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26 agosto 2016


Stop ai dolci fino ai 2 anni

A cura di Welly

Che negli Stati Uniti il problema dell'obesità sia più presente che altrove è cosa risaputa ed evidentemente legata ad abitudini alimentari discutibili, a partire dal consumo smodato di dolci e di bevande gassate. Così che ora arriva un giro di vite: l’American Heart Association, l'organizzazione statunitense che si occupa di ridurre le morti causate da problemi cardiaci e ictus, ha espresso chiaramente delle linee guida da seguire per prevenire l'obesità e, di conseguenza, la salute del cuore e delle arterie. Niente più zucchero ai bambini fino all'età di due anni: il che non significa che non debbano assumere zuccheri ma solo quelli presenti naturalmente nella frutta e soprattutto nel latte. Il divieto riguarda evidentemente biscotti, merendine e bibite gasate, prodotti nei quali gli zuccheri vengono aggiunti, spesso in quantità che superano di gran lunga il fabbisogno giornaliero. Se il divieto di consumare merendine & Co., è tassativo fino ai due anni, negli anni successivi non si può certo lasciare andare a bagordi. Sempre la AHA consiglia, almeno fino ai 18 anni, di limitare l'assunzione di zuccheri entro il livello di 25 grammi ai giorno, che equivalgono più o meno a 6 cucchiaini. Per dare un'idea: in una lattina di una bibita gassata la quantità di zucchero può arrivare a 9 cucchiaini, i cereali fino a 4. E da adulti, è sempre bene mantenere livelli di guardia: non più di 50 grammi di zuccheri al giorno, l'equivalente di 10 cucchiaini, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità. I medici americani non sono soli nella loro guerra all'obesità: in Gran Bretagna, ad esempio, è già passata una legge che tassa le bibite zuccherate (entrerà in vigore nel 2018) e i cui introiti sono emblematicamente destinati a costruire strutture sportive o comunque promuovere stili di vita all'insegna del benessere: una disposizione non dissimile da quella che era stata già proposta in Italia nel 2012 ma che non ha trovato riscontro in Parlamento. E dire che anche da noi i dati sull'obesità non sono da trascurare: i bambini italiani tra i 2 e i 9 anni, secondo l'indagine europea Idefics del 2015, assumono zuccheri in quantità pari a 87 grammi al giorno (15 cucchiaini), sotto la media europea di 97. E anche da noi, come altrove, i bambini sembrano fuggire quegli alimenti che farebbero così bene alla loro salute, a partire dalla frutta

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19 agosto 2016


E c'è pure il Mosquito Day...

A cura di Welly

In questo blog ho spesso dato spazio a quelle campagne, a cadenza quasi sempre annuale, dedicate alle più diverse patologie con l'obiettivo di sensibilizzare su un'opportuna prevenzione o comunque ampliare la conoscenza delle stesse o per raccogliere fondi per la ricerca scientifica. Lo faccio anche stavolta ma confessando di non avere mai sentito parlare prima di un "Mosquito Day", ovvero della “Giornata Mondiale della zanzara” che si celebrerà domani, 20 agosto, in tutto il mondo. La notizia potrà strappare un sorriso a chi pensa a uno scherzo, visto il periodo nel quale la presenza del fastidioso insetto segna il suo picco massimo. Ma c'è poco da scherzare: se oggi, dalle nostre parti, la zanzara può guastare il nostro riposo estivo con il suo ronzio o al massimo procurarci un po' di prurito con le sue punture, ad essa è ancora legata, in alcuni paesi del mondo, la mortalità infantile in modo più imponente di quanto si possa pensare: si stima, infatti, che ogni due minuti muoia di malaria un bambino di età inferiore ai 5 anni. La data prescelta per il "Mosquito Day" è legata alla ricorrenza della scoperta del ruolo della zanzara nella trasmissione della malaria, datata 20 agosto 1897. Il responsabile era un medico inglese, Ronald Ross, che per questo si meritò il Premio Nobel. Qualche anno prima, e più precisamente nel 1880, il medico e zoologo Giovanni Battista Grassi aveva anch'egli individuato nella zanzara lo stesso parassita, il 'pasmodio', che pure Ross riteneva - a ragione - il responsabile della trasmissione della malattia. Ma diatriba scientifica a parte, la scoperta è rimasta fondamentale, in quanto ha consentito di attivare efficaci strategie medico-sanitarie che hanno consentito, almeno nelle aree economicamente e socialmente sviluppate, di combatterne la diffusione. Dal 2015 l'Europa può quindi dirsi definitivamente libera dalla malaria ma ciò non accade in altri paesi del mondo dal clima caldo e temperato. In prima linea nel sostenere la lotta alla malattia c'è un’organizzazione internazionale no profit, con sede a Londra, che si chiama emblematicamente "Malaria No More UK". L'organizzazione sostiene, ben appoggiata dall'Italia fin dal G8 di Genova del 2001, il fondo globale che mira a eradicare malaria, tubercolosi e AIDS dal mondo e che può contare su risorse economiche che potranno essere ulteriormente incrementate se i leader mondiali lo vorranno: l'occasione in tal senso è imminente, ovvero il prossimo 16 settembre, data della quinta conferenza per il rifinanziamento del Fondo Globale che mira a raccogliere 13 miliardi di dollari per il triennio 2017-19.

