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19 settembre 2014


La SLA tra ricerca e carenze

A cura di Welly

Dopodomani, domenica 21, è la Giornata Nazionale della SLA, l'iniziativa che punta i riflettori ogni anno sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica, ricordando come la malattia neurodegenerativa cronica a decorso progressivo non abbia ancora trovato una cura definitiva ed efficace. Sono ben 5000 le persone in Italia che sono afflitte da questa devastante patologia i cui sintomi sono atrofia muscolare, paralisi e spasticità. Ma non si può dire che il mondo scientifico stia solo a guardare: in Italia la ricerca è molto attiva, seconda solo agli Stati Uniti per numero e rilevanza delle pubblicazioni scientifiche. E sempre in Italia si sono aperti nuovi spiragli per futuri trattamenti della malattia che possano essere più efficaci di quelli attuali. Si tratta di scoperte in ambito genetico, per cui si è scoperto che l'uso di oligonucleotidi antisenso - molecole costituite da sequenze di DNA - possono diminuire la presenza della proteina che determina la malattia. Insomma, la speranza è che queste ricerche conducano alla formulazione di terapie mirate e personalizzate. Intanto, però, la la Società Italiana di Neurologia, in occasione della Giornata Nazionale SLA, ricorda anche come un aspetto fondamentale della malattia sia legato all'assistenza al paziente. Assistenza che è ottimamente svolta in ambito ospedaliero, con i servizi del Servizio Sanitario Nazionale che si pongono tra i più avanzati al mondo ma che invece restano insufficienti sul piano dell'assistenza domiciliare: i fondi già stanziati per il biennio 2011-2012 sono terminati e non se sono stati ancora erogati di nuovi

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12 settembre 2014


I pistacchi fanno bene al cuore

A cura di Welly

Vabbè che lo studio è decisamente di parte, in quanto promosso direttamente dall'American Pistachio Growers (un'associazione che rappresenta i coltivatori di pistacchi negli Stati Uniti) ma i risultati sembrano giustamente nobilitare un frutto che raramente viene incluso nelle diete. Alcune delle proprietà del pistacchio sono note: non contiene colesterolo e i suoi grassi sono utili per il controllo dello stesso; la vitamina A in esso contenuta, inoltre, ha la facoltà di rallentare l'azione dei radicali liberi. Ma la novità che arriva dagli Stati Uniti e più precisamente dalla Pennsylvania State University che ha pubblicato i suoi studi on line sulla rivista dell’American Heart Association è che i pistacchi possono contribuire alla salute del cuore nelle persone (adulte) affette da diabete di tipo 2. Una dieta che includa due porzioni di pistacchi al giorno favorisce la riduzione della pressione massima sanguigna e riduce la resistenza periferica vascolare, oltre ad aumentare la risposta cardiaca. Ricchi di grassi buoni, fibre, potassio e magnesio, i pistacchi sono dunque un alimento da affiancare alle medicine per ridurre i rischi cardiovascolari nei diabetici. Il presidente della Fondazione Italiana per l’Educazione Alimentare, il Prof. Giorgio Donegani - ha commentato favorevolmente lo studio americano evidenziando anche come il pistacchio può rendere una dieta più gradevole dato il gusto del frutto e la sua versatilità in cucina. Di quest'ultima, talvolta, ci si dimentica, associando il frutto più che altro ai dolci. Si pensi invece a piatti gustosisissimi come la cima alla genovese o alla possibilità di farcire un arrosto con i pistacchi. Io li apprezzo da soli e salati, e mi conforta sapere che possono mangiarne praticamente a volontà: ci vogliono 49 pistacchi per fare una porzione da 30g, il più alto numero di unità a porzione in confronto a qualsiasi altro tipo di frutta secca a guscio.

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05 settembre 2014


Cannabis e salute, l'accordo non c'è

A cura di Welly

Leggo sul sito dell'Espresso che in Spagna si stanno moltiplicando i luoghi ove è possibile fumare marijuana senza essere perseguiti dalla legge. Non si tratta del modello dei "coffee shop" olandesi ma di veri e propri club riservati ai soli soci e senza scopo di lucro. Il fenomeno nasce dall'interpretazione del codice penale, il quale in Spagna non sanziona l'uso personale di marijuana purché in modica quantità; il primo club che ha riunito gli appassionati della cannabis ha aperto nel 2006, ora ce ne sono circa 300 nella sola Catalogna e attualmente, solo a Barcellona, ne apre uno a settimana. I regolamenti sono piuttosto rigidi, privilegiando l'iscrizione di soci che consumano cannabis per scopi terapeutici, vietando l'iscrizione ai turisti (chi lo ha fatto si è visto ritirare la licenza dal Comune) e vigilando sugli scopi e sulle attitudini personali degli aspiranti soci. La notizia appare negli stessi giorni in cui ricevo, da parte dell'ALT -  Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari Onlus - un comunicato stampa nel quale sono elencate nel dettaglio le relazioni tra l'uso di cannabis e i conseguenti danni alla salute, sopratutto sugli adolescenti (a proposito: nei club spagnoli non sono accettati membri che abbiano meno di 21 anni). I dati dell'ALT sono ripresi dalle pubblicazioni scientifiche del The New England Journal of Medicine e si riassumono così: "L’uso abituale di marijuana aumenta la probabilità di infarto del miocardio, di ictus cerebrale, di attacchi cerebrali ischemici transitori: provoca infiammazione, aumenta la viscosità del sangue e stimola i recettori presenti sulle pareti delle arterie compromettendone la funzione e aumentando il rischio di formazione di Trombi." Dubbi anche sull'utilizzo terapeutico, reso possibile e legale in alcuni Paesi: gli studi effettuati non hanno ancora offerto risultati definitivi e seppure non mancano i casi di effetti positivi nei malati di Aids, nei pazienti in chemioterapia e in chi è affetto da malattie neurologiche, il rovescio della medaglia è rappresentato da effetti negativi anch'essi riscontrati, per esempio negli stessi pazienti con HIV, cui l'uso di cannabis può accentuare i sintomi da deficit cognitivo determinati dal virus.

