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IL PARAPENDIO

A cura di Andrea Carlucci

Il parapendio è un mezzo simile al paracadute che permette di volare da soli o in coppia sfruttando la gravità e l'energia del vento. Il suo utilizzo ha dato vita ad una vera e propria disciplina sportiva.
Per praticare il parapendio bisogna avere minimo 18 anni ed aver frequentato una delle numerose scuole presenti su tutto il territorio nazionale; sono inoltre richieste delle buone condizioni fisico-atletiche, capacità di concentrazione costante, di attenzione, di equilibrio e di lucidità in caso di imprevisti. È controindicato per coloro che soffrono di cardiopatie e labirintite.
Una volta conseguito l’attestato d’idoneità che viene rilasciato dall’Aero Club d’Italia, il praticante del parapendio passa con gradualità dal cosiddetto “campetto” ai voli "bassi” per arrivare a quelli "intermedi" e "alti". I corsi comprendono lezioni di teoria con acquisizione dei principi dell’aerotecnica, della meteorologia e delle tecniche di volo; ad esse si affiancano esercitazioni pratiche a terra e in volo.


Storia
Nel 1976 a Cortina (BL) il semplice volo del deltaplano (che a differenza del parapendio ha una struttura rigida composta da tubi in lega di alluminio per mantenere la forma alare) si trasforma in una vera disciplina sportiva dopo che alcuni appassionati avevano promosso la nascita della Federazione Italiana di Volo Libero con lo scopo di dare diffusione alla pratica (inizialmente eseguita con i deltaplani, oggi anche con i parapendio). Prima di allora vi erano diverse associazioni che riunivano amatori che cercavano di migliorare le conoscenze didattiche, quelle specifiche sui materiali e quelle sulle metodologie provando a dare una migliore organizzazione al settore del volo libero.
Con l’avvento della FIVL viene proseguita in modo più efficace l’opera di garantire alla disciplina la massima sicurezza possibile anche grazie ad un fitto scambio tra le diverse esperienze dei primi praticanti e la costituzione delle prime scuole di volo. Nelle diverse scuole sì è puntato su una più accurata e rigida formazione; parallelamente si è stabilita l’adozione del paracadute di soccorso reso obbligatorio per tutti i soci. Grazie ad una legge, la numero 106 del marzo 1985 si è sancita la libertà e l’autonomia di coloro che decidono di avvicinarsi a questa disciplina dando ad ogni singolo pilota la piena responsabilità della conduzione dei voli. In quest’ottica si assimila lo spostamento attraverso l’aria dell’uomo agganciato al parapendio o deltaplano, al camminare a terra o al procedere su strada utilizzando la bicicletta, i pattini a rotelle etc…
Nel 1986, con il DPR 5 agosto 1988 n° 404 esce il regolamento di attuazione della legge 25 marzo 1985 n° 106 in materia di disciplina del volo da diporto o sportivo; il volo in deltaplano viene ufficialmente inquadrato dalle leggi italiane come quinta specialità dell’Aero Club d’Italia. La Federazione gestisce tra le altre cose gli aspetti assicurativi del volo libero per ciò che concerne la responsabilità civile dei soci che lo desiderano e per l’attività delle scuole, obbligatoria per legge, nonché per la volontaria copertura infortuni dei singoli soci. La FIVL col tempo ha conseguito il suo pieno riconoscimento da parte di tutte le Federazioni estere;  un regolamento gare derivato da quello messo a punto dalla FIVL è stato adottato per le competizioni internazionali quali il Campionato del Mondo e il Campionato Europeo.

