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27 dicembre 2017


L’allegria nelle bollicine

A cura di Alberto&Alberto

Spumante o champagne? La preferenza degli italiani, portafogli permettendo, è sempre per il primo, un prodotto nostrano che può raggiungere vette di assoluta eccellenza. E che - con le sue bollicine - è da sempre sinonimo di festa e allegria, presenza immancabile sulle nostre tavole nelle festività (prima e dopo i pasti).

Il nome “spumante” proviene dalla spuma che si forma all’apertura della bottiglia, grazie all’anidride carbonica che non è stata aggiunta (anche se talvolta lo è) ma si è prodotta a seguito di un processo di fermentazione. Tecnicamente, è solo una categoria di vino, che può essere prodotto ovunque e con qualsiasi vitigno, a differenza del prosecco che può essere prodotto solo in certe zone e da certi vitigni.

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Il vino si ottiene con la fermentazione che trasforma gli zuccheri presenti nell’uva in alcool e anidride carbonica.  Spumante, prosecco e champagne, per diventare tali, vengono sottoposti ad una seconda fermentazione, utile a produrre la spuma.

I metodi sono due. Il metodo classico (o champenoise) consiste nell’introduzione, all’interno di un vino già in bottiglia, di zuccheri e lieviti per ottenere la rifermentazione. Il metodo Charmat (o Martinotti) è un procedimento per cui la rifermentazione del vino avviene all’interno di grandi recipienti chiusi, ovvero le autoclavi, in tempi più rapidi (e a minor costo) rispetto al metodo champenoise.

Secondo il grado di dolcezza dello spumante (in virtù della presenza di zuccheri) si avranno le qualità dry, extra dry, brut e extrabrut; le stesse varietà caratterizzano anche i prosecchi.

Lo champagne è più antico del prosecco, almeno nella forma con cui oggi lo conosciamo. La paternità del primo è attribuita a Dom Pierre Pérignon, un abate benedettino che nella metà del XVII secolo scoprì casualmente la rifermentazione con vino prodotto nella regione della Champagne, principalmente Pinot Nero. Ad inventare lo spumante (o “champagne italiano”, come fu chiamato in un primo tempo) furono invece i Fratelli Gancia e il Conte Augusto di Vistarino che nel 1865 importarono dalla Francia il Pinot Nero e da qui, con un procedimento diverso rispetto a quello francese, vi ottennero il prodotto.

Che preferiate l’uno o l’altro, auguri e… cin cin!


19 dicembre 2017


Allegria tra pandoro o panettone

A cura di Alberto&Alberto

Che il Natale si sia avvicinando, lo capiamo quando pandori e panettoni fanno la loro prima apparizione sui banchi dei supermercati. Difficile che sfuggano alla vista, considerato lo spazio che occupano le varie confezioni, con prodotti l’uno diverso dall’altro, buoni per tutti i gusti.

Perché fino a qualche anno fa, il manicheismo era assoluto: o panettone o pandoro. Chi non gradiva canditi e uva passa, virava decisamente sul pandoro. Ma ora sono sul mercato, già da tempo, panettoni privi di canditi e uva passa e diventa dunque più difficile esprimere una predilezione per l’uno o per l’altro. Aggiunte di cioccolato o di crema o di liquore hanno reso certi pandori e panettoni difficili da resistervi per ogni grado di golosità. Ma il prodotto tradizionale “tiene” e porta come sempre allegria nelle nostre tavole.

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È diversa l’origine del panettone e del pandoro. La prima è più incerta, anche nel nome: panettone potrebbe essere ‘grande pane’, inventato dal garzone di un fornaio per entrare nelle sue grazie, in quanto innamorato della figlia. L’altra ipotesi è che il panettone si chiami così da “Pane di Toni”, ove Toni era uno sguattero del cuoco di Ludovico il Moro che aveva confezionato per caso il dolce con quello che aveva trovato in dispensa: aveva fatto un impasto lievitato di farina, burro e tuorlo d’uova con aggiunta di frutta candita, scorzette di arancio, cedro e uvetta e poi infornato.

Certa è la sua origine lombarda: per secoli è stato il “dolce milanese” per eccellenza e ancora oggi vi sono in città artigiani che lo producono secondo la ricetta tradizionale, mentre a livello industriale è diffuso in tutto il Paese.

Il pandoro è invece originario del Veneto, anche se uno scritto risalente addirittura al I secolo d.c. cita un dolce dell’Antica Roma con una ricetta simile a quella del pandoro. La ricetta moderna, invece, è decisamente più recente: risale all’800. La sua forma, con la stella a otto punte, è addirittura frutto di un artista, Angelo Dall’Oca Bianca, ispirato da un altro dolce tradizionale veronese, il “nadalin”. E la sua lavorazione è più complessa di quella del panettone. In quanto al nome, in questo caso l’origine è più chiara: si tratta di un pane dal colore giallo molto accesso, d’oro appunto.

