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22 aprile 2013


Come si sta bene nel sottomarino giallo!

A cura di Alberto&Alberto

Qualche anno fa - quattro e mezzo per l'esattezza - non potei essere presente al momento in cui il mio ultimogenito entrava nella nostra casa per la prima volta. Dopodiché il mio figlio più grande mi ha raccontato di averlo accolto con le note di "Yellow Submarine" dei Beatles. Non gli ho mai chiesto la ragione di questa scelta, probabilmente aveva agito spontaneamente. Ma non basta pensare che volesse subito condividere con il fratellino la sua passione per i "fab four" perché altrimenti avrebbe scelto canzoni che lui gradiva e ascoltava più frequentemente, come "Help" ad esempio.
No, la scelta è ricaduta su "Yellow Submarine" perché è una canzone allegra, positiva, solare, amata da tutti. Con quel gesto, mio figlio maggiore ha voluto dare una sorta di 'imprinting' di benessere al suo fratellino che in effetti oggi sta crescendo allegro, positivo, solare. Davvero!

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Paul McCartney scrisse "Yellow Submarine" nel 1966 partendo dall'idea di scrivere una canzone per bambini, che fosse musicalmente orecchiabile e dal testo semplice ed immediato. La ideò una sera, disteso sul letto, e la completò i giorni seguenti con l'aiuto di John Lennon e del cantautore Donovan, cui si deve la frase "Sky of blue, sea of green".

La prima registrazione della canzone fu effettuata il 26 maggio 1966 e consisteva nella semplice esecuzione da parte dei quattro musicisti. Solo una settimana dopo, il 1 giugno, il gruppo tornò nuovamente negli studi di Abbey Road per completarla con quei rumori ed effetti sonori vari che avrebbero costituito l'"anima" della canzone. Sempre desiderosi di sperimentare con tutto ciò che si trovavano a disposizione, i Beatles si intrufolarono dentro un ripostiglio degli studi di registrazione e ne uscirono con tutto ciò che pensavano potesse essere utile per la canzone: fischietti, trombette, campanelli e molto altro. John Lennon ebbe l'intuizione di soffiare con un tubo di gomma in una tinozza piena d'acqua e insieme ai Beatles furono coinvolte varie persone, tra cui Brian Jones dei Rolling Stones (a lui toccò fare tintinnare dei bicchieri), la sua fidanzata Marianne Faithfull, la moglie di George Harrison Pattie Boyd e tutti i collaboratori del gruppo.

Inclusa nell'album "Revolver" ma anticipata dalla pubblicazione come singolo (i 45 giri dell'epoca) "Yellow Submarine" era cantata da Ringo Starr che secondo una consuetudine inaugurata qualche anno prima doveva cantare almeno una canzone per ogni album, per accontentare i suoi fans. La sua immediatezza e la sua forza espressiva ispirarono gli sceneggiatori chiamati a scrivere un film a cartoni animati che avessero come protagonisti i Beatles, così che la sua fama è oggi legata ad un film che oggi viene considerato tra i capolavori dell'animazione di tutti i tempi, "Yellow Submarine", appunto.



"Yellow Submarine" è universalmente considerata come la canzone più allegra e spensierata dei Beatles (artisticamente superiore, peraltro, ad altre 'canzonette' di stampo infantile come "All Together Now" o "Ob-La-Di, Ob-La-Da"). Tuttavia personalmente, se penso a quale canzone del gruppo mi trasmette una sensazione di benessere (e sono tantissime!) mi viene subito in mente "Here, There and Anywhere" che era nello stesso album che conteneva "Yellow Submarine", "Revolver".


08 aprile 2013


Abba, l'allegria si fa musica

A cura di Alberto&Alberto

Qualche anno fa, mi è capitato di vedere in Dvd un documentario sugli Abba, realizzato sulla scia del grande successo che stava riscuotendo a Londra il musical ispirato alle loro canzoni. Immagino che non debba spiegare chi erano gli Abba: sto parlando del più grande gruppo pop svedese di tutti i tempi, il cui grande successo in patria seppe riverberarsi - nel corso degli anni '70 - pressoché in tutto il mondo.

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Dicevo del documentario: ad un certo punto si vede il gruppo arrivare in Australia per una serie di concerti. Ad attenderli e salutarli, una folla immensa e festante, quale mi era capitato di vedere (sempre nei documentari) solo per i Beatles.

