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21 febbraio 2017


Sanremo, l’altra allegria

A cura di Alberto&Alberto

L’effetto contagio di “Occidentali’s Karma”, l’allegro motivo di Francesco Gabbani che ha vinto l’ultimo Festival di Sanremo del quale mi sono occupato la settimana scorsa, sembra sopravvivere ai tempi dell’effimero. Leggo oggi di una sorta di “Gabbani Mania” che ha avuto una delle sue manifestazioni più eclatanti nella città dell’artista, Carrara, dove qualche giorno fa si sono ritrovati in 500 per un riuscito “flashmob” all’insegna del ballo, sulle note di “Occidentali’s Karma”, ovviamente. Il video lo posto sotto, mette allegria.

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Torno sul tema, perché questa settimana ho proseguito a riflettere sul fatto che la canzone di Gabbani abbia interrotto una tradizione che sembrava inattaccabile, per cui a Sanremo le canzoni allegre possono sì partecipare ma non aspirare a vincere. E se effettivamente Gabbani è riuscito nell’impresa che era riuscita solo a Domenico Modugno nel lontano 1958, è anche vero che di canzoni allegre, nella storia dei Festival, se ne sono sentite.

Voglio quindi ancora rendere giustizia all’allegria di passaggio sul palco dell’Ariston, rievocandone alcune. Iniziamo dal riscontrare che esattamente 50 anni fa, nel 1967, a Sanremo (proprio nell’anno della tragica morte di Luigi Tenco) sfilarono tante canzoni allegre quanto mai più sarebbe accaduto: c’erano “Quando dico che ti amo” di Tony Renis (ma cantata da Annarita Spinaci), “Proposta” dei Giganti ma soprattutto “Le pietre” di Antoine, “E allora dai” di Giorgio Gaber e “Bisogna saper perdere” dei Rokes

Sicuramente, in questi ultimi anni, una ventata d’allegria l’hanno portata il gruppo di Elio & le Storie Tese con le loro tre apparizioni al Festival, due delle quali li hanno visti mancare la vittoria per un soffio (anzi, si è detto che nel 1996 “La terra dei cachi” avrebbe vinto se i voti non fossero stati manipolati ad arte).

Divertì molto, all’epoca, l’esibizione di Rino Gaetano con la sua “Gianna” (3° posto nel 1978) così come, in tempi più recenti, Daniele Silvestri con “Salirò” (14° posto nel 2002), esaltata da un divertente balletto che richiamava le atmosfere ‘disco’ degli anni ’70 e del quale si deve esser ricordato anche il vincitore di quest’anno. Silvestri tornò poi a Sanremo con l’altrettanto allegraLa paranza” (4° posto nel 2007).

Alcuni, come Jovanotti, si esibirono con allegro e giovanile vigore ottenendo anche un buon successo di vendite: la sua “Vasco”, nel 1989, si classificò al 5° posto nella stessa edizione del Festival nella quale il comico Francesco Salvi si scatenava con alcune comparse travestite da animali (già allora!) conquistando il settimo posto. La canzone, che ebbe anche un buon successo di vendite, si chiamava “Esatto!” Vasco Rossi, invece, con la sua sfrontatezza si fece più inquietante che allegro con la pur sostenuta “Vado al massimo” (1982).

Renzo Arbore, artista in grado di evocare allegria con la sua sola presenza, manifestò amabilmente il suo amore per la goliardia nel 1986 con “Il clarinetto” (2° posto) poi diventato un classico del suo repertorio.

Ma l’allegria può emergere anche ad altre latitudini. Abbiamo visto i rigidi russi manifestare un inedito entusiasmo sia al cospetto di "Felicità” e “Ci sarà” di Al Bano e Romina (con le quale, per inciso, si classificarono a Sanremo secondi e primi rispettivamente nel 1982 e nel 1984) che con “Sarà perché ti amo” con cui i Ricchi e Poveri si piazzarono quindi nel 1981. Beati loro.