La nascita della pratica del parapendio così come oggi la conosciamo è fatta risalire alla pratica di tre paracadutisti francesi che nel 1978 iniziarono i primi voli dal monte Pertuiset sopra Miuessy con ali da lancio tipo Parafoil e Strato Cloud. Da qui inizia una sua progressiva evoluzione della disciplina che si allontana dal paracadute da lancio. Si arriva a progettare ali utilizzando tessuti usati per la nautica chiamati “spin”, molto più leggeri, inestensibili e a porosità zero insieme a cordini in fibra aramidica per consentire una maggiore resistenza alla trazione e al calore. Le prestazioni dei mezzi passano dall’efficienza di 2-3 punti dei paracadute da lancio ai 5-6 punti dei parapendio dei primi anni Novanta. Successivamente una intensa attività di ricerca aerodinamica sui profili, sull’eliminazione delle resistenze parassite e accurati collaudi hanno permesso di raggiungere migliori prestazioni e sicurezza inizialmente sulle vele da gara e poi sui mezzi per la semplice utenza. Dalle gare di permanenza in volo, tipiche degli anni Ottanta, si è intanto giunti a quelle in cui l’elemento caratterizzante è diventata la distanza e la velocità. Tra i record ci sono gli oltre 300 km di distanza volati e i 4000 metri di “guadagno di quota” in Sud Africa.

Equipaggiamento

Il parapedio consta di un’ala o vela alla quale è attaccata la selletta del pilota o imbrago per mezzo di fasci funicolari. L’ala è costituita di una serie di comparti anche detti cassoni che si gonfiano con l’aria e permettono il mantenimento dell’ala sempre gonfia. La vela viene anche suddivisa in due metà denominate semiali, destra e sinistra. Ciascuna semiala è collegata alla selletta del pilota per mezzo di un cavo funicolare o cordino. Un’ulteriore divisione dell’ala riguarda la parte superiore detta estradosso e quella inferiore detta intradosso.
Colui che effettua il parapendio manovra l’attrezzo attraverso due comandi detti freni aerodinamici che permettono il controllo della direzione del volo e della sua velocità. Agendo in trazione con uno di questi ultimi, si diminuisce la velocità della semiala corrispondente e quindi si va ad incidere sull’avanzamento inerziale del pilota. Una trazione troppo prolungata o troppo energica comporta una situazione di stallo del parapendio. In abbinamento ai comandi descritti precedentemente si utilizza una pedaliera che funge da dispositivo di accelerazione detto acceleratore o speed, da manovrare tramite i piedi, che agisce lungo il profilo alare migliorando l’incidenza dell’ala e garantisce una migliore azione in velocità e una maggiore efficienza di volo. Oltre al casco, anche il paracadute d’emergenza (collegato alla selletta) a calotta estraibile, ovvero mediante maniglia di estrazione, rientra ormai tra l’equipaggiamento obbligatorio.

Fasi del volo

Decollo: si effettua da un pendio di montagna; esistono due tecniche per il decollo, una da effettuarsi dando le spalle alla vela (all’italiana) e una di tipo frontale, fronte vela (alla francese) in presenza di vento abbondante. Prima di ogni decollo è necessario osservare le condizioni meteorologiche in particolare legate all’intensità del vento.

Atterraggio: è la fase cui bisogna prestare maggiore cura. Ancor prima del decollo bisogna avere previsto il luogo in cui esso avverrà e conoscere le caratteristiche del terreno. Si comincia con una fase di avvicinamento per giungere in atterraggio con una quota che permetta di toccare terra nel punto stabilito e con vento frontale. Un atterraggio con vento alle spalle potrebbe comportare velocità eccessiva e quindi una maggiore pericolosità. Nei corsi normali vengono insegnate in particolare due tecniche di atterraggio:
• Atterraggio con attacco a 8
• Atterraggio con attacco a C

La fase finale dell’atterraggio avviene con vento frontale; è una fase in cui è ancora possibile “smaltire quota” effettuando virate a “S”, ma è importante che l’impatto con il terreno avvenga con la vela orientata controvento. Il pilota, giunto a circa due metri dal suolo, effettua una frenata progressivamente sempre maggiore per giungere allo “stallo”, quando i piedi sono a contatto con il terreno.

Si ringrazia per il materiale fotografico la Federazione Italiana Volo Libero (F.I.V.L.), www.fivl.it

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