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28 marzo 2014


Lavorare (troppo) fa male

A cura di Welly

Leggo, sul sito del quotidiano Il Messaggero, la notizia che lavorare troppo fa male alla salute.  E' la tesi, invero non troppo originale, di un ricercatore scientifico, Andrew Smart, che ha pubblicato un volume (ancora inedito in Italia), il cui titolo suona più o meno "L'arte e la scienza del non far nulla" nel quale, dopo aver elencato i danni che il lavoro può causare, tesse l'elogio dell'ozio. L'ozio quello vero, non il tempo libero dedicato agli hobbies, agli impegni extra-lavorativi o quello riservato al "riposino". Smart parla espressamente dell'opportunità, da parte di chi lavora (sopratutto se molto) di dedicare del tempo a non fare assolutamente nulla, anche solo fissare il soffitto sdraiati su un letto o sul divano. Secondo il ricercatore, tale pratica non solo preserverebbe da problemi cardiologici o dalla depressione, ma aiuterebbe il cervello a sviluppare creatività; a suffragio della sua tesi, Smart cita le figure di Newton, Descartes e Archimede, i quali hanno avuto le loro più geniali intuizioni proprio mentre erano inattivi, semplicemente seduti senza far nulla. Andrew Smart non è certo il primo ad ammonire gli stakanovisti. Una rapida ricerca sull'argomento, mi porta su un articolo di "Più sani più belli" nel quale si cita uno studio di ricercatori finlandesi ed inglesi che hanno monitorato le abitudini di 7000 impiegati londinesi per un periodo di oltre 10 anni,  rilevando dati davvero impressionanti: sembra che chi lavori 9 ore al giorno rientri tutto sommato nella normalità, ma già a partire dalle 10 ore continuative, le conseguenze sono rilevanti: 45% di possibilità in più di rischi per l'apparato cardiovascolare che arrivano ai 67% nei casi di persone che lavorano per 11 ore. Senza parlare dei rischi di cadere in depressione che sono anch'essi elevati, secondo un'altra ricerca condotta dagli stessi studiosi finlandesi insieme a ricercatori inglesi e canadesi: 2,5 volte in più il rischio di depressione in persone che lavorano 11 ore al giorno. Il soffitto mi aspetta...

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21 marzo 2014


Amianto, una emergenza assoluta

A cura di Welly

Da ieri e fino a stasera, alcuni esperti provenenti da vari paesi del mondo stanno discutendo a Roma di amianto, della sua pericolosità per la salute pubblica e della legislazione in materia. Li ha riuniti l’Osservatorio Nazionale Amianto, che da qualche anno cerca di sensibilizzare le istituzioni su un problema che è una vera emergenza nel nostro Paese come altrove: si parla di 5.000 morti ogni anno per malattie connesse al contatto prolungato con l'amianto e di circa 35 milioni di tonnellate di materiale contenente amianto che proseguono ad inquinare oltre che di 2400 edifici scolastici solo parzialmente bonificati. Apprendo che le prime avvisaglie sulla pericolosità dell'amianto sulla salute dell'uomo risalgono addirittura all'800 e che le prime dimostrazioni scientifiche della correlazione tra amianto e un certo tipo di tumore sono state pubblicate nel 1960. In Italia ci sono voluti più di 20 anni, però, prima che il problema venisse preso in considerazione: si è passati dall'utilizzo indiscriminato al bando assoluto in un colpo solo, senza passare per il principio di cautela. Il problema, ovviamente, non è solo italiano ed è utile ricordare che in paesi come il Brasile, l'India ed altri paesi dell'Estremo Oriente l'utilizzo dell'amianto non è ancora proibito e che vi è un gran numero di soggetti tra varie popolazioni che sono quotidianamente esposti all'amianto; tra loro, alcuni svilupperanno sicuramente una patologia negli anni a venire e ci si aspettano per i prossimi decenni circa 500.000 decessi dovuti ad esposizione all'amianto, sopratutto per motivi lavorativi. In Italia è stato politicamente condiviso, un paio di anni fa, un testo che parla di accelerare le bonifiche, completare la mappatura degli edifici inquinati da amianto, trovare cave dove smaltire gli scarti, razionalizzare la normativa del settore e investire in ricerca sulle malattie. E però, indovinate un po': mancano i fondi! I numeri parlano chiaro: quello dell'amianto è una assoluta emergenza. Che la politica faccia la sua parte e al più presto.

