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La correlazione tra cardiopatia ed alimentazione da sempre hanno assunto un rilievo
importantissimo, basti pensare che la patologia cardiovascolare insieme con quella
oncologica ed all’infortunistica stradale, costituiscono il 55% delle cause di
morte prematura. Per intendere l’importanza del ruolo della dietoterapia in questa
patologia si può tenere in considerazione l’andamento della mortalità osservata
negli Stati Uniti d’America, dove un’adeguata campagna di educazione alimentare
ha ridotto l’incidenza di mortalità, in soggetti di età compresa tra i 35 e 74
anni, del 25% mentre gli ictus cerebrali sono diminuiti addirittura del 35%. Si
è potuto osservare che nell’arco di un anno, oltre 200.000 persone in più sono
rimaste in vita e quasi 100.000 casi di morte per infarto del miocardio sono stati
evitati. Tali dati sono attribuibili al fatto che nel corso soprattutto dell’ultimo
ventennio la popolazione americana ha modificato in modo progressivo, ma sostanziale,
alcune radicate abitudini di vita. Dati sui consumi abituali hanno messo in evidenza
che tra il 1960 ed il 1980 si è osservata una diminuzione del consumo di burro
di circa il 40% e di poco meno dell’80% di strutto di maiale. Altro fattore che
ha contribuito, nello stesso periodo, è stato anche il minor consumo di sigarette
e l’incremento dell’attività fisica.
La più frequente cardiopatia è sicuramente quella ischemica. Essa è la conseguenza di svariati meccanismi fisiopatologici, che grazie ad
alcune caratteristiche peculiari, determina un’anomalia del funzionamento cardiaco
procurando un danno vascolare. Tale danno comporta una riduzione critica del flusso
coronarico in modo temporaneo o in modo persistente (infarto del miocardio).
La causa più frequente di ischemia miocardica è l’aterosclerosi coronarica. Infatti, che la concentrazione ematica di colesterolo sia un fattore di rischio importante per l’insorgenza della cardiopatia coronarica
è nozione ormai abbastanza diffusa e consolidata. Il colesterolo si trova nel
sangue in forma libera (30 - 40%) ed esterificata (60 - 70%). Il colesterolo totale
nell’adulto ha valori normali di 150 - 200 mg/100ml, valori che sono, normalmente,
lievemente aumentati nella donna durante la gravidanza, l’allattamento e durante
le mestruazioni. Particolare rilievo assume la distinzione tra colesterolo LDL (low density lipoprotein) e HDL (high density lipoprotein), il primo, chiamato colesterolo cattivo, entra nelle
cellule; l’HDL, quello buono, svolge funzioni protettive antiaterosclerosi. In
condizioni normali il colesterolo LDL è inferiore a 200 mg/100 ml, mentre per
quanto riguarda l’HDL valori normali sono per l’uomo maggiori di 35 mg/100 ml
e per la donna di 45 mg/100ml. Si è potuto dimostrare che valori di HDL inferiori
a quelli citati aumentano il rischio cardiovascolare, mentre se superano tali
livelli il rischio è meno probabile. Altro valore preso in considerazione per
valutare il ricambio lipidico è la trigliceridemia. Corrisponde ai grassi neutri che rappresentano i grassi di riserva dei tessuti
e si trovano in scambio costante con quelli circolatori. In condizioni normali
si hanno valori di 74 - 170 mg%; in condizioni fisiologiche aumentano in seguito
a pasti ricchi di grassi e nei soggetti con disturbi glicemici. Dati recenti confermano
il ruolo della colesterolemia nella predizione degli eventi coronarici e ne documentano
il valore predittivo anche nei riguardi degli accidenti cerebrovascolari e della
mortalità per tutte le cause. Il legame tra colesterolo e cardiopatia ischemica
è stato accertato da almeno tre studi di popolazione:
- l Framingham Heart Study
- Il Pooling project
- L’Israeli prospective study
Questi studi dimostrano che la mortalità sale per livelli di colesterolemia superiori a 200-220 mg/dL. Nel Multiple Risk Factor Intervention Trial (MRFIT) oltre 356.222 uomini di
35-57 anni sono stati seguiti per 6 anni ed è stata messa in evidenza una relazione
positiva e curvilinea tra colesterolemia e mortalità coronarica. Altri studi confermano
queste evidenze indicando una diminuzione chiara e consistente nel rischio di
cardiopatie ischemiche (25-30% nella popolazione di anni 55-64) dopo cinque anni
di riduzione del colesterolo nel siero di 0.6 mmol/l (circa 10% per il colesterolo
totale e 15% per il colesterolo a bassa densità di lipoproteine -LDL). Uno studio
del National Reseach Council riporta che una diminuzione del 10% del colesterolo
ematico produce una diminuzione del 20-30% delle morti per malattie ischemiche
del cuore. Tale riduzione può essere ottenuta attraverso modesti cambiamenti dell'alimentazione,
dovrebbe essere sufficiente una riduzione del grasso totale nella dieta dal 42
al 35% circa dell'assunzione totale di energia o una riduzione di grassi saturi
dal 20 al 13% circa. L’assunzione di grassi saturi, infatti, determina dal 60
al 80% della variabilità del colesterolo ematico. (fig. 1)

Inoltre è stato dimostrato che la prevenzione mediante modifica della dieta ha
un rapporto costo/beneficio più interessante di quello dei medicinali che riducono
il colesterolo. Accanto all’elevazione della colesterolemia, vi sono comunque
altri fattori che contribuiscono alla formazione delle placche aterosclerotiche.
Proprio per tale importanza è stata creata la carta del rischio coronarico suddivisa
per fascia d’età in base all’età, al sesso, al fumo ed alla presenza di diabete.
DIETA E CARDIOPATIA |