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APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE NEI DISTURBI
DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE |
A cura della Dott.sa Marina Pisetzk |
COMPORTAMENTO ALIMENTARE | L'approccio terapeutico multidisciplinare è un tentativo di risposta alla complessità
e alla multifattorialità dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) e prevede
un' équipe di lavoro dove siano presenti diverse professionalità (psichiatra,
psicologo, dietista, medico internista). La condivisione delle competenze e degli
strumenti appartenenti alle differenti professioni, nonché un adeguato investimento
di tempo e di energie nella discussione d' équipe, consentono di formulare valutazioni
diagnostiche multiassiali, mettendo insieme, con un movimento di integrazione
le osservazioni provenienti da distinti punti di vista.
Vantaggi dell'approccio multidisciplinare
- La messa in campo delle varie professionalità fa sì che tutti i versanti coinvolti
(organico, psicologico, nutrizionale, sociale) siano valutati e trattati in modo
specialistico e professionalmente qualificato.
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Ricordiamo che i vari piani possono presentare gradi di compromissione differenti:
è quanto si osserva in particolare nelle situazioni (o nelle fasi di una situazione)
di lieve - media gravità (ad es., una paziente che ha avuto un calo ponderale
significativo può essere ancora in grado di avere una buona vita di relazione,
o di converso una condizione organica ancora piuttosto compensata può accompagnarsi
ad un tono dell'umore marcatamente depresso); pertanto nessuna delle distinte
osservazioni, per quanto specializzata e attuata da professionisti di elevato
livello, è di per sé sufficiente. |
- L'esistenza stessa di un' équipe multidisciplinare costringe il paziente con
DCA a riflettere sui vari aspetti del proprio disagio.
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È frequente che all'inizio egli si focalizzi solo un versante della patologia
o, in alternativa, che porti al terapeuta un groviglio estremamente confuso di
elementi problematici, senza differenziare le tematiche e i quesiti in base alla
professionalità di chi gli sta di fronte, inoltre alcuni pazienti con DCA mettono
in atto operazioni di scissione, "migrano" da un servizio all'altro, da un professionista
all'altro, talvolta nell'ambito pubblico e in quello privato contemporaneamente,
senza di fatto aderire ad alcun contesto terapeutico. L'esistenza di un' équipe
multidisciplinare specificamente deputata alla diagnosi e al trattamento dei DCA
consente di innalzare la continuità, la coerenza e l'efficacia dell'iter diagnostico,
abbreviandone anche i tempi. | Gli interventi non integrati rischiano di essere poco coerenti l'uno rispetto
all'altro, ridondanti su certi versanti e magari insufficienti su altri, facilmente
si sovrappongono e talvolta arrivano ad essere contrastanti. Ne deriva una notevole
dispersione di risorse e di energia sia dei terapeuti sia del paziente (e del
suo contesto), con il rischio di rafforzare i meccanismi di scissione e di favorire
il mantenimento dello status quo.
Potremmo dire che un modello di trattamento integrato permette al paziente di "riunire" le varie parti della propria sofferenza e di
elaborarle in un percorso terapeutico.
