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03 luglio 2015


Scongiurare il rischio di trombosi, vediamo come

A cura di Welly

Da quasi trent'anni, l'ALT - Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari - porta avanti un'opera di sensibilizzazione su patologie che solo nel nostro Paese causano circa 400.000 decessi l'anno. E con la stagione calda ci ricordano che coloro che ha subito da poco un intervento chirurgico, chi è sottoposto a terapie ormonali o è in stato di gravidanza, così come chi soffre di malattie infiammatorie croniche o acute, le persone in sovrappeso, i fumatori, i bevitori accaniti, coloro che hanno avuto traumi agli arti inferiori che possono attivare la coagulazione del sangue fino a chi è ha subìto punture di insetto, sono tutti soggetti a rischio di trombosi. La prevenzione è quindi doverosa e, a giudicare dai consigli che stanno dispensando gli esperti dell'ALT, non particolarmente penalizzante. Sul piano dell'alimentazione, ad esempio, ai golosi non vengono richieste rinunce gravose, dovendo porre attenzione solo a prediligere i cibi con poco contenuto di sodio come la frutta e la verdura, bere molta acqua e, se gradite, consumare pere con buccia, yogurt, semi di zucca (non salati), mandorle e pistacchi, evitando al contempo salse, patate, riso e mele. Ad una alimentazione più leggera dovrà accompagnarsi un po' di sano esercizio fisico o al limite qualche lunga passeggiata, possibilmente al fresco. La Presidente di ALT, la Dott.ssa Lidia Rota Vender, raccomanda di muovere le gambe, contrarre i polpacci, ruotare le caviglie, flettere le dita, alzare e abbassare i talloni perché "tali movimenti favoriscono il ritorno del sangue al cuore e riducono la probabilità di ristagno, che aumenta il rischio di trombosi e di flebiti specie in chi ne ha già avute o ha una maggiore predisposizione". A proposito di quest'ultima, l'ALT consiglia di utilizzare il periodo festivo per approfondire la "storia sanitaria" della propria famiglia, ovvero informarsi su eventuali patologie pregresse e diffuse. Consiglia di non recarsi in spiaggia se fa troppo caldo e comunque mettersi un cappello o bagnare spesso la testa; per coloro che restano in città, l'invito è a tenere le persiane di casa socchiuse, di recarsi a fare la spesa la mattina presto o nel tardo pomeriggio e misurarsi la pressione se si è sottoposti a qualche cura. Il decalogo dell'ALT al numero 5 consiglia a chi fa uso abituale di farmaci fluidificanti del sangue di portare con se in vacanza un foglio sul quale sono stati annotati nomi e dosi delle medicine, il nome della patologia di cui si soffre e qualche recapito telefonico. Se dovessimo trovarci di fronte a qualche persona che viene colta da malori come giramenti di testa o mancanza del respiro, si suggerisce di tastare il polso e verificare il battito del cuore e, se non fosse regolare, chiedere di respirare a fondo e distendere il diaframma. Il settimo "comandamento" dell'ALT è riservato agli amanti della montagna che, se soffrono di pressione alta, devono valutare l'opportunità di alzare il dosaggio del farmaco ipertensivo che assume abitualmente; coloro che amano immergersi sott'acqua (attività comunque interdetta per chi ha già avuto una trombosi cerebrale, un’ischemia, un difetto delle valvole del cuore o un forame ovale pervio) devono confrontarsi con l'istruttore per limitare tutti i fattori di rischio. Sono raccomandate le calze elastiche con prima classe di compressione, obbligatorie per le donne in gravidanza e infine: "il buonsenso dell'attenzione e la scienza della cura", ovvero sapere individuare se necessario i sintomi della trombosi che può manifestarsi con una gamba più gonfia dell'altra, un forte dolore sulla schiena o a un polpaccio, un dolore associato ad una vena della gamba o del braccio fino alla mancanza di respiro, mal di testa improvviso, difficoltà a mantenere gli occhi aperti o l'equilibrio. Buone vacanze!