14 febbraio 2017


Da Sanremo, una voglia di allegria

A cura di Alberto&Alberto

Si può amare o detestare, seguirlo distrattamente o non perdersi nemmeno una serata, può monopolizzare la vita sociale (quantomeno per una settimana) ma non si può completamente ignorare: il Festival di Sanremo, ad alcuni giorni dalla sua conclusione, è ancora al centro di discussioni e tutto sommato, almeno quest’anno, pare che i suoi estimatori siano stati più dei suoi detrattori.

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Non sono mancate le sorprese, almeno se si vanno a rivedere le previsioni della vigilia. Ci sono state esclusioni eccellenti, c’è stato un vincitore decretato al termine di un’altalena di certezze e incertezze. La favorita era Fiorella Mannoia con la sua bella “Che benedetta”; è arrivata infine seconda perché il “televoto”, ovvero il giudizio del pubblico, ha premiato invece il vincitore di Sanremo Giovani dello scorso anno, Francesco Gabbani con “Occidentali’s Karma”. Una canzone allegra, resa ancora più frizzante dall’esibizione dell’interprete in coppia con un gorilla (finto, ovviamente).

A dispetto di un testo che allegro non è poi tanto, ed anzi parecchio criptico e critico, “Occidentali’s Karma” si è affermata per il suo ritmo sostenuto, più di quanto non lo fossero tutte le altre canzoni di questo Festival. Un Festival che tradizionalmente premia la melodia, meglio se stucchevole e che stavolta - grazie al pubblico - premia il ritmo. Rivelando evidentemente una voglia di allegria.

Da quanto tempo, al Festival di Sanremo, non vinceva l’allegria? A memoria non ricordo. Mi lancio quindi in una ricerca che spero non mi riporti indietro fino a “Volare” (edizione 1958), che pure non aveva certo un ritmo sostenuto, non per quanto siamo abituati oggi, ma per quell’epoca sì. E infatti dispensò allegria in tutto il mondo.

Accidenti, ma è proprio così: ripercorrendo a ritroso la lista dei vincitori, e riascoltando alcuni brani che proprio non ricordavo, riscontro che l’allegria è tornata a vincere dopo oltre mezzo secolo. Direi anche la leggerezza, che latita generalmente non solo tra i vincitori ma tra quasi tutti i partecipanti del Festival, che tendono generalmente a prenderlo un po’ troppo sul serio.

Personalmente “Occidentali’s Karma” non è che mi faccia impazzire, ma accolgo questa ventata di allegria come un buon augurio. Sappiamo tutti quanto ce ne sia bisogno.


07 febbraio 2017


Audrey, l’allegria nella semplicità

A cura di Alberto&Alberto

La sua figura campeggia nei manifesti incorniciati in tante case, così come in tanti locali e luoghi pubblici. Una icona come ce ne sono poche: se la batte solo con Marylin, Elvis e James Dean. Che sono, però, tutti sex symbol mentre lei è qualcosa di più e di diverso. È Audrey Hepburn.

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Non aspetto che un suo film ripassi in Tv: tengo da anni a portata di mano un cofanetto di Dvd di alcuni dei suoi film più celebri e li riguardo quando ho bisogno di fare un ‘pieno’ di allegria. Una passione, quella per la Hepburn, che si è sviluppata relativamente tardi, quando meglio potevo apprezzare la sua leggerezza, la sua grazia, la sua semplicità.

Vederla apparire sullo schermo mi mette ancora, a distanza di anni dalla sua “scoperta”, di buonumore. Approfondire la sua vita, personale e professionale, ha aggiunto qualcosa di più e di prezioso: l’ammirazione.

L’attrice di “Vacanze romane”, di Colazione da Tiffany” e di “Cenerentola a Parigi” era, tra le stelle di Hollywood, la meno chiacchierata. Coscienziosa sul lavoro (si alzava sempre alle 4 del mattino per ripassare la parte prima di recarsi sul set), era raramente oggetto di pettegolezzi e forse incuteva anche un po’ di soggezione a registi, produttori e colleghi, per l’atteggiamento distaccato ma cordiale, mai bizzoso ed anzi altamente professionale.

