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28 marzo 2017


La musica più allegra? Quella triste!

A cura di Alberto&Alberto

No, il post di oggi non si vuole contrapporre ai diversi miei interventi del passato su quale possa essere la musica più allegra da ascoltare. Perché, come leggerete, tra musica allegra e triste non esiste vera contrapposizione. Non in termini di emozioni.

Leggo stamattina di una ricerca pubblicata sulla rivista Plus One e che ha come oggetto la musica triste e le reazioni che essa può suscitare. Condotta su un campione multietnico di intervistati, la ricerca ha dato risultati che qualcuno potrebbe trovare sorprendenti: solo il 44% delle persone associa l’emozione della tristezza alla musica triste. Viceversa, il 76% evoca l’emozione della nostalgia e il 57,5% la tranquillità. Seguono la tenerezza (il 51,6%), la meraviglia (38,3%) e persino la gioia (6,1%).

Certo che allegria o tristezza hanno degli ampi margini di discrezionalità, tanto più se legati a diversi gusti rispetto alle espressioni artistiche. Ovvio che una musica non può suscitare le stesse emozioni in tutti, ma è emblematico che il concetto di tristezza, associato alla musica, acquisisca significati diversi da quello che gli viene imputato tradizionalmente.

La suddetta ricerca viene citata in un blog nel quale si osserva come la tristezza sia dolore psicologico, depressione, stanchezza, frustrazione, senso di isolamento, perdita di qualcuno o qualcosa. La musica triste, invece, può essere piacevole, può trasmettere sollievo, pace, benessere e farci percepire uno stato di profonda bellezza.

Prima della ricerca citata, il fenomeno era stato già oggetto di uno studio pubblicato lo scorso anno sulla rivista Frontiers in Psychology e condotto da un team della Durham University capitanato da Tuomas Eerola. Lo studio si concentrava soprattutto su quelle risposte che testimoniavano il valore positivo della commozione all’ascolto di una musica triste, poiché liberatoria e dunque piacevole.

Altro aspetto ricorrente in coloro che reagiscono positivamente all’ascolto di una musica triste, è quello di essere più empatici degli altri. E l’empatia, ha osservato Tuomas Eerola, è un sentimento appagante, anche se si può trattare semplicemente di “biochimica”. “Triste ma piacevole” è stata la risposta della maggior parte delle persone chiamate a indicare il loro stato emotivo e fisico dopo aver ascoltato il brano strumentale “Discovery of the Camp” di Michael Kamen, dalla colonna sonora del serial tv “Band of Brothers”. E coloro che invece lo hanno trovato veramente triste, sono le stesse che nella vita provano difficoltà ad entrare in sintonia con gli altri.

Mi chiedo se un risultato così a favore della musica triste, sarebbe stato lo stesso se agli intervistati fosse stato sottoposto il brano che, secondo un sondaggio realizzato dalla BBC, è considerato il più triste di tutti i tempi: si tratta di “Dido’s Lament” (“When I am laid in earth”) del compositore inglese del ’600 Henry Purcell. Tanto triste, sì, ma quanto amato e quante diverse esecuzioni ha conosciuto. Anche in questo caso, si può davvero parlare di tristezza?


21 marzo 2017


Metti la musica in cassetta

A cura di Alberto&Alberto

Qualche mese fa, in questo stesso spazio, segnalavo il ritorno del “vinile”, ovvero il fenomeno delle vendite sempre più importanti registrate dai dischi tradizionali, ove più che la nostalgia per il supporto conta l’esigenza di un ascolto della musica il più possibile fedele.

Sono in tanti a non essersi disfatti del giradischi, dopo l’avvento del CD, anche in virtù dei tanti dischi accumulati nel tempo. Altri lo hanno nuovamente acquistato, magari un apparecchio di nuova generazione anche predisposto, tramite un ingresso USB, per poter riversare i propri vinili nel formato digitale.