Al contrario del panettone, il pandoro è ancora più gustoso se leggermente scaldato. La sua dolcezza può essere poi ulteriormente esaltata aggiungendovi lo zucchero a velo che viene fornito a parte nella confezione.

Con la loro quantità elevata di burro e quindi di grassi, pandoro e panettone non sono esattamente un toccasana per chi sta seguendo un rigido regime dietetico. Ma almeno una unica fetta d’allegria, a Natale, non se la dovrebbe negare nessuno!

P.S.: Facendo alcune verifiche in Rete, sono incappato in un articolo uscito ieri sul sito di Repubblica in cui si parla di un Pandoro prodotto da un foodblogger che ha aggiunto all’impasto tradizinoale, anche farina di bachi da seta allevati per il consumo alimentare umano. Si ribadisce così la tendenza del novel food a guardare agli insetti come una ottima fonte di proteine con il valore aggiunto della ecosostenibilità…


12 dicembre 2017


Ci piace ‘o presepio

A cura di Alberto&Alberto

Te piace 'o presepio?” ripeteva Luca Cupiello al figlio Nennillo nella più famosa delle commedie del grande Eduardo De Filippo. Insieme all’albero addobbato, di cui ci occupammo due anni fa (ritrovate il post qui), l’allestimento del presepe è una tradizione cui pochi rinunciano, se non per motivi di spazio. Anche quest’ultimo problema, però, può essere superato: in commercio vi sono presepi di tutte le dimensioni, anche piccoli e compatti e con minime dotazioni. Un incoraggiamento, quindi, a non privarsi del buonumore che evoca una tradizione che data dal Medioevo e che è intimamente legata al nostro Paese.

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Come tutti sappiamo, il presepe tradizionale riproduce plasticamente la nascita di Gesù, così come viene raccontata dai Vangeli. I suoi elementi irrinunciabili sono il richiamo alla grotta o alla capanna di Betlemme, il bue, l’asinello, Giuseppe, Maria e la mangiatoia dove la notte del 24 dicembre andrà posto Gesù Bambino. Presenze importanti ma non indispensabili sono i re Magi, i pastori, le pecore, gli angeli e altri personaggi secondo le tradizioni locali.

Sulle origini del nome, non tutti gli studiosi sono d’accordo. La tesi più accreditata è che derivi dal latino “praesaepe”, che vuol dire mangiatoia. Sulla prima rappresentazione della natività, invece, sembra che tutto ebbe origine quando San Francesco d’Assisi chiese ed ottenne da Papa Onorio III il permesso di rievocare la nascita di Gesù a Greccio, un borgo della provincia di Rieti, nel Lazio.

A partire da allora la consuetudine di rievocare la natività prese piede dapprima delle Chiese e solo dal XVII secolo il presepe entrò nelle case, inizialmente dei nobili. In seguito nacquero vare scuole di presepio e la tradizione casalinga prese definitivamente piede tra l’800 e il ‘900, affiancandosi, senza mai sostituirsi, all’albero.

Mantenendo gli elementi fondamentali di cui si diceva, oggi allestire un presepio è anche una sfida alla fantasia che può toccare alte vette di originalità. Non c’è praticamente limite ai materiali che possono essere utilizzati, così come alle decorazioni e ai personaggi supplementari da inserire in “scena”.

Cercando su You Tube un video che potesse illustrare la realizzazione di un presepe tradizionale, mi sono imbattuto in un canale chiamato arte allegra, un nome che è tutto un programma….


05 dicembre 2017


L'allegria nei videogiochi (d'epoca)

A cura di Alberto&Alberto

Il progresso della tecnologia ha portato con sé, oltre che sicuri e notevoli vantaggi nella vita di tutti i giorni, anche alcuni aspetti deleteri quali generare dipendenze dai dispositivi mobili, complici le opportunità che essi offrono, come quello di poter giocare a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Eppure il "gioco elettronico" in sé non ha nulla di negativo. Alla sua apparizione massiva alla fine degli anni '70, fu subito evidenziato come i videogiochi aiutassero a mantenere la prontezza di riflessi, la capacità di reazione e la concentrazione. Concetti ribaditi negli anni successivi e dimostrati anche a seguito di vari studi scientifici; mi permetto di aggiungere che giocare è divertente e che l'allegria porta benessere. Purtroppo altri argomenti hanno sopraffatto le qualità del videogioco in ambito psicologico.

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Personalmente ho avuto la fortuna di avere, da adolescente, un ottimo rapporto con i videogiochi. Giocavo qualche minuto al giorno per rilassarmi un po' dallo studio e ne traevo solo benefici. Per giocare, all'epoca, bisognava uscire di casa e recarsi in un esercizio pubblico; praticare il videogioco in casa era una condizione assai rara all'epoca e comunque quelli disponibili nei bar o nelle sale giochi erano di qualità decisamente superiori.