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26 giugno 2015


Tatuaggi e virus, un binomio pericoloso

A cura di Welly

Al congresso della Società Italiana GastroReumatologia che si è svolto nei giorni scorsi a Roma, sono stati presentati i dati di una ricerca condotta dall'Università di Tor Vergata su un campione di 2500 studenti liceali, riguardante il grado di informazione sui rischi insiti nelle pratiche dei tatuaggi e dei piercing. Pratiche molto amate dai giovanissimi e che non conoscono flessioni, in quanto a gradimento, ma cui si accompagna il fenomeno della proliferazione di operatori non autorizzati, oppure non a norma di legge oltre a quello del 'fai da te' effettuato con strumenti inadeguati. La ricerca documenta come il 24% degli interpellati abbiano avuto complicanze infettive a seguito di un tatuaggio o di un piercing; altri dati dicono che solo il 17% ha firmato un consenso informato e che solo il 54% è sicuro che gli strumenti che sono stati utilizzati erano sterili. Nel complesso l'80% dei ragazzi sanno che potrebbero contrarre infezioni ma solo il 5% sa quali malattie possono essere trasmesse per via ematica quando gli strumenti o le sostanze utilizzate non sono a norma. Malattie di non poco conto, come quelle prodotte dal virus dell'epatite B e C - ovvero HBV e HBC oltre all'Aids (HIV) nel caso di strumenti non sterili e di reazioni di tipo tossicologico o di sensibilizzazione allergica nel caso di sostanze chimiche non controllate. L'allarme lanciato al Congresso giunge nel periodo in cui aumenta la richiesta di "pratiche ornamentali" in prossimità dell'estate e aumenta anche l'offerta "non controllata", nelle spiagge o comunque nelle strade delle località balneari dove proliferano le strutture improvvisate, appetibili ai giovani per i loro prezzi concorrenziali rispetto alle strutture tradizionali. Tornando ai virus tipici del tessuto epatico che possono trasmettersi  a seguito di un tatuaggio o piercing effettuati con aghi monouso riutilizzati, materiali non sterilizzati o contaminati con sangue infetto, c'è da dire che alcuni di essi, i citati HBV, HCV e HDV possono stabilirsi in modo persistente nell'organismo provocando danni cronici al fegato, come cirrosi o cicatrizzazioni. Il Sistema Epidemiologico Integrato dell'Epatite Virale Acuta (SEIEVA), organismo legato all’Istituto Superiore di Sanità e il cui scopo è quello di promuovere a livello locale l'indagine ed il controllo sull'Epatite Virale Acuta, stima che chi si sottopone ad un tatuaggio corre un rischio di 3,4 volte più alto di contrarre l'epatite C rispetto a chi non lo fa; 2,7 volte in più nel caso dei piercing. Di fronte a questi dati, si rende più che mai necessaria - hanno concluso gli esperti riuniti a Congresso - un'opera di informazione ed educazione che cominci già nelle scuole secondarie di secondo grado.

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19 giugno 2015


Creme solari, queste sconosciute…

A cura di Welly

Oggi riprendo un articolo apparso nella sezione salute del sito di La Repubblica sul tema delle creme solari anche in relazione alla prevenzione dei tumori cutanei. Vi si fa riferimento a uno studio pubblicato un paio di giorni fa su Jama Dermatology che ha preso in esame un campione di oltre cento persone, tra uomini e donne visitati nella clinica dermatologica della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago. Lo studio ha evidenziato come un campione significativo, oltre la metà dei partecipanti, non fosse in grado di scegliere una crema di protezione solare in base alle etichette apposte sui prodotti, che vengono giudicate generalmente incomprensibili. Come ad esempio la definizione di Spf, che è la sigla che indica il livello di protezione dai raggi UV-B del sole, i quali possono concorrere insieme ai raggi UV-A nel provocare tumori della pelle (a questo proposito, la Commissione Europea raccomanda di non superare il valore di Spf 50+). E' bene sapere che il livello di protezione dai raggi UV-A deve essere pari a un terzo di quello dai raggi UV-B. Ma l'indicazione della protezione dai raggi UV-A, sulle confezioni, generalmente viene indicato non numericamente ma con un sistema di rating, generalmente 4 stelle (ovvero da 1, protezione minima a 4, protezione massima).
Gli esperti ammettono ancora che, ad esempio, le indicazioni degli ingredienti riportate sulle confezioni sono poco chiare, in quanto adottano un linguaggio, cosiddetto Inci, che è poco comprensibile e questo può andare a scapito di coloro che potrebbero essere allergici ad una o più sostanze contenute nel prodotto: è opportuno, in questo caso, farsi guidare dal dermatologo.
Ci sono diverse altre cose da sapere sulle creme solari: ad esempio che è consigliabile acquistare i prodotti anno dopo anno e gettare via quelli utilizzati l'anno precedente, specialmente se sono rimasti esposti al sole (come accade generalmente) oppure siano stati contaminati con la sabbia. Infine, un cenno sulla resistenza all'acqua. Nessuna crema solare resta totalmente attiva dopo un bagno in mare o in piscina: quando sull'etichetta del prodotto è riportata la dicitura "water resistant" significa che dopo circa 20 minuti di contatto con l'acqua la protezione della pelle è rimasta per il 95%, mentre con i prodotti "very-water resistant", la percentuale di protezione è rimasta la stessa anche dopo due immersioni. Tuttavia, gli esperti suggeriscono di applicare nuovamente la crema dopo ogni bagno, per non incorrere in spiacevoli (e a volte dolorose) scottature!

