ARTI MARZIALI - Viaggio alle radici delle arti marziali
ARTI MARZIALI |
A cura di Lidia Katia C. Manzo | Le arti marziali delle grandi tradizioni orientali suscitano un grande interesse
e curiosità anche in occidente e ciò spinge a porsi la domanda: hanno avuto un'influenza
sulle nostre radici culturali e quando e dove ebbero origine?
Uno dei primi elementi che viene alla luce è che queste si sono diffuse per tutto
l’Estremo Oriente, ma nell'antichità apparentemente non sono mai state praticate
in Europa, neppure nell’area del Mediterraneo, dove si erano stabiliti dei contatti
con l’Oriente già prima che fiorisse l’Impero romano. Le descrizioni delle tecniche
di combattimento occidentali del passato infatti non fanno riferimento a tecniche
praticate a est dell’India. La lotta e il pugilato di greci e romani, sebbene violenti, avevano soltanto
qualche rassomiglianza con i loro corrispettivi orientali. I Greci praticavano
una forma di lotta particolarmente violenta, il pancrazio, che finiva con la sottomissione o la morte del vinto. I gladiatori romani si
servivano di abili tecniche di combattimento, si addestravano in scuole speciali,
ma, nonostante si trattasse di una tecnica sofisticata, la lotta fra gladiatori
divenne un vero e proprio spettacolo, staccandosi così da ciò che s’intende per
arte marziale.
Per quanto riguarda l'origine, forse la testimonianza più antica potrebbe essere
costituita da due statuette babilonesi datate fra il 3000 e il 2000 a.C. L’una
rappresenta un uomo con la mano nella caratteristica posizione di parata, l’altra
mostra due uomini che lottano tenendosi l’un l’altro per la cintura, una forma
di combattimento simile al Sumo, ancora oggi popolare in Giappone.
Non esistono altre prove che le arti marziali siano nate in Mesopotamia, tranne
la considerazione che lì ha avuto origine una civiltà che avrebbe esercitato una
forte influenza sia a oriente sia a occidente. I Cinesi già si divertivano alle
esibizioni di acrobati indiani e del Mediterraneo orientale, molto prima che le
vie della seta divenissero il percorso commerciale tra la Cina imperiale e Roma.
In un certo senso è ancora evidente la stretta relazione tra i movimenti degli
acrobati e quelli di chi pratica le arti marziali, come è altresì lunga la tradizione
di correlazioni tra le tecniche di combattimento e quelle di spettacolo.
Quello che è certo è che l’arte marziale che giunse per prima in Oriente dalla
Mesopotamia era molto primitiva e incominciò a evolversi in India e in Cina fino
a culminare nelle sofisticate tecniche di oggi. Le tecniche di respirazione, allora
sviluppate, sono tuttora pratiche proprie delle religioni del Medio Oriente, oltre
a essere fondamentali negli esercizi yoga e in quelli cinesi per la longevità che costituirono probabilmente l’odierno
Tai chi chuan .
La leggenda
Una leggenda narra d’un monaco indiano, chiamato Bodhidharma , giunto al tempio di Shao Lin (ai piedi dei monti Song Shan, nel regno di Wei, in Cina), che insegnava un
approccio nuovo al buddismo, più diretto, che comprendeva anche lunghi periodi
di stasi meditativa. Per aiutarli a sopportare le lunghe ore di meditazione, insegnò
loro tecniche di respirazione ed esercizi per sviluppare la forza e le capacità
di autodifesa nelle zone montuose dove vivevano.
Si ritiene che da questi insegnamenti sia nato il dhyana o scuola meditativa del buddismo, chiamata Chan dai cinesi e zen dai giapponesi. La tecnica di combattimento conosciuta come Shaolinquan , o "lotta del tempio di Shao Lin" , si basa probabilmente sui suoi esercizi. Si pensa che molte tecniche di combattimento
cinesi e giapponesi derivino da questa tradizione.
Esistono molti dubbi sull’attendibilità di questa leggenda tuttavia, fin dall’antichità,
meditazione ed esercizi marziali furono aspetti complementari del buddismo; l’uno
passivo e statico, l’altro attivo e dinamico.
I libri in cui sono contenuti gli insegnamenti di Bodhidharma furono scritti
tutti dopo la sua morte, inoltre tutte le testimonianze del tempio di Shao Lin
andarono bruciate nel 1928, ed è molto improbabile che si possano trovare altri
documenti che vedano Bodhidharma come il patriarca del Chan e delle arti marziali;
ciò nonostante i suoi insegnamenti vivono tramite i praticanti delle arti che
si dice abbia fondato.
L'ideologia, i valori
Ma la nascita di un’arte marziale non si fonda soltanto sulla pratica di certe
tecniche e sulla resistenza fisica. Esiste un contenuto ideologico, una serie
di valori che si basa su una specifica visione del mondo e del posto dell’uomo
all’interno di esso. Si ritiene che il buddismo zen e le arti marziali abbiano
avuto un fondatore comune, così come risultano strettamente connesse anche la
loro filosofia e la loro evoluzione storica.
