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09 dicembre 2016


Cammina cammina e il medico si allontana

A cura di Welly

Un'ora di cammino al giorno toglie il medico di torno. Quante volte abbiamo letto (e noi anche pubblicato) notizie e statistiche sulla proverbiale sedentarietà degli italiani? Non è solo un luogo comune. Leggo gli ultimi dati in un articolo pubblicato un paio di giorni fa sulla sezione salute del Corriere della Sera on line: su 10 italiani, 6 non fanno attività fisica, la media più alta d'Europa. Ma certo il problema non è solo italiano, visto l'attivismo che sta dimostrando l'Organizzazione Mondiale della Sanità nel promuovere l'attività fisica e combattere l'inattività nella consapevolezza che quest'ultima è all'origine di un milione di decessi ogni anno in Europa. Dunque La “Strategia per l’attività fisica Oms 2016-2025” per l’Europa", la cui edizione italiana è stata affidata all'Unione Italiana Sport per tutti (UISP) raccomanda soprattutto ai bambini e ai giovani di praticare attività fisica almeno per 60 minuti al giorno mentre agli adulti e agli anziani, si consiglia di praticare 150 minuti a settimana di attività fisica anaerobica, cioè a bassa intensità. Nel mirino ci sono, nel caso dei giovanissimi, l'obesità e il sovrappeso ma la sedentarietà, com'è noto, aumenta anche i rischi di malattie cardiovascolari, di ipertensione, di diabete fino a ricarichi di ordine psicologico come la depressione. L'OMS mette l'accento anche sulle ricadute positive dell'attività fisica sull'economia, in settori come l'industria, i trasporti, i servizi sanitari, lo sport e il turismo: si cita l'esempio dell'utilizzo della bicicletta che, se si elevasse ai livelli di una città come Copenhagen, porterebbe alla creazione di oltre 76mila posti di lavoro!

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02 dicembre 2016


Test per l’Aids, fai da te

A cura di Welly

Ieri, 1 dicembre, era la Giornata Mondiale di Lotta all'Aids e come ogni anno si è tornati a parlare di una malattia che solo nel 2015 ha colpito oltre un milione di persone tra bambini, adolescenti e donne. Dagli anni '80, quando fu diagnosticata per la prima volta, sono stati fatti certamente grandi passi in avanti nella cura dell'HIV ma ciò non sembra avere influito in modo significativo né sulla prevenzione né sul rischio di contagio. Così che oggi, secondo quando dichiarato dall'Unicef, ogni due minuti un adolescente contrae il virus e, a meno di una inversione di marcia, gli esperti stimano un aumento del 60% di nuovi casi entro il 2030, ovvero 400.000 l'anno rispetto agli attuali 250.000. Più in generale e per quanto riguarda il nostro paese, c'è da dire che secondo i dati forniti dall'Istituto Superiore di Sanità, 1 persona su 4 non è consapevole di avere contratto la malattia e dunque può favorire la diffusione del virus; inoltre circa la metà delle diagnosi arriva in una fase avanzata dell'infezione, con il rischio quindi di essere fuori tempo massimo per il protocollo terapeutico. Viceversa, se l'infezione viene individuata con tempestività, la cura risulta assai più efficace. In questo senso è stata accolta con molto favore dalle associazioni che si occupano di Aids, l'entrata in commercio proprio da ieri del primo "autotest" per l'HIV, acquistabile in farmacia senza bisogni di ricetta medica al prezzo di 20 euro e almeno per il momento riservato solo alle persone maggiorenni. E semplicissimo da utilizzare: appurato che sia trascorso un tempo di almeno 90 giorni dal momento del presunto contagio (il tempo necessario perché si siano creati gli anticorpi che segnalano la presenza del virus), si preleva una goccia di sangue dal polpastrello ed entro 15 minuti si ottiene il risultato, con una percentuale di attendibilità che sfiora il 100%. Nel presentare alla stampa il prodotto in un incontro alla Camera dei Deputati, tra gli altri l’intervento del Prof. Giuliano Rizzardini, Direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, il quale ha osservato come “il fenomeno dell’immigrazione, come dimostrato da diversi studi, ha prodotto un aumento della diffusione di nuovi ceppi virali e quindi ad una più mista e complessa flora di HIV, che potrebbe accelerare il progredire dell’infezione nell’organismo, restringendo il tempo disponibile per una diagnosi tempestiva.” Ecco dunque che la possibilità di accedere facilmente a quest'ultima diventa quanto mai preziosa.

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25 novembre 2016


Varicella, meglio prevenire

A cura di Welly

Nell'attualità del dibattito su se i vaccini debbano o non debbano essere obbligatori, si inserisce una indagine condotta da Datanalysis per conto di GSK riguardante la varicella. Che non è una malattia esclusiva dell'infanzia e che può comportare delle complicanze fino a richiedere il ricovero in ospedale. E che però seguita ad essere sottovalutata, se è vero che nel 2015 solo il 30% dei bambini è stato vaccinato, secondo i dati del Ministero della Salute. L'indagine di cui sopra è stata effettuata su un campione di 500 genitori i cui figli, non vaccinati, sono stati ricoverati quando la varicella ha provocato l'insorgenza di complicazioni quali sovrainfezioni delle pustole, otite, endocardite, polmonite o problemi al sistema nervoso centrale. Negli adulti, poi, riaccendere la "fiammella" del virus della varicella potrebbe voler dire combattere contro l'herpes zoster, il famigerato "fuoro di Sant'Antonio".
Di quei 500 genitori, ci dice l'indagine, il 57% non sapeva nemmeno dell'esistenza di un vaccino contro la varicella, mentre tra chi invece lo sapeva vi è l'ammissione di averlo ignorato per una generica "paura dei vaccini" o perché non è un vaccino obbligatorio. Quasi scontata la maggioranza che oggi consiglierebbe il vaccino, sopratutto dopo aver sopportato lo stress della ospedalizzazione. Tanto più che, come ricorda su un articolo della Stampa il il professor Giovanni Gabutti, ordinario di Igiene e Medicina Preventiva all’Università di Ferrara, "abbiamo a disposizione un vaccino ben tollerato, sicuro e efficace". Sull'efficacia sono i dati a parlare: in quelle regioni pilota italiane dove è stata effettuata la campagna per la vaccinazione, i casi di varicella così come le eventuali ospedalizzazioni, sono drasticamente diminuiti. Vincendo anche quelle errate convinzioni per cui chi non è vaccinato non può infettare gli altri: accade proprio così, invece, basta accostarsi ad una persona e respirare la stessa aria o entrare in contatto con una lesione per contrarre la malattia. A meno che non si sia vaccinati, appunto.