Il fenomeno non mi ha sorpreso più di tanto (l’audiofilia è un’esigenza diffusa tra gli appassionati di musica) e mi ha anche rallegrato, conservando anch’io affetto per quegli oggetti rotondi che tanto hanno segnato la mia infanzia e la mia adolescenza e in parte anche la mia vita adulta. Più difficile, per me, comprendere un ritorno decisamente più eclatante di cui leggo da tempo sui giornali, ovvero quello dell’audiocassetta.

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Conservo anch’io diverse audiocassette più per affetto che per motivi pratici. Nelle automobili, d’altronde, da anni non si montano più i lettori, sostituiti da quelli per i CD e nelle dotazioni casalinghe, l’apparecchio per la riproduzione delle audiocassette ha anch’egli lasciato spazio ad altri dispositivi.

Ma perché l’audiocassetta torna di moda? Qui l’audiofilia evidentemente non c’entra, dal momento che la registrazione non può competere, per qualità, non solo con la riproduzione dei vinili ma anche con quella dei CD. Certo, l’oggetto non è privo di fascino: ricordo bene con quanta cura si sceglieva la cassetta vergine giusta per registrare un disco da un amico e poterla riascoltare senza accollarsi la più ingente spesa dei dischi. E ricordo anche come la custodia trasparente delle cassette si prestava alla confezione di copertine “fai da te”, ritagliando foto dai giornali o ricorrendo, per riportare i titoli, ai vetustissimi “trasferelli”.

Ancor più ricordo l’allegria delle compilazioni, da preparare con cura e passione per poi regalarli all’amico o alla ragazza sulla quale si voleva fare colpo. Ricordo l’avvento del “walkman” come fatto epocale: finalmente la musica preferita la si poteva ascoltare non più solo a casa o in macchina ma anche passeggiando o facendo attività fisica.

Ricordo però altrettanto bene di come i nastri fossero soggetti a rapida usura (specialmente se di qualità mediocre) o potessero rompersi irrimediabilmente. Ricordo la pratica di infilare la matita tra gli ingranaggi di scorrimento del nastro per rimetterlo al proprio posto quando fuoriuscito.

La notizia è che nel 2016, secondo dati Nielsen, negli Stati Uniti la vendita di musicassette è aumentata del 74% per un totale di 129.000 copie vendute. E che alcuni artisti hanno addirittura editato i loro nuovi lavori in questo formato, oltre che in vinile e, naturalmente, in CD e in download.

Se nell’unica fabbrica americana ancora operativa nella produzione di audiocassette si fa festa (posto sotto un breve estratto da un documentario ad essa dedicata), c’è davvero da chiedersi a cosa si deve questo inatteso exploit del formato che, dopo aver goduto di buona salute dagli anni ’60 a tutti gli anni ’80, era finito nel più totale oblio. Nostalgia, è l’unico motivo che mi viene in mente. Nostalgia di un’allegria perduta e ora ritrovata, nel maneggiare quegli oggetti che un tempo erano per noi così importanti e che ci consentivano di ascoltare tanta musica con modica spesa. Regalandoci anche l’allegra illusione di essere noi stessi produttori, miscelando i nostri brani preferiti a piacimento e custodendo voci e suoni che noi stessi avevamo registrato.

Ma se la ritrovata passione per il vinile ha dei solidi fondamenti, altrettanto non si può dire per le audiocassette, il cui revival immagino sia passeggero. Magari per essere sostituito, tra qualche tempo, con un ritorno alle videocassette, anch’esse da tempo sconfitte dai formati digitali (Dvd) ma anch’esse ancora ben presenti nei nostri scaffali. Per il momento solo a cumulare polvere. Per il momento


14 marzo 2017


Risus abundat in ore stultorum?

