Uno dei primi elementi che viene alla luce è che queste si sono diffuse per tutto
l’Estremo Oriente, ma nell'antichità apparentemente non sono mai state praticate
in Europa, neppure nell’area del Mediterraneo, dove si erano stabiliti dei contatti
con l’Oriente già prima che fiorisse l’Impero romano. Le descrizioni delle tecniche
di combattimento occidentali del passato infatti non fanno riferimento a tecniche
praticate a est dell’India. Per quanto riguarda l'origine, forse la testimonianza più antica potrebbe essere costituita da due statuette babilonesi datate fra il 3000 e il 2000 a.C. L’una rappresenta un uomo con la mano nella caratteristica posizione di parata, l’altra mostra due uomini che lottano tenendosi l’un l’altro per la cintura, una forma di combattimento simile al Sumo, ancora oggi popolare in Giappone. Non esistono altre prove che le arti marziali siano nate in Mesopotamia, tranne la considerazione che lì ha avuto origine una civiltà che avrebbe esercitato una forte influenza sia a oriente sia a occidente. I Cinesi già si divertivano alle esibizioni di acrobati indiani e del Mediterraneo orientale, molto prima che le vie della seta divenissero il percorso commerciale tra la Cina imperiale e Roma. In un certo senso è ancora evidente la stretta relazione tra i movimenti degli acrobati e quelli di chi pratica le arti marziali, come è altresì lunga la tradizione di correlazioni tra le tecniche di combattimento e quelle di spettacolo. Quello che è certo è che l’arte marziale che giunse per prima in Oriente dalla Mesopotamia era molto primitiva e incominciò a evolversi in India e in Cina fino a culminare nelle sofisticate tecniche di oggi. Le tecniche di respirazione, allora sviluppate, sono tuttora pratiche proprie delle religioni del Medio Oriente, oltre a essere fondamentali negli esercizi yoga e in quelli cinesi per la longevità che costituirono probabilmente l’odierno Tai chi chuan . La leggenda Una leggenda narra d’un monaco indiano, chiamato Bodhidharma , giunto al tempio di Shao Lin (ai piedi dei monti Song Shan, nel regno di Wei, in Cina), che insegnava un
approccio nuovo al buddismo, più diretto, che comprendeva anche lunghi periodi
di stasi meditativa. Per aiutarli a sopportare le lunghe ore di meditazione, insegnò
loro tecniche di respirazione ed esercizi per sviluppare la forza e le capacità
di autodifesa nelle zone montuose dove vivevano.
Esistono molti dubbi sull’attendibilità di questa leggenda tuttavia, fin dall’antichità, meditazione ed esercizi marziali furono aspetti complementari del buddismo; l’uno passivo e statico, l’altro attivo e dinamico. I libri in cui sono contenuti gli insegnamenti di Bodhidharma furono scritti tutti dopo la sua morte, inoltre tutte le testimonianze del tempio di Shao Lin andarono bruciate nel 1928, ed è molto improbabile che si possano trovare altri documenti che vedano Bodhidharma come il patriarca del Chan e delle arti marziali; ciò nonostante i suoi insegnamenti vivono tramite i praticanti delle arti che si dice abbia fondato. L'ideologia, i valori Ma la nascita di un’arte marziale non si fonda soltanto sulla pratica di certe tecniche e sulla resistenza fisica. Esiste un contenuto ideologico, una serie di valori che si basa su una specifica visione del mondo e del posto dell’uomo all’interno di esso. Si ritiene che il buddismo zen e le arti marziali abbiano avuto un fondatore comune, così come risultano strettamente connesse anche la loro filosofia e la loro evoluzione storica. È nella prima metà del secondo millennio a.C. che vissero i due più grandi filosofi cinesi. Confucio, che ci ha lasciato la sua teoria sull’uomo e sulla società intorno al 500 a.C., e Lao Ce che si pensa abbia esposto la sua visione mistica dell’uomo e del tao, o ‘via della natura’, intorno al 300 a.C. Il taoismo è particolarmente importante per la storia delle arti marziali cinesi, anche se le arti taoiste si sono diffuse all’esterno dell’Asia cinese solo in tempi recenti. Anche la filosofia del buddismo, fondata dal principe Gautama Siddharta Buddha, nato nell’India nord-orientale verso il 560 a.C., ha profondamente influenzato le scuole d’arti marziali di tutti i paesi in cui s’è diffusa, in Cina come in Giappone, in India come nel Sud-est Asiatico. A livello filosofico le dottrine del buddismo, del confucianesimo e del taoismo sono state riconosciute come le basi filosofiche delle tradizioni marziali non solo indiane e cinesi, ma di tutta l’Asia.
