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06 febbraio 2015


Un topo per capello

A cura di Welly

Sul sito di Repubblica, pochi giorni fa è uscita una notizia curiosa (poi ripresa anche dal sito di La Stampa) che immagino possa suscitare interesse (e speranze) per tutti coloro che perdono i capelli più o meno precocemente. La notizia riguarda i risultati di alcuni studi condotti presso il Sanford-Burnham Medical Research di Orlando (Usa) i quali hanno utilizzato cellule staminali umane  trasformandole in cellule della papilla dermica, quelle grazie alle quali si formano due strati di pelle e, a seguire, i follicoli piliferi. Gli studiosi americani che hanno pubblicato i loro studi sul periodico scientifico online  Plos One hanno impiantato le cellule su un campione di topi e il risultato è stato… la crescita di capelli! Il mancato funzionamento delle papille dermiche è in effetti la causa della perdita dei capelli e per questo motivo, in un primo tempo, i ricercatori hanno provato ad isolarle da un follicolo pilifero per poi moltiplicarle mettendole in coltura. Gli esperimenti, però, avevano dato esito negativo in quanto la moltiplicazione delle papille dermiche inibisce la loro capacità di far crescere i capelli. Tutta un'altra storia, invece, con i topi a quanto pare, soprattutto per effetto dell'utilizzo delle cellule staminali umane. Ora ovviamente si punta a ripetere il procedimento sugli esseri umani, forti anche del fatto che il metodo adottato dagli studiosi americani consente di creare in laboratorio una quantità praticamente illimitata di cellule utili al trapianto. Se i risultati sui topi sono incoraggianti, vi sono concrete possibilità che da qui e breve tempo la creazione di papille dermiche risolvi il problema che affligge così tanti uomini (e donne, seppure in una percentuale assai minore) e sul quale da anni si arrovellano senza successo ricercatori nei campi della medicina, della farmacologia e della cosmesi.

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30 gennaio 2015


I probiotici per la prevenzione

A cura di Welly

Assolatte, l'associazione delle imprese italiane che operano nel comparto lattiero caseario, ci segnala che un paio di giorni fa l'Organizzazione Mondiale dell'Allergia ha affermato l'importanza dei probiotici e il loro ruolo nella prevenzione di allergie nei nascituri e nei neonati. I batteri probiotici sono particolari ceppi di fermenti lattici e come tali si possono trovare all'interno degli alimenti "vivi" ("Wild & Alive", li chiamano nel mondo anglosassone) come gli yogurt, i latti fermentati e i formaggi freschi. Ebbene, sempre l'Organizzazione Mondiale dell'Allergia (Wao) ha stabilito delle linee guida secondo le quali le gestanti, assumendo probiotici non solo durante la gravidanza ma anche durante l'allattamento e nel primo anno di vita, hanno l'opportunità di ridurre sensibilmente i rischi di insorgenza di dermatiti, eczemi, asma, riniti allergiche e allergie alimentari. In un altro comunicato di qualche settimana fa, sempre Assolatte segnalava la nascita di una nuova generazione di probiotici, denominati "Psychobiotics" in virtù del fatto che posseggono delle proprietà benefiche simili a quelli degli ansiolitici nel contrastare i disagi psicologici. I "Psychobiotics" sono ancora allo studio ma i primi dati sono estremamente incoraggianti rispetto al fatto che essi possano influire su ansietà e depressione, e ciò in virtù della correlazione che esiste tra cervello e intestino. In proposito, Assolatte annuncia che una volta che gli studi saranno terminati, il mercato conoscerà una nuova gamma di yogurt e latti fermentati che consentiranno di potenziare l'effetto benefico dei probiotici, controllando e riducendo l'incidenza di alcune patologie, come la sindrome metabolica e, come detto, i disagi psicologici.

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23 gennaio 2015


La pillola,contro i tabù

A cura di Welly

La Società Italiana della Contraccezione (SIC) ha emesso in questi giorni un "position paper" (un documento monotematico) sui vantaggi offerti alla donna a seguito dell'assunzione di contraccettivi ormonali. Il primo dei quali il mancato o ridotto sanguinamento, che non deve essere interpretato come qualcosa di dannoso per la salute, anzi. Riassumiamo: le donne che assumono la pillola anticoncezionale non hanno una vera e propria mestruazione, anche se possono manifestare qualche perdita. Ma ciò non può e non deve rappresentare un problema, poiché alle mestruazioni non si accompagna una "purificazione" dell'organismo, come afferma una vecchia credenza dura a morire ma è solo il segno naturale di uno stato di opportunità riproduttiva. Al contrario: secondo gli esperti della SIC, la mancata mestruazione è un vantaggio sotto diversi punti di vista. Da quello della salute, innanzitutto, dal momento che gli estroprogestinici svolgono un'azione protettiva nei confronti dei tumori all'ovaio e questo sia per effetto della riduzione del reflusso di sangue all'interno dell'addome (conseguenza della mancata mestruazione), sia per la riduzione delle ferite ovariche che sono provocate dalle ovulazioni. Vi è poi anche un vantaggio economico, dal momento che le mancate mestruazioni sollevano la donna da esborsi per l'acquisto di assorbenti e analgesici e il Servizio Sanitario Nazionale dal fare fronte alle assenze dal lavoro. Un vantaggio psicologico, infine: secondo uno studio svedese, infatti, ogni donna trascorre 7 anni della propria vita affrontando le mestruazioni con tutti gli impedimenti, dolori e fastidi che ciò comporta. Non sorprende, quindi, il risultato di altri studi che documentano l'insofferenza di ben un terzo delle donne in età fertile nei confronti del ciclo mestruale. Certi tabù, però, sono duri a morire e la SIC, a conclusione del comunicato di presentazione del suo position paper, invita i ginecologhi a rassicurare le proprie pazienti e ad illustrare loro correttamente i vantaggi che possono derivare dall'assunzione dei contraccettivi ormonali.

