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08 aprile 2013


Abba, l'allegria si fa musica

A cura di Alberto&Alberto

Qualche anno fa, mi è capitato di vedere in Dvd un documentario sugli Abba, realizzato sulla scia del grande successo che stava riscuotendo a Londra il musical ispirato alle loro canzoni. Immagino che non debba spiegare chi erano gli Abba: sto parlando del più grande gruppo pop svedese di tutti i tempi, il cui grande successo in patria seppe riverberarsi - nel corso degli anni '70 - pressoché in tutto il mondo.

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Dicevo del documentario: ad un certo punto si vede il gruppo arrivare in Australia per una serie di concerti. Ad attenderli e salutarli, una folla immensa e festante, quale mi era capitato di vedere (sempre nei documentari) solo per i Beatles.

L'immagine mi colpì. Mi chiesi come mai un quartetto pop dalla lontana Svezia, composto da due coppie di coniugi, dal look terribilmente kitsch, neanche tanto carini (ad eccezione della fascinosa, platinata Agnetha) e canzoni anni luce lontane dal rock potesse scatenare una tale isteria di massa. La risposta poteva essere una sola: le canzoni degli Abba regalavano (e regalano ancora) allegria, gioia, benessere. E quella folla australiana era lì per ringraziare di quella allegria, per celebrarla insieme, per esaltare la forza unificatrice della musica popolare.

Gli Abba, com'è noto, si sciolsero nel 1982, a seguito delle inevitabili tensioni seguite alla fine di entrambi i matrimoni. A quel punto avevano venduto oltre 375 milioni di dischi in tutto il mondo ma il loro successo era destinato a sopravvivere al loro scioglimento (si stima che i loro dischi continuino a vendere al ritmo di 2-3 milioni l'anno).

Il musical "Mamma mia" e il film che ne è stato tratto (con una strepitosa Meryl Streep) ne ha rinvigorito il mito facendoli scoprire anche ai giovanissimi: l'omonima canzone così come altri successi come "Dancing Queen" o "Fernando" figurano oggi nelle playlist di milioni di i-pod.

Resistendo ad ogni tentazione di 'reunion' (economicamente, va detto, non ne avrebbero alcun bisogno: restano tra i musicisti più ricchi del globo, ad un certo punto il loro patrimonio superava quello del Re di Svezia!), gli Abba hanno accuratamente evitato ogni confronto con il loro glorioso passato e il pubblico potrà continuare ad immaginarli così, con i loro costumi sgargianti a sfidare costantemente il buon gusto ma ad esaltare l'allegria di una proposta musicale che dalla fredda e lontana Svezia è riuscita miracolosamente ad arrivare negli angoli più sperduti della terra.



Presto vi parlerò anche dei Beatles. Nel frattempo, pensate: qual è la canzone dei 'fab four' che vi mette più allegria?


01 aprile 2013


E sempre allegri bisogna stare…

A cura di Alberto&Alberto

Oggi mi ricollego spiritualmente con Alberto che qualche tempo fa, durante un breve tragitto in automobile, mise su il CD di un'antologia di canzoni di Enzo Jannacci. E fu così che, a distanza di tanti anni, ho riascoltato una delle mie canzoni preferite di quando ero bambino. Ancora più di "Vengo anch'io, no tu no" (che pure ascoltavo a ripetizione) mi affascinava infatti "Ho visto un re", il cui testo era molto più intrigante per un bambino di 5 anni, evocando le atmosfere delle favole (c'erano il re, un cavallo, il castello, un imperatore). Chi ci pensava che era il 1968 e che la canzone apparentemente innocente (e apparentemente 'nonsense') celava nel suo testo una feroce satira sul potere firmata da un commediografo già di fama quale Dario Fo (più tardi, nientemeno che premio Nobel per la letteratura, privilegio fino ad allora concesso solo a Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo e Eugenio Montale).

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Autore anche del testo della più famosa "Vengo anch'io no tu no", Dario Fo si scontrò con "Ho visto un re" con l'implacabile censura Rai del tempo. Veramente già sette anni prima, nel 1962, l'attore fu costretto ad abbandonare l'edizione di quell'anno di "Canzonissima" che stava presentando insieme alla moglie Franca Rame, a causa dei loro sketches considerati troppo pungenti (per non dire eversivi). Ebbene nel 1969 la censura si abbatté nuovamente su Fo quando Jannacci propose di cantare a "Canzonissima" "Ho visto un re" e se la vide rifiutare dai dirigenti Rai che gli preferirono la più inoffensiva (e decisamente triste) "Gli zingari".