Le arti segrete Un altro elemento particolare è la constatazione che qualunque studio sulla storia
delle arti marziali è costretto a essere poco più che una speculazione basata
su pochi fatti, i maestri d’un tempo infatti non rivelavano facilmente il loro
sapere. A pochi veniva concesso di dividere con loro tecniche e conoscenze accumulate
in anni di dedizione. Si racconta di giovani che attesero per anni l’onore di
accedere ai luoghi di pratica e a cui, una volta entrati, fu proibito di dividere
con altri questa loro esperienza.
Questa tradizione di segretezza rende estremamente difficile qualunque ricerca nel campo delle arti marziali. Le applicazioni delle arti marziali e le loro implicazioni filosofiche Le arti marziali si sono evolute in due forme applicative: come strumento di lotta e come mezzo di comunicazione sociale. La prima applicazione è sempre stata la più comune e anche impressionante. Dato il tipo mortale di strumenti nei combattimenti con le armi, ma anche il modo potenzialmente pericoloso in cui il corpo umano veniva usato, è facile qualificare come prima applicazione l’antico dilemma dell’uomo posto di fronte ad un altro uomo in combattimento: vincere o perdere, sconfiggere o venir sconfitto, soggiogare o venire soggiogato, uccidere o essere ucciso. Questa dimensione derivava da un ambiente estremamente ostile dove era necessario garantirsi la sopravvivenza. La seconda applicazione era intesa come forma di comunicazione sociale, modellata dalle sequenze precise di un rituale, dove gesti e armi erano usati simbolicamente per esprimere un’idea, evocare una tradizione, alleviare le paure dell’uomo. In questo senso divenne uno spettacolo e assorbì le nobili arti della tradizione: ad esempio l’arte dell’arco ancora oggi viene usata come cerimonia, ma esistono numerosi esempi di dimostrazioni legate alla religione o ai dignitari come il Sumo, o i kata (esercizi formali) del Karate . L’evolversi di queste discipline in qualcosa di ben più complesso dell’esercizio
ginnico per lo studio dell’hara ( punto di equilibrio, sorgente del soffio vitale) e del ki (energia vitale), trasformarono le arti marziali in metodi d’integrazione universale
che si prefiggevano il conseguimento di una posizione equilibrata nel centro della
realtà e una partecipazione alla sua energia coordinata e illimitata, intesa a
perfezionare l’evoluzione della personalità di un uomo. La cultura e la filosofia
dell’arte marziale influenzano l’una e l’altra.
Arte marziale come disciplina di vita Attraverso la pratica marziale i Maestri di queste discipline hanno imparato a condurre una vita semplice, a nutrire un profondo rispetto e amore per il prossimo. "La via del guerriero è una via che ha un cuore, perché è una via che passa attraverso la fatica e la sofferenza dell’evoluzione personale per andare verso la ‘centratura’ del guerriero su se stesso". Citava Musashi una “Visione serena dei doveri” nel senso di accogliere l’esercizio dei propri
doveri come occasione di miglioramento, nell’esercizio delle Arti ma anche nel
quotidiano. L’affinare spirito e volontà è dovuto in ogni occasione: la pratica
è solo una parte dell’allenamento complessivo dell’individuo. Disciplina, sacrificio
e generosità hanno ragione d’essere per influenzare il quotidiano. Chi pratica
queste discipline deve possedere una volontà di ferro, un’energia e una forza
eccezionali e fare continuamente pratica per raggiungere la perfezione.
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