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16 gennaio 2015


Sì, viaggiare. Perché fa bene.

A cura di Welly

Le festività natalizie sono alle spalle e l'estate è ancora lontana da venire. Intanto, però, attira la mia attenzione uno studio sulle vacanze (Vacation Deprivation 2014) che anche quest'anno, per la quattordicesima volta, è stato effettuato da Expedia.it, su un campione format di 7.855 adulti residenti in 24 paesi tra l'Asia, l'Europa, il Nord e il Sudamerica. Lo studio in sintesi ci dice che le vacanze rendono meno stressate le persone e poi più produttive nel ritorno al lavoro. Nei numeri, si riscontra che il 92% delle persone pensano che andare in vacanza regolarmente favorisca la salute e il benessere; una prova è rappresentata dal maggior tempo trascorso a dormire, arrivando per il 38% del campione alla soglia delle fatidiche 8 ore che solo il 17% degli italiani riescono a raggiungere nei periodi di lavoro. Altri fattori importanti di benessere sono ovviamente lo svago e più in generale il tempo dedicato a se stessi e ai propri cari. Ne giova anche il lavoro stesso: il 68% degli italiani ammette di ritrovarsi più concentrato nelle proprie attività dopo un periodo di vacanza. Vi è da dire, però, che sono in pochi (il 19%) a riuscire a "staccare" completamente la spina: lo studio ci dice infatti che il 72% degli italiani non rinuncia a controllare le proprie mail con il dispositivo mobile, talvolta più di una volta al giorno!

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09 gennaio 2015


I connossessi di Internet

A cura di Welly

Mi giungono oggi i risultati di uno studio condotto da una mood communication agency chiamata "Found!" che fornisce dati piuttosto allarmanti rispetto all'uso che gli italiani fanno dei social network. Intanto le caratteristiche dello studio: è stato condotto su un campione di circa 1800 persone di entrambi i sessi e con età comprese tra i 16 e i 60 anni ed è stato realizzato con la metodologia cosiddetta WOA (Web Opinion Analysis) che consiste nell'interrogare gli utenti attraverso portali, blog, forum e community. I dati, quindi: oltre 26 milioni sono gli italiani che hanno creato un proprio profilo on line su un social network, e ciò in sè non appare impressionante. Inquietano invece i dati legati all'utilizzo dei social network, con un 27% di utenti che hanno ammesso di restare connessi socialmente fino ad 8 ore al giorno, il 51% che sostiene di non potere fare più a meno dei social network e il 56% che controllano le notifiche sullo smartphone come primo gesto al risveglio e ultimo prima di andare a letto. Il fenomeno ha già un nome, “Social Obsession" e si identifica in un passaggio da un utilizzo normale di un social network a quella che il sociologo Saro Trovato, fondatore di Found!, chiama "connosessione" e che consiste nella sostituzione ossessiva delle relazioni personali con quelle prettamente virtuali. Tra i problemi che può creare la "connossessione" vi sono quelli di trascurare o addirittura isolare i "veri" amici e familiari per dedicarsi solo a quelli virtuali, poi di accumulare un eccesso di informazioni fino a provocarsi un cortocircuito mentale, poi ancora di generare - anche involontariamente - fenomeni di stalkeraggio o di dipendenza dai messaggi o dagli aggiornamenti di uno o più interlocutori online. Come spiega lo stesso Dott. Trovato: “Il rischio di questa dipendenza da social network è davvero grande. Questo passaggio da un utilizzo misurato delle piattaforme online per rimanere in contatto con amici e parenti, che può apportare ulteriori vantaggi come la facilità di creare un gruppo o instaurare nuovi legami, a quello ‘connossessivo’ che porta sempre più soggetti a vivere online le proprie giornate, mette in pericolo il ruolo fondamentale ricoperto nella vita di tutti noi dalle relazioni interpersonali e dallo scambio diretto del proprio pensiero”.

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