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14 marzo 2014


Benessere: le donne battono gli uomini

A cura di Welly

A proposito del dibattito sulla parità di genere che sta scuotendo la politica, va detto che le donne possono offrire più garanzie in termini di buona salute e quindi di efficienza duratura. Lo stabilisce un'indagine effettuata dall'Osservatorio Salute AstraZeneca che la scorsa settimana, proprio alla vigilia dell'8 marzo, ne ha resi pubblici i risultati. La superiorità delle donne in termini di prevenzione, dieta e stile di vita - in una parola: di benessere - è schiacciante. L'indagine ci dice, infatti, che il 25% delle donne sono attente alla prevenzione delle malattie contro il 17% degli uomini, seguono un regime alimentare sano ed equilibrato per il 55% contro il 45% degli uomini e più in generale conducono uno stile di vita più sano per il 51% contro il 41% degli uomini. Il Direttore Comunicazione di AstraZeneca Italia, Valentina Saffioti, ha commentato così i risultati: “Uomini e donne hanno spesso opinioni e comportamenti diversi, che in qualche modo si compensano e bilanciano, anche nei confronti della salute. Dall’indagine emerge, ad esempio, come le donne abbiano un’innata attenzione alla salute e alla prevenzione. Una naturale propensione che può a volte portare a qualche eccesso nella preoccupazione, mentre dall’altra parte gli uomini non brillano certamente per atteggiamenti corretti e sani". La stessa indagine rivela però anche un rovescio della medaglia: rispetto agli uomini, infatti, le donne appaiono meno attive sul piano della forma fisica (il 57% delle donne non pratica alcuna attività sportiva, contro il 47% degli uomini) e il 25% di loro rivela una indole ipocondriaca, manifestando preoccupazione quando avvertono un disturbo o un malessere, ciò che accade tra gli uomini in una percentuale del 17%. C'è anche un primato delle donne italiane a livello europeo: riguarda la fiducia che esse ripongono nel loro medico rispetto alla Rete. Il 38% delle italiane, infatti, si rivolge al medico in presenza di un malessere e solo il 17% di loro cercano informazioni su Internet; si pensi che le svedesi, ad esempio, scelgono Internet per l'83%, le inglesi per il 67% e le tedesche per il 52%. E non è tutto: le donne italiane risultano anche quelle più resistenti al malessere. Buona salute a tutte, quindi!


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07 marzo 2014


Dopo i 50, attenti alla carne

A cura di Welly

Carne sì, carne no. Aldilà dell'eterna diatriba tra carnivori e vegetariani con i secondi a sollevare obiezioni di tipo etico, la questione è se la carne faccia bene oppure no. E anche qui, almeno da quando esiste la scienza dell'alimentazione, i nutrizionisti si dividono. E c'è pure chi sostiene che il consumo di carne è essenziale per la salvaguardia dell'ambiente. Un dato oggettivo, tuttavia, sembra emergere da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica "Cell Metabolism", della quale ha dato notizia "La Repubblica" di ieri. Ebbene, dopo che sono state monitorate per 18 anni le abitudini alimentari di un gruppo di 6000 persone di età superiore ai 50 anni. Il risultato è che i mangiatori di carne più assidui hanno rivelato un tasso di mortalità (per insorgenza di tumore) quattro volte superiore a quello di coloro che consumano meno carne, il che corrisponde più o meno alla pericolosità insita nel fumare un pacchetto di sigarette al giorno. L'attenzione al consumo di carne va quindi rivolta alle persone di mezza età, le quali dovrebbero assumere  una quantità di 0,8 di proteine per ogni chilo di peso, proteine che non devono necessariamente (anzi, meglio di no) provenire dalla carne ma, ad esempio, dai fagioli o dal pesce. E per chi alla carne non riesce proprio a rinunciare, resta la speranza di superare i 65 anni, dopo i quali (sempre in base ai risultati della suddetta ricerca) si riduce la dannosità della bistecca sulla salute, fino ad avere anche effetti positivi (nelle giuste dosi, ovviamente).

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28 febbraio 2014


Meno obesi. Grazie a Obama?

A cura di Welly

È davvero una buona notizia quella uscita su molti giornali ieri per cui l'obesità infantile risulta in calo dopo diversi anni. È risaputo che la stessa obesità è alla base di diverse patologie come le malattie cardiovascolari, la pressione alta, il diabete, la ipercolesterolemia e persino i tumori. Ad una diminuzione dell'obesità, quindi, corrisponde una diminuzione delle malattie ad essa correlate. In Italia, tuttavia, abbiamo poco da gioire, dal momento che restiamo il paese europeo con il più alto tasso di obesità in Europa, in compagnia della sola Cipro. È negli Stati Uniti, invece, che si registrano i dati più significativi: un calo del ben 43% dell'obesità nei bambini di età compresa tra i 2 e i 5 anni, un fenomeno mai registrato negli ultimi 10 anni. Le motivazioni del calo vengono associate in parte alla campagna di informazione che ha visto in prima linea la first lady Michelle Obama, in parte ad altri fattori concomitanti come la diminuzione del consumo di bibite gassate e l'aumento dell'allattamento materno. Se da noi, invece, le percentuali di diminuzione sono meno significative di quelle statunitensi, è perché esiste una maggiore difficoltà nel promuovere sane abitudini alimentari e nel combattere la sedentarietà, oggi più presente di ieri con la diffusione dei videogiochi sugli smarthphone e dell'aumento dell'offerta televisiva. Sconfiggere l'obesità, invece, si può: svolgendo regolare attività fisica, meglio se all'aperto, consumando frutta e verdura tutti i giorni, persino sedendosi a tavola insieme agli altri (questa l'ho letta su wired.it: "Ritrovarsi insieme al momento dei pasti, uniti intorno a un tavolo, diminuisce il rischio di sovrappeso del 50%, secondo i risultati di un più ampio studio condotto a livello europeo dall’università di Brema"). Ma soprattutto diminuendo la frequentazione dei fast food, tra i maggiori responsabili dell'insorgenza di obesità in età infantile e abitudine sempre più diffusa specialmente tra quei genitori che non hanno il tempo di cucinare (loro sì in aumento).

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