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24 novembre 2017


Più acqua, meno dolore

A cura di Welly

Dell’importanza di seguire una corretta idratazione, abbiamo scritto varie volte. L’acqua è infatti alla base del benessere di tutto l’organismo e va sempre privilegiata come bevanda principale, con un consumo ottimale che si aggira attorno agli 8 bicchieri al giorno (ma c’è anche chi dice due litri). Ora sui tanti benefici apportati dall’acqua se ne aggiunge uno, secondo gli studi condotti da un gruppo di ricercatori neozelandesi dell’Università di Massey: la disidratazione aumenta la percezione del dolore. In altre parole: meno beviamo, e più si abbassa la nostra tolleranza. Lo studio dell’Università di Massey è stato condotto prendendo come campione un gruppo di persone prima idratate e poi disidratate che sono state sottoposte al cosiddetto “Cold Pressure Test”, il test di stimolo del freddo: si esercita gradualmente una pressione fredda sui piedi fino al punto in cui il dolore diventa insopportabile. Il risultato è che le persone fortemente disidratate percepiscono il dolore per il 40% in più rispetto a quando erano ben idratate. Lo studio è stato diffuso dall’Osservatorio Sanpellegrino il cui membro Prof. Umberto Solimene dell’Università degli Studi di Milano ha commentato come durante la stagione invernale diventi ancora più importante idratarsi in quanto il freddo riduce il nostro stimolo della sete, tanto più negli anziani: “In un contesto come quello odierno, - ha osservato il Prof.  Solimene - in cui l’aspettativa di vita e d’invecchiamento della popolazione si allunga; aumentano, di conseguenza, anche le malattie croniche. Circa un quinto della popolazione italiana soffre quotidianamente di dolore cronico causato per esempio da malattie osteoarticolari, influenzando in tal modo la qualità della vita e i costi della assistenza sanitaria. Diventa, dunque, necessario associare ad una buona alimentazione anche una corretta idratazione per evitare di aumentare la percezione del dolore che in questi casi è già alta”.

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17 novembre 2017


Sulla “pipì a letto”, c’è da sapere che…

A cura di Welly

La chiamiamo da sempre “pipì a letto” ma il suo nome corretto è enuresi. Colpisce in gran parte i bambini, com’è noto, ma non solo loro: ne soffrono ben 700.000 adulti. Mentre sono 1.200.000 i bambini e adolescenti coinvolti nella fascia d’età che va dai 5 ai 14 anni, a partire cioè dall’età in cui la “pipì a letto” non è più legata alla graduale maturazione dell’apparato urinario. Sul tema è stata riscontrata una scarsissima informazione, tanto da indurre la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale a convocare una conferenza stampa presso il Senato della Repubblica proprio per attirare l’attenzione su un disturbo ampiamente sottovalutato. Molti genitori, è stato detto tra l’altro, non rivolgono al disturbo la necessaria attenzione pensando che esso possa risolversi spontaneamente nel tempo o che sia riconducibile a problematiche di tipo psicologico. O, ancora, che sia dovuto ad un sonno particolarmente profondo o alla pigrizia dei loro bambini.
Durante la conferenza una esperta urologo pediatra, la Dott.ssa Maria Laura Chiozza del Dipartimento di Pediatria dell’Università degli Studi di Padova (da noi intervistata: il servizio sarà on line su benessere.com. Tv dal prossimo 1 dicembre) ha spiegato come il fattore psicologico sia un effetto e non la causa dell’enuresi. Nel senso che la tendenza a perdere la pipì durante la notte provoca nel bambino un disagio che preclude le esperienze sociali oltre a ridurre il suo grado di autostima. Sgombrato il campo dall’equivoco, lo scopo dell’iniziativa era di informare come l’enuresi - letteralmente “urinare dentro” - sia un disturbo da ricondurre a fattori diversi come la predisposizione familiare, ad una produzione dell’ormone antidiuretico che risulta ridotta durante la notte o alla difficoltà di controllo della contrazione della vescica. A cause diverse corrisponderanno ovviamente trattamenti diversi: l’importante è riconoscere l’enuresi per tempo, ben prima degli 8 anni di età come avviene il più delle volte e poi ricorrere ad una terapia personalizzata. Che può essere anche farmacologica, con presidi che possano ripristinare l’eventuale produzione alterata di urina.

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03 novembre 2017


Malattia di Lyme, vediamo cos’è

A cura di Welly

Confesso che non avevo mai sentito parlare prima della Malattia di Lyme, finché non ho letto della conduttrice Victoria Cabello, rimasta assente dai teleschermi per circa tre anni per le conseguenze derivanti dalla rara patologia. Che poi tanto rara non è: da Wikipedia apprendo che in Europa è piuttosto comune in Austria, Slovenia, Repubblica Ceca e Slovacchia e che si sta diffondendo negli Stati Uniti (“è la malattia infettiva che si diffonde più rapidamente dopo l'AIDS" ha scritto il New York Times), in Asia e Sudamerica. Proprio agli Usa è legato il suo nome: Lyme è una cittadina del Connecticut dove nel 1975 si verificò una epidemia della malattia. La causa è un batterio spiliforme, la Borrelia burgdorferi, il quale infesta le zecche che a loro volta lo trasmettono negli animali e negli esseri umani. La sintomatologia parte con l’apparizione di un eritema cutaneo che da piccole dimensioni si allarga sempre di più. Insieme all’eritema, insorgono dolori muscolari (furono i tanti, misteriosi casi di artrite infantile a Lyme a dare l’inizio agli studi sulla malattia), mal di testa, rigidità del collo, spossatezza, febbre… Si tratta, in pratica, degli stessi sintomi dell’influenza e ciò fa sì che la malattia sia piuttosto difficile da diagnosticare, tanto più che la puntura della zecca è generalmente indolore e quindi non avvertita dai pazienti. Le diagnosi tardive rallentano la guarigione, ed ecco perché la Cabello è stata così a lungo impossibilitata a lavorare, come già era accaduto per altre due personalità che hanno raccontato la loro drammatica esperienza con la malattia, la cantante americana Avril Lavigne e la modella Bella Hadid (insieme a sua madre!). Se invece diagnosticata per tempo, una semplice terapia antibiotica dovrebbe scongiurare le complicazioni che possono comprendere anche problemi cardiaci e alterazioni neurologiche. Per quanto riguarda la prevenzione non ce n’è che una: tenersi lontani dalle zecche o comunque verificare la loro presenza sui propri abiti o sulla pelle quando si si reca in boschi o in prati con l’erba alta.