L'immagine mi colpì. Mi chiesi come mai un quartetto pop dalla lontana Svezia, composto da due coppie di coniugi, dal look terribilmente kitsch, neanche tanto carini (ad eccezione della fascinosa, platinata Agnetha) e canzoni anni luce lontane dal rock potesse scatenare una tale isteria di massa. La risposta poteva essere una sola: le canzoni degli Abba regalavano (e regalano ancora) allegria, gioia, benessere. E quella folla australiana era lì per ringraziare di quella allegria, per celebrarla insieme, per esaltare la forza unificatrice della musica popolare.

Gli Abba, com'è noto, si sciolsero nel 1982, a seguito delle inevitabili tensioni seguite alla fine di entrambi i matrimoni. A quel punto avevano venduto oltre 375 milioni di dischi in tutto il mondo ma il loro successo era destinato a sopravvivere al loro scioglimento (si stima che i loro dischi continuino a vendere al ritmo di 2-3 milioni l'anno).

Il musical "Mamma mia" e il film che ne è stato tratto (con una strepitosa Meryl Streep) ne ha rinvigorito il mito facendoli scoprire anche ai giovanissimi: l'omonima canzone così come altri successi come "Dancing Queen" o "Fernando" figurano oggi nelle playlist di milioni di i-pod.

Resistendo ad ogni tentazione di 'reunion' (economicamente, va detto, non ne avrebbero alcun bisogno: restano tra i musicisti più ricchi del globo, ad un certo punto il loro patrimonio superava quello del Re di Svezia!), gli Abba hanno accuratamente evitato ogni confronto con il loro glorioso passato e il pubblico potrà continuare ad immaginarli così, con i loro costumi sgargianti a sfidare costantemente il buon gusto ma ad esaltare l'allegria di una proposta musicale che dalla fredda e lontana Svezia è riuscita miracolosamente ad arrivare negli angoli più sperduti della terra.



Presto vi parlerò anche dei Beatles. Nel frattempo, pensate: qual è la canzone dei 'fab four' che vi mette più allegria?


01 aprile 2013


E sempre allegri bisogna stare…

A cura di Alberto&Alberto

Oggi mi ricollego spiritualmente con Alberto che qualche tempo fa, durante un breve tragitto in automobile, mise su il CD di un'antologia di canzoni di Enzo Jannacci. E fu così che, a distanza di tanti anni, ho riascoltato una delle mie canzoni preferite di quando ero bambino. Ancora più di "Vengo anch'io, no tu no" (che pure ascoltavo a ripetizione) mi affascinava infatti "Ho visto un re", il cui testo era molto più intrigante per un bambino di 5 anni, evocando le atmosfere delle favole (c'erano il re, un cavallo, il castello, un imperatore). Chi ci pensava che era il 1968 e che la canzone apparentemente innocente (e apparentemente 'nonsense') celava nel suo testo una feroce satira sul potere firmata da un commediografo già di fama quale Dario Fo (più tardi, nientemeno che premio Nobel per la letteratura, privilegio fino ad allora concesso solo a Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo e Eugenio Montale).

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Autore anche del testo della più famosa "Vengo anch'io no tu no", Dario Fo si scontrò con "Ho visto un re" con l'implacabile censura Rai del tempo. Veramente già sette anni prima, nel 1962, l'attore fu costretto ad abbandonare l'edizione di quell'anno di "Canzonissima" che stava presentando insieme alla moglie Franca Rame, a causa dei loro sketches considerati troppo pungenti (per non dire eversivi). Ebbene nel 1969 la censura si abbatté nuovamente su Fo quando Jannacci propose di cantare a "Canzonissima" "Ho visto un re" e se la vide rifiutare dai dirigenti Rai che gli preferirono la più inoffensiva (e decisamente triste) "Gli zingari".

Insomma, con Dario Fo ci si divertiva - con le canzoni così come con i suoi spettacoli che in molti casi sono stati più rappresentati ed apprezzati all'estero che in Italia - ma quello stesso divertimento che ci faceva stare semplicemente bene, per qualcuno era considerato pericoloso e sovversivo.

"Ho visto un re" è una canzone che ha retto molto bene nel tempo, così che negli anni è stata ripresa da tanti artisti, da Cochi & Renato a Paolo Rossi. Sulla rete se ne trovano diverse versioni, anche eseguite dallo stesso Dario Fo con Jannacci. Io, però, ne ho scelta una un po' particolare, almeno dal punto di vista visivo. Sulla base della canzone, infatti, un certo 'nanobastaddo' ci ha costruito una semplice ma efficace animazione che evoca molto bene quello spirito favolistico che così tanto mi piacque all'epoca.

E a voi, quale canzone mette particolarmente allegria?