Ripenso a quei giochi con una certa nostalgia e non devo essere il solo, visto il grande successo che un paio di anni fa ha riscosso il film "Pixel", i cui protagonisti erano ex campioni di videogiochi agli inizi degli anni '80 che si trovavano ora a contrastare un tentativo di invasione aliena sotto forma, appunto, dei vecchi videogames 'pixellati', quelli della tecnologia a 8bit.

Il mio tuffo nel passato è stato ancora più vertiginoso quando, casualmente, ho scoperto che qui a Roma esiste un Museo dei Videogiochi e vi ho effettuato una visita. L'iniziativa è di un gruppo di appassionati e studiosi del fenomeno che non solo hanno messo in mostra le prime consolle casalinghe e i relativi accessori ma hanno recuperato alcuni videogiochi d'antan perfettamente funzionanti mettendoli a disposizione dei visitatori. Il Museo si chiama Vigamus (Videogame Museum), è parte di un network che comprendere le maggiori realtà affini in tutto il mondo e, oltre a guardare al passato dei videogames, guarda anche al futuro con l'allestimento e la fruzione degli apparecchi più all'avanguardia, oggi legati alla realtà virtuale.

Sui miei giochi preferiti: PacMan era divertente a vedersi ma per me difficile da giocare, almeno a livello di riflessi. Gli preferivo i cosiddetti "marzianetti" - come li chiamavo - ovvero il gioco Space Invaders, nel quale riuscivo ad avanzare di vari livelli. Avevo acquisito, al tempo, anche una certa dimestichezza con i primi videogiochi con personaggi a tema, come Braccio di Ferro o Donkey Kong. Roba oggi da museo, appunto, ma che ha conosciuto in temi recenti un significativo revival grazie ai cosiddetti 'emulatori', dei software che hanno consentito di poter trasferire sui computer di ultima generazione la grafica e la dinamica dei videogiochi dei primi anni '80. Per non parlare di quei piccoli congegni dotati di joystick cui è possibile applicare lo smartphone per emulare, anche in questo caso, le modalità di gioco delle consolle d'epoca. Ho potuto così cimentarmi di nuovo con un altro videogioco storico e amatissimo come "Pong", quel gioco che consisteva nel rilanciare una pallina (su fa per dire) da una parte all'altra dello schermo, come nel ping pong. Quel gioco, uno dei primi commercializzati della storia, data addirittura 1966 nella sua prima versione, giusto mezzo secolo fa. Ma confrontato con i videogiochi di oggi sembrano passati due secoli



28 novembre 2017


Sulla bilancia con le castagne

A cura di Alberto&Alberto

Le castagne sono buone, recitava il titolo di un vecchio film di Pietro Germi. Figuriamoci se non lo sappiamo: più che mai in questi giorni in cui si riaffacciano nei centri delle nostre città i mitici “caldarrostari”, da rintracciare seguendo quel profumo invitante (e - ahinoi - quei prezzi da anni saliti alle stelle!) che si avverte anche ad una certa distanza.

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Non solo caldarroste, certo. Le castagne sono anche alla base di tanti dolci, come i marron glaces o la torta Montblanc. Tutte cose non troppo digeribili, certo, come pure le caldarroste che la brace cuoce soprattutto all’esterno, lasciando molto amido nella parte interna. Però fanno bene, si sa: le castagne sono ricche di sali minerali, vitamina B, fibre. Certo hanno anche un alto contenuto calorico, e ciò non le rende particolarmente utili a chi sta affrontando una dieta. Sicuri?

Un articolo apparso qualche giorno fa su la Repubblica sostiene il contrario. “Una castagna per dimagrire in allegria” titolava una pagina intera del quotidiano, che ha interpellato sull’argomento il Presidente emerito della Società Italiana di Scienza dell’alimentazione, Pietro Migliaccio. Il quale spiega nell’articolo che le castagne possono essere effettivamente essere impiegate per rendere una dieta più varia, gustosa e in fondo anche divertente. A certe condizioni, però.

Dice il medico nutrizionista che impiegare le castagne in un regime dietetico richiede che esse vangano consumate durante i pasti, sostituendo il pane: fino a 10 frutti, ovvero 80 grammi di prodotto, corrispondono a 40-50 grammi di pane ma saziano di più. E per quanto riguarda la loro digeribilità, attenzione a come vengono cotte. Delle caldarroste si è già detto, sono le meno digeribili. Ma si digeriscono bene quelle castagne che invece vengono bollite in acqua salata.

L’articolo di Repubblica ci avverte anche sull’importanza della provenienza del prodotto. Perché la maggior parte delle castagne che vengono importate dall’estero sono trattate con i fitofarmaci, ciò che non accade con le castagne nostrane. Capita, però, che le castagne straniere vengano spacciate per italiane. Così che per essere sicuri che si tratti veramente di castagne italiane, è bene affidarsi a coltivatori locali e con vendita diretta.

Allegria e Buona dieta!


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