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12 giugno 2015


Non si gioca con la vita

A cura di Welly

Ieri mattina ho ascoltato, su una radio privata, un programma di ben due ore dedicato all'argomento. Oggi lo ritrovo sui giornali e ricevo anche un comunicato stampa molto dettagliato che mi aiuta a descrivere meglio l'allarme che viene lanciato in questi giorni sul fenomeno dilagante della ludopatia, la dipendenza dal gioco. L'allarme ha origine dai risultati di una iniziativa promossa dall'Arciragazzi Comitato di Roma Onlus, ovvero il progetto "Non giocarti la vita - Come prevenire la ludopatia" che li ha messi a disposizione della collettività e delle istituzioni. Alla base del progetto, fondato su un percorso di prevenzione e sensibilizzazione dei giovani studenti sui rischi insiti dalla ludopatia, vi sono gli ultimi dati provenienti dal Ministero della Salute che hanno rilevato una percentuale del 54% di giocatori più o meno abituali nella popolazione italiana, un dato di per sè non particolarmente rilevante se, sempre a livello nazionale, non ci fossero anche tanti giocatori cosiddetti "problematici" (tra l'1,3 e il 3,8%) e "patologici" (tra lo 0,5% e il 2,2%, con stime quindi che variano tra i 300mila e l'1,3% milioni). E sempre tra questi la maggioranza è costituita da adolescenti, anziani e disoccupati. Catturati in una spirale deleteria che colpisce non solo loro ma anche le loro famiglie e i loro affetti.
Il progetto ha messo in luce quali sono le cause del fenomeno, legate alla modalità del gioco d'azzardo che contempla velocità, ripetitività, disponibilità dei dispositivi e temporalità (ormai si può giocare 24 ore su 24!). L'Italia fa la parte del gigante, se così si può dire: attualmente si conta un apparecchio di slot machine per circa 150 abitanti, una delle maggiori penetrazioni del mondo, senza considerare che il gioco on line è da noi più diffuso che altrove. Ai danni economici si sommano quelli legati alla salute: il gioco patologico origina problemi di tipo posturale (danni a carico della colonna e della cervicale), ipertensione da stress, disturbi intestinali, insonnia. Vi sono poi i danni di tipo psicosociale e quelli legati ad abitudini connesse come il tabagismo, alcol e persino tossicodipendenza.
Il progetto "Non giocarti la vita" ha voluto informare e sensibilizzare i più giovani sui rischi cui vanno incontro coloro che giocano ripetutamente e compulsivamente e le lezioni previste dal programma hanno fatto emergere una diffusa ignoranza dei ragazzi sulla problematica della quale alcuni di loro sono stati e sono anche diretti testimoni.
Il notevole giro d'affari - per le casse dello Stato ma anche e sopratutto, come si può facilmente dedurre, anche per la criminalità organizzata - ha fatto sì che il problema non sia ancora stato affrontato adeguatamente. Speriamo che questo progetto rappresenti un punto di partenza per una seria riflessione da parte delle istituzioni, in primo luogo.

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05 giugno 2015


Arriva il Viagra per le donne?

A cura di Welly

Tiene banco, sulle pagine dedicate alla salute nei siti dei principali quotidiani, la notizia che la Federal Drug Administration (Fda) ha approvato il farmaco messo a punto per elevare la libido delle donne, in altre parole il "Viagra" al femminile. Il farmaco si chiama in realtà flinbaserin, è prodotto dall'americana Sprout Pharmaceuticals che dal 2010 ha già visto rigettarsi due volte la domanda di ammissione al mercato, e ciò perché i test effettuati non erano stati particolarmente incoraggianti sulla sua efficacia, mentre erano stati rilevati diversi effetti collaterali come sonnolenza, nausea e giramenti di testa. Il flinsaberin è una pillola non ormonale, da assumere una volta al giorno ed espressamente diretta a trattare il Disordine del Desiderio Sessuale Ipoattivo (HSDD) nelle donne in pre-menopausa, la più diffusa tra le forme di disfunzione sessuale femminile. La sua azione è quella di incrementare la dopamina e la norepinefrina, due neurotrasmettitori che sono entrambi alla base dell'eccitazione sessuale, provocando al contempo una riduzione temporanea della serotonina (a sua volta responsabile della sazietà o inibizione sessuale) nella corteccia prefrontale del cervello. Secondo gli studi clinici, che hanno riguardato oltre 11.000 donne, flibanserin ha dimostrato capacità di aumentare la frequenza di eventi sessuali soddisfacenti, incrementare l'intensità del desiderio sessuale e diminuire il disagio che le donne provano a causa della sua perdita. L'approvazione da parte della Commissione della Federal Drug Administration (18 voti a favore contro 6), non significa che il farmaco possa essere subito messo sul mercato, poiché la stessa Fda ha chiesto alla Sprout Pharmaceuticals di intervenire sugli effetti collaterali di cui sopra. E solo ad agosto, quindi, sapremo se il "Viagra per le donne" è davvero una realtà.

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