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29 agosto 2014


e-cigarette, la polemica infinita

A cura di Welly

Eccola di nuovo. Si riparla della sigaretta elettronica, seppure almeno in Italia il 'boom' è già dietro l'angolo, o quantomeno tanti nuovi negozi che avevano aperto proprio dietro l'angolo hanno già chiuso i battenti a seguito di una domanda sempre più decrescente sia dei dispositivi che delle necessarie "ricariche". E però, sempre in Italia, un decreto dello scorso novembre aveva reso legale "svaporare" (come si dice in gergo) nei luoghi pubblici - a parte scuole ed ospedali - certificandone così la non tossicità. Che ora è di nuovo in discussione, stando a quanto afferma l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha elaborato un lungo documento che verrà discusso durante la prossima  Conferenza dei paesi membri della Convenzione per la Lotta contro il Tabagismo (Mosca, 13-18 ottobre 2014), le cui anticipazioni si possono leggere su una notizia pubblicata questa settimana nella sezione Salute di Repubblica.it. Dalla quale apprendiamo, ad esempio, che la sigaretta elettronica può essere dannosa per alcuni soggetti, come gli adolescenti o le donne in stato di gravidanza, dal momento che è stato provato che il loro contenuto non si limita a semplice vapore acqueo. L'OMS invita quindi i produttori a limitare quanto più è possibile il contenuto delle sostanze tossiche nelle miscele, a vietare quelle aromatizzate e soprattutto mette in guardia sulle possibilità che il fumo passivo possa essere nocivo, almeno fino a prova contraria. Viene messa in discussione, infine, la correlazione tra la sigaretta elettronica e l'astinenza dalla sigaretta tradizionale: al contrario, uno studio statunitense afferma che i giovani che non hanno mai fumato provano una particolare attrazione nei confronti delle sigarette elettroniche e da qui passano facilmente alle "bionde". Se in Italia il fenomeno della sigaretta elettronica sembra in netto calo, così non è nel resto del mondo: la stessa OMS certifica che nel 2013 sono stati spesi 3 miliardi di dollari tra dispositivi e ricariche e che da qui al 2030 le vendite aumenteranno del 17%. Il seguito, alla prossima puntata.


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22 agosto 2014


Più latte materno meno depressione?

A cura di Welly

La depressione post-partum (o 'baby blues' o anche 'maternity blues') è stata individuata da tempo come una patologia che comporta diversi rischi, non ultimo quello di sfociare da una indefinibile ma tutto sommato blanda sensazione di tristezza in forme di depressioni più gravi, fino alla psicosi. Apprendo da benessere.com che in un modo o in un altro, oltre il 70% delle madri manifestano forme di depressione subito dopo il parto, in gran parte in forma leggera e destinata ad attenuarsi e a scomparire nell'arco di pochi giorni. Quello che invece sappiamo oggi, grazie ad una ricerca pubblicata recentemente sulla rivista "Maternal and Child Health", di cui ha dato notizia un paio di giorni fa la sezione salute di repubblica.it, è che i rischi di depressione post partum aumentano in maniera consistente - in una percentuale del 50%! - nelle donne che non vogliono o non possono allattare. Lo studio proviene dall'Università di Cambridge ed ha coinvolto quasi 14.000 madri inglesi; dalle loro risposte si evince che l'allattamento produce benefici nelle neomamme attraverso la stimolazione di ormoni cosiddetti del "buon umore" che le proteggono dallo stress che colpisce invece le donne che, per motivi indipendenti dalla loro volontà, non riescono ad allattare. La relazione tra allattamento e depressione post-partum resta tuttavia assai controversa e al momento irrisolta, come leggo sul sito della Leche League, un’associazione di volontariato che si dedica al sostegno delle mamme che desiderano allattare. Una ipotesi piuttosto accreditata in ambito scientifico è che le madri che allattano provino, durante e dopo l'allattamento, una sensazione di rilassamento indotto dallo stato ormonale che svolge un'azione protettiva e preventiva nei confronti dello stress e dell'insicurezza e, di rimando, dei problemi di salute mentale. Cercando di approfondire il tema qua e là nella Rete, la mia sensazione è che non sia stato ancora adeguatamente esplorato ma che la ricerca inglese rappresenti un contributo importante, anche se non definitivo.

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