Ma proprio quando il mondo era praticamente caduto ai suoi piedi, Audrey Hepburn si ritirò gradualmente dal cinema per dedicarsi, per quasi un ventennio, alla sua famiglia. Tra gli anni ’70 e ’80 si contano appena 4 film interpretati, tra cui il meraviglioso “Robin e Marian” di Richard Lester (lei Lady Marian, lui Sean Connery, entrambi meravigliosamente malinconici). Ma nel frattempo era sopraggiunta un’altra passione che ha segnato l’ultima arte della sua vita. Occuparsi dei bambini nei paesi poveri del mondo.

Era il 1988 quando aveva appena interpretato il suo ultimo film, “Always - Per sempre” diretta da Steven Spielberg che la volle nel ruolo - difficile pensare ad un’altra attrice altrettanto perfetta - di un angelo. E angelo lo divenne davvero quando in quell’anno fu nominata Ambasciatrice speciale dell’Unicef ed iniziò a viaggiare tra Etiopia, Sudan, Bangladesh, Vietnam, Somalia. Ovunque portava il suo sorriso e il desiderio di offrire un po’ di conforto, ma tornava con un peso sul cuore, dopo aver toccato con mano tante realtà difficili e così lontane dal mondo nel quale era cresciuta professionalmente (ma nell’infanzia aveva vissuto gli stenti della guerra: era nata a Bruxelles ma cresciuta anche tra il Regno Unito e i Paesi Bassi sotto il dominio nazista).

Ha lasciato, oltre ai suoi film e alla sua icona immortale, anche pensieri e aforismi rivelatrici della sua personalità: scrisse, ad esempio, “Ricordati, se mai dovessi aver bisogno di una mano che ti aiuti, che ne troverai una alla fine del tuo braccio... Nel diventare più maturo scoprirai che hai due mani. Una per aiutare te stesso, l’altra per aiutare gli altri.” O anche: “Per avere degli occhi belli, cerca la bontà negli altri; per delle labbra belle, pronuncia solo parole gentili; per una figura snella, dividi il tuo cibo con le persone affamate; per dei capelli belli lascia che un bambino vi passi le sue dita una volta al giorno; e per l'atteggiamento, cammina con la consapevolezza che non sei mai sola.”

Amava l’Italia e soprattutto Roma dove visse per alcuni anni anche qui rifuggendo dal divismo e dal presenzialismo, a dispetto delle abitudini del marito di allora che invece amava le feste e il jet set. Come ha raccontato il figlio Luca in un libro uscito un paio di anni fa, la Hepburn era contenta di stare a casa, cucinare per la famiglia (era bravissima anche tra i fornelli), vedere le amiche più care e con loro divorare gelati o i prodotti dell’orto che curava con grande dedizione.

Leggo da qualche parte in Rete che i giovani (soprattutto le ragazze) la stanno riscoprendo come esempio impareggiabile di stile. L’augurio è anche loro si accostino alla sua figura nella sua interezza, conoscendo ed apprezzando il coraggio delle sue scelte, la sua sensibilità, la sua umanità. Unica.


31 gennaio 2017


Il (ri)lancio del disco

A cura di Alberto&Alberto

Il disco, nel senso del vinile, è tornato di moda. Acquistarli e (soprattutto) ascoltarli non più un fenomeno di "nicchia", com'era diventato subito dopo l'avvento del CD, ma una specie di atto di "rivolta" più diffuso di quanto non si credi, di fronte allo stradominio degli MP3 e del cosiddetto "downloading" per cui ci siamo tutti trovati a "possedere" molta più musica di quanta non ne avessimo prima, ma di qualità sonora decisamente inferiore.

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La rivalutazione del vinile è dunque un'esigenza, e non una manifestazione di snobismo della modernità. Un'esigenza, sempre più avvertita, di "audiofilia", ovvero della possibilità di godere di un ascolto "puro", per cui l'ascoltatore riesce a distinguere ogni suono, ogni sfumatura, ogni raffinatezza che il musicista ha introdotto nella fase di registrazione. Ciò che diventa più evidente, rispetto ai CD e soprattutto agli MP3, nel caso della musica classica.