A cura di Alberto&Alberto

"Il riso abbonda sulla bocca degli stolti." E aggiungiamo: "Ridi, ridi, che mamma ha fatto gli gnocchi!". Nella cultura popolare, insomma, l'atto del ridere appare talvolta come disdicevole anche se bisogna dire che le virtù terapeutiche della risata sono una scoperta relativamente recente, i primi studi in materia risalgono infatti solo agli anni '60.

In proposito, un nostro precedente post affrontava la figura di Patch Adams, il medico inventore della "clownterapia". Stavolta voglio trattare invece il caso del giornalista e professore universitario americano Norman Cousin, autore del libro, pubblicato anche in Italia nel 1982 "La volontà di guarire. Anatomia di una malattia".

Cousin si ammalò di una malattia terribile quale la spondilite anchilosante, una malattia infiammatoria che colpisce il sistema muscoloscheletrico, che comporta dolori e disabilità e, se non curata adeguatamente può portare alla paralisi e alla morte. Consapevole del fatto che un atteggiamento mentale negativo è generalmente deleterio per la nostra salute, lo scrittore prese in considerazione l'atteggiamento opposto. Curarsi ridendo, quindi.

La sua intuizione si rivelò felice: dopo qualche mese trascorso a vedere film dei fratelli Marx (ma anche ad assumere massicci dosi di vitamina C), Cousin guarì dalla sua malattia e tornò felicemente al lavoro. La sua esperienza ha aperto quindi la strada a quella che oggi è conosciuta come "Risoterapia" (sorretta dagli studi di gelotogia, della quale abbiamo già parlato a proposito di Patch Adams).

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Naturalmente, se si intende percorrere la strada intrapresa da Norman Cousin, ciascuno sarà libero di scegliere la terapia "ridens" più appropriata. Tuttavia, la scelta dello scrittore per quello che mi riguarda è totalmente condivisibile: ho sempre avuto un debole, fin da ragazzino, per i fratelli Marx che purtroppo, non sono molto popolari presso le giovani generazioni. Non sanno cosa si perdono.

Basterebbe, per dare loro un'idea, la celebre scena della cabina contenuta in "Una notte all'opera" (1935). Un concentrato "esplosivo" di gag e battute che - in base alle teorie di Cousin - potrebbe valere un intero tubetto di aspirine!

Il resto del film, va detto, non è da meno in quanto a divertimento. E non è certo l'unico dei capolavori di comicità della grande famiglia di attori capitanata da Groucho Marx, tra i cui meriti storici vi è anche quello di essere stato il principale ispiratore, tra gli altri, di un maestro della commedia quale Woody Allen!


07 marzo 2017


L’allegria senza tempo dei Beach Boys

A cura di Alberto&Alberto

Leggo stamattina che a giugno suoneranno in Italia, più precisamente all’Auditorium di Roma, i Beach Boys. I meno informati possono trasecolare: ma chi? Il gruppo americano che conquistò il mondo ancor prima dei Beatles, agli inizi degli anni ’60? Quelli di “Surfin Safari”, “Barbara Ann” e “Good Vibrations”? Proprio loro. Certo non nella formazione originale (che però si era esibita, anche in Italia, non molti anni fa!) ma comunque ancora capitanati da quel Mike Love cui si devono le performance vocali più rappresentative della loro produzione. Altri due elementi originali, Brian Wilson e Al Jardine, anch’essi portano in giro il grande e corposo repertorio del gruppo, così che la musica dei Beach Boys resta ancora viva e vegeta, all’insegna di una longevità che mi sembra non abbia paragoni nel panorama del pop internazionale.

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Se si dovesse condensare in una parola la musica dei Beach Boys, non ne troverei un’altra che non ‘allegria’. E infatti i loro concerti si caratterizzano per essere delle vere e proprie feste durante le quali è davvero difficile restare fermi e seduti (e quindi mi chiedo cosa potrà accadere in una sala austera come quella dell’Auditorium intitolata a Santa Cecilia, dove si esibiranno) e dove si mescola allegramente un pubblico di tutte le età.