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12 agosto 2016


Quando punge la medusa

A cura di Welly

A vederle (e non è sempre facile, se non si indossa una maschera subacquea), hanno un loro indiscusso fascino ma a sfiorarle gli esiti possono essere generalmente (non sempre, però!) piuttosto fastidiosi, più spesso dolorosi anche se per un tempo limitato. Le meduse sono presenze ricorrenti nei nostri mari soprattutto quando - secondo gli esperti che si sono riuniti un paio di mesi fa a Barcellona per il V Simposio internazionale sulla loro proliferazione - un'estate calda segue un inverno tiepido e poco piovoso. Su un articolo apparso on line qualche tempo fa sul sito del Corriere della Sera, ho trovato un vademecum su come comportarsi nel caso si venga punti da una medusa e si voglia neutralizzare il loro potere urticante. I 5 consigli stilati con la consulenza del Dott. Enzo Berardesca, direttore dell’Unità operativa di Dermatologia clinica all’Istituto dermatologico San Gallicano di Roma, iniziano con la raccomandazione di evitare reazioni scomposte e di raggiungere la riva con calma. Dopodiché bisognerà lavare la parte del corpo che è stata sfiorata dai tentacoli della medusa con l'acqua di mare, ciò che consentirà di diluire la tossina che ancora non è penetrata attraverso la pelle. Dopo essersi procurati una tessera di plastica rigida (come una carta di credito ma andrà bene anche un coltello da utilizzare dalla parte piatta) si cercherà quindi di rimuovere dalla pelle i filamenti residui e poi recarsi in farmacia ad acquistare un gel astringente al cloruro d’alluminio, utile tanto a bloccare la diffusione delle tossine quanto ad alleviare il prurito. E infine attenzione allo choc anafilattico, per tutti coloro che soffrono di allergie: se la reazione cutanea dovesse diffondersi ulteriormente e dovessero sopravvenire difficoltà respiratorie, sudorazione, pallore, mal di testa, nausea o vertigini, in questo caso è necessario recarsi al più presto ad un Pronto Soccorso o chiamare il 118. Lo stesso articolo ammonisce sull'evitare rimedi popolarmente diffusi ma potenzialmente dannosi come quello di rilasciare sulla parte colpita sostanze tipo l'ammoniaca o l'urina: così facendo, si potrebbe infiammare la pelle più di quanto non lo sia già!