Per esaltare maggiormente questa "purezza", i produttori di dischi hanno iniziato da tempo a stampare o ristampare alcuni titoli su supporti di vinile più spessi e quindi di maggiore resa sonora (ciò che ha costretto i collezionisti più accaniti a ricomprare alcuni LP che avevano già!). Nel frattempo, ovviamente, sono tornati sugli scaffali dei negozi di elettrodomestici, i "piatti" o, se preferite, i "giradischi", ora forniti di presa USB per poterli collegare al computer e consentire, così, di poter "trasferire" i vecchi vinili nel computer. Ma questa opportunità, ovviamente, non interessa coloro che il giradischi lo utilizzano soprattutto per ascoltare bene la musica.

È un mercato in continua crescita, quello che riguarda la vendita dei vinili, e questo mi mette allegria: pur "piegato", più che altro per pigrizia e praticità, al CD e agli MP3 guardo, però, con grande favore al ritorno in auge di un oggetto che tanto ho amato e che ha segnato così profondamente la mia infanzia e la mia adolescenza (e parte della mia vita adulta).

E il pensiero va a quei pomeriggi interi passati nei negozi di dischi a curiosare tra gli scaffali, magari uscendone alla fine senza avere acquistato neppure un disco. Perché a me, i negozi di dischi sono sempre piaciuti "a prescindere". Sono ambienti che considero familiari, dove mi sento bene, a mio perfetto agio.

Dovrei dire "consideravo", perché quei negozi non esistono pressoché più. E nonostante il buon momento che sta attraversando il mercato del vinile, dubito che torneranno ad esistere. Non nella quantità di prima, quantomeno.

Per gli acquirenti non c'è problema: la compravendita dei vinili avviene in gran parte su Internet, dove alcuni produttori possono anche ridurre i prezzi (oggi più elevati, visto che le tirature non possono più essere quelle del passato) rispetto a quei pochi, pochissimi negozi dove sono reperibili i dischi.

Questo per quanto riguarda i titoli nuovi o ristampati. Per i vinili d'epoca, invece, è ancora possibile reperirli in qualche negozio che sopravvive coraggiosamente e i cui proprietari oggi, dopo anni passati a vendere perlopiù CD, assistono quasi increduli all'inversione di tendenza e si affrettano a modificare gli assetti dei loro esercizi, anche ritoccando leggermente al rialzo i prezzi di quei loro "usati" che giacevano da anni nei loro scaffali e che quindi si erano più volte deprezzati.

In questi negozi (concentrati perlopiù nelle grandi città, almeno in Italia) è ancora possibile chiacchierare liberamente di musica, tanto con i proprietari quanto con i commessi (ma quasi sempre le figure coincidono) o con gli altri acquirenti. Vi si trova una dimensione umana assente altrove, nel settore commerciale, se non nelle piccole librerie, o nelle botteghe artigianali.

Provate a recarvi in una libreria della grande distribuzione e chiedere di un libro o di un CD. La prima cosa che farà il commesso, nove volte su dieci, è quello di rivolgersi al computer, magari sbagliando anche a digitare la vostra richiesta. Nel negozietto di dischi o nella libreria di quartiere o anche nella videoteca (tutti esercizi in via di estinzione) questo non accade: chiunque vi lavori, sa perfettamente cosa possiede e dove si trova. E sa anche consigliare, guidare, informare. E, soprattutto se non ha molti clienti da servire in quel momento (ciò che non accade quasi mai) si sofferma con piacere a conversare con te, perché quel lavoro per lui è davvero una passione.