- Dal punto di vista dei terapeuti, poi, l'integrazione in un'équipe permette di
far fronte a quel senso di impotenza e di inutilità che talvolta può sopraggiungere
di fronte a casi molto problematici, rispetto ai quali il singolo terapeuta non
sa quale approccio tenere, non per incompetenza professionale, ma perché la situazione
appare molto complicata, la famiglia fortemente invischiata, il paziente difficilmente
agganciabile…
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In queste situazioni, molto spesso, la presenza di un' équipe svolge non solo
la funzione, di per sé comunque molto importante, di ottenere un inquadramento
diagnostico e un'analisi di contesto più approfonditi e arricchiti dai diversi
punti di vista delle differenti professionalità, ma anche quella di suddividere
tra i componenti dell' équipe compiti che sarebbero incompatibili se svolti dal
medesimo terapeuta. Rilevante infine è la funzione dell' équipe di supportare
ogni professionista nelle sue scelte e nello svolgimento del suo lavoro; proprio
perché le situazioni sono spesso complesse (talvolta con rischi di sopravvivenza
del paziente) e impongono interventi su più fronti (organico e psicologico, con
il paziente e con la famiglia), il confronto costante, la suddivisione dei compiti
e il coordinamento degli interventi diventano protettivi per la salute e la motivazione
degli operatori stessi, e quindi preventivi rispetto al rischio di burn out. |
L'approccio terapeutico multidisciplinare
Un trattamento multimodulare prevede che si propongano interventi differenziati
a seconda della fase della patologia e dallo spazio di manovra che il paziente
o la situazione lasciano, considerando che:
- ciascuna fase è caratterizzata da specifici bisogni, un diverso grado di consapevolezza
di malattia, un certo livello motivazionale, determinati meccanismi difensivi,
difficoltà, risorse
- per quanto il clinico si sforzi di calibrare l'intervento sulla fase di cambiamento
del paziente e sugli elementi specifici che ha raccolto nell'osservazione e diagnosi,
l'adesione al trattamento è, in ultima istanza, una scelta del paziente.
Una proposta di intervento che tenga in debito conto la struttura di
personalità del paziente e gli elementi situazionali, le resistenze, le risorse,
i fattori protettivi e di rischio riduce ma non annulla la possibilità di rifiuto
da parte del paziente di partecipare al trattamento proposto, con rischio di drop
out se il clinico (o l'équipe curante) non riesce a ristrutturare la situazione
(innalzando la motivazione del paziente o formulando un'ipotesi alternativa).
Il presupposto è la centralità del soggetto e delle relazioni che emergono nel
percorso terapeutico: è improbabile che percorsi di trattamento standardizzati,
applicati indistintamente a tutti i pazienti che presentano la medesima diagnosi,
possano avere un elevato tasso di efficacia per patologie multifattoriali e complesse
come i DCA. L'iter terapeutico dovrebbe essere invece personalizzato e costantemente
in evoluzione, in base ai cambiamenti del paziente e del suo contesto, che possono
essere anche di ragguardevole entità: scompensi organici che richiedono un trattamento
in day hospital o la degenza in ospedale, passaggi all'atto solitamente di tipo
autolesivo per i quali talora è indicato un trattamento residenziale o semi residenziale,
modificazioni importanti del tono dell'umore, cambiamenti nel modo di "leggere"
la propria patologia, modificazioni nell'atteggiamento dei familiari e/o degli
amici (i quali, ad es., smettono di assecondare il soggetto con DCA nei rituali
legati al cibo).
Nella fase di determinazione il paziente matura la decisione di fare concretamente
qualche cosa per modificare il sintomo e per cambiare gli aspetti della propria
quotidianità che ha individuato come problematici, sebbene sia ancora incerto
sul da farsi e sia spaventato da alcuni svantaggi legati al cambiamento. Il progetto
terapeutico formulato dall'équipe e proposto al paziente dovrebbe tenere conto:
- delle condizioni organiche: in base alla criticità della situazione organica
e alla presenza di fattori di rischio e di complicanze, si opterà per controlli
internistici ambulatoriali più o meno frequenti, per il trattamento in day hospital,
per il ricovero in un reparto ospedaliero
- della diagnosi psicologica: trattamento psicoterapico ambulatoriale-individuale
o di gruppo; se il DCA si associa ad altre patologie quali depressione, altri
quadri di dipendenza patologica, disturbi di personalità con rischio di passaggio
all'atto, può essere opportuno un periodo di trattamento in regime semi residenziale
o residenziale (presso Centri Diurni, Case di Cura, …); terapia familiare se vi
è un coinvolgimento abnorme della famiglia nel DCA del soggetto; la consulenza
nutrizionale sembra essere più indicata quando si è un po' attenuato il bisogno
del soggetto di tenere ogni cosa sotto controllo ed è più sopportabile l'idea
di affidare il controllo del peso e dell'alimentazione al dietista..
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