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LE CORSE

   ATLETICA LEGGERA

A cura del Prof. Mario Testi
Testo del Prof.
Edo Patregnani
Docente di Atletica Leggera
presso la Facoltà di Scienze Motorie
dell’Università di Bologna
Docente di Atletica Leggera
presso la Facoltà di Scienze Motorie
dell’Università di Bologna

La corsa ha sempre rappresentato una necessità per l'uomo fin dalla preistoria, quando da essa dipendeva il successo nella caccia o nella guerra, in sostanza la sopravvivenza dell'individuo stesso. Nell'atletica leggera la corsa è la specialità più popolare e più seguita. 

100 metri piani

Si tratta della più breve distanza del programma olimpico. Seguendo un'indagine sommaria la corsa veloce potrebbe sembrare un'azione naturale, quindi con basso indice di difficoltà. Invece, essa diventa una specialità molto complessa quando si aspira al raggiungimento di altissimi livelli di competitività. Come capacità fisica, comprende molteplici caratteristiche, non sempre interdipendenti:

  • la capacità di esprimere forti accelerazioni;
  • lo sviluppo ed il mantenimento di alte punte di velocità;
  • l'acquisizione di un'efficiente tecnica di corsa e precise sinergie nei momenti di contrazione-decontrazione degli apparati propulsivi.

Nella gara si distinguono 3 fasi:

 

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La partenza: lo sprinter, in avvio, da una posizione di perfetta immobilità, sfruttando al meglio il tempo di reazione allo "sparo" dello starter, imprime sui blocchi un fortissimo impulso utilizzando al massimo le sue capacità di forza esplosiva.

L'accelerazione: proseguendo nella sua azione, l'atleta accelera mantenendo per 7-8 passi un assetto raccolto, aumentando progressivamente sia la frequenza dei passi sia l'ampiezza, fino a stabilizzarsi nella seconda fase, quella lanciata. Successivamente, nell'azione veloce e dinamica, il tronco si raddrizza, anche se non completamente. L'impiego della forza, da esplosiva, diventa gradualmente elastica con un conseguente movimento di corsa, più agile e sciolto. 

L'allungo: a 50 metri circa dalla partenza il velocista, raggiunta la sua massima velocità (i migliori, circa 12 metri al secondo o 43 Km/h !), prosegue in assoluta decontrazione e fluidità d'azione, cercando di mantenere costante sino all'arrivo la velocità raggiunta.

Considerazioni: nella gara l'atleta non raggiunge, in realtà, la sua massima velocità possibile ma quella "ottimale" di corsa, utilizzando il giusto compromesso tra i due parametri rappresentati dall'ampiezza e dalla frequenza degli appoggi al suolo. Risulta poi importante la distribuzione dello sforzo per tutto l'arco della gara. La "capacità di resistere" alla velocità ottimale" raggiunta è legata fondamentalmente a due fattori:

  1. La capacità del sistema nervoso centrale d' assicurare, con altissime frequenze e per 10 secondi circa, la massima neurostimolazione all'apparato muscolare per l'azione.
  2. La velocità/qualità dei processi enzimatici del meccanismo anaerobico alattacido per la resintesi dell'ATP (acido adenosintrifosforico).

Records
Uomini: M. Greene (Usa): 9''. 79 nel 1999.
Donne: F. Griffith (Usa): 10''. 49 nel 1988.

200 metri piani

Anche per il duecentista è necessario poter sviluppare un'elevata velocità, ma la doppia distanza impone una fase d'accelerazione non massimale, in considerazione del fatto che la partenza avviene in curva. Infatti, una partenza troppo veloce nei primi 100 metri comporterebbe, oltre che un problema di tenuta in curva (forza centrifuga), anche un dispendio energetico elevato e, quindi, una consistente riduzione di velocità nel secondo tratto. Necessitano, perciò, più consistenti capacità di "resistenza alla velocità" ed un'abilità/sensibilità nella distribuzione dello sforzo. La gara richiede l'utilizzo di un'altissima percentuale d'energia d'origine "alattacida " (98% secondo Fox e Mathews).

Records:
Uomini: M. Johnson (Usa): 19''. 32 nel 1996.
Donne: F. Griffith (Usa): 21''. 34 nel 1988.

400 metri piani

Questa gara equivale, per distanza, ad un esatto giro di pista. E' compresa nell'ambito delle gare veloci, dal momento che richiede lo sviluppo di alti picchi di velocità per tutto il percorso. Alla velocità si abbina la capacità di resistere, ininterrottamente, ad uno sforzo elevatissimo. La gara è complessa nella sua interpretazione, comporta la ricerca della migliore e costante "velocità media " per tutto il percorso, senza sprechi di energie nella prima parte, attraverso l'utilizzo di un'azione di corsa elastica e quindi sciolta. Una particolare qualità del quattrocentista è rappresentata dalla capacità  d'insistere nello sforzo anche al sopraggiungere di un'accentuata fatica, conseguenza del progressivo accumulo di acido lattico nei muscoli. 
La maggior parte degli autori concorda nell'affermare che i 400 metri si corrano utilizzando una quantità d'energia d'origine lattacida, pari al 30% circa di quella totale richiesta. E' l'acido lattico la "scoria " che disturba la piena efficienza dell'azione di corsa e che determina la sensazione di fatica. Le gambe diventano pesanti, la mente s' annebbia, la fine coordinazione si altera. La tenuta psicologica richiesta all'atleta è talmente elevata, che gli anglosassoni definiscono questa gara "Killer Event" (l'avvenimento che uccide).  


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