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18 novembre 2016


Le noci nemiche dell'Alzheimer

A cura di Welly

Con l'autunno si riaffacciano sulle nostre tavole le noci, il cui consumo è destinato ad aumentare esponenzialmente durante le feste natalizie. Ed è un bene perché, tra un'"abbuffata" e l'altra, bisogna pur pensare alla salute e con le noci il benessere è garantito: notoriamente sono frutti dalle ottime proprietà nutrizionali e hanno potere antiossidante. Leggo però che le noci hanno proprietà benefiche anche rispetto all'Alzheimer, con capacità di ridurre il rischio di insorgenza della malattia, di rallentarla fino a prevenirla del tutto. Lo sostiene uno studio americano condotto presso il Developmental Neuroscience Laboratory del New York State Institute for Basic Research in Developmental Disabilities (IBR), ripreso in un articolo che leggo stamattina sul sito di La Stampa. Lo studio è stato condotto su un campione di topi sottoposti ad una dieta arricchita con noci che ha migliorato sensibilmente la loro capacità di apprendimento, il loro sviluppo motorio e una riduzione dello stato di ansia. Da qui la convinzione degli esperti americani che l'alto contenuto di antiossidanti presenti nelle noci sia in grado di proteggere il cervello dalla degenerazione che caratterizza la patologia; più in particolare l'effetto originerebbe dalla presenza nelle noci - caso unico tra i frutti secchi - di un acido grasso essenziale omega-3, lacido alfa-linolenico (ALA). Se si pensa che non esiste, allo stato attuale, una cura nota e realmente efficace per l'Alzheimer, la notizia sulle proprietà protettive delle noci è certamente una buona notizia. Tanto più che l'effetto positivo contro il danno ossidativo si aggiunge alle altre proprietà del frutto, come quella di contenere in buona quantità minerali, acido folico, steroli vegetali, fibre e vitamina E, con basso indice glicemico e capacità di controllare il colesterolo.

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11 novembre 2016


Panino a scuola, sì, no, forse

A cura di Welly

Sta facendo discutere genitori e operatori del settore scolastico (e non solo), una sentenza emessa dal Tribunale di Torino che permette alle famiglie dei piccoli alunni di preparare il loro pasto a casa per consumarlo a scuola. La questione andava avanti da ben tre anni, dopo che un gruppo di genitori aveva istituito un Comitato assistito legalmente per contrastare il "caro mensa", ovvero la quota obbligatoria da versare mensilmente per assicurare il pasto ai loro bambini. Il Ministero dell'Istruzione si era opposto alla richiesta del Comitato ma un primo gruppo di 58 famiglie ha vinto la causa in Corte d'Appello e il Tribunale di Torino ha infine decretato che il pasto da casa a scuola è un diritto di tutti, estendibile quindi ben oltre il gruppo che ha sollevato il caso. Non è finita qui, però: dovrà ora pronunciarsi la Corte di Cassazione, cui il Ministero dell'Istruzione ha fatto ricorso. Intanto, però, il dibattito resta aperto. E nel dibattito, si è inserita anche la Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) che ha posto l'accento sia sulle problematiche sanitarie che comporterebbe la mensa 'fai da te', sia su quelle educative. Ha dichiarato un membro della Giunta SItI, anche direttore UOC Igiene Alimenti e Nutrizione del Dipartimento Sanità Pubblica di Bologna, Dott.ssa Guberti: "Il consumo di pasti, di provenienza diversa dalla mensa scolastica, da consumare a scuola deve, comunque, garantire la possibilità che questi vengano conservati in ambienti e a temperature idonee per evitare contaminazioni o deterioramenti. Ne consegue che saranno necessarie idonee apparecchiature frigorifere e/o per il riscaldamento. La scelta di somministrare esclusivamente alimenti conservabili a temperatura ambiente finirebbe col penalizzare la varietà e la qualità nutrizionale dei pasti consumati. Inoltre dovrà essere garantita la sorveglianza da parte di personale della scuola affinché ciascuno consumi il proprio pasto per evitare gli inconvenienti (allergie e intolleranze) o contaminazioni, dal momento che oltre il 50% delle tossinfezione alimentari interessa preparazioni domestiche." C'è poi il problema, come detto, della ricaduta sul piano educativo. Secondo il presidente SItI Carlo Signorelli, di cui leggo le dichiarazioni sul sito del Corriere della Sera, consentire a un bambino di portarsi il panino da casa crea discriminazione, tra chi si può permettere la retta della mensa e chi no. "Per un messaggio educativo alimentare efficace" - sostiene Signorelli -"tutti i bambini devono sentirsi uguali di fronte al pasto. È quindi necessario anche fornire pasti a prezzi accessibili a tutti, magari ricorrendo agli alimenti della dieta mediterranea più economica”.

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