La tecnica e il sapere di questa scuola, che si sono sviluppate a partire dalle necessità del tiro in battaglia per i guerrieri a piedi (hosha-shajutsu), sono state tramandate intatte fino ai nostri giorni da una catena ininterrotta di maestri. In anni recenti il Maestro Inagaki Genshiro Yoshimichi , come titolare della cattedra di kyudo all'università di Waseda, ha inaugurato una serie di studi tecnici sperimentali per approfondire, spiegare e confermare, anche dal punto di vista scientifico, la profonda qualità dell'insegnamento degli antichi testi della scuola. Alcuni di questi riguardano appunto la tecnica e i suoi dettagli più sottili, altri invece riportano la filosofia e l’etica dell’arte marziale. La tecnica Si può iniziare per diporto o curiosità, poi la tecnica, la disciplina, l’estetica dell’arte del tiro con l’arco portano alla passione. La caratteristica peculiare del tiro Heki è il lavoro della mano sinistra (TSUNOMI NO HATARAKI ) che spinge e torce l’arco: una tecnica tramandata nei secoli. Dopo alcuni movimenti preparatori molto precisi la freccia tocca lo zigomo (TSUMEAI) e si arriva a NOBIAI, gli ultimi secondi prima dello sgancio, in cui si concentra tutta l’essenza del tiro. Allo sgancio (HANARE), la freccia scocca, inizialmente, per volontà dell’arciere grazie al lavoro armonico di mano destra e mano sinistra e ad una corretta tensione del corpo. Dopo anni di allenamento assiduo l’arciere è in grado di sganciare con efficacia, naturalezza e colpisce il bersaglio (mato). Ciò è possibile se la tecnica è vera e corretta e se lo spirito (kokoro) è sincero. Il kyudo non pone di fronte due contendenti, bensì un arciere davanti ad un bersaglio, che attesta la corretta esecuzione. In un certo senso si può dire che il kyudoka con la pratica si pone di fronte a se stesso, ai propri limiti, alle proprie potenzialità. Si tira a piedi nudi su di un pavimento in legno, in un dojo (luogo dove si pratica la Via), in ogni stagione. I bersagli sono situati in un terrapieno coperto, detto azuchi. All’inizio della giornata e, soprattutto per i principianti, si tira al makiwara (paglione a distanza di due metri). Questo consente di studiare bene la forma senza la distrazione e l’ansia che può creare il bersaglio. Si usa una freccia in bamboo senza penne. Una lezione ordinaria prevede 100 frecce al mato, ovvero un bersaglio del diametro di 36cm, di carta di colore bianco, con alcuni centri concentrici di colore nero, posto a distanza di 28 metri. Durante un allenamento completo, ma soprattutto in caso di particolari ricorrenze o in presenza di ospiti, vengono effettuate due frecce cerimoniali (TAI HAI ) al bersaglio: una in piedi e una in ginocchio. Saltuariamente viene effettuato il tiro a 60 metri (ENTEKI) , ad un paglione del diametro di circa un metro. La tecnica è la medesima, ma vengono utilizzate frecce più leggere, con penne più basse; la mira viene leggermente alzata. La filosofia Il Kyudo è considerato un'Arte Marziale e viene praticato anche da persone che mirino al raggiungimento di un particolare stato d'animo, al dominio del corpo, a una disciplina del comportamento che poi pervadano il quotidiano per rifletterne la benefica influenza su tutta la vita. Il progresso nel tiro e nella sua tecnica è frutto del miglioramento ottenuto con l'esercizio in quanto tale, insieme con l'irrobustimento dello spirito ottenuto con la pratica. Il fine del kyudo consiste nel raggiungere la conoscenza dello “spirito dell’arco” (yumi no kokoro), uno stato che spesso viene indicato usando il termine tipicamente zen di satori. Un tiratore potrà raggiungere lo stato di “massimo livello di comprensione dell'essenza delle cose” di mente libera, serena e vuota da futili pensieri, quando sarà in grado di eseguire il giusto NOBIAI.
Scopo di chi si esercita nel vero Kyudo è raggiungere gradualmente uno stato d'animo limpido, esercitando tenacemente proprio quella giusta tecnica che coltiva il tirare per colpire forte, con piena energia. La comprensione è intesa principalmente come mentale, l’apprendimento come fisicocorporale, insieme costituiscono il “capire per averlo fatto”, per esperienza. Le qualità proprie del Bushido (quale morale eroica del guerriero giapponese) come la determinazione, l’assiduità nello sforzo, l’intelligenza (l’intuizione), la rettitudine, la serenità, l’equilibrio, la sincerità e la generosità nell’azione possono essere coltivate solo con il perfezionamento della tecnica, seguendo con fedeltà le regole della tradizione. Il detto “kan chu kyu”, colpire con potenza il centro sempre, riassume nel modo più sintetico possibile lo spirito della scuola.
“Affinare spirito e volontà” è dovuto in ogni occasione per contribuire allo spessore e alla maturità della persona. La pratica di tiro è soltanto una parte dell'allenamento complessivo dell'individuo: disciplina, sacrificio e generosità non si esercitano solo tirando quando la mano duole, quando gela o andando a recuperare le frecce proprie e altrui. In breve, le regole del kyudo e la disciplina del Dojo hanno ragione d'essere per esemplificare ed influenzare il quotidiano. La tecnica di tiro comprende forme e azioni proprie; essa può assumere taluni lineamenti delle tecniche Zen, ma il Kyudo non è solo questo perché soltanto l'unione dei tre elementi, forma, azione e spirito fusi insieme, può considerarsi vera e completa Arte nella sua forma migliore. Innanzi al bersaglio il kyudoka fa i suoi passi e si dispone in posizione di tiro senza che la mente se ne occupi, i suoi gesti incoccano la freccia poi eseguono TORIKAKE: si sviluppa la massima energia possibile del corpo e della mente, l'arco viene teso fino allo stremo, infine la freccia è scoccata. Ecco che hanno agito assieme, con la massima intensità, l'energia di tutto il corpo e lo spirito, dal profondo del cuore. Diffusione in Italia ed organizzazione In Italia esiste un’Associazione per il tiro con l’arco tradizionale giapponese (A.I.K.) che a sua volta é affiliata alla federazione europea (E.K.F.) e alla federazione giapponese (ZNKR). All’interno dell’A.I.K. vi sono gruppi facenti capo ai due stili principali:
La Heki To-ryu, la più diffusa in Italia, può vantare una discendenza diretta da maestro a maestro per 19 generazioni ed ha mantenuto sostanzialmente inalterati i fondamenti della tecnica. Lo stile Shomen è frutto di una sintesi, operata nel 1900 in Giappone, atta a codificare e uniformare in un unico nuovo stile le altre scuole conosciute. Il carattere è più cerimoniale e non ha come fine “colpire” il bersaglio, mentre lo stile della scuola Heki, di tradizione militare, considera il fatto di centrare il bersaglio come determinante, in quanto originalmente questo significava “vita o morte”. La scuola Heki prevede gare e tornei, come in una disciplina sportiva, anche se il fine della competizione non è propriamente l’agonismo, bensì una strategia per l’apprendimento e la crescita dell’arciere. BOX Inagaki Genshiro Yoshimichi (1911-1995)
Bibliografia:
Si ringrazia Massimo Ramerino della Scuola Heki Italia per il materiale fornito KYUDOArticoli correlati
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