Al vinile e ai suoi vecchi e nuovi cultori, un regista italiano Paolo Campana ha dedicato un bel documentario che ha avuto una vasta eco (e visibilità) internazionale. Si chiama "Vinylmania". Eccone il trailer:




24 gennaio 2017


L’ombra dietro l’allegria

A cura di Alberto&Alberto

Lo confesso: ogni qual volta mi imbatto in Tv in una replica di uno qualsiasi dei film di Checco Zalone (4 al momento), non posso fare a meno di soffermarmi e farmi almeno una risata (ebbene sì, rido a battute già sentite mille volte) .

Di lui scrissi tre anni fa, ai tempi del trionfo al botteghino di “Sole a catinelle”, il cui primato sarebbe stato poi surclassato dal suo film successivo, ad oggi l’ultimo, “Quo vado” (il prossimo è atteso per Natale 2017). In quel post, osservavo come la comicità di Zalone (o di Luca Medici, se preferite) riesce ad essere compresa da tutti, indipendentemente dall’età, provenienza geografica, cultura. Una dote senza dubbio rara, da vero Maestro. Rileggendo il post in questione, però, mi rendo oggi conto che non ho neppure nominato colui che da anni affianca il comico nella scrittura e che è anche il regista di tutti i suoi film: Gennaro Nunziante.

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Si tratta di una figura sicuramente fondamentale per Zalone, con il quale deve avere stabilito una speciale armonia e comunità di intenti. Eppure egli resta dietro le quinte, presente solo nelle conferenze stampa di presentazione dei film, ove però l’attenzione è sempre e comunque per il suo più popolare sodale.

Di lui, dunque, si sa poco e io oggi ho navigato un po’ in Rete per riuscire a saperne un po’ di più. Su Wikipedia appena 4 righe: scopro che Gennaro Nunziante è nato a Bari (conterraneo di Zalone dunque, ma questo lo sapevo), che ha 53 anni e dunque ben 14 anni in più del comico, e che è attivo dal 1985, quando ha iniziato a “mettersi in evidenza come ideatore, autore dei testi e talvolta regista dei programmi televisivi del duo comico Toti e Tata: Filomena Coza Depurada (1992), Il Polpo (1993), Teledurazzo (1993), Melensa (1995), Televiscion (1997).”.

Nuova confessione: non ho la più pallida idea di chi siano Toti e Tata e non ho mai sentito parlare delle suddette trasmissioni. Per il primo interrogativo, ricorro nuovamente a Wiki per scoprire che si tratta di un duo comico formato da Emilio Solfrizzi (oggi volto noto della Tv) e da Antonio Stornaiolo, duo che ha debuttato in teatro per trasferire i loro sketches in televisione nelle suddette trasmissioni. Ecco quindi la risposta al secondo interrogativo. Solo che andavano in onda su emittenti locali (seppure oggi ovunque a portata di telecomando) come Telebari, Antenna Sud e sopratutto Telenorba.

A quest’ultima, sono legate anche le prime apparizioni televisive di Checco Zalone, proprio insieme a Nunziante e dunque qui si deve essere consolidato il sodalizio.

Sempre su Wiki, scopro che Gennaro Nunziante ha firmato, o meglio co-firmato, le sceneggiature di diversi film per bravi registi come Cristina Comencini, Leone Pompucci, Alessandro D’Alatri e Luca Lucini e che in un paio di pellicole è apparso anche come attore.

In una intervista che trovo in Rete, scopro che Zalone è stato letteralmente scoperto da Nunziante ad un provino per una sua trasmissione nel quale il comico gli sottopose uno dei suoi personaggi che lo hanno poi portato alla ribalta di “Zelig”, il cantante (finto) neo-melodico. Il talento di Zalone era già tutto lì ma onore a Nunziante per la sua lungimiranza e grazie per l’allegria che mi e ci ha regalato, pur dal ruolo defilato che è scelto, lasciando generosamente tutti i meriti a quello che ormai possiamo definire il “Checco nazionale”.

N.B.: Da amante e buon conoscitore del cinema, osservo che Nunziante possiede buone doti di regista che non si limita ad assecondare il suo pupillo con costanti e poco fantasiosi primi piani ma tiene sempre d’occhio il risultato complessivo, con soluzioni che rivelano anche sane ambizioni!


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