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21 febbraio 2014


La fabbrica della speranza

A cura di Welly

Le polemiche pro e contro il Metodo Stamina rischiano di far dimenticare quanto sia importante ed estremamente promettente la ricerca sulle cellule staminali. Che si vorrebbe, certo, trasparente e corretta nelle sue procedure ma che va incoraggiata e sostenuta per gli enormi vantaggi che potrà apportare nel campo delle cure mediche. L'Italia vuole fare la sua parte, a quanto sembra, leggendo che il Policlinico Gemelli e l'ospedale pediatrico Bambino Gesù hanno stretto un accordo tecnico scientifico per dare vita ad una vera e propria azienda - si chiama Xellbiogene - la quale produrrà cellule staminali e tessuti oltre a sperimentare terapie avanzate. Quella di Roma ambisce a diventare la più grande fabbrica di cellule staminali d'Europa e un luogo di assoluta eccellenza nella ricerca; per il momento, però, dovrà "accontentarsi" di fare solo ricerca e sperimentazione, acquistando la "materia prima" all'estero, perché in Italia fino al 2015 resta interdetta la distribuzione di prodotti biotecnologici. Dall'anno prossimo, però, l'azienda sarà libera di produrre quelli che sono unanimemente considerati i "farmaci del futuro", quelli che consentiranno, ad esempio, di riparare un cuore dopo un infarto o eliminare il rigetto dei trapianti o rigenerare tessuti o organi che sono stati danneggiati, fino a sconfiggere i tumori e intervenire direttamente su quei difetti genetici che sono alla base delle malattie rare. La presenza nel progetto dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù non è casuale: tra le prime sperimentazioni in programma ci sono quelle che riguardano il trapianto di midollo nei bambini e il rischio di conseguenti malattie originate dalle cellule del donatore.

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14 febbraio 2014


…E spuntò il mal di chewingum

A cura di Welly

È una pratica e una valvola di sfogo per milioni di persone in tutto il mondo e il suo consumo sembra destinato ad aumentare costantemente. Il rito del chewing gum è antico quasi quanto la civiltà, visto che i primi a masticare palline di gomma a base di lattice e Sapodilla (una pianta tipica delle foreste pluviali) furono nientemeno che i Maya. Un piacere molto diffuso, con diverse implicazioni positive (a partire dall'effetto antistress per arrivare alle sue capacità antibatteriche, nella versione senza zucchero, contrastando l'insorgenza della carie) ma anche con qualche risvolto negativo. Su benessere.com apprendo ad esempio che masticare troppi chewingum con dolcificante può provocare gravi perdite di peso e violenti attacchi di diarrea, a causa delle presenza di sorbitolo. E, ancora, una lunga masticazione può accentuare le secrezioni gastriche, con la conseguenza di acidità di stomaco, difficoltà digestive e reflusso gastroesofageo. Tutto questo era più o meno conosciuto. Quello che invece fino ad oggi non era stato preso in considerazione è il pericolo che un consumo assiduo di chewingum, soprattutto da parte di bambini e adolescenti, possa provocare l'insorgenza e la cronicizzazione di mal di testa. L'allarme è serio, provenendo com'è dalla autorevole rivista scientifica Pediatric Neurology che ha pubblicato uno studio effettuato su un campione di 30 giovanissimi consumatori abituali di gomme da masticare afflitti da cefalee. Ebbene, quando è stato chiesto loro di ridurre il loro consumo abituale di chewing gum o eliminarlo del tutto, i risultati sono stati la parziale o totale sparizione del sintomo. Cause ed effetti sono ancora motivo di studio ma una ipotesi scientificamente attendibile è che una prolungata masticazione di gomme possa sollecitare eccessivamente l'articolazione tempero-mandibolare, provocando uno stress articolare direttamente correlato all'insorgere del mal di testa. No gomme, no mal di testa quindi. Ma per chi non ne può proprio fare a meno, si raccomanda quantomeno la moderazione.

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07 febbraio 2014


Abbiamo dato una mano a quest'uomo

A cura di Welly

Ieri giornali e siti hanno dato ampio risalto alla notizia della "mano bionica" e del successo dei test sul suo funzionamento. La protesi che permette di restituire la tattilità a chi è privo di un arto, è stata in realtà impiantata al 36enne danese Dennis Aabo Sorensen (la sua vera mano gli era stata amputata 10 anni fa, in seguito ai danni dell'esplosione di un petardo la notte di Capodanno), nel gennaio del 2013 qui in Italia. Anche se il progetto cosiddetto LifeHand 2 è un progetto internazionale coordinato dal Politecnico di Losanna e finanziato dall'Unione Europea, l'Italia ha giocato un ruolo di primissimo piano. Vi hanno infatti partecipato la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, l'Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma, l'Università Campus Bio-Medico di Roma e l'IRCSS San Raffaele di Roma e l'operazione decisiva è stata effettuata al Policlinico Gemelli. L'operazione consisteva sostanzialmente nell'impianto di 4 elettrodi, delle dimensioni appena superiori a quelle di quattro capelli, nei nervi del braccio di Sorensen. Tali elettrodi rappresentano l'"interfaccia" tra il cervello e la mano bionica, dove ovviamente sono presenti dei sensori. Il danese ha potuto ritrovare il senso del tatto per poco più di una settimana, durante la quale è stato sottoposto ad una serie di test dall'esito più che positivo: l'uomo ha infatti riconosciuto la durezza o meno di alcuni oggetti nel 78% dei casi (ovviamente non poteva vederli) e nell'88% dei casi ne ha descritto anche forme e dimensioni in modo esatto. Un anno dopo, e cioè in questi giorni, i risultati della ricerca sono stati descritti dalla rivista Science Translational Medicine e dunque resi pubblici. È evidente che il successo degli esperimenti accende la speranza in chi ha perso una o entrambe le mani e un giorno non troppo lontano potrebbe riacquisirne quantomeno le funzioni. In quanto al danese Sorensen, noi italiani possiamo ben dire di avergli dato una mano.