È nella prima metà del secondo millennio a.C. che vissero i due più grandi filosofi
cinesi. Confucio, che ci ha lasciato la sua teoria sull’uomo e sulla società intorno al 500 a.C.,
e Lao Ce che si pensa abbia esposto la sua visione mistica dell’uomo e del tao, o ‘via
della natura’, intorno al 300 a.C. Il taoismo è particolarmente importante per
la storia delle arti marziali cinesi, anche se le arti taoiste si sono diffuse
all’esterno dell’Asia cinese solo in tempi recenti.
Anche la filosofia del buddismo, fondata dal principe Gautama Siddharta Buddha, nato nell’India nord-orientale verso il 560 a.C., ha profondamente influenzato
le scuole d’arti marziali di tutti i paesi in cui s’è diffusa, in Cina come in
Giappone, in India come nel Sud-est Asiatico.
A livello filosofico le dottrine del buddismo, del confucianesimo e del taoismo
sono state riconosciute come le basi filosofiche delle tradizioni marziali non
solo indiane e cinesi, ma di tutta l’Asia.
Le arti segrete
Un altro elemento particolare è la constatazione che qualunque studio sulla storia
delle arti marziali è costretto a essere poco più che una speculazione basata
su pochi fatti, i maestri d’un tempo infatti non rivelavano facilmente il loro
sapere. A pochi veniva concesso di dividere con loro tecniche e conoscenze accumulate
in anni di dedizione. Si racconta di giovani che attesero per anni l’onore di
accedere ai luoghi di pratica e a cui, una volta entrati, fu proibito di dividere
con altri questa loro esperienza.
In molte scuole la pratica si svolgeva in assoluta segretezza e la stessa esistenza
della scuola era spesso tenuta nascosta alle autorità. Le tecniche di combattimento
tradizionale non venivano quasi mai trascritte, ma trasmesse a voce solo a coloro
che giuravano di mantenerne il segreto. Per esempio, il Tai chi chuan si basa su principi teorici di circa duemila anni fa, anche se non fu mai trascritto
prima del 1750.
Questa tradizione di segretezza rende estremamente difficile qualunque ricerca
nel campo delle arti marziali.
Le applicazioni delle arti marziali e le loro implicazioni filosofiche
Le arti marziali si sono evolute in due forme applicative: come strumento di
lotta e come mezzo di comunicazione sociale.
La prima applicazione è sempre stata la più comune e anche impressionante. Dato
il tipo mortale di strumenti nei combattimenti con le armi, ma anche il modo potenzialmente
pericoloso in cui il corpo umano veniva usato, è facile qualificare come prima
applicazione l’antico dilemma dell’uomo posto di fronte ad un altro uomo in combattimento:
vincere o perdere, sconfiggere o venir sconfitto, soggiogare o venire soggiogato,
uccidere o essere ucciso. Questa dimensione derivava da un ambiente estremamente
ostile dove era necessario garantirsi la sopravvivenza.
La seconda applicazione era intesa come forma di comunicazione sociale, modellata
dalle sequenze precise di un rituale, dove gesti e armi erano usati simbolicamente
per esprimere un’idea, evocare una tradizione, alleviare le paure dell’uomo. In
questo senso divenne uno spettacolo e assorbì le nobili arti della tradizione:
ad esempio l’arte dell’arco ancora oggi viene usata come cerimonia, ma esistono
numerosi esempi di dimostrazioni legate alla religione o ai dignitari come il
Sumo, o i kata (esercizi formali) del Karate .
L’evolversi di queste discipline in qualcosa di ben più complesso dell’esercizio
ginnico per lo studio dell’hara ( punto di equilibrio, sorgente del soffio vitale) e del ki (energia vitale), trasformarono le arti marziali in metodi d’integrazione universale
che si prefiggevano il conseguimento di una posizione equilibrata nel centro della
realtà e una partecipazione alla sua energia coordinata e illimitata, intesa a
perfezionare l’evoluzione della personalità di un uomo. La cultura e la filosofia
dell’arte marziale influenzano l’una e l’altra.
Per comprenderle più profondamente occorrerebbe conoscere le distinzioni tra
i differenti retroterra delle varie arti, come il taoismo e il buddismo in Cina,
lo zen e lo shintoismo in Giappone, che sono alla base di atteggiamenti e di pratiche
nelle arti marziali.
Arte marziale come disciplina di vita
Attraverso la pratica marziale i Maestri di queste discipline hanno imparato
a condurre una vita semplice, a nutrire un profondo rispetto e amore per il prossimo.
"La via del guerriero è una via che ha un cuore, perché è una via che passa attraverso
la fatica e la sofferenza dell’evoluzione personale per andare verso la ‘centratura’
del guerriero su se stesso".
Citava Musashi una “Visione serena dei doveri” nel senso di accogliere l’esercizio dei propri
doveri come occasione di miglioramento, nell’esercizio delle Arti ma anche nel
quotidiano. L’affinare spirito e volontà è dovuto in ogni occasione: la pratica
è solo una parte dell’allenamento complessivo dell’individuo. Disciplina, sacrificio
e generosità hanno ragione d’essere per influenzare il quotidiano. Chi pratica
queste discipline deve possedere una volontà di ferro, un’energia e una forza
eccezionali e fare continuamente pratica per raggiungere la perfezione.
Così la via diventa via, attraversamento di emozioni e di energie sempre nuove
e sempre in rinnovamento, all’interno del quale la pratica marziale si risolve
in un piano di realtà più alto.
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