evidenziare come certi comportamenti dei cani o dei gatti possano rivelarsi davvero esilaranti nella loro bizzarria. Il nostro divertimento e il benessere che ne può scaturire, tuttavia, non possono essere assimilabili alla Pet Therapy che si esercita in forma strutturate e prevede valutazioni e monitoraggio da parte di diverse figure professionali e operatori tecnici specializzati nel settore. Ciò almeno nella sua applicazione ortodossa (TAA, Terapie Assistite con Animali) per cui gli animali vengono utilizzati dai terapeuti come strumenti per intervenire sulle aree cognitive, emotive, comportamentali, psicosociali con obiettivi specifici da raggiungere. Una tipologia meno strutturata di Pet Therapy è invece la AAA, Attività Assistite con Animali, che si affida in gran parte a comportamenti spontanei e improvvisati, in ogni caso finalizzati a migliorare la vita dei "pazienti".

E però anche un rapporto "normale" con il proprio animale, aldilà di qualsiasi premeditazione e obiettivo dichiarato, può riservare momenti di assoluto benessere. Così come può indurre allegria semplicemente assistere al gioco tra un cane e un bambino, ove spesso si crea un clima di grande empatia tra loro (di questo sono testimone pressoché quotidiano).

Tornando alla presunta capacità degli animali, e dei cani in particolare, di sorridere o addirittura di ridere, una rapida ricerca su You Tube offre una miriade di risultati, con alcuni filmati davvero sorprendenti. Ne ho scelto uno che trovo particolarmente singolare perché sembra rovesciare sull'animale, anziché sull'uomo, l'approccio terapeutico. Mi piace, infatti, immaginare che il cane provi davvero una sensazione di benessere ascoltando il suo padrone che suona la chitarra…

Comportamenti come questo (beh, magari non proprio come questo…) li può osservare chiunque abbia in casa un cane. Ma solo se trattato con amore e con rispetto, gli stessi che egli prova per noi e che ne fanno, come da proverbio, il "nostro migliore amico".


27 May 2013


Lui pensa positivo. E noi?

A cura di Alberto&Alberto

Confesso che quando Jovanotti si affacciò sui teleschermi - alla fine degli anni '80 - lo detestai subito. Quello spilungone che saltava e rideva come uno scemo, urlando stupidaggini tipo "E' qui la festa?" o "Gimme Five!" o "Yo!"; mi sembrava un perfetto compendio di quel decennio culturalmente infausto, tra edonismo e superficialità.

La musica era improntata alla disco-music più banale del periodo, i testi recitati in forma 'rap' erano ben distanti da quelli (traduzioni alla mano, si intende) dei grandi artisti hip hop d'oltreoceano. E poi lo vedevi apparire zompettare in tv urlando sguaitamente (ma con quella voce, dove pensava di andare?): "Ciao mamma, guarda come mi diverto!" (che qualche spiritosone trasformò subitaneamente in "Ciao mamma, guarda come mi divelto!"). E quel nome, infine: Jovanotti, che razza di pseudonimo! (solo recentemente ho saputo che fu adottato per errore, dopo che un tipografo male interpretò il nome originariamente scelto dall'artista, Joe Vanotti!).

Jovanotti nasceva come disc-jockey ed aveva dunque un approccio alla musica festaiolo e un po' 'caciarone'; come musicista, non riuscivo proprio a prenderlo sul serio.

Poi accadde qualcosa: i testi iniziarono a mutare e ad acquisire significati più profondi, la musica cominciò a nutrirsi degli stimoli più diversi, lo stile diventava sempre più percussivo e moderno. Una vera trasformazione, quella di Jovanotti, che infatti ad un certo punto cercò di imporre il suo vero nome, Lorenzo, e che nelle sue canzoni introduceva sempre più elementi presi dalla società e dalla "vita vera". Si trasformò anche fisicamente: facendosi crescere la barba, voleva probabilmente lanciare un messaggio: "Sono cresciuto, adesso prendetemi sul serio!".

E lo abbiamo preso sul serio, da lì a breve ci siamo sorpresi a canticchiare "Sono un ragazzo fortunato perché m'hanno regalato un sogno" e, soprattutto, "Io penso positivo perché son vivo, perché son vivo". Canzoni allegre, positive, canticchiabili da chiunque (la ricetta di un vero successo) eppure assai distanti dalla superficialità di qualche anno prima.

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Oggi le canzoni di Jovanotti emettono positività e regalano il sorriso a tanta gente, delle età più diverse. E i suoi testi parlano, in effetti, di valori universali e senza età come l'amore, la pace, la fratellanza, la solidarietà.

Ma com'è stata possibile questa trasformazione? Come mai un giovane che ha passato nottate e nottate nelle discoteche e che per il resto del tempo ha vissuto nel mondo ovattato degli studi televisivi è riuscito ad evolversi artisticamente (e umanamente, oserei dire) in modo così straordinario? Mi sembrava impossibile e poi ho pensato ai Beatles. La cosiddetta "beatlemania" colse quattro musicisti che avevano appena vent'anni, costringendoli ad un'attività praticamente senza soste, tra concerti, dischi da 'sfornare' uno dietro l'altro, apparizioni pubbliche. Ma ciò non impedì loro di cogliere i cambiamenti in atto nel mondo, di conoscere e frequentare personaggi illustri, di visitare le gallerie d'arte, di accostarsi a forme artistiche d'avanguardia. Grazie alla loro innata curiosità, la loro musica si è evoluta fino a forme impensabili fino a pochi anni prima, lasciando una traccia indelebile nella storia della musica moderna.