25 marzo 2013


Chiedi chi erano i Brutos

A cura di Alberto&Alberto

Solo a guardarli in fotografia, suscitano subito ilarità: i Brutos sono stati un enorme fenomeno di popolarità, uno tra i pochi che ha valicato i nostri confini eppure, dopo il 'boom' degli anni '60, vivono sopratutto nel ricordo di chi guardava la televisione in quegli anni.

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Erano cinque e si erano formati a Torino, debuttando nell'avanspettacolo nel 1957. E proprio in un teatro torinese, l'anno successivo, nacque casualmente quello che sarebbe diventato il loro cavallo di battaglia: uno di loro, Jack "il bello" (in realtà si chiamava Giacomo Guerrini) cantava una canzone e gli altri quattro gli facevano le smorfie attorno e gli rovinavano l'esibizione. Un esempio classico del loro sketch più popolare, lo trovate qui sotto, anche se la definizione non è delle migliori.



Italiani sì, ma portatori di un genere di comicità che travalicava il linguaggio, basandosi fondamentalmente sulla mimica facciale, ecco la ragione principale della loro esportabilità: uno di loro, Gerry Bruno, si dipingeva tutti i denti di nero tranne uno, con l'effetto di sembrare (quasi) completamente sdentato, gli altri tre si vestivano in modo strano, facevano facce buffe o reciproci dispetti (memorabili gli schiaffi che colpivano immancabilmente Gianni Zullo). Tra loro c'era anche Aldo Maccione, che sarebbe poi diventato un famoso attore cinematografico in Francia (dove vive tutt'oggi).

I bambini (me compreso) impazzivano letteralmente per loro. E non solo i bambini: si narra che a Città del Messico, nel periodo della loro massima popolarità, dovette intervenire la polizia per calmare gli spettatori che non erano riusciti ad entrare nel locale stracolmo ove si esibivano!

Una serie di cambiamenti nella formazione originale, dalla metà degli anni '60, rappresentò l'inizio del loro declino ma poi a partire dagli anni '90 hanno ricominciato a prendere parte ad alcune trasmissioni televisive: l'ultima volta fu nel 2002 in un programma di Pippo Baudo.

Il nome glielo aveva dato una donna delle pulizie di un teatro nel quale si esibivano agli esordi: trovandoli al mattino ancora nei camerini, stavolti da una notte in bianco, disse loro: "Siete molto simpatici ma anche tanto brutti!"

P.S. Se avete nel cuore e nei ricordi qualche artista comico di cui non si parla più e che vi ha divertito e fatto stare bene, ce ne occupiamo volentieri noi. Fateci sapere!


18 marzo 2013


L'arte della barzelletta

A cura di Alberto&Alberto

In un articolo apparso qualche anno fa sulla rivista Focus Storia che potete recuperare sul web, si racconta che la prima raccolta di barzellette della storia è il "Philogelos", probabilmente scritto da Ierocle, un filosofo del V secolo d.c. o dal grammatico e sofista Filagrio. Si sospetta che il libretto in questione fosse una sorta di "promemoria" per chi raccontava barzellette alle feste o ai banchetti. Nello stesso articolo si segnala una ricerca compiuta da alcuni studiosi dell'università inglese di Wolverhampton per cui la barzelletta più antica risalirebbe addirittura ai tempi dei sumeri, nel 1900 a.c. (non la cito, perché di dubbio gusto)!!!

Ma aldilà del divertimento più o meno insito nella barzelletta in sé la differenza, oggi come ieri, sta nel raccontarla con la necessaria mimica, le pause, le espressioni, la capacità di suscitare curiosità e suspence in attesa del finale. E, naturalmente, di scatenare la risata più fragorosa (e contagiosa) possibile nei propri interlocutori. Una barzelletta ben raccontata, insomma, può anche risollevare una serata grigia e regalare allegria e benessere con poco!

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Un ex Presidente del Consiglio sembra sappia raccontarle bene. Ma sicuramente non altrettanto come alcuni attori comici (soprattutto attori, prima che comici) che della barzelletta, come si diceva, ne hanno fatto una vera e propria arte. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Gino Bramieri, che negli anni '70 firmò anche diverse, fortunate raccolte di barzellette. Poi Walter Chiari. Poi ancora, tra quelli che ancora si possono ammirare a teatro o in televisione, Gigi Proietti.

Guardate qua (avviso ai minori: finale con 'parolaccia'!) e ditemi se la stessa barzelletta, raccontata da voi, sortirebbe lo stesso effetto su chi la ascolta!

E voi avete una barzelletta preferita? Perché non fate ridere anche noi?


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