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31 gennaio 2014


Arriva il pomodoro viola

A cura di Welly

Leggo su La Stampa un articolo che annuncia la possibile entrata nel mercato di pomodori geneticamente modificati dal colore viola. E stavolta non c'è da scandalizzarsi: il colore viola, anche piuttosto acceso da quello che ho potuto vedere nelle fotografie, è dovuto all'incrocio della pianta con il fiore Bocca di Leone (Antirrhinum majus) ma soprattutto alla presenza degli antociani, che sono sostanze già usate come coloranti e che hanno un potere antiossidante e dunque sembra che possano aiutare a combattere i tumori. Vi è da dire che gli stessi composti del pomodoro viola sono già presenti sia nei mirtilli neri che nei mirtilli rossi, ma il fatto che ora siano anche nei pomodori rappresenta una opportunità di consumo sotto forma di succo da aggiungere agli alimenti (ne sono già pronti mille litri a beneficio degli Istituti di Ricerca che ne vogliano verificare le presunte, preziose proprietà). Non mancano, ovviamente, le polemiche: la responsabile del progetto, la Prof.ssa Cathie Martin che lo ha sviluppato presso il John Innes Centre di Norwich in Gran Bretagna, ha dovuto trasferire la produzione del succo in Canada viste le restrizioni sulle modificazioni genetiche vigenti nell’Unione Europea. In quanto alle possibili proteste delle associazioni contrarie agli alimenti geneticamente modificati, la Prof.ssa Cathie Martin si è affrettata a spiegare che il succo di pomodoro viola non contiene semi e dunque non si corre il rischio di contaminazioni di materiale genetico. Su un altro articolo, pubblicato sul Sole 24 ore, apprendo che il pomodoro viola potrebbe essere messo in commercio entro due anni negli Stati Uniti: posso già immaginare che la pizza e gli spaghetti saranno le prime "vittime" della rivoluzione alimentare "in viola". Buon appetito?
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24 gennaio 2014


Salvate lo sport per i nostri ragazzi!

A cura di Welly

Mi ha fatto una certa impressione - e non solo a me, visto il risalto che ha avuto su giornali e Internet - sfogliare la recente Ricerca Ipsos realizzata per Save the Children sui minori italiani ("Lo stile di vita dei bambini e dei ragazzi"), da cui risulta che 1 ragazzo su 4 non fa attività fisica, con il dato in aumento rispetto all'anno precedente. Mi ha fatto impressione sopratutto leggere che una percentuale rilevante di genitori (il 28%) non consente ai figli di praticare sport a causa del costo eccessivo delle strutture (nel 2012 erano il 15%). E' un altro colpo duro assestato dalla crisi e dalla miopia della politica che oggi più che mai dovrebbe interessarsi della salute e del benessere dei giovanissimi anche come investimento per il futuro (anche e sopratutto del Servizio Sanitario Nazionale). Fa impressione anche apprendere che un 9% di ragazzi non svolge attività fisica a scuola, e il 39% di essi per la ragione che manca uno spazio attrezzato (nel 2012 erano il 29%). Passando poi all'alimentazione, si registrano anche qui dati che fanno pensare: se solo nel 2012, il 2% dei genitori non prestavano attenzione nel dare alimenti salutari ai propri figli, la percentuale nel 2013 è salita al 5%, raggiungendo nel Nord est d'Italia un picco del 14%. D'altronde è in calo anche la conoscenza, da parte dei genitori, delle regole base dell'alimentazione che favoriscono la crescita equilibrata e non predispongono all'aumento di peso dei figli mentre questi ultimi non mangiano mai né fruttaverdura in misura del 7%, quasi il doppio dell'anno precedente (ad Ancona il 24%!), non fanno quasi mai colazione al mattino per il 9% (era il 6% nel 2012) e mangiano più merendine (55% di coloro che fanno spuntini, 4% in più rispetto al 2012). Scorrendo le 178 pagine della ricerca (la trovate sul sito di Save the Children), non c'è praticamente un dato che possa far pensare ad una maggiore consapevolezza di quanto attività sportiva, corretta alimentazione e vita all'aria aperta possano favorire una crescita sana ed equilibrata dei figli. il mio sospetto è che la colpa non sia tanto dei genitori quanto di un'informazione non abbastanza incisiva...

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