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27 ottobre 2017


Un pistacchio contro il diabete (gestazionale)

A cura di Welly

Le proprietà benefiche dei pistacchi sono conosciute da tempo: la ricchezza di vitamine e di minerali, la presenza di grassi monoinsaturi che aiutano a regolare la quantità di colesterolo nel sangue, le proprietà ricostituenti e antiossidanti sono evidenziati in diversi studi e anche oggetto di un articolo su benessere.com. Ora l’American Pistachio Growers (associazione no profit finanziata da coltivatori e operatori indipendenti con l'obiettivo comune di promuovere le proprietà nutrizionali dei pistacchi americani) ci mette a conoscenza di un nuovo studio, sostenuto dalla stessa associazione insieme allo United States Department of Agriculture (USDA). Presentato lunedì scorso durante l’Academy of Nutrition and Dietetics 2017 Food & Nutrition Conference & Expo a Chicago, lo studio è stato condotto su alcune donne in gravidanza cui era insorta, durante la gestazione, un’alterata tolleranza al glucosio: è quello che si chiama diabete mellito gestazionale (GDM). Con una colazione a base di 42 grammi di pistacchio confrontati con il consumo di due fette di pane integrale dopo il digiuno (ovvero a parità di calorie) è risultato che l’assunzione di pistacchi favoriva una migliore gestione dei livelli di zucchero nel sangue così come i livelli di insulina.
Nelle parole di Zhaoping Li, ricercatrice e professoressa di medicina, Chief of the Division of Clinical Nutrition, University of California, Los Angeles: “L’aumento dello zucchero nel sangue durante la gravidanza non solo influenza la salute della madre, ma può anche aumentare il rischio del neonato di sviluppare il diabete. Lo studio dimostra che i pistacchi possono essere un’utile integrazione alla dieta per mantenere livelli salutari di zucchero nel sangue, fornendo nutrienti essenziali alla madre e al bambino in questo momento fondamentale".
Piccola nota a margine: le 30 donne con diabete gestazionale che si sono prestate allo studio hanno consumato pistacchi rigorosamente coltivati negli Stati Uniti. D’altronde, il Paese è da circa dieci anni al primo posto nella produzione mondiale dell’alimento.

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20 ottobre 2017


Malattie sessualmente trasmissibili, casi in aumento

A cura di Welly

La sifilide, nell’immaginario collettivo, è una malattia che appartiene a epoche lontane. Sbagliato: la più famosa (se si eccettua l’HIV) delle malattie sessualmente trasmissibili è ancora ben presente, anzi è cresciuta nel nostro paese in una percentuale pari a +400% dal 2000 a oggi. E non solo la sifilide: la gonorrea, per citare un’altra malattia trasmessa per via batterica, ha visto quasi raddoppiare i casi in pochi anni. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità parlano di un aumento delle MST legato soprattutto alla popolazione maschile e comprendono anche le infezioni da Chlamydia trachomatis, quelle determinate da virus e i condilomi acuminati dovuti ad alcuni tipi di HPV e le epatiti da virus A o C. E poi, naturalmente, c’è l’HIV, che resta ancora la MST più importante, con un numero di nuovi casi che resta costante, in Italia come nel resto del mondo.
Il tema del rapporto tra sesso e infezioni è al centro del 56° Congresso dell’Associazione Dermatologici Ospedalieri che si sta svolgendo a Roma dove viene lanciato l’allarme relativamente ad una crescita dei casi di malattie sessualmente trasmissibili causata da incontri sessuali oggi ancora più facilitati da Internet o dalle App dei telefonini.
“Qualsiasi rapporto vaginale, anale e orale non protetto tra partner non monogami” - ha spiegato il Prof. Antonio Cristaudo, Presidente del Congresso “è potenzialmente pericoloso per contrarre una MST. Stiamo assistendo anche a una minore percezione del rischio HIV da parte della popolazione over 50 e anziana che riceve una diagnosi tardiva e con segni di infezione avanzata. Le ragioni? Mancanza di consapevolezza, sottostima del rischio, carenza di campagne di sensibilizzazione ad hoc su queste fasce trascurate della popolazione sessualmente attiva, nonostante il beneficio dato dal trattamento precoce delle persone con l’infezione che limita molto la diffusione del virus ad altri soggetti e cronicizza la malattia.”
Promuovere l’utilizzo del preservativo con sempre maggiore vigore e con puntuale informazione sulle conseguenze delle MTS resta dunque una priorità, tanto più che, come ha dichiarato il Dr. Massimo Giuliani, dell’Istituto Dermatologico San Gallicano, “i portatori di una malattia sessualmente trasmissibile hanno un rischio aumentato tra le 2 e le 5 volte di contrarre a breve anche un’infezione da HIV”.

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