Jovanotti, anzi Lorenzo, si è evoluto anch'egli attraverso la curiosità: letture, viaggi, incontri. Esperienze che si sono tradotte in canzoni (e libri, anche) che oggi trasmettono ad un pubblico vastissimo allegria, positività, apertura al mondo.

Quest'estate Lorenzo/Jovanotti sarà per la prima volta in tournee negli stadi italiani e i suoi concerti si annunciano come una vera e propria festa alla quale sono invitati tutti - bambini, ragazzi, adulti, famiglie. E tutti si lasceranno contagiare dall'allegria e dalla sensibilità che trasmette un ex ragazzo che un tempo urlava incoscientemente "1, 2, 3 casino!" e che poi seppe mettere insieme versi importanti come "Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa/che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa/passando da Malcolm X attraverso Gandhi e San Patrignano/arriva a un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano."

Si potrebbe pensare: Jovanotti è bello, giovane (ora neanche più tanto), famoso, ricco e ha talento. Come potrebbe, uno così, essere "negativo"? Potrebbe, potrebbe… la storia della musica è piena di cattivi esempi, in questo senso. E altri, nelle sue stesse condizioni, non ci trasmettono tale e tanta positività!


20 May 2013


A letto dopo Carosello!

A cura di Alberto&Alberto

Dal 6 maggio scorso va nuovamente in onda sul primo canale della Rai, "Carosello", lo storico contenitore di pubblicità, a distanza di oltre 35 anni dalla sua ultima puntata. Ufficialmente, il nuovo programma (il cui nome completo è "Carosello Reloaded") nasce con l'obiettivo di stimolare la creatività delle agenzie pubblicitarie, considerata in crisi da diverso tempo e dunque per riavvicinare anche gli spettatori alla pubblicità (e incrementare i consumi, of course). Inevitabile, però, pensare anche all'effetto nostalgia che può provocare nel pubblico adulto, soltanto a sentirne il nome. E, allora, giù a raccontare a figli e nipoti di quando si andava "a letto dopo Carosello". Cioè più o meno alle 21, per garantire quelle ore di sonno che giustamente vengono considerate alla base del benessere psicofisico.

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A letto, quindi, e però dopo aver fatto il pieno di buonumore! Se Carosello (quello originale) godeva di così tanto successo all'epoca in cui veniva trasmesso - ben 20 anni, dal 1957 al 1977 - era perché pur nelle finalità pubblicitarie, la trasmissione proponeva in gran parte sketches comici o intermezzi musicali, spesso anche cartoni animati, intrattenendo e divertendo un pubblico vastissimo per età e cultura.

Su Carosello sono stati versati fiumi di inchiostro, anche da parte di illustri intellettuali; aldilà di ogni valutazione sociologica, non vi è dubbio che la trasmissione sia stata anche una formidabile parata di talenti ai più diversi livelli. Vi si sono, infatti, cimentati tanto i creativi (pubblicitari, autori, registi, scenografi, musicisti) quanto attori, attrici e cantanti di fama, attirati soprattutto dai generosi compensi che la pubblicità ha sempre loro garantito.

Ma se lo spettacolo tanto ha dato a Carosello, non si può dire che Carosello non abbia dato tanto allo spettacolo. Penso, ad esempio, all'animazione che in quegli anni, al cinema quantomeno, era una prerogativa pressoché assoluta di Disney. Carosello ha avuto il merito di valorizzare o scoprire più di una generazione di animatori e grafici, a loro volta ideatori di personaggi e serie che sono oggi parte dell'immaginario di milioni di italiani. Penso al grande Osvaldo Cavandoli e la sua "Linea" ma anche a Calimero (caso di personaggio che ha surclassato, per riconoscibilità e popolarità, il marchio che supportava), all'"omino con i baffi" o Caballero e Carmencita. Personalmente, mi piacevano gli sketches dei grandi comici dell'epoca (nemmeno l'immenso Totò disdegnò di interpretarne una serie per Carosello), adoravo gli intermezzi musicali ma più di tutti mi divertivano certe animazioni, sia che fossero realizzate con la tecnica tradizionale che con la tecnica del 'passo uno', quella con i pupazzi per intenderci.

Se poi l'animazione si sposava con musichette o jingles ad alta riconoscibilità, allora il divertimento era raddoppiato. Come in questo celebre spot che si ripeteva pressoché uguale settimana dopo settimana:

Nonostante Carosello abbia segnato parte della mia infanzia e adolescenza - garantendomi anche una buona quantità di sonno - non ho ancora visto una singola puntata di questo "Carosello Reloaded" che in via sperimentale verrà trasmesso fino al prossimo luglio. Dubito, tuttavia, che possa riscuotere una infinitesima parte del successo che spettò alla trasmissione originale. Tantomeno a tornare a fungere da regolatore del sonno dei bambini…


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