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05 agosto 2016


Mangiar bene per dormire meglio

A cura di Welly

Il sito del Corriere della Sera ha ripreso questa settimana un articolo del Reader's Digest in cui lo specialista del sonno Michael Breus, autore de "The Sleep Doctor's Diet Plan: Lose Weight Through Better Sleep" spiega come la quantità e la qualità del sonno siano condizionati dalle abitudini alimentari. Certo, il riferimento è alle abitudini degli americani che in parte differiscono dalle nostre (nell'orario dei pasti, ad esempio) ma i suoi consigli possono senz'altro tornare utili a chi ha problemi ad addormentarsi. Cenare troppo presto, come usano appunto gli americani, può far sì che la fame sopraggiunta interferisca con il sonno (ciò che vale, evidentemente, anche per chi si sta sottoponendo a dieta) e dunque il primo consiglio è quello di fare uno spuntino a due ore di distanza dalla cena, tipo cracker e formaggio e comunque con un contenuto di calorie non superiore a 250 con il 65% di carboidrati e il 35% di proteine. Va da sè che un pasto abbondante a ridosso del momento di andare a letto è altamente sconsigliato, in virtù del fatto che che quando si è in posizione stesa il processo metabolico si allunga. Breus ricorda anche che il nostro organismo impiega 6 ore per smaltire soltanto la metà della caffeina consumata e dunque se si soffre d'insonnia il consiglio è quello di evitare il caffè durante il pomeriggio. Anche l'alcool è un nemico del sonno: è vero che aiuta ad addormentarsi ma poi non permette il sonno profondo necessario a mantenere la salute. Altro elemento potenzialmente disturbante il sonno sono i cibi piccanti perché le spezie, se consumate a cena, possono andare nell'esofago e provocare il reflusso (e, secondo alcuni studi, favorire gli incubi notturni). Reflusso che può insorgere anche quando si mangiano cibi grassi a ridosso del sonno, come il gelato. I cibi che, al contrario, possono favorire il sonno sono le ciliege, la banana e il kiwi per il loro contenuto, rispettivamente, di melatonina, magnesio e l'azione sulla serotonina, tutti elementi dall'effetto rilassante. Un frullato a base dei tre alimenti dovrebbe quindi garantire, secondo l’esperto, un sonno tranquillo ed appagante!

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29 luglio 2016


Alzheimer, verso una cura?

A cura di Welly

La malattia dell'Alzheimer è in grande evidenza oggi nelle sezioni salute sia del sito della Stampa che di Repubblica. Per motivi diversi, anche se entrambi fanno riferimento ai lavori della Conferenza Internazionale dell'Associazione Alzheimer in corso in questi giorni a Toronto, in Canada. La Stampa si concentra sui risultati di una ricerca, presentata proprio a Toronto dagli studiosi dell’Alzheimer Disease Research Center nel Wisconsin, per cui si è scoperto che alcune categorie professionali sono meno a rischio di essere colpiti dalla malattia che, stima l'OMS, toccherà quota 107 milioni  di pazienti tra meno di 35 anni per via dell'aumento dell'aspettativa di vita. Attività mentale e relazioni interpersonali sono i due fattori che, combinati insieme, contribuiscono a rendere il cervello più resiliente all'Alzheimer. L'attività mentale, da sola, non basta: è il confronto con gli altri che, seppure potenzialmente stressante, sembrerebbe giovare alle condizioni neurologiche. E dunque a tenere a distanza la malattia sarebbero gli avvocati, gli assistenti sociali, gli insegnanti e i medici; all'opposto, le categorie più a rischio sono state individuate negli addetti agli scaffali nei magazzini e nei supermercati, i cassieri e gli operai. L'articolo della Stampa fa riferimento anche al fatto che nonostante siano stati testati oltre 200 farmaci e svolta una intensa attività di ricerca in oltre un secolo di studio della malattia, non è ancora stata trovata una cura. La Repubblica, però, dà invece conto di una sperimentazione, anch'essa presentata nella Conferenza di Toronto, riguardante un farmaco (Lmtx) che potrebbe frenare la progressione della malattia. Una vera novità, dal momento che i farmaci oggi sul mercato servono solo a controllare parzialmente i sintomi ma non agiscono minimamente sul processo neurodegenerativo. Non mancano gli scettici, o quantomeno chi ridimensiona le aspettative. In ogni caso la sperimentazione è praticamente all'inizio e i primi, positivi risultati raggiunti incoraggiano a proseguire su una strada che si annuncia però ancora lunga.

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