Insomma, con Dario Fo ci si divertiva - con le canzoni così come con i suoi spettacoli che in molti casi sono stati più rappresentati ed apprezzati all'estero che in Italia - ma quello stesso divertimento che ci faceva stare semplicemente bene, per qualcuno era considerato pericoloso e sovversivo.

"Ho visto un re" è una canzone che ha retto molto bene nel tempo, così che negli anni è stata ripresa da tanti artisti, da Cochi & Renato a Paolo Rossi. Sulla rete se ne trovano diverse versioni, anche eseguite dallo stesso Dario Fo con Jannacci. Io, però, ne ho scelta una un po' particolare, almeno dal punto di vista visivo. Sulla base della canzone, infatti, un certo 'nanobastaddo' ci ha costruito una semplice ma efficace animazione che evoca molto bene quello spirito favolistico che così tanto mi piacque all'epoca.

E a voi, quale canzone mette particolarmente allegria?


18 marzo 2013


L'arte della barzelletta

A cura di Alberto&Alberto

In un articolo apparso qualche anno fa sulla rivista Focus Storia che potete recuperare sul web, si racconta che la prima raccolta di barzellette della storia è il "Philogelos", probabilmente scritto da Ierocle, un filosofo del V secolo d.c. o dal grammatico e sofista Filagrio. Si sospetta che il libretto in questione fosse una sorta di "promemoria" per chi raccontava barzellette alle feste o ai banchetti. Nello stesso articolo si segnala una ricerca compiuta da alcuni studiosi dell'università inglese di Wolverhampton per cui la barzelletta più antica risalirebbe addirittura ai tempi dei sumeri, nel 1900 a.c. (non la cito, perché di dubbio gusto)!!!

Ma aldilà del divertimento più o meno insito nella barzelletta in sé la differenza, oggi come ieri, sta nel raccontarla con la necessaria mimica, le pause, le espressioni, la capacità di suscitare curiosità e suspence in attesa del finale. E, naturalmente, di scatenare la risata più fragorosa (e contagiosa) possibile nei propri interlocutori. Una barzelletta ben raccontata, insomma, può anche risollevare una serata grigia e regalare allegria e benessere con poco!

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Un ex Presidente del Consiglio sembra sappia raccontarle bene. Ma sicuramente non altrettanto come alcuni attori comici (soprattutto attori, prima che comici) che della barzelletta, come si diceva, ne hanno fatto una vera e propria arte. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Gino Bramieri, che negli anni '70 firmò anche diverse, fortunate raccolte di barzellette. Poi Walter Chiari. Poi ancora, tra quelli che ancora si possono ammirare a teatro o in televisione, Gigi Proietti.

Guardate qua (avviso ai minori: finale con 'parolaccia'!) e ditemi se la stessa barzelletta, raccontata da voi, sortirebbe lo stesso effetto su chi la ascolta!

E voi avete una barzelletta preferita? Perché non fate ridere anche noi?


11 marzo 2013


Goganga, Goganga, Goganganghenga...

A cura di Alberto&Alberto

Oggi parliamo di Giorgio Gaber.
Il geniale inventore del "teatro-canzone", prima di imporsi come cantautore "impegnato" negli anni '70, era già stato protagonista di una carriera musicale che aveva avuto inizio addirittura nel 1954. E dal 1960, aveva iniziato ad ottenere grande successo con un repertorio originale che comprendeva molte canzoni d'amore ("Non arrossire", "Così felice"), altre legate alle sue origini milanesi ("La ballata del Cerutti", "Porta romana") ed altre ancora pregne di umorismo,  come "Goganga", appunto.

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Per chi non la conoscesse, "Goganga" racconta di un poveretto afflitto da un tic verbale che si reca dal dottore in cerca di una soluzione. Il dottore, quindi, gli applica in bocca un apparecchio di sua invenzione, garantendogli che gli avrebbe risolto il problema nel giro di tre giorni. Trascorso tale tempo, il paziente si reca nuovamente dal medico, stavolta afflitto da un nuovo tic ancora più grave del precedente.