Agli inizi degli anni ’60, quando esordirono, i Beach Boys improntarono le loro canzoni alla spensieratezza e alla celebrazione dell’estate e del surf, lo sport praticato da tanti giovani sulle spiagge della California. Più in là nel decennio, testimoniarono le “buone vibrazioni” che emanava la “summer of love”, opponendo alla musica di protesta in voga, una attitudine alla sperimentazione che riuscì anch’essa a fare breccia, seppur disprezzata dai colleghi più “impegnati”. Poi negli anni ’70 e nei decenni seguenti, proseguirono tra alti e bassi ma sempre omaggiando lo stile degli inizi e dunque seminando allegria anche in epoche in cui l’allegria sembrava bandita.

C’è, nell’immagine dei Beach Boys e nella loro musica, l’allegria della gioventù a dispetto dell’implacabilità del tempo. Le camicie hawaiane, i volti sempre sorridenti, i testi che evocano gioia di vivere e pomeriggi assolati, i cori armoniosi sono testimonianze di una sorta di responsabilità che il gruppo sente dentro di sè, quella di mantenere vivo lo spirito dell’innocenza e del puro divertimento. Per il benessere collettivo. Non c’è che ringraziarli.


28 febbraio 2017


Allegria e benessere sulla neve

A cura di Alberto&Alberto

Nelle tante sfumature insite nel concetto di allegria, una dovrò fare senz'altro riguardare l'indicibile emozione che si prova al cospetto della prima neve. Tanto più in una città o in un territorio dove non è usuale vederla, e dove spesso la prima neve rimane tale, destinata a sciogliersi nel giro di poche ore.

Basta la visione, tuttavia, di una coltre bianca per suscitare lo stupore e poi l'allegria di un bambino. Figuriamoci, poi, se la neve è scesa più copiosa tanto da poterla toccare, lanciarsela tra fratelli o compagni, allestire un pupazzo di neve!

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La stagione delle neve è poi salutata con entusiasmo dalle tante persone che amano sciare o comunque prodigarsi in una delle tante attività sportive che vi si possono praticare. Che sono sempre di più, alcune delle quali davvero fantasiose.

Alcune di queste sono illustrate su benessere.com cui attingiamo e rimandiamo per eventuali approfondimenti. Iniziando con lo Snowkite, sport invernale che nasce dall'unione tra il cosiddetto kitesurf, cioè il surf in acqua con una vela e lo snowboard o lo sci. In pratica, si tratta di scivolare sulla neve con gli sci o su una tavola trascinati dal vento . Pare che sia sufficiente anche solo un po' di brezza per assicurarsi il divertimento!

Un'altra novità, di origine tedesca, è lo Yeski, che è il nome di un attrezzo che si pone a metà tra lo sci, la tavola da snowboard e lo slittino: il risultato è essenzialmente un mono sci di lunghezza variabile tra i 90 e i 150cm che è ancorato ad un sellino cui il praticante può stendersi per affrontare meglio la discesa.

Per gli amanti delle esperienze più inconsuete si consiglia di trovare un impianto dove venga praticato lo Sleddog, disciplina nordica che altro non è che lasciarsi trascinare da una slitta tirata da una muta di cani.

Ai più esperti sciatori, infine, si consiglia l’Heli-Skiing (o Eliski) e il Cat-Skiing, attività di discesa da cime di alta quota e su piste prevalentemente inesplorate di neve fresca, da raggiungere per mezzo di un elicottero o di un gatto delle nevi, gli unici mezzi che consentono di arrivare a posizioni altrimenti irraggiungibili. Attività sicuramente entusiasmante ma onerosa: le località meglio attrezzate per lo sci fuori pista (e dunque dotate di confort e servizi in alta quota) sono infatti situate perlopiù  in Canada, negli Stati Uniti, in Russia e Siberia!




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