In contrasto con una storia che, evidentemente, ha anche dei risvolti tragici, vi è la filastrocca "Goganga, goganga, goganganghenga…" che puntella tutta la canzone e che le conferisce un tono divertente ed infantile, rendendola irresistibile. Tanto per i bambini, come si diceva, quanto per gli adulti. E quella meravigliosa pernacchia finale, poi!



P.S. Il testo della canzone - pubblicato in rete sul sito della Fondazione Gaber e dunque si presume ufficiale - recita "goganganghInga" anziché "goganganghEnga!". In effetti, ad un ascolto attento, la differenza tra la E e la I è praticamente impercettibile. Ma grida vendetta la versione cantata dai Piccoli Cantori di Milano nella serata omaggio a Gaber orchestrata da Fabio Fazio e andata in onda su RaiTre nel gennaio scorso. Cantavano del tutto inappropriatamente "Gagagagaganganga". Mah…


04 marzo 2013


Sabato è sempre sabato

A cura di Alberto&Alberto

La maggior parte di coloro che a qualsiasi età frequentano le scuole, da diversi anni a questa parte, lo fa dal lunedì al venerdì. Una minoranza prosegue a frequentarla anche il sabato mattina. Ma la sostanza non cambia: il sabato ha un sapore speciale, mette allegria solo a pronunciarlo: "Oggi è sabato, domani non si va a scuola, oggi è sabato, meno male!" cantava Pino Daniele non molto tempo fa.

Non credo esista molta differenza per chi, come me, è nato e cresciuto negli anni '60, e per chi è nato e cresciuto nei decenni precedenti o successivi: sabato è sempre sabato. Vuol dire ritrovarsi con gli amici nel pomeriggio, andare al cinema o ad una festa, dedicarsi ai propri hobbies o comunque distrarsi (per fare i compiti c'è pur sempre tutta la domenica!), rientrare a casa un po' più tardi e andare a letto senza l'angoscia della sveglia del giorno dopo. In pratica, pensare un po' a se stessi, o meglio non pensare affatto!

Per la mia generazione, tuttavia, il sabato significava anche altro. Voleva dire tornare a casa dopo la scuola, precipitarsi ad accendere la TV e godersi un po' di sano divertimento con il programma "Oggi le comiche". Andava in onda alle 13 sul primo canale nazionale (le tv private erano ben lontane da venire) ed era il vero viatico per un sabato spensierato e rigeneratore.

In un mio precedente post parlavo di Stanlio&Ollio e dell'immenso divertimento che mi procuravano quando ero bambino. Ma un altro mito dell'infanzia, dovuto proprio a quella mitica trasmissione tv presentata dall’inglese Bob Monkhouse, era Ben Turpin. Diventato adulto, lo avevo praticamente rimosso finché non mi sono imbattuto in una canzone di Elio & Le Storie Tese (la loro discografia, per chi volesse ascoltarli attentamente, è una vera miniera della memoria anni 60/70). La canzone era "Uomini con il borsello" (il titolo dice tutto!) e un verso (invero abbastanza intellegibile) recita "Con gli occhi di Ben Turpin lui…".

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Per farvela breve, questo Ben Turpin era un comico statunitense dell'epoca del cinema muto che faceva ridere fondamentalmente perché era strabico. Facile, direte voi. E vabbè, facile. Però funzionava, faceva ridere tantissimo (almeno me, ma non credo solo me) e lui non penso che se ne facesse più di tanto un problema, visto che il suo difetto fisico gli consentì di diventare ricco e famoso e di recitare al fianco di giganti della comicità come Charlie Chaplin, Mack Sennet e, guarda un po'!, Stanlio & Ollio!

Qualcuno, da qualche parte del mondo, si è preso la briga di confezionare un breve ma significativo tributo all'arte comica di Ben Turpin che potete vedere qui sotto
 

Qualche minuto (in bianco e nero! senza parole!) di Ben Turpin e sabato era ancora più sabato! Da lì a rabbuiarsi c'erano (e ci sono ancora) più di 24 ore!

E voi: come vivete o come vivevate il vostro sabato quando eravate bambini o ragazzi? Ci piacerebbe saperlo…

P.S. Le comiche di Ben Turpin erano presentate in TV anche in una serie monografica intitolata "Ridere, ridere, ridere" che andava in onda nella cosiddetta "Tv dei Ragazzi".


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